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	<title>Audiofiabe Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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	<title>Audiofiabe Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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		<title>La Sirenetta</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 16:55:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Lontano lontano, in alto mare, l&#8217;acqua è azzurra come i petali del più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto profonda, più profonda di ogni scandaglio; bisognerebbe mettere molti e molti campanili l&#8217;uno sopra l&#8217;altro per arrivare dal fondo sino alla superficie dell&#8217;acqua. E laggiù, [&#8230;]</p>
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]]></description>
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<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/podcast/tracks/la_sirenetta.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Lontano lontano, in alto mare, l&#8217;acqua è azzurra come i petali del
più bel fiordaliso, e limpida come il più puro cristallo. Ma è molto profonda,
più profonda di ogni scandaglio; bisognerebbe mettere molti e molti campanili
l&#8217;uno sopra l&#8217;altro per arrivare dal fondo sino alla superficie dell&#8217;acqua. E
laggiù, nel fondo, vive la gente del mare.</p>



<p>Ma non dovete già credere che laggiù non ci sia altro che la nuda
sabbia; no, là crescono le più strane piante, dal fusto e dal fogliame così
flessibile, che si agitano al più lieve moto dell&#8217;acqua, come se fossero vive;
e tutti i pesci, grandi e piccini, guizzano tra i rami come da noi fanno gli
uccelli tra gli alberi. Nel gorgo più profondo, c&#8217;è il castello del Re del
mare: le muraglie sono di corallo e le alte finestre gotiche della più chiara
ambra; il tetto è formato di conchiglie, che si aprono e si chiudono secondo la
marea. E fanno un effetto bellissimo, perchè in ogni conchiglia ci sono perle
così lucenti, che una sola basterebbe a dar pregio alla corona d&#8217;una regina.</p>



<p>Il Re del mare era allora vedovo da molti anni e gli governava la
casa la sua vecchia mamma; brava donna, ma superba della propria posizione,
tanto che portava dodici ostriche attaccate alla coda, mentre agli altri grandi
della corte non era concesso di portarne che sei. Eccettuata questa debolezza,
era degna del resto di tutto il rispetto, specialmente per il gran bene che
voleva alle sue nipotine. Le Principesse del mare erano sei belle bambine; la
più giovane, però, era la più bella di tutte; aveva la pelle chiara e liscia
come le foglie di rosa, e gli occhi azzurri come il mare più profondo; ma, al
pari di tutte le altre, non aveva piedi, perchè il corpo finiva in una coda di
pesce.</p>



<p>Tutta la giornata potevano giocare nel castello, giù negli ampii
vestiboli, dove i fiori vivi spuntavano dalle pareti. Le grandi finestre
d&#8217;ambra erano aperte, e i pesci entravano nuotando, proprio come fanno le
rondini da noi, che volano dentro per le finestre aperte; ma i pesci andavano
difilati alle Principesse, prendevano il cibo dalle loro mani, e si lasciavano
accarezzare.</p>



<p>Davanti al castello, c&#8217;era un grande giardino, con bei fiori d&#8217;un
rosso acceso o del turchino più cupo; le frutta rilucevano come l&#8217;oro, i fiori
parevan fiamme di fuoco; e agitavano di continuo gli steli ed il fogliame. Il
terreno stesso era di finissima sabbia, ma azzurrognola, come la fiamma dello
zolfo. Una curiosa luce azzurra era diffusa per tutto; ci si sarebbe creduti
piuttosto su nell&#8217;aria, con la volta del cielo al disopra e tutt’intorno, che
in fondo al mare. Quando l&#8217;acqua era calma, si poteva vedere il sole: pareva un
fiore purpureo, e tutta la luce pareva venir dal suo calice.</p>



<p>Ciascuna delle piccole Principesse aveva nel giardino il suo
pezzettino di terra, dove poteva zappare e piantare a suo piacimento. L&#8217;una
dava alla propria aiuola la forma d&#8217;una balena; l&#8217;altra quella di una
sirenetta; ma la più giovane faceva sempre la sua tutta rotonda, come il sole,
e i suoi fiori erano rossi e splendenti, come il sole appunto. Era una strana
bambina, quieta e pensosa; e mentre le sorelle si adornavano di tutte le belle
cose avute in dono in occasione del naufragio di qualche bastimento, essa non
si curava d&#8217;altro che de&#8217; suoi fiori rossi come il sole; nè altro mai aveva
voluto che una squisita statua di marmo. Questa statua rappresentava un
bellissimo fanciullo, scolpito nel più puro marmo bianco, ed era colata a fondo
da una nave naufragata. La Principessina aveva piantato un roseo salice piangente
presso alla statua; l&#8217;albero era cresciuto a meraviglia, ed i freschi suoi rami
pendevano sopra la statua verso l&#8217;azzurro terreno sabbioso, dove l&#8217;ombra
appariva violacea, e si agitava di continuo come i rami stessi: sembrava che
l&#8217;estremità dei rami e le radici giocassero insieme e volessero baciarsi.</p>



<p>Non v&#8217;era per la sirenetta maggior piacere che l&#8217;udir raccontare
del mondo degli uomini, ch&#8217;era al di sopra dei mari. Bisognava che la vecchia
nonna raccontasse tutto quel che sapeva, di navi e di città, di uomini e di
animali. Le pareva soprattutto meraviglioso che lassù, sulla terra, i fiori
avessero profumo, perchè nel fondo del mare non odoravano affatto; e che gli
alberi fossero verdi, e che i pesci, lassù, tra gli alberi, sapessero cantare
così forte e così dolcemente, ch&#8217;era una gioia starli a sentire. Quelli che la
nonna chiamava pesci, erano uccellini; ma, se avesse detto altrimenti, la
Principessa non avrebbe potuto comprenderla, perchè in vita sua non aveva mai
veduto un uccello.</p>



<p>«Quando avrete quindici anni,» — diceva la nonna, «vi sarà
concesso di andar su, sino a fior d&#8217;acqua, e di uscir dal mare, e di sedervi
sulle rocce al chiaro di luna, a veder passare i grandi bastimenti. Allora
vedrete foreste e città!»</p>



<p>L&#8217;anno dopo, una delle sorelle compì quindici anni; ma le altre
cinque avevano un anno di distanza tra loro; sicché alla più piccina toccava
ancora aspettare cinque anni buoni prima di poter salire su dal fondo del mare
a vedere che faccia avesse il nostro mondo. La maggiore, però, promise di
raccontare alle altre quel che avrebbe veduto, e quello che le sarebbe sembrato
più bello di tutto nel primo giorno del suo viaggio; perchè la nonna non diceva
mai abbastanza, e tante cose ancora avrebbero voluto sapere!&#8230;</p>



<p>La più curiosa di tutte in proposito era la più giovane, — quella
appunto che aveva maggior tempo da aspettare, e ch&#8217;era sempre così tranquilla e
riflessiva. Per notti e notti, se ne stava presso la finestra aperta, guardando
su, attraverso la cupa acqua azzurrina, i pesci che sbattevano le pinne e la
coda. Poteva scorgere anche la luna e le stelle: certo, mandavano una luce
molto debole; ma nell’acqua sembravano molto più grandi di quello che appaiano
ai nostri occhi; e se ogni tanto le oscurava come una nuvola nera, la Principessina
sapeva ch&#8217;era una balena, che passava al di sopra del suo capo, o, forse, una
nave piena d&#8217;uomini.Quegli uomini non pensavano certo che una bella sirenetta
di laggiù tendesse le bianche braccia verso la chiglia della loro nave.</p>



<p>Ora, dunque, la maggiore delle Principesse aveva quindici anni, e
potè salire alla superficie dell&#8217;acqua.</p>



<p>Quando tornò, aveva cento cose da raccontare; ma il più bello di
tutto, diceva, era starsene sdraiata al chiaro di luna su un banco di sabbia
nel mare immobile, guardando la grande città della costa vicina, dove i lumi
palpitavano come cento stelline, ascoltando la musica, e i rumori, e il
frastuono delle carrozze, e il brusìo degli uomini, osservando tutti quei mille
campanili e sentendone suonar le campane. Proprio perchè a quelle non sarebbe
mai potuta arrivare, se ne struggeva più che di tutto il resto.</p>



<p>Ah, come la sorellina minore stava ad ascoltarla! E dopo,
quand&#8217;era alla finestra aperta, e guardava su attraverso l&#8217;acqua cupa,
pensava alla grande città, con tutto quel movimento, con tutto quel frastuono;
e immaginava di udire il rintocco delle campane, che giungesse fino laggiù,
nell&#8217;abisso dove stava.</p>



<p>L&#8217;anno seguente fu concesso alla seconda sorella di salir su a
fior d&#8217;acqua e di andar nuotando ove più le piacesse. Salì proprio mentre il
sole tramontava; e quello spettacolo, disse, fu il più bello di tutto. Il cielo
pareva d&#8217;oro, raccontò poi, e quanto alle nuvole, mai sarebbe riuscita a dare
un&#8217;idea della loro bellezza. Fuggivano sopra il suo capo, colorate di porpora e
di viola; ma, più rapido ancora delle nuvole, fuggiva uno stormo di cigni
selvatici, come un lungo velo candido che corresse sull&#8217;acqua verso il sole
morente. E aveva nuotato dietro ad essi; ma il sole era calato improvvisamente
e col sole erano scomparse le rosee sfumature dal mare e dalle nubi.</p>



<p>L&#8217;anno dopo toccò alla terza sorella. Era la più coraggiosa di
tutte, e perciò risalì a nuoto un largo fiume, che andava a sboccare nel mare.
Vide magnifici poggi coperti di vigne; e palazzi e castelli che spuntavano qua
e là di tra splendidi boschi: e sentì cantare ogni sorta di uccelli. Il sole
ardeva così, ch&#8217;essa aveva dovuto tuffarsi per un poco sott&#8217;acqua, per
rinfrescarsi il viso accaldato. In una piccola baia, vide tutto uno stormo di
piccoli mortali. Erano completamente nudi e diguazzavano nell&#8217;acqua; e quando
aveva voluto giocare con essi, s&#8217;erano messi a fuggire, tutti impauriti; ed
allora era venuto un piccolo animale nero&#8230; (era un cane, ma essa non ne aveva
veduti mai) e le aveva abbaiato così terribilmente, che si era spaventata a sua
volta, ed aveva cercato rifugio verso il mare aperto. Ma non poteva scordare i
magnifici boschi, i verdi colli, e i bei fanciulli, che sapevano nuotare pur
non avendo la coda di pesce.</p>



<p>La quarta sorella non era tanto coraggiosa; era rimasta fuori, in
alto mare, ed aveva poi dichiarato che il più bello era là. Si poteva spingere
lo sguardo per miglia e miglia tutt&#8217;intorno, ed il cielo sembrava una grande
campana di cristallo. Aveva veduto alcune navi, ma solo in grande lontananza:
sembravano gabbiani; e quei matti dei delfini facevano le capriole, e le enormi
balene buttavano acqua dalle narici, sì che pareva d&#8217;essere in mezzo a cento e
cento fontane.</p>



<p>Poi giunse la volta della quinta sorella. Il suo compleanno veniva
d&#8217;inverno, e così vide quello che le altre non avevano ancora potuto vedere. Il
mare era tutto verde, e grandi blocchi di ghiaccio andavano galleggiando qua e
là: ognuno di quei blocchi pareva una perla, diceva, e pure era molto più
grande dei campanili e delle cattedrali edificate dagli uomini: avevano le più
strane forme, e rilucevano come diamanti. Si era persino seduta sul più grande
di tutti, ed aveva lasciato che il vento scherzasse con i suoi lunghi capelli,
mentre i bastimenti le passavano dinanzi veleggiando, rapidi come frecce. Ma
verso sera il cielo era divenuto tutto nero: che tuoni! che lampi! Le onde nere
nere sollevavano il grande blocco di ghiaccio, sin che scintillasse su alto,
nel sinistro chiarore. Su tutte le navi, le vele erano ammainate, e in tutte
era spavento e angoscia. Ma essa se ne stava tranquilla sul suo blocco
galleggiante, guardando i serpeggiamenti azzurrini delle saette, che guizzando
cadevano nel mare.</p>



<p>Ciascuna delle sorelle, quando saliva per la prima volta alla
superficie delle acque, era entusiasta del nuovo, magnifico spettacolo. Ma poi
quando, fatte grandi, avevano il permesso di andare dove volevano, tutto ciò
diveniva loro indifferente: non desideravano più che tornarsene a casa, e dopo
un mese di tempo, finivano per concludere che giù sotto era più bello che dappertutto,
e che in nessun luogo si stava così bene come a casa.</p>



<p>Molte volte, la sera, le cinque sorelle si prendevano tutte per
mano e salivano così in fila alla superficie delle acque. Avevano voci
magnifiche, più armoniose di quelle d&#8217;alcun mortale; e quando la tempesta si
avvicinava, ed esse prevedevano che qualche nave sarebbe colata a picco, si
mettevano a nuotare dinanzi la prora, cantando dolcissime canzoni, nelle quali
si diceva quanto fosse bello giù, nel fondo del mare, e si esortavano i marinai
a non aver paura di scendere. Ma i marinai non potevano comprendere le parole,
e credevano che fosse il soffio della bufera; e non vedevano tutti quegli
splendori dell&#8217;abisso, perchè quando il bastimento affondava, annegavano, e
allora arrivavano soltanto cadaveri al palazzo del Re dei mari.</p>



<p>Quando le sorelle maggiori salivano a fior d&#8217;acqua, la sera,
tenendosi per mano, la più giovane rimaneva soletta a guardar loro dietro; e le
veniva una gran voglia di piangere; ma le sirenette non hanno lacrime, e per
ciò soffrono molto più intensamente.</p>



<p>«Ah, se avessi quindici anni!&#8230;» — diceva: «So già che vorrò un
gran bene al mondo di lassù ed agli uomini che ci vivono.»</p>



<p>Finalmente compì davvero i quindici anni.</p>



<p>«Vedi, come ti sei fatta grande!» — disse la nonna, la vecchia
Regina Madre: «Vieni, lascia che ti adorni come le tue sorelle.»</p>



<p>Mise una ghirlanda di bianchi gigli tra i capelli della
giovinetta; ma ogni giglio era per metà perla: e la vecchia signora permise che
otto ostriche si attaccassero alla coda della Principessa, a far fede della sua
alta posizione.</p>



<p>«Ma fanno male!&#8230;» — disse la sirenetta.</p>



<p>«L&#8217;orgoglio ha sempre la sua pena!» — rispose la vecchia signora.</p>



<p>Oh, come sarebbe stata felice di scuotersi di dosso quelle noiose
insegne del suo grado, e di metter da parte la pesante ghirlanda! Quanto
avrebbe preferito i rossi fiori del suo giardinetto! Ma non c&#8217;era rimedio.
«Addio!» — disse, e corse su, leggiera e pura come una bollicina d&#8217;aria, attraverso
l&#8217;acqua.</p>



<p>Il sole era appena tramontato, quando levò il capo dal mare; ma
tutte le nubi erano ancora d&#8217;oro e di rosa; nel pallido cielo le stelle della
sera luccicavano vivide e meravigliose; l&#8217;aria era mite e fresca; il mare, del
tutto calmo. E c&#8217;era un grande bastimento a tre alberi, con una sola vela
spiegata, perchè non tirava un alito di vento; e tutt’intorno, sulle sartie e
sulle antenne, stavano i marinai. Sonavano e cantavano, e quando calò la sera,
accesero centinaia di palloncini colorati, così che sembrava che le bandiere di
tutte le nazioni del mondo ondeggiassero nell&#8217;aria. La sirenetta nuotò subito
verso la sala della nave, ed ogni volta che il mare la portava su, all&#8217;altezza
dei finestrini, poteva vedere, attraverso il cristallo nitido e chiaro come
specchio, molta gente vestita con abiti sfarzosi. Ma tra tutti spiccava il
giovane Principe dagli occhi neri. Non poteva avere certo più di sedici anni;
quel giorno era il suo compleanno, ed ecco il perché di tutta quella festa. I
marinai ballavano sopra coperta; e quando il Principe uscì dalla sala, cento fuochi
artificiali si alzarono in aria, facendo un chiarore come di giorno, così che
la sirenetta diede un balzo impaurita, e si tuffò sott&#8217;acqua. Ma ben presto
sporse di nuovo il capo, ed allora le parve che tutte le stelle del cielo le
piovessero sopra. Non aveva mai veduto fuochi <ins>artificiali</ins>.
C&#8217;erano grandi soli che buttavano fuoco tutto intorno; magnifici pesci di
fiamma che guizzavano per l&#8217;aria azzurrina; e tutto si rispecchiava nella
limpida distesa azzurra del mare. Il bastimento, poi, ne era tutto illuminato in
modo tale che se ne sarebbero potuti contare i cavi ad uno ad uno; e tanto
meglio si potevano distinguere anche le persone. Com&#8217;era bello il giovane
Principe! E stringeva la mano de&#8217; suoi amici, e sorrideva, e la musica sonava
nella notte incantevole.</p>



<p>Si era fatto tardi; ma la sirenetta non poteva staccare gli occhi
dal bastimento e dal bellissimo Principe. I lampioncini colorati s&#8217;erano spenti
a bordo, i razzi di fuoco s&#8217;erano spenti per l&#8217;aria, i cannoni non sparavano
più; ma c&#8217;era un mormorìo, un brusìo profondo giù nel mare; ed essa si lasciava
portare dall&#8217;acqua, felice se poteva dare qualche occhiata nella cabina. Il
bastimento, intanto, filava spiegando ad una ad una le vele. E le onde, a mano
a mano, si sollevavano sempre più alte; si avvicinavano certi nuvoloni neri, e
in lontananza si vedeva un balenìo di lampi. Oh, la tempesta doveva essere
terribile! I marinai incominciarono ad ammainare le vele. Il grande bastimento
scivolava spedito sul mare tempestoso; le onde si alzavano come grandi montagne
nere, pronte a rovesciarsi sugli alberi; ma, come un cigno, il bastimento si
tuffava negli avvallamenti tra quelle onde smisurate, e poi si lasciava portar
su di nuovo. Alla sirenetta pareva un bellissimo gioco; ma per i marinai la
cosa era differente. La nave gemeva e scricchiolava; alla fine i fianchi
poderosi cedettero al terribile urto, e l&#8217;acqua irruppe nel bastimento:
l&#8217;albero maestro si spezzò in due come un giunco; e la nave rimase coricata sul
fianco, mentre l&#8217;acqua allagava la stiva. Allora la sirenetta capì il pericolo
che l&#8217;equipaggio correva: lei stessa doveva badar bene a evitare le assi e i
rottami della nave che galleggiavano tutt&#8217;intorno. Ora il buio era così fitto,
che non si discerneva più nulla di nulla; i lampi ora mandavano tale chiarore,
che si poteva scorgere benissimo ogni persona ch&#8217;era a bordo. Fra tutti, la
sirenetta teneva d&#8217;occhio il giovane Principe, e quando la nave si squarciò, lo
vide cadere in mare. Ne fu tutta contenta, perché finalmente sarebbe venuto giù
in fondo con lei. Ma poi rammentò che gli umani non vivono nell&#8217;acqua, e che
prima di arrivare giù, al palazzo di suo padre, sarebbe probabilmente morto.
No, non doveva morire. Si mise a nuotare, allora, tra le schegge e le travi che
ricoprivano la superficie dell&#8217;acqua, senza nemmeno pensare che una di esse
avrebbe potuto ferirla. Si tuffava giù giù sotto l&#8217;acqua, poi ricompariva di
nuovo, e a questo modo potè giungere vicino al Principe, il quale poco oramai
avrebbe potuto durare nuotando in quel mare burrascoso. Già si sentiva mancare,
aveva già chiuso i bellissimi occhi, e sarebbe morto di sicuro, se la sirenetta
non fosse venuta in suo aiuto. Lei gli sorresse il capo fuor dell&#8217;acqua, e
lasciò poi che le onde li portassero tutti e due alla deriva.</p>



<p>Quando spuntò il giorno, la burrasca era finita. Della nave,
neppure un frammento si vedeva più. Il sole sorgeva rosso infuocato fuori dall&#8217;acqua,
e pareva che i suoi raggi ridonassero un po&#8217; di colore e di vita alle gote del
Principe; ma gli occhi rimanevano chiusi. La sirenetta gli baciò la bella
fronte ampia, e gli ravviò i capelli bagnati; le pareva che egli somigliasse
alla statua di marmo del suo giardinetto: lo baciò di nuovo, e sperò che non morisse.</p>



<p>Dinanzi ad essi, stava ora la terra ferma: alte montagne
azzurrine, sulle cui vette luccicavano candidi nevai, come branchi di cigni
dormenti; e più basso, sulla costa, splendide foreste verdeggianti. Un grande edificio
— forse una chiesa od un monastero — sorgeva là vicino. Nel giardino, che gli
si stendeva davanti, crescevano aranci e limoni, e grandi palme ondeggiavano al
di sopra della cancellata. Là il mare, calmo, ma molto profondo, formava una
piccola baia. La sirenetta nuotò verso la rupe, dove l&#8217;onda aveva gettato la
sabbia più candida; nuotò col bel Principe, e lo depose sulla sabbia, avendo
cura di tenergli il capo sollevato contro ai raggi del sole caldo.</p>



<p>In quella, sonarono tutte le campane del grande edificio bianco, e
molte fanciulle uscirono nel giardino. La sirenetta nuotò allora un po&#8217;
discosto, tra certe pietre alte, sporgenti dall&#8217;acqua; si coprì di spuma il
collo ed i capelli, così da rimanere celata, e stette a vedere se alcuno
venisse in aiuto del povero Principe.</p>



<p>Poco dopo, una giovinetta venne da quella parte. Sembrò
impaurirsi, ma solo per un momento, e subito corse a chiamare le altre. La
sirenetta vide che il Principe riprendeva i sensi e sorrideva a quelli che gli
stavano d&#8217;intorno. Ma a lei non diede un sorriso: nemmeno sapeva ch&#8217;era stata
lei a salvarlo. E lei ne fu tutta triste, e quando l&#8217;ebbe visto entrare nel
grande edificio, si tuffò nel mare profondo e tornò al castello del padre suo.</p>



<p>Era sempre stata mite e melanconica; tanto più ora. Le sorelle le
domandarono cosa avesse visto la prima volta ch&#8217;era salita a fior d&#8217;acqua; ma non
volle raccontare nulla.</p>



<p>Molte volte, al mattino e alla sera, la sirenetta era tornata al
luogo dove aveva lasciato il Principe. Aveva visto maturare le frutta del
giardino, e la aveva vista cogliere; aveva visto sciogliersi le nevi sulle alte
montagne; ma non aveva mai riveduto il Principe; ed era tornata a casa ogni
volta più sconsolata. Solo conforto le era lo starsene nel suo giardinetto, a
contemplare la bella statua di marmo che rassomigliava al Principe; ma non
aveva più cura de&#8217; suoi fiori; li lasciava crescere come in uno sterpeto, sino
nei sentieri, sino a che intrecciarono i lunghi steli e le foglie con i rami
degli alberi, così che dentro a tutto quel groviglio nemmeno la luce penetrava
più.</p>



<p>Alla fine, non potè più durare, e raccontò tutto ad una delle sue
sorelle; e così anche le altre vennero a saperlo. Del resto, nessuno ne udì
parola, all&#8217;infuori di poche altre sirene, che svelarono il secreto alle loro
amiche più intime. Una di queste sapeva chi era il Principe; aveva assistito
anche lei alla festa a bordo della nave, e raccontò per filo e per segno da
dove venisse e dove fosse il suo regno.</p>



<p>«Vieni, sorellina!» — dissero le altre Principesse; e si presero
tutte per mano e andarono su, in lunga fila, al luogo dove sapevano che era il
palazzo del Principe.</p>



<p>Il palazzo era costruito d&#8217;una specie di pietra gialla e lucente,
con larghe gradinate di marmo, che scendevano sino al mare: lo coronavano
splendide cupole dorate, e tra i colonnati, tutto intorno all&#8217;edificio, si
ergevano magnifiche statue di marmo, che parevano proprio vive. Attraverso i
vetri tersissimi degli alti finestroni, si poteva vedere dentro alle sale,
addobbate di stoffe preziose e di arazzi, e con le pareti coperte di affreschi
così belli, ch&#8217;era un incanto starli a guardare. Nel mezzo della più grande di
queste sale, c&#8217;era una immensa fontana; e il getto ne andava su alto, verso la
volta di cristallo, da cui piovevano i raggi del sole sull&#8217;acqua e sulle
bellissime piante che circondavano la vasca.</p>



<p>Ora la sirenetta sapeva dov&#8217;egli abitava; e molte sere e molte
nottate passò in quelle acque. Nuotava molto più vicino a terra di quanto nessuno
delle sue sorelle avesse mai osato avventurarsi; anzi, risaliva addirittura lo
stretto canale, sotto allo splendido terrazzo di marmo, che proiettava la
grande ombra sulle acque; e là se ne stava spiando il giovane Principe, il
quale si credeva solo, al chiaro di luna.</p>



<p>Sovente, la sera, lo vedeva salpare, a suon di musica, nella sua
barca dagli ondeggianti orifiammi; lo spiava in mezzo alla verde giuncaia, e
quando il vento agitava un lembo del suo lungo velo d&#8217;argento, se qualcuno lo
vedeva, lo credeva un grande cigno bianco, che spiegava le ali.</p>



<p>Molte volte, la notte, quando i pescatori erano in mare con le
torce, sentiva dire un mondo di bene del giovane Principe; ed allora si
rallegrava di avergli salvato la vita, quand&#8217;era abbandonato senza difesa alla
furia delle onde; e rammentava com&#8217;egli avesse posato tranquillo il capo sulla
spalla di lei, e come teneramente lei l&#8217;avesse baciato. Ma il Principe non ne
sapeva nulla, e nemmeno poteva sognare di lei.</p>



<p>Incominciò ad amare più e più sempre la razza umana e a desiderare
sempre più di poter vagare tra coloro che possedevano un mondo, a quanto le
pareva, tanto più vasto del suo, perché potevano correre il mare sulle navi, e
salire gli alti monti sin al di sopra delle nubi, e le loro terre si
stendevano, per boschi e per campi, ben più lontano di quanto i suoi occhi
riuscissero a scorgere. Tante cose avrebbe voluto sapere&#8230; Ma le sorelle non
potevano rispondere a tutte le sue domande, e perciò si rivolgeva alla vecchia
nonna: la vecchia conosceva molto bene quel mondo, ch&#8217;essa chiamava «i paesi al
di sopra dei mari.»</p>



<p>«Se uno non affoga,» domandava la sirenetta «vive sempre allora?
Non si muore lassù, come si muore qui da noi, nel mare?»</p>



<p>«Sì,» rispondeva la vecchia signora: «Anch&#8217;essi debbono morire;
anzi, la loro vita è anche più breve della nostra. Noi possiamo arrivare fino
ai trecento anni; ma quando cessiamo di esistere qui, siamo tramutate nelle
spume vaganti sulla superficie del mare, e non abbiamo nemmeno una tomba,
quaggiù, vicino a quelli che amiamo. Noi non abbiamo un&#8217;anima immortale; non
abbiamo altra vita che questa, noi; siamo come le verdi alghe marine, le quali,
una volta tagliate, non rifioriscono più. Gli uomini, invece, hanno un&#8217;anima
che vive sempre, che continua a vivere anche quando il corpo è divenuto
polvere; e questa va su per l&#8217;aria tersa, sino in cielo, in mezzo allo
scintillìo delle stelle! Come noi ci alziamo dalle acque, sino a contemplare
tutti i paesi della terra, così si levano essi agli ignoti spazii gloriosi, che
noi non possiamo mai vedere.»</p>



<p>«E perchè non fu data anche a noi un&#8217;anima immortale?» — domandava
la sirenetta tutta dolente: «Darei volentieri tutte le centinaia d&#8217;anni che ho
ancora da vivere, per divenire un essere umano, un giorno soltanto, e per aver
la speranza di entrare anch&#8217;io nel regno dei cieli.»</p>



<p>«Non devi pensare a queste cose,» — replicava la vecchia signora:
«Noi ci sentiamo molto più felici e molto migliori degli uomini di lassù.»</p>



<p>«Mi toccherà dunque morire, e divenire una spuma del mare, senza
più sentire la musica delle onde, senza più vedere i bei fiori ed il sole infuocato?
Ma non potrei fare niente io, per conquistarmi un.&#8217;anima immortale?»</p>



<p>«No;» — rispose la nonna: «Solo se un uomo ti amasse tanto, al
punto tale da diventare per lui più del padre e della madre; solo se egli si
legasse a te con ogni suo pensiero e con tutto il suo amore, e volesse che un
sacerdote mettesse la tua mano nella sua con una promessa di fedeltà, per la
vita e per tutta l&#8217;eternità, allora un&#8217;anima pari alla sua sarebbe concessa al
tuo corpo, e tu parteciperesti della felicità umana. Egli darebbe a te un&#8217;anima
e pure non perderebbe la sua. Ma questo non può mai accadere. Ciò che da noi,
nel mare, è reputato bellezza — la coda di pesce — parrebbe bruttissimo sulla
terra. Non se ne intendono, vedi; lassù bisogna che uno abbia due goffi
trampoli che lo sostengano, per esser giudicato bello.»</p>



<p>La sirenetta sospirò, guardandosi tristamente la coda di pesce.</p>



<p>«Su su, allegri!» — esclamò la vecchia signora: «Balliamo e
guizziamo per questi trecent&#8217;anni che abbiamo da vivere. Mi par che bastino! e
tanto meglio riposeremo poi. Questa sera la corte darà un ballo.»</p>



<p>Era una cosa stupenda, tale che sulla terra nemmeno si può averne
idea. Le pareti e la volta della grande sala da ballo erano di cristallo
grossissimo, ma trasparente. Parecchie centinaia di enormi conchiglie, rosee
come le più belle rose, verdi come l&#8217;erba tenera, stavano ai due lati in lunghe
file, e dentro v&#8217;erano accese certe fiammelle azzurrine, che illuminavano tutta
la sala e risplendevano attraverso le pareti, così che il mare tutt&#8217;intorno sembrava
fiammeggiare. Si potevano discernere tutti i pesci grandi e piccini, che
venivano nuotando verso le muraglie di cristallo: alcuni avevano le scaglie di
porpora, altri scintillavano d&#8217;oro e d&#8217;argento. Una larga corrente passava per
mezzo della sala, ed in quell&#8217;acqua i cavalieri e le dame del mare ballavano a
loro piacimento, seguendo il ritmo delle loro dolci canzoni. Non c&#8217;è confronto:
la gente di terra non ha mai voci così belle. La sirenetta cantava più
dolcemente di tutti, e tutta la corte applaudiva con le mani e con la coda; così
che per un momento essa si sentì lieta, in cuor suo, d&#8217;avere la più bella voce
che fosse nel mare o sulla terra. Ma ben presto tornò a pensare al mondo al di
sopra dei mari: non poteva dimenticare il bel Principe, nè il proprio dolore
per non avere un&#8217;anima immortale come quella di lui. Sgusciò fuori dal palazzo
di suo padre, e mentre tutto là dentro era gioia ed allegria, sedette
melanconicamente nel suo giardinetto. Sentì echeggiare un lungo fischio attraverso
le acque, e pensò: «Ecco che ora egli salpa forse lassù, nel suo bastimento, il
bel Principe per cui mi struggo, e nella mano del quale vorrei mettere la
felicità della mia vita. Sono pronta a tutto pur di conquistarmi il suo amore
ed un&#8217;anima immortale. Mentre le mie sorelle danzano nella reggia, andrò dalla
strega del mare, che mi faceva sempre tanta paura: forse lei mi potrà dare
consiglio ed aiuto.»</p>



<p>Allora la sirenetta uscì dal giardino e andò al gorgo spumeggiante,
dietro al quale abitava la vecchia maga. Non aveva mai fatto quel viaggio. Non
crescevano fiori nè erbe marine: solo la grigia sabbia nuda si stendeva verso
la voragine, dove l&#8217;acqua turbinava rumoreggiando come la ruota d&#8217;un molino,
strappando giù con sè nell&#8217;abisso tutto quanto potesse ghermire. Per arrivare
ai dominii della strega, le toccò traversare la nebbia che circondava quei
vortici tumultuosi, e per un buon tratto, non c&#8217;era altra via all&#8217;infuori di
quella che passava sopra il canale di fango bollente, che la strega soleva
chiamare il pantano delle corse. Dietro ad esso era la sua casa, in mezzo ad
una singolare foresta, di cui tutti gli alberi ed i cespugli erano polipi,
mezzo animali e mezzo piante. Sembravano serpenti dai cento capi, che crescevano
fuor del terreno: tutti i rami erano lunghe braccia viscide, con dita
flessibili come vermi, e tutto si moveva, tutto brulicava, a parte a parte,
dalla radice sino alla più alta vetta; e tutto quello che potevano afferrare
nell&#8217;acqua, lo afferravano stretto, e non lasciavano andare mai più. Dinanzi ad
essi la sirenetta si fermò, piena di spavento: il cuore le batteva così forte,
che per poco non tornò indietro: ma pensò al Principe, pensò alla bramata anima
umana, e le tornò il coraggio. Si appuntò solidamente i lunghi capelli intorno
al capo, perché i polipi non glieli potessero afferrare, si strinse le braccia
al petto, e avanti, guizzando diritta e lesta come un pesce nell&#8217;acqua, tra i
brutti polipi, che allungavano verso di lei le orride braccia articolate e le
giunture delle innumerevoli dita. Vedeva che ciascuno stringeva quel che aveva
afferrato con cento e cento piccole braccia, come sottili sbarre d&#8217;acciaio.
Uomini, che erano morti in mare e colati al fondo, sporgevano come bianchi
scheletri fuor dalle branche dei polipi; ed anche remi e stipi e ossami di
animali marini tenevano essi abbracciati, e persino una piccola sirena, che
avevano acchiappata e strangolata&#8230; e questo sembrava il più orribile di tutto
alla nostra Principessa.</p>



<p>Arrivò ad una vasta palude nel mezzo del bosco, dove grossi
serpenti d&#8217;acqua andavano strisciando intorno, svolgendo le spire degli
orribili corpi giallognoli. Nel mezzo di questa palude, c&#8217;era una casa
costruita con bianche ossa di naufraghi; e là stava la strega, occupata a dar
da mangiare ad un rospo, tirando fuori il cibo dalla propria sua bocca. Quei
serpentacci, li chiamava i suoi cari pulcini, e se li lasciava venire in grembo
e sulle spalle.</p>



<p>«So quello che vuoi!» — disse la strega marina «È stupido da parte
tua, ma sarà fatto a tuo modo, poi che altro che sventura non ti ha da portare,
mia bella Principessa. Tu vuoi liberarti della tua coda di pesce, ed avere
invece due fusti, come quelli che la gente della terra adopera per camminare,
perchè il giovane Principe si innamori di te, e tu possa acquistare un&#8217;anima
immortale.» E detto questo, la strega rise forte, di un brutto riso disgustoso,
così che il rospo ed i serpenti marini scivolarono al suolo, e là rimasero
strisciando. «Vieni giusto in tempo!» — disse: «Dopo l&#8217;alba di domani, non
avrei più potuto aiutarti, fino a che non fosse passato un altro anno. Ti
preparerò un filtro, e con esso devi nuotare a terra, domani, prima del levar
del sole, e sederti a terra, e berlo; allora la tua coda si dividerò e
diventerà quello che la gente della terra chiama gambe; ma bada che ti farà
male, ti parrà di sentirti trapassare da una spada acutissima. Tutti quelli che
ti vedranno, diranno che sei la più bella creatura umana che abbiano mai
incontrata. Serberai l&#8217;eleganza dell&#8217;andatura e la grazia della danza; nessuna
danzatrice avrà movenze così leggiere: ma ogni passo che farai, sarà come se tu
camminassi su coltelli appuntiti e tutto il tuo sangue scorresse a goccia a
goccia. Se vuoi sopportare tutto ciò, posso aiutarti.»</p>



<p>«Sì&#8230;» — disse la sirenetta, con la voce che le tremava; e pensò
al Principe ed all&#8217;anima immortale.</p>



<p>«Ma tieni bene a mente questo:» — continuò la strega: «Una volta
che tu avrai acquistato forma umana, non potrai mai più tornare sirena; non
potrai mai più tornare nell&#8217;acqua con le tue sorelle, nel castello di tuo
padre; e se non ottieni l&#8217;amore del Principe, così che egli abbia a dimenticare
padre e madre per te, e ti dia il suo cuore e l&#8217;anima sua, e preghi il
sacerdote di congiungere le vostre mani, tu non acquisterai un&#8217;anima immortale.
La mattina dopo che egli dovesse sposare un&#8217;altra, il cuore ti si spezzerebbe e
diverresti spuma nel mare.»</p>



<p>«Sono disposta a tutto&#8230;» — disse la sirenetta; ma era diventata
pallida come una morta.</p>



<p>«E per giunta, devi anche pagarmi, bada!» — disse la strega: «Nè
ti richiedo poca cosa. Tu hai la più bella voce di quante siano qui, in fondo
al mare; e con codesta voce, ti crederesti forse d&#8217;incantarlo: invece, devi
darla a me. La miglior cosa che tu abbia devi darmi, in cambio del mio filtro
prezioso! Ti ci debbo mettere il mio sangue, perchè il filtro sia davvero
potente come una spada a doppio taglio.»</p>



<p>«Ma se mi togli la voce,» — disse la sirenetta: «che cosa mi
resterà?»</p>



<p>«La tua bellezza;» — rispose la strega: «la graziosa andatura, gli
occhi che parlano; con essi ben potrai catturare un cuore umano. Hai perduto il
coraggio, eh? Metti fuori la tua piccola lingua, ch&#8217;io la tagli per mio
pagamento, ed avrai il filtro possente.»</p>



<p>«E sia!» — disse la sirenetta.</p>



<p>Allora la strega mise al fuoco la pentola per far bollire il
filtro.</p>



<p>«La pulizia è la prima cosa!» — disse la strega; e ripulì la
pentola con i serpenti, di cui aveva fatto un grosso groviglio a mo&#8217; di cencio;
poi si graffiò il petto, e lasciò colare nella pentola il nero suo sangue. Il
vapore si levava nelle più strane forme, così strane e terribili, che sarebbero
bastate quelle a spaventare chi stava a vedere. Ad ogni istante, la strega
buttava nella pentola nuovi ingredienti; così che quando fu a bollore, mandava
un suono come il pianto d&#8217;un coccodrillo. Alla fine, il filtro fu pronto: era
chiaro come l&#8217;acqua più pura.</p>



<p>«Eccoti servita!» — disse la strega.</p>



<p>E mozzò la lingua alla Principessa che divenne muta per sempre e
non potè mai più cantare nè parlare.</p>



<p>«In caso che i polipi ti afferrassero, quando riattraverserai il
mio bosco,» — disse la strega, «non hai che a spruzzarli con qualche goccia di
questo filtro, e le loro branchie e le dita cadranno in mille frantumi.» — Ma
la Principessa non ebbe bisogno di ciò, perché i polipi si tiravano da parte
impauriti, appena vedevano il liquido fiammeggiante, che brillava tra le sue
mani come una stella. E così attraversò velocemente il bosco, il pantano e la
voragine.</p>



<p>Vedeva ora la reggia di suo padre: le torce del grande vestibolo
erano spente; certo tutti dormivano là dentro&#8230; Ma non osò andare dai suoi,
ora che, fatta muta, era sul punto di abbandonarli per sempre. Le pareva che il
cuore le scoppiasse dalla gran passione. Penetrò nel giardino, colse un fiore dall&#8217;aiuola
di ciascuna delle sue sorelle, mandò mille baci verso il palazzo, e si alzò a
nuoto per il cupo mare azzurrino.</p>



<p>Il sole non era ancora levato, quando scorse il palazzo del
Principe e salì lo splendido scalone di marmo. La luna mandava un meraviglioso
chiarore. La sirenetta bevette il filtro, che bruciava come il fuoco, e le
sembrò che una spada a due tagli le trapassasse il corpo delicato: si sentì
mancare, e rimase lì come morta. Quando riprese i sensi, il sole era già alto
sul mare, e provò un dolore acutissimo. Ma per l&#8217;appunto in quel momento si
vide dinanzi il bel Principe, che la fissava con quegli suoi occhioni neri come
il carbone, e lei abbassò i suoi. Si avvide allora che la coda di pesce era
sparita, e che aveva invece i più bei piedini, che mai fanciulla al mondo abbia
potuto desiderare. Ma non aveva vesti, e per ciò si avvolse nei lunghi capelli.
Il Principe le domandò come mai fosse giunta colà, e lei lo guardò con
dolcezza, ma molto tristamente, con i cupi occhi azzurri, perché parlare non
poteva. Allora egli la prese per mano e la condusse nel castello. Ogni passo
che moveva, era — la strega l&#8217;aveva predetto — come se camminasse sugli aghi o
sui coltelli appuntiti; ma sopportava volentieri la sua tortura. Camminava alla
destra del Principe, leggera come una bolla di sapone, e tutti rimanevano
attoniti per la grazia flessuosa dei suoi movimenti.</p>



<p>Alla corte le furono date magnifiche vesti di seta e di velo, ed
era la più bella creatura di tutto il castello; ma era muta, non poteva cantare
né parlare. Bellissime schiave, vestite di seta e d&#8217;oro, cantavano dinanzi al
Principe ed alla famiglia reale; una cantava più dolcemente delle altre, ed il
Principe le sorrideva e le batteva le mani. Allora, la piccola sirena si
attristava, poiché un tempo lei cantava ben più dolcemente, e pensava: «Oh, se
almeno sapesse che ho rinunziato per sempre alla mia voce, per stargli vicino!»</p>



<p>Le schiave ballavano poi molte danze ondeggianti, bellissime,
accompagnate dalle più dolci musiche; e allora la sirenetta levava le belle
braccia candide, si alzava in punta di piedi, e guizzava sfiorando appena il
pavimento, quasi senza toccarlo, come nessun&#8217;altra sapeva. Ad ogni movenza,
pareva farsi più bella, ed i suoi occhi andavano diritti al cuore meglio assai
che i canti delle schiave.</p>



<p>Tutti n&#8217;erano affascinati, e più di tutti il Principe, il quale la
chiamava la sua piccola trovatella; ed essa ballava e tornava a ballare,
sebbene, ogni volta che toccava terra, le pareva di camminare sui coltelli
acuminati. Il Principe disse che doveva rimanere sempre alla corte; e così ottenne
di poter dormire su di un cuscino di velluto, alla porta della camera di lui.</p>



<p>Egli le fece fare un vestito da paggio perché potesse
accompagnarlo quando usciva a cavallo. Andavano per i boschi profumati dove le
verdi fronde sfioravan loro le spalle e gli uccellini cantavano tra il novo
fogliame. Si arrampicava col Principe sulle alte montagne, e sebbene i suoi
piedini delicati sanguinassero, così che persino gli altri se ne avvedevano, lei
ne rideva e continuava a seguirlo, sin che scorgevano le nubi rincorrersi ai
loro piedi, come uno stormo di uccelli migranti verso lontani paesi.</p>



<p>Quando tutti gli altri dormivano, a notte, nel castello del
Principe, lei usciva sulla scalinata di marmo. La fredda acqua del mare dava un
po&#8217; di sollievo ai poveri piedini infocati; e poi stava lì a pensare ai suoi
cari, che erano giù, nel profondo.</p>



<p>Una notte le sue sorelle salirono tenendosi per mano. Cantavano
tristamente lasciandosi portare dalle acque, e lei fece loro un accenno da
lontano: vennero e la riconobbero, e le dissero quanto dolore avesse loro dato.
Da allora in poi, vennero ogni notte a trovarla: ed una volta vide in
lontananza la vecchia nonna, che non era salita a fior d&#8217;acqua da anni ed anni,
e una volta vide il Re dei mari, con la corona in capo. Essi stesero le braccia
verso di lei, ma non si avventurarono tanto vicino a terra quanto le sue
sorelle.</p>



<p>Il Principe le voleva ogni giorno più bene. Le si era affezionato
come ci si affeziona ad un caro bambino buono; ma non gli era mai passato per
il capo di farla sua moglie; e pure, bisognava che divenisse sua moglie per
acquistare un&#8217;anima immortale; altrimenti, la mattina del matrimonio di lui
avrebbe dovuto sciogiersi in spuma sul mare.</p>



<p>«Non mi vuoi bene più che a tutte le altre?» — parevan domandare
gli occhi della sirenetta, quand&#8217;egli la prendeva tra le braccia e la baciava
sulla bella fronte.</p>



<p>«Sì, nessuna mi è cara più di te;» — diceva il Principe, «perché
tu hai più buon cuore, e mi sei più devota di tutte le altre, e somigli ad una
fanciulla che ho veduta una volta e che certo non ritroverò mai più. Ero a
bordo di un bastimento che naufragò: le onde mi buttarono sulla spiaggia presso
un sacro Tempio, dove molte giovinette si dedicavano al servizio di Dio. La più
giovane di tutte mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita. Non l&#8217;ho veduta
che due volte; ma è la sola donna al mondo che mi pare di poter amare; però tu
ne cancelli quasi l&#8217;immagine dal mio cuore: le somigli tanto&#8230; lei è consacrata
al Tempio, e perciò la mia buona stella mi ha mandato te. Mai, mai ci
divideremo!»</p>



<p>«Ah, egli non sa che io, invece, gli ho salvato la vita!» —
pensava la sirenetta: «Io l&#8217;ho portato sulle acque sino alla spiaggia dove
sorge il Tempio; e sono stata lì, nascosta tra la spuma, spiando se alcuno
venisse; ed ho veduto la bellissima fanciulla che egli ama più di me&#8230;» E la
piccola sirena sospirava dolcemente — non sapendo piangere: «La fanciulla
appartiene al sacro Tempio,» — pensava: «e non verrà mai nel mondo, e non
s&#8217;incontreranno mai più&#8230; Io sono con lui e lo vedo ogni giorno: avrò cura di
lui, lo amerò, darò per lui la vita&#8230;»</p>



<p>Ma oramai bisognava, invece, che il Principe prendesse moglie, e
doveva sposare la bella figliuola di un Re suo vicino; ed ecco perché si stava
allestendo un magnifico bastimento. S&#8217;era trovato il pretesto che il Principe
facesse un viaggio per vedere i paesi del Re suo vicino; ma si era combinato
così affinché potesse vedere la Reginotta, e un numeroso seguito doveva
accompagnarlo. La sirenetta scrollava il capo e sorrideva: lei conosceva meglio
d&#8217;ogni altro le idee del Principe.</p>



<p>«Debbo fare questo viaggio,» — egli le aveva detto: «debbo vedere
questa bella Principessa: i miei genitori lo desiderano, ma non intendono però
costringermi a sposarla. Nè io, d&#8217;altra parte, la posso amare. Non somiglia
come te alla bella fanciulla del Tempio. Se dovessi scegliermi una sposa, piùttosto
sceglierei te, mia cara trovatella, mia povera mutina dagli occhi che parlano.»</p>



<p>La baciò sulle rosse labbra, giocherellando con i suoi lunghi
capelli, e lei sognò la felicità e l&#8217;anima immortale.</p>



<p>«Non hai paura del mare, mutina mia?» — le domandò, quando furono
sul bastimento che doveva portarli al dominio del Re suo vicino; e le parlò di
burrasche e di calme, e degli strani pesci che stanno giù sotto, e di quello
che i palombari vi avevano veduto. Lei sorrideva dei suoi racconti, perchè
sapeva meglio di tutti quel che ci sia in fondo al mare.</p>



<p>Nella notte di luna, mentre tutti dormivano all&#8217;infuori del
pilota, che stava al suo timone, la sirenetta rimase appoggiata alla sponda
della nave, guardando giù nell&#8217;acqua limpida. Le pareva di vedere la reggia di
suo padre. In cima, sui merli, stava la vecchia nonna, con la corona d&#8217;argento
in capo, e guardava su, attraverso la rapida marea, verso la chiglia del
bastimento. Poi le sue sorelle erano salite a fior d&#8217;acqua, e la guardavano
tristamente e si torcevano le bianche mani. La sirenetta accennava loro e
sorrideva, ed avrebbe voluto dir loro che stava bene ed era felice; ma in
quella il marinaio di guardia le si era avvicinato, e le sorelle si erano
nascoste sott&#8217;acqua. Il marinaio credette che quel bianco altro non fosse se
non la cresta spumosa delle onde.</p>



<p>La mattina dopo, il bastimento entrò nel porto della magnifica
città dove risiedeva il Re vicino. Tutte le campane sonavano a festa, e le
trombe squillavano dall&#8217;alto delle torri, mentre i soldati si schieravano con
le lucide baionette in canna e le bandiere spiegate. Ogni giorno c&#8217;era una
festa nuova: balli e divertimenti d&#8217;ogni sorta, che non finivano più; ma la
Principessa non si vedeva ancora. La gente diceva ch&#8217;era a scuola in un sacro
Tempio, dove apprendeva tutte le virtù regali. Finalmente, arrivò.</p>



<p>La sirenetta era ansiosa di vedere la bellezza di questa
Principessa, e fu costretta ad ammettere ch&#8217;era bella davvero. Una più graziosa
apparizione non le era mai accaduto di vedere. La carnagione della Principessa
era bianca e pura, e dietro alle lunghe ciglia sorridevano due occhi sinceri,
di un bell&#8217;azzurro cupo.</p>



<p>«Voi siete la damigella che mi salvò, quando giacevo come morto
sulla spiaggia!» — disse il Principe, e si strinse al petto la giovane sposa,
che si era fatta tutta rossa. «Oh, son troppo troppo felice!» — gridò alla
sirenetta: «La mia più cara speranza si è avverata. Tu ti rallegrerai certo
della mia felicità, tu, che mi sei più devota di tutti!»</p>



<p>E la sirenetta gli baciò la mano: le sembrava già che il cuore le
si spezzasse, perché la mattina delle nozze doveva portarle la morte, e
tramutarla in una lieve spuma di mare.</p>



<p>Tutte le campane sonavano a distesa, e gli araldi cavalcavano per
le vie, proclamando la promessa nuziale. Su ogni altare ardevano preziosi olii
profumati dentro a ricche lampade d&#8217;argento. I sacerdoti agitarono gli
incensieri, gli sposi si dettero la mano e ricevettero la benedizione del
Vescovo. La sirenetta, in una veste di tussuto d&#8217;oro, reggeva lo strascico della
sposa; ma i suoi orecchi non udivano la musica festosa, i suoi occhi non
seguivano la sacra cerimonia: lei pensava alla notte della sua morte ed a tutto
quello che aveva sacrificato.</p>



<p>Quella sera stessa, gli sposi andarono a bordo del bastimento. I
cannoni sparavano, le bandiere ondeggiavano; nel mezzo del bastimento era
rizzato un prezioso baldacchino di porpora e d&#8217;oro, coi più ricchi cuscini; e
là gli sposi dovevano dormire, godendosi il fresco della placida notte.</p>



<p>Il vento gonfiò le vele ed il bastimento scivolò via rapido e
leggero sul mare tranquillo. Quando si fece buio, furono accesi molti
lampioncini colorati ed i marinai ballarono sopra coperta le più allegre danze.
La sirenetta pensava alla prima volta ch&#8217;era venuta su dal fondo del mare ed aveva
assistito ad una simile scena di festa e di allegria, e si unì anch&#8217;essa al
turbine della danza: pareva che volasse come vola la rondinella quand&#8217;è
inseguita; e tutti l&#8217;applaudirono e la ammirarono, perché aveva ballato così
bene. I suoi poveri piedini erano feriti come da tante punte di coltello, ma lei
nemmeno li sentiva, poiché il suo cuore era ferito ben più dolorosamente.
Sapeva che era l&#8217;ultima sera in cui vedeva colui, per il quale aveva rinunziato
alla sua voce dolcissima, soffrendo ogni giorno torture inenarrabili, mentre egli
nemmeno sospettava il vero. Era l&#8217;ultima sera in cui respirava l&#8217;aria che il
principe respirava, in cui contemplava il cielo stellato ed il mare profondo:
la aspettava la notte eterna, senza pensiero e senza visioni, perché non aveva
anima, né poteva più acquistarla. E tutto fu gioia e allegria a bordo del
bastimento sin dopo la mezzanotte, la sirenetta rise e danzò, con pensieri di
morte nel cuore. Il Principe baciava la sua sposa, e lei gli accarezzava i
capelli, neri come ala di corvo; poi si presero per mano ed andarono a riposare
sotto allo splendido baldacchino.</p>



<p>A bordo tutto tacque; il pilota soltanto rimase al timone, e la
sirenetta appoggiò le bianche braccia alla sponda, e si mise a guardare verso
l&#8217;oriente, dove l&#8217;alba stava per spuntare, — l&#8217;alba che col primo suo raggio,
purtroppo lo sapeva, l&#8217;avrebbe uccisa. Allora vide alzarsi sui flutti le sue
sorelle: erano pallide come lei, né i lunghi capelli ondeggiavano più al
vento&#8230; I loro bei capelli erano stati tagliati.</p>



<p>«Li abbiamo dati alla strega, per poterti venire in aiuto, affinché
tu non muoia questa notte. Essa ci ha dato un coltello: eccolo qui! Vedi com&#8217;è
affilato! Prima che spunti il sole, devi immergerlo nel cuore del Principe; e
quando il sangue caldo cadrà su&#8217; tuoi piedi, essi si riuniranno di nuovo,
tramutandosi in coda di pesce, e tu tornerai sirena, tornerai con noi, e vivrai
i tuoi trecento anni, prima di divenire morta spuma salata sulla cresta delle
onde. Animo! O lui o te&#8230; Uno dei due ha da morire prima dello spuntar del
sole. La nostra vecchia nonna si dispera tanto, che i suoi bianchi capelli son
tutti caduti, come caddero i nostri sotto le forbici della strega. Uccidi il
Principe e torna con noi! Presto! Non vedi quella zona rossa nel cielo? Tra
pochi minuti il sole sorgerà, e tu dovrai morire.»</p>



<p>E con un profondo sospiro scomparvero sott&#8217;acqua.</p>



<p>La sirenetta scostò la tenda del baldacchino, e vide la bellissima
sposa, che dormiva col capo sulla spalla del Principe; si chinò e lo baciò in fronte,
e guardò su al cielo, dove l&#8217;aurora si accendeva d&#8217;un rosso sempre più intenso;
poi guardò il coltello affilato, e fissò di nuovo gli occhi nel Principe, che
nel sonno mormorava il nome della sposa. Lei sola stava in cima ai suoi
pensieri&#8230; Il coltello tremò nella mano della sirenetta: ma subito lei lo
gettò lontano da sè, nelle onde, che si tinsero di rosso dove andò a cadere; e
gli spruzzi che rimbalzarono parvero gocciole di sangue. Guardò un&#8217;altra volta
il Principe, con gli occhi che già si oscuravano&#8230; Poi si gettò dalla sponda
del bastimento nel mare, dove sentì tutto il suo corpo dissolversi in candida
spuma.</p>



<p>In quel momento, il sole sorse fuor dall&#8217;acqua. I raggi caddero
col soave tepore sulla fredda spuma del mare, e la sirenetta non sentì per
nulla la morte. Vide una gloria di sole, e sopra di lei un fluttuare di mille
splendide forme eteree. Le scorgeva tra le bianche vele del bastimento e le
nubi infuocate del cielo: il loro linguaggio era melodia, melodia così
spirituale, che nessun orecchio umano avrebbe potuto udirla, come nessun occhio
umano poteva veder quelle forme, che, senz&#8217;ali, volavano per l&#8217;aria. La
sirenetta capì di essere divenuta simile ad esse, e con esse s&#8217;alzava sempre
più alto fuor dalla sua spuma.</p>



<p>«Dove vado?» — domandò; e la sua voce risonò come la voce di
quegli altri esseri, così spirituale, che nessuna musica terrena avrebbe potuto
starle a paragone.</p>



<p>«Dalle figlie dell&#8217;aria!» — risposero le altre. «Le sirene non
hanno anima immortale, e non possono acquistarla se non ottenendo l&#8217;amore di un
mortale: la loro vita eterna è sommessa alla potestà altrui. Le figlie
dell&#8217;aria non hanno, nemmeno esse, anima immortale: ma possono guadagnarsela
con le buone opere. Voliamo nei paesi caldi, dove la pesante aria pestilenziale
uccide gli uomini, e vi portiamo la nostra frescura. Spargiamo nell&#8217;aria le
fragranze dei fiori, ed apportiamo ristoro e salute. Quando ci siamo ingegnate
per trecento anni di fare tutto il bene che possiamo, ci è concessa un&#8217;anima
immortale, ed abbiamo parte nella felicità eterna degli uomini. Tu, povera
sirenetta, ti sei sforzata con tutto il cuore di giungere il fine, dietro al
quale noi pure ci struggiamo; hai penato e sopportato: per la tua bontà, sei
assurta al mondo degli spiriti; e di qui a trecent&#8217;anni, potrai avere anche tu
un&#8217;anima immortale.»</p>



<p>La sirenetta alzò gli occhi snebbiati verso il sole di Dio, e, per
la prima volta, li sentì riempirsi di lacrime.</p>



<p>Sul bastimento eran tornati la vita ed il frastuono. Lei vide il
Principe e la sua sposa, che la cercavano dappertutto: poi guardavano
tristamente la spuma iridata, come se sapessero che la sirenetta si era gettata
nel mare. Invisibile, lei baciò la fronte della sposa, alitò leggermente sul
volto del Principe, e poi salì con le altre figlie dell&#8217;aria sulle rosee nubi
fluttuanti per l&#8217;etere.</p>



<p>«Di qui a trecent&#8217;anni, voleremo tutte così in Paradiso!</p>



<p>«E può darsi che ci arriviamo anche prima!» — mormorò una figlia
dell&#8217;aria: «Sempre invisibili, noi visitiamo le case degli uomini dove ci sono
bambini, e per ogni giorno in cui troviamo un bambino buono, che dà conforto al
babbo e alla mamma e merita il loro affetto, il nostro tempo di prova ci viene
un po&#8217; abbreviato. I bambini non ci vedono volare per la stanza; ma quando
sorridiamo di gioia, perchè uno è buono, ci viene condonato un anno dei nostri
trecento; quando, invece, vediamo un bambino cattivo, che fa le bizze,
piangiamo dal dispiacere, ed ogni lacrima è un giorno di più, che si aggiunge
al nostro purgatorio.»</p>
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		<title>La guerra dei calzini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 20:19:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe di Alessandra Fella]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[fella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba vincitrice del 50° Premio Andersen Baia delle Favole, il primo premio letterario dedicato alla fiaba in Italia. di Alessandra Fella Scommetto che sarà capitato anche a voi. E ai vostri genitori. E anche ai vostri nonni. No, forse ai vostri nonni no. Perché erano altri tempi, e allora le cose funzionavano in modo diverso. [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><strong>Fiaba vincitrice del 50° <a href="http://www.andersenpremio.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Premio Andersen Baia delle Favole</a>, il primo premio letterario dedicato alla fiaba in Italia.</strong></p>



<p>di Alessandra Fella</p>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/podcast/tracks/la_guerra_dei_calzini.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Scommetto che sarà capitato anche a voi. E ai vostri genitori. E anche ai vostri nonni. No, forse ai vostri nonni no. Perché erano altri tempi, e allora le cose funzionavano in modo diverso. Dicevo… vi sarà certamente capitato, prima o poi: aprite lo sportello della lavatrice, tirate fuori i panni lavati e iniziate a stenderli. Pantaloni e braghette, magliette e maglioni, canottiere e mutande si allineano precisi e ordinati lungo i fili dello stendipanni. E poi… poi arrivano loro: i calzini. Ed è proprio qui che nascono i problemi. Perché a tutti sarà successo di ritrovarsi con dei calzini mancanti. E potete cercarli ovunque: nella lavatrice, nel cesto della biancheria sporca, sotto il letto, sopra l’armadio, nei cassetti. Vi assicuro che non li troverete. Perché sono vittime, caduti in qualche battaglia di una guerra che da anni ormai si combatte in ogni casa: la Guerra dei Calzini.</p>



<p>La Guerra dei Calzini iniziò molto tempo fa in una grande fabbrica. Due calzini, che non potevano sopportarsi da quando erano semplici fili di lana, vennero accoppiati per caso per far parte del medesimo paio. Da subito, iniziarono a litigare.</p>



<p>“Io sono di pura lana, tu sarai certamente un misto lana-acrilico!” “Siamo usciti dalla stessa partita, per cui siamo fatti dello stesso materiale! Tu, piuttosto, sarai certamente più pruriginoso di me, e vedrai che il nostro uomo non potrà sopportarti!”</p>



<p>“Non potrà sopportare me? E te, con quelle cuciture tutte storte? Vedrai… verrai subito buttato nell’immondizia!” “E tu trasformato in uno straccio della polvere!”</p>



<p>Quei due calzini petulanti continuarono a litigare e litigare. E se dapprima lo fecero solo tra di loro, quando finirono in uno scatolone pieno di coppie di calzini, iniziarono a coinvolgere nelle loro discussioni anche i compagni. E quelli prima cercarono di ignorarli, poi finirono per lasciarsi coinvolgere dalle sciocche e inutili beghe di quei due.</p>



<p>“Guarda che bel colore vivace che ho io, e guarda invece te come sei sbiadito! Non sembra anche a voi?” “Guarda i miei disegni, come sono perfetti! I tuoi, invece, sono imprecisi e sbavati! Lo vedete anche voi, vero?” “Senti come sono morbido io!</p>



<p>Invece tu sei così ispido che mi dà addirittura fastidio starti accanto! Venite a sentire anche voi!” “E tu? Hai un odore fastidioso già di tuo! Figuriamoci dopo che sarai stato indossato! Lo sentite anche voi, vero?” E tra le altre coppie di calzini, purtroppo, non sempre c’era accordo nelle opinioni. Anzi, diciamo quasi mai. E questo, a lungo andare, finì per creare vere e proprie fazioni schierate l’una contro l’altra. E più il tempo passava, più i gruppi diventavano agguerriti. E più diventavano agguerriti, più nelle paia i calzini diventavano permalosi e rissosi. E man mano che altri calzini finivano nella scatola, gli scontri e la polemica si allargavano e inasprivano. Anche quando il paio di calzini che aveva dato il via al tutto fu finalmente spedito a destinazione, nulla cambiò: la Guerra era ormai iniziata e nulla si poteva più fare per correre ai ripari. E quelle poche coppie di pedalini che cercavano di placare gli animi e riportare tutti a più miti consigli, venivano giudicati traditori della causa e relegati in qualche angolo della scatola.</p>



<p>Purtroppo poi, la voce della lotta intestina iniziò a girare, e dalla prima scatola passò a quelle vicine, e poi a quelle più lontane, dilagando infine in tutta la fabbrica. E dalla fabbrica ai magazzini. E dai magazzini ai negozi. E dai negozi alle case. E fu proprio nelle case che la guerra iniziò a diventare più cruenta. Nei cassetti, quando le etichette e i fili che li tenevano uniti venivano tagliati, i calzini cercavano in tutti i modi di allontanarsi dai compagni. C’era chi si ripiegava insieme a un calzino della stessa fazione, chi si mimetizzava tra i collant, chi scivolava nei cassetti sottostanti cercando di confondersi con le cravatte.</p>



<p>Nei cassetti, però, finivano sempre per essere recuperati e riportati nella giusta posizione. Poi, un giorno nefasto, i calzini scoprirono un luogo in cui poter scomparire o far sparire i compagni indesiderati: la lavatrice. Iniziò quindi un guerra fatta non più solo di frecciatine, scherzi e beffe, ma anche di azioni per eliminare in modo definitivo i fastidiosi compagni. C’era chi faceva sparire il gemello: incastrato in qualche pertugio della lavatrice, appallottolato nella piega di una guarnizione, infilato a forza nella tasca di un pantalone. C’era invece chi adottava la strategia contraria: si nascondeva di proposito in modo che, al momento della stesura del bucato, il calzetto spaiato finisse per essere gettato via. E, di sparizione in sparizione, le case iniziarono a riempirsi di calzini scompagnati che, perso il gemello, avevano come unica possibilità di restare nascosti a logorarsi dimenticati dietro qualche cassetto. Perché l’alternativa era di venire riciclati per usi poco nobili o finire nella pattumiera. Ma questo triste risvolto della guerra nessun vecchio calzino lo rivelava alle nuove paia. Perché con l’andare del tempo la rivalità e il risentimento avevano preso il sopravvento anche sul buon senso, e gli anziani temevano che rivelando ai giovani la verità sulle conseguenze il conflitto sarebbe finito.</p>



<p>Un giorno, però, in una lavatrice di colorati finirono due insoliti calzini: uno verde a pois rossi, arancioni e gialli e uno a righe verdi, rosse, arancioni e gialle. Entrarono insieme e fecero in modo da restare vicini vicini durante tutto il lavaggio. Nulla riuscì a separarli: né il sapone che cercava di farli scivolare via lontani, né la centrifuga che li sbatacchiava di qua e di là, né gli altri vestiti che tentavano di intrufolarsi tra di loro.</p>



<p>Alla fine del lavaggio, nell’attesa di essere tirati fuori, i due calzetti, sempre attaccati ma finalmente rilassati, iniziarono a guardarsi intorno. E videro un altro pedalino che, con tutte le proprie forze, tentava di incastrare il compagno in una stretta apertura sul retro del cestello.</p>



<p>“Ehi, tu! Ma che combini?!?” “Cerco di far sparire questo scarto della società dei Calzini!” “Ma sei matto?” Il calzino si girò a guardare chi lo stesse apostrofando in quel modo, e quel momento di distrazione permise al suo gemello di liberarsi.</p>



<p>“Grazie ragazzi! Mi avete salvato! Scommetto che siete anche voi dei Calzini Giusti! Lui è dei Calzini sbagliati… per questo mi odia!” “Eh no, mio caro! Io sono dei Calzini Giusti, e tu sei dei Calzini Sbagliati!” “Se tu sei dei Calzini Giusti, allora io sono dei Calzini Giusti-Più Giusti!” “E allora io sono dei calzini Giusti-Più Giusti dei Più Giusti!” “E allora io sono…”</p>



<p>La discussione andò avanti finché, entrambi infastiditi, non vennero ai fili, dandosele di salta ragione. A quel punto gli altri due calzini intervennero: “Ma volete piantarla voi due? Possibile che non vi rendiate conto di essere perfettamente uguali?!?”</p>



<p>Intanto intorno al quartetto si era raggruppato un nutrito e variopinto gruppo di paia di calzini di ogni foggia e tipo, che ascoltava attento il battibecco. “Perfettamente uguali? Ma non vedi che io sono blu a righe celesti e lui celeste a righe blu?” “E non è la stessa cosa?”</p>



<p>I due contendenti si resero conto di non poter controbattere, ma non si diedero per vinto.</p>



<p>“Guarda però come sono perfette le mie cuciture e come sono storte le sue!” “Anche se fosse, non credo che il vostro uomo se ne sia accorto o che gli interessi. In fin dei conti finite entrambi dentro a un paio di scarpe!”</p>



<p>I due rivali sobbalzarono: era vero! Intorno a loro i vari calzini, che prima si tenevano distanti dai compagni, iniziarono a cercarli con lo sguardo.</p>



<p>“Io sono più morbido, lui più ispido e pungente!” “Sì, potrebbe essere… ma considerato il fatto che siete dello stesso materiale la differenza sarà davvero irrisoria.”</p>



<p>Anche quella considerazione era valida. Le altre coppie di pedalini iniziavano a riappaiarsi.</p>



<p>“Però il piede che mi indossa è certamente più bello e profumato del suo!!!” “Scherzi?<br>È il mio ad essere più curato e odoroso!” “Nessuno di voi ha un ‘suo’ piede! Venite indossati a casaccio, non avete certo un vostro lato fisso!”</p>



<p>I due calzini ammutolirono. Tutte le altre paia si erano intanto ricomposte, e ognuno guardava il compagno con occhi amichevoli. Poi, illuminandosi all’improvviso, i due calzini urlarono all’unisono: “Ma lui è diverso: è più chiaro di me!” e “Ma lui è diverso: è più scuro di me!”</p>



<p>Nonostante fosse lievissima, una certa differenza nella brillantezza era reale e inconfutabile: forse erano già così dalla nascita, forse erano stati i lavaggi, forse il sole. Sta di fatto che i colori di uno erano leggermente più intensi di quelli dell’altro. I due calzini erano realmente diversi.</p>



<p>“Lui diverso da te. Tu diverso da lui. Noi diversi da voi. Siamo tutti calzini! Tutti diversi, eppure tutti uguali! E alla fine di una lunga giornata verremo tutti tolti e gettati in qualche angolo. Guardate noi: siamo completamente diversi, non fosse per i colori. Ed è proprio questa diversità a costituire la nostra forza. Vittime entrambi di quest’inutile guerra, a lungo nascosti per non finire nella pattumiera, abbiamo infine messo da parte i contrasti. Ci siamo uniti e abbiamo formato un nuovo paio, insolito e pittoresco. E l’uomo un giorno ci ha guardati, ci ha rigirati un po’ tra le mani e ha sorriso. E ci ha indossati, sfoggiandoci orgoglioso della nostra diversità. Mettete da parte odio e intolleranza. Unitevi, e fate delle differenze un punto di forza, non la ragione della vostra rivalità!”</p>



<p>Quel messaggio di pace e fratellanza lasciò il segno, nella comunità dei calzini di quella casa, che smisero di litigare, e presero ad insegnare a tutti i nuovi arrivati ad amarsi e sostenersi. E non solo! Ancora adesso, ogni volta che capita loro di incontrare altre paia di pedalini, sotto i tavoli dei ristoranti, o nella ressa degli autobus, o di corsa lungo la strada, cercano di trasmetterlo a tutti i calzini del mondo.</p>



<p>Ma allora, potreste chiedere, come mai nelle lavatrici i calzini continuano a sparire? Beh… perché i calzini, sebbene la guerra sia finita, sono comunque rimasti un po’ dispettosi. E non c’è divertimento più grande, per loro, che guardare di nascosto le nostre facce quando, mentre stendiamo il bucato, ci ritroviamo con un solo pedalino in mano. Quindi non disperate: i calzini mancanti non si sono persi, ma solo imboscati per farci uno scherzo. Fate finta di essere imbronciati e sorpresi e vedrete che quelli salteranno fuori come per magia!</p>
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		<title>La vera storia degli Elfi di Babbo Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Dec 2015 09:39:52 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fiabe di Alessandra Fella]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Alessandra Fella C&#8217;era una volta Babbo Natale… voi direte: ma Babbo Natale c’è ancora!!! Sì… certo… ma io sto parlando di tanto tanto tempo fa!Dunque dicevamo… c’era una volta Babbo Natale. Egli viveva, insieme a Mamma Natale, in una baita in mezzo ad una radura nascosta in un fitto bosco su su nelle [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Alessandra Fella</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/la-vera-storia-degli-elfi-di-babbo-natale.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>C&#8217;era una volta Babbo Natale… voi direte: ma Babbo Natale c’è ancora!!! Sì… certo… ma io sto parlando di tanto tanto tempo fa!<br>Dunque dicevamo… c’era una volta Babbo Natale. Egli viveva, insieme a Mamma Natale, in una baita in mezzo ad una radura nascosta in un fitto bosco su su nelle terre dell’estremo nord, in Lapponia.</p>



<p>In realtà chiamarla baita è un po’ riduttivo: la “magione” era infatti composta da un tale numero di stanze più o meno grandi a seconda della loro funzione che per poterla girare tutta erano necessari i pattini a rotelle e per non perdersi erano indispensabili una mappa e una bussola. Essa era infatti composta da: l’appartamento di Babbo e Mamma Natale, lo studio di Babbo Natale con macchina sputa/aspira letterine, il magazzino delle letterine da leggere, i due sotto-magazzini buoni/cattivi, la sala per il riempimento del sacco magico, il laboratorio per la fabbricazione dei giocattoli, il deposito dei materiali -tutti rigorosamente naturali-, la sezione impacchettamento ed infiocchettamento, la grande cucina per la preparazione dei dolci natalizi e la dispensa per la conservazione dei biscotti lasciati dai bambini, la stalla per le renne e il garage per la slitta. </p>



<p>Potete quindi immaginare la dimensione della casa, e quanta fatica dovesse fare la povera Mamma Natale per tenerla pulita, in ordine, e soprattutto efficiente per il periodo natalizio, durante il quale tutto diventava estremamente frenetico. </p>



<p>Se infatti durante la maggior parte dell’anno le giornate scorrevano tranquille seguendo i ritmi della natura, il che lasciava alla donna il tempo di badare a tutto con una certa serenità, durante le feste la situazione diventava incandescente, costringendola a correre avanti e dietro per aiutare il marito a costruire i giochi, fare i pacchetti, preparare i dolci, sistemare la slitta, badare alle renne, il tutto senza trascurare le normali faccende domestiche. </p>



<p>Ovviamente per fare tutto questo un pizzico di magia era indispensabile: nessuno avrebbe potuto creare i doni per tutti i bimbi del mondo nel poco tempo che c’era da quando arrivavano le letterine al giorno della vigilia di Natale. Esisteva infatti un orologio magico che rallentava il tempo all’interno della casa durante tutto il periodo natalizio… ma questa è tutta un’altra storia!</p>



<p>Ma torniamo a noi… Babbo e Mamma Natale avevano più volte cercato qualcuno che li aiutasse in casa: avevano messo annunci sul giornale, distribuito volantini, tentato con il passaparola. E le risposte non erano certo mancate: chi non vorrebbe diventare un aiutante di Babbo Natale? Dapprima c’era stato il maggiordomo inglese un po’ snob, che era andato via perché riteneva che la scarsissima vita sociale dei signori Natale non richiedesse i suoi raffinati servigi. Poi la giovane cameriera francese, che era scappata subito dopo aver visto che la casa era talmente sperduta da non permetterle neppure di poter uscire a fare shopping nei suoi giorni liberi. Poi ancora la governante tedesca, che era tornata sui suoi passi dopo aver fatto notare che non c’erano neppure bambini cui badare. Insomma: vuoi per l’isolamento, vuoi per il freddo, vuoi per l’eccessiva tranquillità, vuoi per la mancanza di una cosa o di un’altra, dopo poco tempo tutti coloro che si erano offerti di aiutarli nella conduzione della casa e nella gestione del Natale erano fuggiti via a gambe levate.</p>



<p>Così, alla fine, Babbo e Mamma Natale erano rimasti soli soletti nella loro grande, immensa casa al centro del loro grande, immenso giardino celato da un grande, immenso e fitto bosco.</p>



<p>E giunse, ancora una volta, il periodo precedente il Natale. Le letterine continuavano ad arrivare, e Babbo e Mamma Natale lavoravano alacremente in modo da riuscire ad approntare tutto per tempo. Alcuni giorni prima della vigilia, Babbo Natale si recò nel magazzino dei materiali per recuperare altra legna per fabbricare gli ultimi giocattoli. </p>



<p>Appena vi entrò, però, si rese conto che questa era ormai terminata, e che se non voleva rischiare di deludere qualche bambino l’unica soluzione era uscire nel bosco alla ricerca di un po’ di materia prima. Dopo essersi intabarrato nel più pesante dei suoi cappotti ed essersi caricato una capiente gerla sulla schiena, spalancò la porta di casa pronto ad avviarsi nella neve. Un vento gelido lo investì facendolo rabbrividire ed egli restò fermo sulla soglia ad osservare il paesaggio di fronte a lui: nonostante fosse giorno, il cielo era così cupo e carico di nuvoloni neri da non far passare neppure un timido raggio di sole, e sulla candida distesa che lo separava dal limitare della foresta si attorcigliavano leggeri mulinelli di fiocchi di neve sollevati da turbinose folate. Mamma Natale, che lo aveva accompagnato all’ingresso per salutarlo, si avvolse ancora di più nel suo scialle.</p>



<p>“Sei proprio sicuro di voler andare?”<br>“Devo! Anche se questo tempo non promette nulla di buono!”<br>“Cerca di fare in fretta… non farmi stare in pensiero, mi raccomando!”</p>



<p>Babbo Natale partì dunque per la sua missione: si addentrò tra gli alberi ed iniziò a raccogliere rami caduti, cortecce profumate, piccoli sassi dalle forme particolari, foglie secche, pigne nascoste sotto la spessa coltre bianca. Soddisfatto, decise di tornare verso casa. Mentre arrancava faticosamente tra la neve, però, il vento iniziò a farsi più intenso, freddo e rabbioso: per un po’ Babbo Natale proseguì ostinatamente per la sua strada, ma ad un certo punto le folate si fecero talmente forti e sferzanti da costringerlo ad una pausa. </p>



<p>Avvistata una piccola grotta riparata, vi si rifugiò in attesa che la situazione si calmasse un po’. Mentre aspettava paziente chiuso nell’angusto antro, però, un potente boato sovrastò il rumore del vento facendo tremare la terra stessa. Babbo Natale sobbalzò, si accostò all’ingresso della grotta, e restò in attesa. Dapprima sembrò calare un silenzio quasi irreale, come se ogni cosa, nel bosco, si fosse congelata; poi, lentamente, timidamente, la vita sembrò tornare alla normalità. Babbo Natale decise che era ora di riprendere la strada di casa: richiuse la giacca, raccolse la gerla, si calcò il berretto sulla testa e uscì dal suo rifugio. Proprio in quell’istante, però, gli parve di udire, in lontananza, una fievole voce: “Aiuto! Aiuto! Aiutatemi, vi prego!!!” </p>



<p>Babbo Natale restò in ascolto e, non appena udì di nuovo quel richiamo, seguì il suono per cercare di scoprire da dove provenisse. Grande fu la sua meraviglia quando si rese conto che a gridare, con quanto fiato avesse in gola, era stato un piccolo elfo che era rimasto incastrato sotto un ramo caduto da un albero. Immediatamente Babbo Natale lo aiutò: sollevò il pezzo di legno, aiutò la piccola creatura ad alzarsi e gli offrì un bicchiere di tè bollente che aveva portato nella sua fiaschetta perché si riscaldasse. </p>



<p>L’elfo bevve avidamente, poi si aggrappò al braccio dell’uomo guardandolo con aria supplichevole: “Ti prego… devi aiutarmi! “<br>“Aiutarti? In che modo?”<br>“I miei amici… sono rimasti sepolti sotto la neve… devi aiutarmi a tirarli fuori!”<br>“Va bene… portami da loro… e raccontami cosa è successo!”<br>“Io e i miei compagni viviamo in un piccolo villaggio ai confini del bosco, a ridosso di una montagna. Avevamo scelto quel luogo perché pensavamo di poter essere al riparo sia dalla curiosità degli uomini che dalle intemperie dell’inverno. Purtroppo, però, la tempesta di oggi è stata più forte di quanto ci aspettassimo: impauriti, tutti si sono rifugiati nella grande sala comune, la più solida del villaggio. Ed è stata la loro fortuna, perché ad un tratto una terribile valanga ha investito le case distruggendole tutte. Io mi sono salvato solo perché sono un esploratore, ed ero stato mandato sulla cima della montagna a controllare la situazione. Ero in volo sul mio gufo quando ho visto la neve abbattersi su di loro: sono sceso subito sperando di poterli aiutare, ma sono caduto io stesso. Il resto lo sai…”</p>



<p>Babbo Natale e l’elfo raggiunsero quindi il luogo dove sorgeva il villaggio: tutto ciò che si vedeva, però, era il gigantesco cumulo di neve che aveva travolto e sotterrato ogni cosa. Senza perdersi d’animo, Babbo Natale si tolse la gerla dalla schiena, si rimboccò le maniche e iniziò a scavare. E scavò, scavò, scavò, dapprima aiutato solo dal piccolo elfo, poi affiancato anche dagli animali della foresta. Scavò giorno e notte, senza mai fermarsi e senza mai stancarsi. E, alla fine, la piccola costruzione della sala comune comparve, macchia scura in tutto quel bianco sconfinato. Miracolo! Tutti gli elfi erano salvi e, uno alla volta, uscirono dalla casetta per andare ad abbracciare e ringraziare l’uomo e gli animali che li avevano soccorsi. Babbo Natale era esausto, ma felice. E fu solo in quel momento, riconquistata finalmente la tranquillità, che si rese conto di quanto tempo fosse passato, e che ormai era già arrivata la vigilia di Natale.</p>



<p>“Oh, povero me! Non ce la farò mai a terminare il mio lavoro! Questo sarà un Natale davvero triste per alcuni bambini!”<br>A quelle parole, gli elfi si resero finalmente conto che non era un uomo qualsiasi quello che li aveva aiutati, ma Babbo Natale in persona.<br>“Tu ci hai salvato la vita… saremo felici e orgogliosi di fare per te tutto ciò che è in nostro potere!”</p>



<p>Fu così che una piccola carovana partì alla volta di casa Natale: Babbo in testa, seguito da tutti gli elfi che, strada facendo, raccolsero tante piccole cose che sarebbero potute essere utili per la realizzazione dei giocattoli. Quando finalmente giunsero a destinazione, trovarono ad attenderli Mamma Natale semisvenuta per la preoccupazione. Ma le bastò vedere il marito sano e salvo per riprendersi all’istante e tornare scattante, arzilla ed efficiente: mentre infatti Babbo Natale iniziava ad organizzare il lavoro della giornata, lei aveva già preparato latte caldo e biscotti per tutti. La giornata procedette frenetica: chi costruiva i giochi, chi li dipingeva, chi impacchettava i regali, chi scriveva i bigliettini con i nomi dei bimbi, chi preparava il sacco magico. Altri, poi, ebbero il compito di preparare le renne, strigliarle, adornarle di nastri e campanelli e far fare loro qualche prova di volo perché si sgranchissero le zampe. Alcuni, infine, si impegnarono a controllare la slitta, lucidarla e prepararla per il volo.</p>



<p>Quando scese la notte, e l’ultimo regalo fu infilato nel sacco, Babbo Natale guardò felice e commosso i suoi aiutanti: “Grazie… senza di voi non sarei mai riuscito a finire tutto per tempo!”<br>Quindi, salutato da tutti gli elfi festanti, partì per il lungo viaggio che lo avrebbe portato da un capo all’altro del mondo.</p>



<p>Le piccole creature, sfinite, lasciarono che Mamma Natale le rifocillasse e trovasse loro un posto nella casa in cui passare la notte. E di posto, in quella casa, ce n’era davvero parecchio!<br>La mattina dopo, quando finalmente Babbo Natale rientrò, si ritrovarono tutti quanti nella grande cucina per fare un’abbondante e gioiosa colazione e scambiarsi gli auguri. Subito dopo, gli elfi si prepararono ad andare via.</p>



<p>“Adesso per noi sarà dura: dovremo trovare un altro posto, altrettanto sicuro e riparato, in cui vivere, e cercare di sistemarci alla meglio mentre ricostruiamo il nostro villaggio.”<br>Babbo e Mamma Natale si guardarono negli occhi… e non ebbero bisogno di parole: “Perché non restate qui? Abbiamo un giardino talmente grande che avrete tutto lo spazio che volete per costruire le vostre case. E, mentre queste ancora non saranno pronte, potrete stare qui in casa con noi!”</p>



<p>Gli elfi si consultarono tra di loro per qualche istante, poi: “Accettiamo, ma solo ad una condizione: da oggi in poi vorremmo potervi aiutare sia nei lavori di tutti i giorni, sia nell’organizzazione del Natale!”</p>



<p>E fu così che Mamma Natale ebbe finalmente qualcuno che la aiutasse in casa… e Babbo Natale dei validi e solerti collaboratori che tutt’ora lo aiutano a rendere il Natale di ogni bimbo ancora più perfetto!</p>
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		<title>La vera storia dell&#8217;albero di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2013 17:45:52 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe di Alessandra Fella]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Alessandra Fella Ascolta la fiaba con il player qui sotto. C&#8217;era una volta un boscaiolo, tanto povero quanto onesto. Viveva in una vecchia baracca di legno in mezzo ad una radura con tutta la sua famiglia: la moglie, i tre figli e i suoi genitori. La casa era piccola, ma accogliente, pulita e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba di Alessandra Fella</h2>



<p>Ascolta la fiaba con il player qui sotto.</p>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/la_vera_storia_dell_albero_di_natale.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>C&#8217;era una volta un boscaiolo, tanto povero quanto onesto. Viveva in una vecchia baracca di legno in mezzo ad una radura con tutta la sua famiglia: la moglie, i tre figli e i suoi genitori.</p>



<p>La casa era piccola, ma accogliente, pulita e dignitosa. E tutti si davano da fare perché la vita scorresse serena:</p>



<p>la mamma si occupava della casa e faceva le pulizie nei palazzi dei signori;</p>



<p>il papà tagliava la legna e scolpiva giocattoli da vendere alle botteghe artigiane; la nonna coltivava il piccolo orto che rendeva il necessario per loro e per il mercato;</p>



<p>il nonno si dedicava a piccole opere di ferramenta.</p>



<p>Anche i bambini davano il loro contributo: dopo la scuola aiutavano i genitori in tutto ciò che potevano.</p>



<p>In quella casa non erano ricchi&#8230; ma erano felici e si volevano bene.</p>



<p>Un giorno il boscaiolo si addentrò in una foresta di abeti che non aveva mai visto prima, alla ricerca di un legno particolare. Passo dopo passo, la selva divenne talmente fitta che tra le fronde degli alberi, che sembravano mani adunche tese a bloccarlo, non riusciva a penetrare neppure la luce del sole. Eppure una strana sensazione lo spingeva a non fermarsi.</p>



<p>Giunse infine dinanzi a un vecchio cartello con una scritta quasi illeggibile: “PROPRIETÀ PRIVATA-VIETATO ENTRARE”.</p>



<p>Mentre già stava per tornare indietro, una luce vivida proveniente dal profondo di quel folto bosco cupo attirò il suo sguardo e lo spinse a proseguire.</p>



<p>“Alla fine -pensò- non mi vedrà nessuno&#8230; chi vuoi che passi da qui? E se dovessi incontrare qualcuno potrò sempre dire che mi sono perso e che pensavo che la luce provenisse da una casa&#8230;”</p>



<p>Giunse finalmente in una radura, al centro della quale cresceva un immenso albero del colore del sole. La sua meraviglia fu grande quando, avvicinandosi, si rese conto che era d&#8217;oro massiccio. Lo toccò e vide che i rami avevano la consistenza del legno ma, se venivano spezzati, assumevano la solidità del metallo prezioso. Iniziò a pensare: “Se ne staccassi qualche pezzo chi mai se ne accorgerebbe?</p>



<p>È un albero, i rami ricrescerebbero, e il proprietario neanche ci farebbe caso. L&#8217;uomo che possiede una cosa così prodigiosa nel proprio giardino è di certo eccezionalmente ricco, e anche se io gli porto via una piccolissima parte del suo oro non gli dispiacerà.&amp;nbsp; Anche perché io ne ho di sicuro molto più bisogno di lui.”</p>



<p>Più ci pensava, più trovava scuse per giustificare ciò che voleva fare, più sognava cosa avrebbe potuto comperare con quell&#8217;oro. Fu così che strappò alcuni dei ramoscelli più sottili, ne fece un piccolo bottino, e tornò a casa col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore.</p>



<p>Sua moglie non fu felice: “Non avresti dovuto prenderli! Per quanto pochi possano essere e per quanto noi se ne possa avere bisogno, tu li hai rubati! Devi restituirli!” L&#8217;uomo e la donna iniziarono a litigare, cosa che prima di allora non era mai accaduta, e le discussioni proseguirono per giorni e giorni, finché l&#8217;uomo, esasperato, non andò via di casa.</p>



<p>Il tempo passò: col denaro frutto della vendita dell&#8217;oro costruì una bellissima casa con tante stanze, comperò dei vestiti nuovi e lussuosi e dei cavalli lucidi e scattanti per muoversi. Ma la sua famiglia, che era rimasta nella vecchia casupola malandata, gli mancava&#8230; così iniziò a comperare regali per tutti nella speranza di riconquistarne l’affetto. Ma ogni omaggio gli veniva sdegnosamente restituito. Oltretutto, più si abituava alla nuova vita da ricco, più sentiva il bisogno di nuovo oro per soddisfare i propri desideri. E ogni volta andava nella foresta a staccare nuovi rami, sempre di più e sempre più grossi, trovando nuove scuse con se stesso per i furti.</p>



<p>Ma, ogni volta che tornava, accadeva una strana cosa: la sua pelle sembrava più scura e spessa e i suoi movimenti più legnosi. “La pelle si scurisce per il sole, è chiaro. E mi muovo con più fatica perché mi sono disabituato al lavoro e agli sforzi.”</p>



<p>Giunse finalmente la vigilia di Natale, e il boscaiolo preparò per se stesso un pranzo sontuoso. Mentre, però, maneggiava un coltello per affettare del pane, si tagliò&#8230; e, invece del sangue, dalla carne uscì un liquido trasparente simile alla linfa delle piante. E finalmente comprese! Corse verso il bosco incantato con tutta l&#8217;energia che gli restava. “Ti prego, fa&#8217; che non sia troppo tardi.” Ma più si avvicinava alla radura, più i gesti si facevano rigidi. E poi accadde. Mentre saltava, i suoi piedi divennero profonde radici, il suo corpo tronco, la sua pelle si indurì tanto da trasformarsi in corteccia, le sue braccia si arrestarono a mezz&#8217;aria mutandosi in lunghi rami, i suoi capelli si convertirono in fronde e la sua bocca spalancata in una profonda cavità.&amp;nbsp; Anche lui era diventato una parte di quella foresta, nella quale ogni pianta era stata un essere umano.</p>



<p>La sua disperazione era così grande che dai suoi occhi, che si erano trasformati in spessi nodi di legno, scesero calde lacrime di autentico pentimento. E tale era il freddo, che ogni lacrima, raggiunta la punta dei rami, si congelava trasformandosi in una piccola stalattite cristallina. Una, però, riuscì a toccare il terreno e, d’incanto, comparve una fata. “La tua avidità era stata punita, così come quella di molti altri prima di te. Ma tu sei stato il solo a provare un sincero rimorso. Va’&#8230; e che questa avventura ti sia di insegnamento.”</p>



<p>Il boscaiolo, magicamente tornato essere umano, non poté che ringraziare la buona fata e, tornato a casa, vendette tutti i suoi averi distribuendo il ricavato a chi ne aveva più bisogno. Poi, col cuore pieno di speranza e timore, tornò a bussare alla porta della sua vecchia baracca. E fu accolto con tutta la gioia e l’amore che gli erano mancati fino a quel momento. Decise, però, di conservare per sempre la memoria di quanto era accaduto, come monito affinché mai più l’avidità potesse impossessarsi di lui. E, ripensando a ciò in cui egli stesso si era trasformato, si recò nella vicina foresta, abbatté un piccolo abete, lo portò a casa e, in ricordo delle proprie lacrime, lo decorò con piccole sfere di vetro cristallino.</p>



<p>In breve tempo la sua storia fece il giro del villaggio, poi dell’intero regno, e si diffuse poi anche in quelli vicini fino a raggiungere i confini della terra. E tutti, colpiti e commossi, presero l’abitudine, a Natale, di tenere in casa un abete decorato con gocce di vetro o cristallo, e di porvi sotto i doni, in ricordo dell’uomo che, a Natale, aveva donato tutto per tornare ad essere felice.</p>
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		<title>Un grattacielo in mare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:30:13 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[rodari]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Gianni Rodari Forse non sarò creduto: ho visto, una notte, a Genova, un grattacielo partire per mare come un transatlantico. Stavo sulla terrazza del mio albergo e guardavo il porto. Nel porto un transatlantico, alto come un grattacielo, spiccava con le sue mille luci sulla folla più bassa dei mercantili, dei rimorchiatori, dei [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba di Gianni Rodari</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/un_grattacielo_in_mare.mp3"></audio></figure>



<p>Forse non sarò creduto: ho visto, una notte, a Genova, un grattacielo partire per mare come un transatlantico. Stavo sulla terrazza del mio albergo e guardavo il porto. Nel porto un transatlantico, alto come un grattacielo, spiccava con le sue mille luci sulla folla più bassa dei mercantili, dei rimorchiatori, dei vaporetti.</p>



<p>Una sirena ululò, da qualche punto di quell’immenso groviglio di alberature, di ciminiere, di scafi oscuri ed immobili. Non si può udire quel suono senza desiderare di partire per il mondo, incontro ai larghi spazi del mare e del cielo. </p>



<p>E’ un desiderio struggente, che riempie il corpo e l’anima. Lo si sente perfino nei piedi. Ma stavo per dire &#8220;nelle radici&#8221;.Viene voglia di strappar su le proprie radici e di andare a ripiantarsi altrove, lontano, lontano. Non ho mai potuto dormire tranquillo, di notte, a Genova. Così, me ne stavo sulla terrazza e la sirena chiamava, chiamava.</p>



<p>I grattacieli hanno orecchie per sentire? Non so, non domandatelo a me. Hanno in cima, proprio sulla testa, sopra l’ultimissimo piano, una foresta di antenne televisive. Captano le onde elettromagnetiche. Perché non dovrebbero captare il richiamo di una sirena? La sirena chiamava, chiamava…</p>



<p>Il grattacielo si scosse sulle sue radici. Hanno radici i grattacieli? Mi figuro di sì. Debbono averle. Forse sono le tubature dell’acqua e del gas, i cavi elettrici, i cavi telefonici: tutto un groviglio metallico che serpeggia dentro e sotto le loro fondamenta.Sulle prime credetti che fosse il transatlantico. Una colonna immensa, bucata qua e là, disordinatamente, a diverse altezze, da finestre illuminate, scivolava lenta e solenne sull’acqua cupa prendendo il largo. </p>



<p>Guardai meglio. Il transatlantico era sempre al suo posto. Il grattacielo non spiccava più sui tetti della città. Il gran pastore di cemento armato e di vetro aveva abbandonato il suo gregge di case. Il grattacielo se ne andava per mare…</p>



<p>Forse avrei dovuto chiamare il portiere dell’albergo, avvertire la polizia, i vigili del fuoco, non so. Invece rimasi lì, incollato al parapetto, affascinato dallo spettacolo. Il grattacielo uscì dal porto e si diresse, così mi parve, verso la Riviera di Levante. Ma quasi subito, con un’ampia curva, mutò direzione e puntò verso Ponente.Se ne va in Francia? &#8211; mi chiesi. &#8211; Senza passaporto? Mi venne da ridere. </p>



<p>Mi figuravo il motoscafo dei doganieri inseguire il grattacielo, domandargli i documenti. </p>



<p>“Ha qualcosa da dichiarare? Trasporta merci preziose?” </p>



<p>“Preziosissime, direi: mezzo migliaio di persone addormentate, tra cui non pochi bambini.” Ci dispiace: dobbiamo fare una perquisizione a bordo. “Sì, ma non fate rumore: al quindicesimo piano c’è un signore ammalato, è appena riuscito a prender sonno. Al ventesimo c’è uno studente che prepara un esame difficile: vedete un po’ se potete convincerlo a mettere da parte i libri e a farsi una dormitina. </p>



<p>Prima la salute, non vi pare?”</p>



<p>“Insomma, fermate le macchine e fateci salire.” </p>



<p>“Quali macchine? Guardate pure: c’è solo la caldaia termosifone.” </p>



<p>“Gettate le ancore!” </p>



<p>“Ci mancherebbe che gettassi via tutti i miei cavi: lo sapete che al decimo piano aspettano una telefonata importante da New York? Questi genovesi sono così: levategli il gusto di lavorare a qualsiasi ora, e subito per il dolore gli verrebbe, a dir poco, il mal di gola.”</p>



<p>“Alt! Alt! Non potete tornare indietro!” </p>



<p>“Non posso? Vorrei vedere anche questa. Date un’occhiata al cielo, per favore. No, non da quella parte: dalla parte di Levante. Vedete quel pallido grigiore laggiù? La notte sta per finire. Debbo entrare in servizio prima che arrivi il garzone del lattaio. Se si accorge che di notte me ne vado a spasso per mare, prima di sera lo saprà tuta Genova. Io non ci tengo, sapete? Sono un grattacielo disciplinato e rispettoso. Almeno di giorno, si capisce.”</p>



<p>“E di notte?” </p>



<p>“Di notte è un’altra cosa. Di notte mi figuro di essere un transatlantico anch’io. Mi figuro di partire, di andare lontano… </p>



<p>Noi genovesi siamo famosi per andare lontano. Avete mai sentito parlare di Cristoforo Colombo?”</p>



<p>Il grattacielo stava tornando in porto, filando, a occhio e croce, i suoi dieci nodi. Aveva fretta di rincasare, si vede. Mi aggrappai al parapetto quasi temendo che qualcuno mi portasse via: per nulla al mondo avrei voluto perdere lo spettacolo del grattacielo che tornava a prendere posto sulle sue fondamenta, per aspettare l’arrivo del lattaio, del giornalaio, del garzone panettiere con la cesta della focaccia fresca: la famosa &#8220;fugassa&#8221; ligure.</p>



<p>Purtroppo alle mie spalle, nella stanza, squillò il telefono. “Pronto”, &#8211; dissi meccanicamente, senza lasciare il mio posto di osservazione. Il telefono continuò a squillare. Se non volevo che si svegliassero i vicini di camera, dovevo rispondere.</p>



<p>Corsi ad alzare la cornetta: &#8211; Buongiorno, signore, sono le sei. La sveglia. Maledizione, ero stato proprio io ad avvertire il portiere che mi svegliasse alle sei. Mica che io mi alzi così presto. Ma mi piace leggere un’oretta o due a letto, la mattina, prima di cominciare la giornata. Ringraziai e tornai di corsa sul terrazzo.</p>



<p>Il grattacielo era già al suo posto, alto sulla folla dei tetti comuni: e ammiccò furbescamente nella mia direzione, con una finestra che proprio in quel momento si accese e tornò a spegnersi. Qualcuno certo si era destato, aveva dato un’occhiata alla sveglia e aveva deciso che gli restava il tempo per schiacciare un altro sonnellino. Insomma, non avevo visto nulla.</p>



<p>Il grattacielo era là come sempre: l’avevo visto, perifno sulle cartoline di Genova. Tra poco la vita avrebbe ripreso i suoi traffici tra le sue altissime pareti: ora pareva sonnecchiare, in attesa dell’alba. Un’altra finestra si accese e tornò a spegnersi. Era il grattacielo che mi strizzava l’occhio, come un monello che l’ha fatta franca?</p>



<p></p>



<p>Non lo saprò mai.</p>
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		<title>La creazione dei deserti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:29:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba araba Molti secoli fa, che ci crediate o no, la terra era verde e fresca, migliaia di ruscelli la percorrevano, gli alberi erano ricchi d&#8217;ogni genere di frutta e gli uomini, che ignoravano il male, vivevano felici senza farsi la guerra. Allah aveva detto agli uomini: „Questo bel giardino è vostro e vostri sono [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba araba</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/la_creazione_dei_deserti.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Molti secoli fa, che ci crediate o no, la terra era verde e fresca, migliaia di ruscelli la percorrevano, gli alberi erano ricchi d&#8217;ogni genere di frutta e gli uomini, che ignoravano il male, vivevano felici senza farsi la guerra.</p>



<p>Allah aveva detto agli uomini: „Questo bel giardino è vostro e vostri sono i suoi frutti, dovete però sempre agire con giustizia, altrimenti lascerò cadere un granello di sabbia sulla terra per ogni vostra azione malvagia e un giorno tutto questo verde e tutta questa frescura potrebbero anche sparire.“</p>



<p>Per molto tempo tutti si ricordarono di questo monito, ma un brutto giorno due uomini litigarono per il possesso di un cammello e, appena la prima parolaccia fu pronunziata, Allah fece cadere sulla terra un granello di sabbia così minuscolo che nessuno se ne accorse.</p>



<p>Ben presto i due litiganti, dopo le male parole, vennero alle mani e gli uomini si accorsero che un mucchietto di sabbia stava crescendo lentamente. Chiesero allora ad Allah di cosa si trattasse e Allah rispose che era il frutto della loro cattiveria e che, ogni volta si fosse verificata una cattiva azione, un granello di sabbia sarebbe sceso ad aggiungersi agli altri e forse un giorno la sabbia avrebbe coperto la terra. Gli uomini si misero a ridere e pensarono: „Anche se fossimo estremamente malvagi, ci vorrebbero milioni e milioni di anni prima che questa polvere leggera copra la nostra terra e ci possa danneggiare.“</p>



<p>Così iniziarono a combattersi gli uni contro gli altri, tribù, contro tribù finché la sabbia seppellì campi e pascoli, cancellò i ruscelli e spinse le bestie lontano in cerca di cibo. In questo modo fu creato il deserto e da allora le tribù andarono vagando tra le dune, vivendo in tende, aiutate solo dai cammelli per i lunghi spostamenti, e si portarono nel cuore l&#8217;immagine della terra perduta. Anzi, perché non dimenticassero, Allah volle che ogni tanto si presentasse ai loro occhi l&#8217;immagine delle piante e delle acque scomparse. Per questo, ogni tanto, chi cammina nel deserto vede cose che non ci sono, tende le braccia per toccarle, ma la visione subito svanisce. Sono come i sogni ad occhi aperti e la gente li chiama miraggi.</p>



<p>Solo dove gli uomini hanno osservato le leggi di Allah ci sono ancora ruscelli e palmeti, e la sabbia non può cancellarli, ma li circonda come il mare l&#8217;isola. Questi luoghi si chiamano oasi e là gli uomini si fermano per trovare acqua, cibo, riposo ricordando ogni volta le parole di Allah: „Non trasformate il mio mondo verde in un deserto infinito.“</p>
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		<title>Il monte Simeli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:28:53 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba dei fratelli Grimm C&#8217;erano una volta due fratelli, l&#8217;uno ricco, l&#8217;altro povero. Il ricco non dava nulla al povero, il quale doveva vivere da misero granaiolo. Spesso gli andava così male, che non aveva pane per sua moglie e i suoi bambini. Un giorno, mentre attraversava il bosco col suo carro, gli apparve da [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>fiaba dei fratelli Grimm</h2>
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<p>C&#8217;erano una volta due fratelli, l&#8217;uno ricco, l&#8217;altro povero. Il ricco non dava nulla al povero, il quale doveva vivere da misero granaiolo. Spesso gli andava così male, che non aveva pane per sua moglie e i suoi bambini.</p>
<p>Un giorno, mentre attraversava il bosco col suo carro, gli apparve da un lato una grande montagna brulla. Siccome non l&#8217;aveva mai vista, si fermò e l&#8217;osservò con stupore.</p>
<p>Mentre era là fermo, vide avvicinarsi dodici omoni dall&#8217;aspetto selvaggio e, credendo fossero briganti, spinse il suo carro nella boscaglia, salì su un albero e stette a vedere cosa sarebbe successo.</p>
<p>I dodici uomini andarono davanti al monte e gridarono: “Monte Semsi, monte Semsi, apriti!” Subito quel monte brullo si aprì nel mezzo, i dodici entrarono e, come furono dentro, il monte si richiuse. Ma non passò molto tempo che tornò ad aprirsi e gli uomini uscirono, portando sacchi pesanti sulla schiena. Quando tutti furono di nuovo all&#8217;aperto, dissero: “Monte Semsi, monte Semsi, chiuditi!”</p>
<p>Allora il monte si richiuse, tanto che non si poteva più scorgere alcun passaggio, e i dodici se ne andarono. Quando furono scomparsi, il povero scese dall&#8217;albero curioso di sapere che mistero si celasse in quel monte. Andò là davanti e disse: &#8211; Monte Semsi, monte Semsi, apriti! &#8211; e il monte si aprì anche davanti a lui.</p>
<p>Egli entrò ed, ecco, il monte era una caverna piena d&#8217;oro e argento con in fondo grandi mucchi di perle e gemme sfolgoranti, ammassate come il grano. Il povero non sapeva proprio cosa fare e se poteva prendersi un po&#8217; di quei tesori. Alla fine si riempì le tasche d&#8217;oro, ma lasciò stare le perle e le gemme. Uscito dalla caverna, tornò a dire: &#8211; Monte Semsi, monte Semsi, chiuditi! &#8211; Il monte si chiuse ed egli andò a casa col suo carro.</p>
<p>Ora non aveva più bisogno di preoccuparsi, con quell’oro poteva comprare il pane e anche il vino per la moglie e per i figli. Viveva onesto e lieto, dava ai poveri e faceva del bene a tutti. Quando il denaro stava per finire, si fece prestare uno staio da suo fratello e andò a prenderne ancora dell&#8217;altro. Anche questa volta i grandi tesori non li toccò.</p>
<p>Quando volle prenderne per la terza volta, tornò dal fratello a farsi prestare lo staio. Ma quello, già da un pezzo invidiava la sua ricchezza e tutti gli agi della sua casa. Inoltre, non riusciva a capire da dove venisse quella fortuna e cosa facesse suo fratello con lo staio. Allora escogitò un&#8217;astuzia e spalmò di pece il fondo dello staio. Quando questo gli fu restituito, vi era rimasta attaccata una moneta d&#8217;oro.</p>
<p>Corse subito dal fratello e gli chiese: &#8211; Cos&#8217;hai misurato con lo staio? &#8211; Grano e orzo, &#8211; rispose l&#8217;altro. Allora gli mostrò la moneta d&#8217;oro e minacciò di citarlo in giudizio, se non avesse detto la verità. Così il fratello gli raccontò tutto quel che era successo.<br />
Sena10<br />
Subito il ricco fece attaccare un carro, andò nel bosco per portarsi via ben altri tesori. Quando arrivò davanti al monte, gridò: &#8211; Monte Semsi, monte Semsi, apriti! &#8211; Il monte si aprì ed egli entrò.</p>
<p>Ed ecco tutti i tesori davanti a lui. Per un bel po&#8217; non seppe dove mettere le mani, ma poi raccolse tante gemme, quante era in grado di portare. Voleva uscire col suo carico, ma siccome non aveva altro in mente che i tesori, aveva dimenticato il nome del monte e gridò: &#8211; Monte Simeli, monte Simeli, apriti! &#8211; Ma non era il nome giusto, il monte non si mosse e restò chiuso. Allora si spaventò, ma più ci pensava, più gli si confondevano le idee, e tutti i tesori non gli servirono a nulla.</p>
<p>La sera il monte si aprì, entrarono i dodici briganti e, vedendolo, si misero a ridere e dissero: &#8211; Ladro, finalmente ti abbiamo pescato! Credi forse che non ci fossimo accorti che eri già entrato due volte? Non riuscivamo a prenderti, ma questa volta fuori non ci torni. &#8211; Egli gridò: &#8211; Non sono stato io, è stato mio fratello! &#8211; Ma tutte le sue spiegazioni e suppliche furono inutili, i briganti non lo liberarono più.</p>
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		<title>Il lupo sazio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:28:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Esopo Quello era davvero un gran giorno per un lupo rinomato in tutto il contado per la sua insaziabile fame. Infatti, senza neppure alzare un dito, egli era riuscito a procurarsi ottime prede trovate casualmente a terra, perché colpite da qualche cacciatore, e si era preparato un pranzo degno di Re! Il lupo, [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba di Esopo</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/il_lupo_sazio.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Quello era davvero un gran giorno per un lupo rinomato in tutto il contado per la sua insaziabile fame. Infatti, senza neppure alzare un dito, egli era riuscito a procurarsi ottime prede trovate casualmente a terra, perché colpite da qualche cacciatore, e si era preparato un pranzo degno di Re! </p>



<p>Il lupo, dopo avere abbondantemente mangiato, si inoltrò nella foresta per fare due passi. Fu così che incontrò una mansueta pecorella la quale, terrorizzata dal temibile animale notoriamente suo nemico, non riuscì neppure a muoversi, paralizzata dallo spavento.</p>



<p>Il lupo, più per istinto che per altre ragioni, afferrò la preda tenendola stretta, stretta. Ma, solo dopo averla catturata, si rese conto di essere talmente sazio da non avere più alcun appetito. Occorreva trovare una valida giustificazione per poter liberare quella pecora senza fare brutta figura. &#8220;Ho deciso&#8221; disse quindi il lupo &#8220;di lasciarti andare a condizione che tu sappia espormi tre desideri con intelligenza.&#8221; </p>



<p>La pecorella sconcertata, dopo aver pensato un istante, rispose: &#8220;Be, anzitutto avrei voluto non averti mai incontrato. Seconda cosa, se proprio ciò doveva avvenire, avrei voluto trovarti cieco. Ma, visto che nessuno di questi due desideri è stato esaudito, adesso vorrei che tu e tutta la tua razza siate maledetti e facciate una brutta fine, perché mi avete reso la vita impossibile e avete mangiato centinaia di mie compagne che non vi avevano fatto alcun male!&#8221; </p>



<p>Inaspettatamente il lupo, invece di adirarsi come prevedibile, dichiarò: &#8220;Apprezzo la tua sincerità. Hai avuto molto coraggio a dirmi ciò che realmente pensavi. Per questo ti lascerò libera!&#8221; Così dicendo liberò la pecorella e, con un cenno di saluto, la invitò ad allontanarsi.</p>
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		<title>Ciò che pensa la gente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:27:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba &#8211; autore sconosc. Lontano dalla gente viveva un padre con un figlio. La loro vita scorreva silenziosa e tranquilla e ciò che pensava l’uno, lo pensava anche l’altro. Ma crescendo il figlio espresse un desiderio. Disse: ”Vorrei vedere il mondo e sentire cosa pensano le altre persone.” “Non desiderare questo”, rispose il padre. “Ognuno [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba &#8211; autore sconosc.</h2>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/cio_che_pensa_la_gente.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Lontano dalla gente viveva un padre con un figlio. La loro vita scorreva silenziosa e tranquilla e ciò che pensava l’uno, lo pensava anche l’altro. Ma crescendo il figlio espresse un desiderio. Disse: ”Vorrei vedere il mondo e sentire cosa pensano le altre persone.”</p>



<p>“Non desiderare questo”, rispose il padre. “Ognuno sostiene una cosa diversa. Qualsiasi cosa tu faccia, non riuscirai mai ad accontentare tutti.”</p>



<p>“Non riesco a crederci”, disse il figlio e insistette talmente tanto che il padre si mise in cammino con lui. Affinchè l’asinello non rimanesse solo soletto a casa, lo portarono con sé. E così si incamminarono per il mondo: davanti il padre, affiancato dal figlio, e alla cavezza dietro di loro trottava l’asinello.</p>



<p>Passò poco tempo ed incontrarono un contadino. Si fermarono e discussero del più e del meno, del tempo e del raccolto. Ad un certo punto il contadino scosse il capo e dichiarò: ”Perchè permettete all’asinello di essere inoperoso? Potrebbe portare uno di voi due.” Quindi si accomiatò e si allontanò.</p>



<p>“Il contadino ha ragione”, esclamò il figlio, “forza padre, monta!”</p>



<p>Il padre montò sull’asino e ripresero il cammino: davanti camminava il figlio, seguito dal padre in groppa all’asinello.</p>



<p>Dopo un po’ incrociarono due giovani viandanti. Questi narrarono di Paesi lontani finché uno disse all’altro: ”Come trovi il fatto che l’adulto cavalchi l’asino, mentre il giovincello deve andare a piedi?” L’altro scosse la testa e insieme si allontanarono.</p>



<p>“Hanno ragione”, gridò il figlio, “scendi padre e fai salire me!”</p>



<p>Davanti cavalcava ora il figlio, mentre il padre lo seguiva correndo.</p>



<p>Presto incontrarono un’anziana signora, che aveva raccolto legna nel bosco. Dopo essersi lamentata dei tempi cattivi e della sua schiena ricurva, disse: ”E’ scandaloso che il padre debba camminare, mentre il bel figlioletto può cavalcare.” Scosse poi la testa e si avviò zoppicando per la sua strada.</p>



<p>“L’anziana ha ragione”, esclamò il figlio con vergogna, “padre, monta insieme a me sull’asino.”</p>



<p>Continuarono a cavalcare finchè non incrociarono una carrozza con un distinto signore a bordo. Si misero a chiacchierare ed egli raccontò loro del commercio e dei cambiamenti.</p>



<p>Infine constatò: ”La buona bestia farà una brutta fine se continuerete ad appesantirla con il vostro carico.” E si allontanò.</p>



<p>“Il signore ha ragione”, esclamò il figlio, “dobbiamo risparmiare il nostro asinello e portarlo.”</p>



<p>Quindi legarono le zampe anteriori e quelle posteriori dell’asino, infilarono un bastone in mezzo e ognuno issò una fine del bastone su una spalla.</p>



<p>Dopo aver portato l’asinello per un tratto, raggiunsero un’osteria, davanti alla quale era radunata un’allegra combriccola.</p>



<p>“Guardate quei due stolti”, gridò uno di loro, “portano il loro asino invece di cavalcarlo!”</p>



<p>Tutti risero e urlarono.</p>



<p>Un altro schiamazzò: ”Se non lo vogliono cavalcare, perché non lo conducono alla cavezza?”</p>



<p>“L’uomo ha ragione”, affermò il figlio, “perché non conduciamo l’asinello alla cavezza?”</p>



<p>“Perché in questo modo siamo partiti da casa”, disse il padre.” Ma per accontentare tutti l’ho cavalcato io, l’hai cavalcato tu, l’abbiamo cavalcato entrambi, l’abbiamo portato e ora dovremmo nuovamente condurlo.”</p>



<p>“E’ forse possibile accontentare qualcuno?” domandò il figlio.</p>



<p>“Nessuno”, affermò il padre.</p>



<p>E la sera, quando erano seduti nella loro baracca, lontano dalle persone, erano contenti.</p>
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		<title>Barbolo e Fraccola</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:27:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Audiofiabe]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Veronica Irsara C&#8217;era una volta, nella bellissima valle dai mille fiori, un omone grande e grosso di nome Barbolo, che era sempre contento e allegro. Per forza! Aveva tanti amici, tutti animaletti simpaticissimi e divertenti. Un brutto giorno, però, mentre stava seduto davanti a casa sua, si avvicinò di nascosto il nanetto Fraccola, [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>fiaba di Veronica Irsara</h2>
<p><audio class="wp-audio-shortcode" id="audio-459-2" preload="metadata" style="width: 100%;" controls="controls"><source type="audio/mpeg" src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/barbolo_e_fraccola.mp3?_=2" /><source type="audio/ogg" src="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/barbolo_e_fraccola.ogg?_=2" /><a href="https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/barbolo_e_fraccola.mp3">https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/jsyu879/barbolo_e_fraccola.mp3</a></audio></p>
<p>C&#8217;era una volta, nella bellissima valle dai mille fiori, un omone grande e grosso di nome Barbolo, che era sempre contento e allegro. Per forza! Aveva tanti amici, tutti animaletti simpaticissimi e divertenti.</p>
<p>Un brutto giorno, però, mentre stava seduto davanti a casa sua, si avvicinò di nascosto il nanetto Fraccola, che più volte era passato di lì a spiare l&#8217;allegra compagnia. “Uffa, Barbolo è sempre felice e contento con i suoi amici, mentre io sono sempre solo e non ho nessuno con cui giocare e divertirmi; ma adesso gli farò uno scherzetto!”</p>
<p>Fraccola mosse la bacchetta magica e pronunciò queste parole: “Lontano dagli amici sarai, del grigio mio cuor prigioniero, finché Barbolo tu non troverai per me un amico sincero!&nbsp; Fric-frac e libero già più non sei!”</p>
<p>Puff! All’improvviso Barbolo si trovò in un posto grigio e freddo, senza i suoi compagni. “Cos’è successo? Dove sono capitato? E dove sono tutti gli altri???” gridò Barbolo e, sconsolato, si mise a sedere su un grande baule e iniziò a piangere e a disperarsi. Ma, tutto ad un tratto si accese una lampadina che disse: “Finalmente posso dare la mia luce a qualcuno… ma perché piangi???”</p>
<p>E l&#8217;omone rispose sorpreso: “Mi chiamo Barbolo e stavo con i miei amici, quando all’improvviso mi sono ritrovato qui e non so perché.” “Te lo dirò io,” disse la lampada “ti trovi nel triste cuore di Fraccola, il nanetto mago, che non sopporta la gioia altrui perché è sempre solo. Se vuoi uscire di qui e ritornare a casa, devi trovargli un amico.”</p>
<p>Cosa? Come poteva fare Barbolo per trovare degli amici a Fraccola, che era così antipatico e geloso? “IDEA! Nel grande baule sul quale si era seduto prima, Barbolo trovò della stoffa colorata, un ago, una forbicina e del filo. “Mmhh,” disse “adesso so cosa devo fare!” Barbolo iniziò a cucire dei pupazzetti bellissimi e molto colorati, che somigliavano tanto ai suoi animaletti, mentre la lampadina che si chiamava Lucia gli offriva la sua luce.</p>
<p>Così, mentre cuciva, Barbolo raccontava storie divertenti sui suoi compagni di gioco. Il ricordo delle gioie passate e la voglia di rivedere gli amici, gonfiò d’amore il cuore di Barbolo che strinse a sé tutti i pupazzi di stoffa che aveva cucito. In questo modo, l’amore e la gioia provati da Barbolo colorarono e scaldarono il cuore di Fraccola, che si vergognò molto per quello che aveva fatto. E, siccome era uno stregone buono, cercò di riparare il danno che aveva fatto.</p>
<p>Prese la sua bacchetta magica e muovendola pronunciò: “Caldo e colorato adesso è il grigiore, grazie Barbolo, grazie di cuore.”</p>
<p>L&#8217;omone ritornò dai suoi cuccioli, che lo accolsero allegramente, e venne anche Fraccola per farsi perdonare e offrirgli la sua amicizia. Barbolo fu contento e dimenticò, perchè a volte anche gli amici possono sbagliare.</p>
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