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	<title>Fiabe di Alessandra Fella Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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	<title>Fiabe di Alessandra Fella Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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		<title>La guerra dei calzini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jun 2017 20:19:46 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba vincitrice del 50° Premio Andersen Baia delle Favole, il primo premio letterario dedicato alla fiaba in Italia. di Alessandra Fella Scommetto che sarà capitato anche a voi. E ai vostri genitori. E anche ai vostri nonni. No, forse ai vostri nonni no. Perché erano altri tempi, e allora le cose funzionavano in modo diverso. [&#8230;]</p>
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<p><strong>Fiaba vincitrice del 50° <a href="http://www.andersenpremio.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Premio Andersen Baia delle Favole</a>, il primo premio letterario dedicato alla fiaba in Italia.</strong></p>



<p>di Alessandra Fella</p>



<figure class="wp-block-audio"><audio controls src="https://audiofiabe.it/podcast/tracks/la_guerra_dei_calzini.mp3" preload="metadata"></audio></figure>



<p>Scommetto che sarà capitato anche a voi. E ai vostri genitori. E anche ai vostri nonni. No, forse ai vostri nonni no. Perché erano altri tempi, e allora le cose funzionavano in modo diverso. Dicevo… vi sarà certamente capitato, prima o poi: aprite lo sportello della lavatrice, tirate fuori i panni lavati e iniziate a stenderli. Pantaloni e braghette, magliette e maglioni, canottiere e mutande si allineano precisi e ordinati lungo i fili dello stendipanni. E poi… poi arrivano loro: i calzini. Ed è proprio qui che nascono i problemi. Perché a tutti sarà successo di ritrovarsi con dei calzini mancanti. E potete cercarli ovunque: nella lavatrice, nel cesto della biancheria sporca, sotto il letto, sopra l’armadio, nei cassetti. Vi assicuro che non li troverete. Perché sono vittime, caduti in qualche battaglia di una guerra che da anni ormai si combatte in ogni casa: la Guerra dei Calzini.</p>



<p>La Guerra dei Calzini iniziò molto tempo fa in una grande fabbrica. Due calzini, che non potevano sopportarsi da quando erano semplici fili di lana, vennero accoppiati per caso per far parte del medesimo paio. Da subito, iniziarono a litigare.</p>



<p>“Io sono di pura lana, tu sarai certamente un misto lana-acrilico!” “Siamo usciti dalla stessa partita, per cui siamo fatti dello stesso materiale! Tu, piuttosto, sarai certamente più pruriginoso di me, e vedrai che il nostro uomo non potrà sopportarti!”</p>



<p>“Non potrà sopportare me? E te, con quelle cuciture tutte storte? Vedrai… verrai subito buttato nell’immondizia!” “E tu trasformato in uno straccio della polvere!”</p>



<p>Quei due calzini petulanti continuarono a litigare e litigare. E se dapprima lo fecero solo tra di loro, quando finirono in uno scatolone pieno di coppie di calzini, iniziarono a coinvolgere nelle loro discussioni anche i compagni. E quelli prima cercarono di ignorarli, poi finirono per lasciarsi coinvolgere dalle sciocche e inutili beghe di quei due.</p>



<p>“Guarda che bel colore vivace che ho io, e guarda invece te come sei sbiadito! Non sembra anche a voi?” “Guarda i miei disegni, come sono perfetti! I tuoi, invece, sono imprecisi e sbavati! Lo vedete anche voi, vero?” “Senti come sono morbido io!</p>



<p>Invece tu sei così ispido che mi dà addirittura fastidio starti accanto! Venite a sentire anche voi!” “E tu? Hai un odore fastidioso già di tuo! Figuriamoci dopo che sarai stato indossato! Lo sentite anche voi, vero?” E tra le altre coppie di calzini, purtroppo, non sempre c’era accordo nelle opinioni. Anzi, diciamo quasi mai. E questo, a lungo andare, finì per creare vere e proprie fazioni schierate l’una contro l’altra. E più il tempo passava, più i gruppi diventavano agguerriti. E più diventavano agguerriti, più nelle paia i calzini diventavano permalosi e rissosi. E man mano che altri calzini finivano nella scatola, gli scontri e la polemica si allargavano e inasprivano. Anche quando il paio di calzini che aveva dato il via al tutto fu finalmente spedito a destinazione, nulla cambiò: la Guerra era ormai iniziata e nulla si poteva più fare per correre ai ripari. E quelle poche coppie di pedalini che cercavano di placare gli animi e riportare tutti a più miti consigli, venivano giudicati traditori della causa e relegati in qualche angolo della scatola.</p>



<p>Purtroppo poi, la voce della lotta intestina iniziò a girare, e dalla prima scatola passò a quelle vicine, e poi a quelle più lontane, dilagando infine in tutta la fabbrica. E dalla fabbrica ai magazzini. E dai magazzini ai negozi. E dai negozi alle case. E fu proprio nelle case che la guerra iniziò a diventare più cruenta. Nei cassetti, quando le etichette e i fili che li tenevano uniti venivano tagliati, i calzini cercavano in tutti i modi di allontanarsi dai compagni. C’era chi si ripiegava insieme a un calzino della stessa fazione, chi si mimetizzava tra i collant, chi scivolava nei cassetti sottostanti cercando di confondersi con le cravatte.</p>



<p>Nei cassetti, però, finivano sempre per essere recuperati e riportati nella giusta posizione. Poi, un giorno nefasto, i calzini scoprirono un luogo in cui poter scomparire o far sparire i compagni indesiderati: la lavatrice. Iniziò quindi un guerra fatta non più solo di frecciatine, scherzi e beffe, ma anche di azioni per eliminare in modo definitivo i fastidiosi compagni. C’era chi faceva sparire il gemello: incastrato in qualche pertugio della lavatrice, appallottolato nella piega di una guarnizione, infilato a forza nella tasca di un pantalone. C’era invece chi adottava la strategia contraria: si nascondeva di proposito in modo che, al momento della stesura del bucato, il calzetto spaiato finisse per essere gettato via. E, di sparizione in sparizione, le case iniziarono a riempirsi di calzini scompagnati che, perso il gemello, avevano come unica possibilità di restare nascosti a logorarsi dimenticati dietro qualche cassetto. Perché l’alternativa era di venire riciclati per usi poco nobili o finire nella pattumiera. Ma questo triste risvolto della guerra nessun vecchio calzino lo rivelava alle nuove paia. Perché con l’andare del tempo la rivalità e il risentimento avevano preso il sopravvento anche sul buon senso, e gli anziani temevano che rivelando ai giovani la verità sulle conseguenze il conflitto sarebbe finito.</p>



<p>Un giorno, però, in una lavatrice di colorati finirono due insoliti calzini: uno verde a pois rossi, arancioni e gialli e uno a righe verdi, rosse, arancioni e gialle. Entrarono insieme e fecero in modo da restare vicini vicini durante tutto il lavaggio. Nulla riuscì a separarli: né il sapone che cercava di farli scivolare via lontani, né la centrifuga che li sbatacchiava di qua e di là, né gli altri vestiti che tentavano di intrufolarsi tra di loro.</p>



<p>Alla fine del lavaggio, nell’attesa di essere tirati fuori, i due calzetti, sempre attaccati ma finalmente rilassati, iniziarono a guardarsi intorno. E videro un altro pedalino che, con tutte le proprie forze, tentava di incastrare il compagno in una stretta apertura sul retro del cestello.</p>



<p>“Ehi, tu! Ma che combini?!?” “Cerco di far sparire questo scarto della società dei Calzini!” “Ma sei matto?” Il calzino si girò a guardare chi lo stesse apostrofando in quel modo, e quel momento di distrazione permise al suo gemello di liberarsi.</p>



<p>“Grazie ragazzi! Mi avete salvato! Scommetto che siete anche voi dei Calzini Giusti! Lui è dei Calzini sbagliati… per questo mi odia!” “Eh no, mio caro! Io sono dei Calzini Giusti, e tu sei dei Calzini Sbagliati!” “Se tu sei dei Calzini Giusti, allora io sono dei Calzini Giusti-Più Giusti!” “E allora io sono dei calzini Giusti-Più Giusti dei Più Giusti!” “E allora io sono…”</p>



<p>La discussione andò avanti finché, entrambi infastiditi, non vennero ai fili, dandosele di salta ragione. A quel punto gli altri due calzini intervennero: “Ma volete piantarla voi due? Possibile che non vi rendiate conto di essere perfettamente uguali?!?”</p>



<p>Intanto intorno al quartetto si era raggruppato un nutrito e variopinto gruppo di paia di calzini di ogni foggia e tipo, che ascoltava attento il battibecco. “Perfettamente uguali? Ma non vedi che io sono blu a righe celesti e lui celeste a righe blu?” “E non è la stessa cosa?”</p>



<p>I due contendenti si resero conto di non poter controbattere, ma non si diedero per vinto.</p>



<p>“Guarda però come sono perfette le mie cuciture e come sono storte le sue!” “Anche se fosse, non credo che il vostro uomo se ne sia accorto o che gli interessi. In fin dei conti finite entrambi dentro a un paio di scarpe!”</p>



<p>I due rivali sobbalzarono: era vero! Intorno a loro i vari calzini, che prima si tenevano distanti dai compagni, iniziarono a cercarli con lo sguardo.</p>



<p>“Io sono più morbido, lui più ispido e pungente!” “Sì, potrebbe essere… ma considerato il fatto che siete dello stesso materiale la differenza sarà davvero irrisoria.”</p>



<p>Anche quella considerazione era valida. Le altre coppie di pedalini iniziavano a riappaiarsi.</p>



<p>“Però il piede che mi indossa è certamente più bello e profumato del suo!!!” “Scherzi?<br>È il mio ad essere più curato e odoroso!” “Nessuno di voi ha un ‘suo’ piede! Venite indossati a casaccio, non avete certo un vostro lato fisso!”</p>



<p>I due calzini ammutolirono. Tutte le altre paia si erano intanto ricomposte, e ognuno guardava il compagno con occhi amichevoli. Poi, illuminandosi all’improvviso, i due calzini urlarono all’unisono: “Ma lui è diverso: è più chiaro di me!” e “Ma lui è diverso: è più scuro di me!”</p>



<p>Nonostante fosse lievissima, una certa differenza nella brillantezza era reale e inconfutabile: forse erano già così dalla nascita, forse erano stati i lavaggi, forse il sole. Sta di fatto che i colori di uno erano leggermente più intensi di quelli dell’altro. I due calzini erano realmente diversi.</p>



<p>“Lui diverso da te. Tu diverso da lui. Noi diversi da voi. Siamo tutti calzini! Tutti diversi, eppure tutti uguali! E alla fine di una lunga giornata verremo tutti tolti e gettati in qualche angolo. Guardate noi: siamo completamente diversi, non fosse per i colori. Ed è proprio questa diversità a costituire la nostra forza. Vittime entrambi di quest’inutile guerra, a lungo nascosti per non finire nella pattumiera, abbiamo infine messo da parte i contrasti. Ci siamo uniti e abbiamo formato un nuovo paio, insolito e pittoresco. E l’uomo un giorno ci ha guardati, ci ha rigirati un po’ tra le mani e ha sorriso. E ci ha indossati, sfoggiandoci orgoglioso della nostra diversità. Mettete da parte odio e intolleranza. Unitevi, e fate delle differenze un punto di forza, non la ragione della vostra rivalità!”</p>



<p>Quel messaggio di pace e fratellanza lasciò il segno, nella comunità dei calzini di quella casa, che smisero di litigare, e presero ad insegnare a tutti i nuovi arrivati ad amarsi e sostenersi. E non solo! Ancora adesso, ogni volta che capita loro di incontrare altre paia di pedalini, sotto i tavoli dei ristoranti, o nella ressa degli autobus, o di corsa lungo la strada, cercano di trasmetterlo a tutti i calzini del mondo.</p>



<p>Ma allora, potreste chiedere, come mai nelle lavatrici i calzini continuano a sparire? Beh… perché i calzini, sebbene la guerra sia finita, sono comunque rimasti un po’ dispettosi. E non c’è divertimento più grande, per loro, che guardare di nascosto le nostre facce quando, mentre stendiamo il bucato, ci ritroviamo con un solo pedalino in mano. Quindi non disperate: i calzini mancanti non si sono persi, ma solo imboscati per farci uno scherzo. Fate finta di essere imbronciati e sorpresi e vedrete che quelli salteranno fuori come per magia!</p>
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		<title>La vera storia degli Elfi di Babbo Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Dec 2015 09:39:52 +0000</pubDate>
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<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Alessandra Fella</h2>



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<p>C&#8217;era una volta Babbo Natale… voi direte: ma Babbo Natale c’è ancora!!! Sì… certo… ma io sto parlando di tanto tanto tempo fa!<br>Dunque dicevamo… c’era una volta Babbo Natale. Egli viveva, insieme a Mamma Natale, in una baita in mezzo ad una radura nascosta in un fitto bosco su su nelle terre dell’estremo nord, in Lapponia.</p>



<p>In realtà chiamarla baita è un po’ riduttivo: la “magione” era infatti composta da un tale numero di stanze più o meno grandi a seconda della loro funzione che per poterla girare tutta erano necessari i pattini a rotelle e per non perdersi erano indispensabili una mappa e una bussola. Essa era infatti composta da: l’appartamento di Babbo e Mamma Natale, lo studio di Babbo Natale con macchina sputa/aspira letterine, il magazzino delle letterine da leggere, i due sotto-magazzini buoni/cattivi, la sala per il riempimento del sacco magico, il laboratorio per la fabbricazione dei giocattoli, il deposito dei materiali -tutti rigorosamente naturali-, la sezione impacchettamento ed infiocchettamento, la grande cucina per la preparazione dei dolci natalizi e la dispensa per la conservazione dei biscotti lasciati dai bambini, la stalla per le renne e il garage per la slitta. </p>



<p>Potete quindi immaginare la dimensione della casa, e quanta fatica dovesse fare la povera Mamma Natale per tenerla pulita, in ordine, e soprattutto efficiente per il periodo natalizio, durante il quale tutto diventava estremamente frenetico. </p>



<p>Se infatti durante la maggior parte dell’anno le giornate scorrevano tranquille seguendo i ritmi della natura, il che lasciava alla donna il tempo di badare a tutto con una certa serenità, durante le feste la situazione diventava incandescente, costringendola a correre avanti e dietro per aiutare il marito a costruire i giochi, fare i pacchetti, preparare i dolci, sistemare la slitta, badare alle renne, il tutto senza trascurare le normali faccende domestiche. </p>



<p>Ovviamente per fare tutto questo un pizzico di magia era indispensabile: nessuno avrebbe potuto creare i doni per tutti i bimbi del mondo nel poco tempo che c’era da quando arrivavano le letterine al giorno della vigilia di Natale. Esisteva infatti un orologio magico che rallentava il tempo all’interno della casa durante tutto il periodo natalizio… ma questa è tutta un’altra storia!</p>



<p>Ma torniamo a noi… Babbo e Mamma Natale avevano più volte cercato qualcuno che li aiutasse in casa: avevano messo annunci sul giornale, distribuito volantini, tentato con il passaparola. E le risposte non erano certo mancate: chi non vorrebbe diventare un aiutante di Babbo Natale? Dapprima c’era stato il maggiordomo inglese un po’ snob, che era andato via perché riteneva che la scarsissima vita sociale dei signori Natale non richiedesse i suoi raffinati servigi. Poi la giovane cameriera francese, che era scappata subito dopo aver visto che la casa era talmente sperduta da non permetterle neppure di poter uscire a fare shopping nei suoi giorni liberi. Poi ancora la governante tedesca, che era tornata sui suoi passi dopo aver fatto notare che non c’erano neppure bambini cui badare. Insomma: vuoi per l’isolamento, vuoi per il freddo, vuoi per l’eccessiva tranquillità, vuoi per la mancanza di una cosa o di un’altra, dopo poco tempo tutti coloro che si erano offerti di aiutarli nella conduzione della casa e nella gestione del Natale erano fuggiti via a gambe levate.</p>



<p>Così, alla fine, Babbo e Mamma Natale erano rimasti soli soletti nella loro grande, immensa casa al centro del loro grande, immenso giardino celato da un grande, immenso e fitto bosco.</p>



<p>E giunse, ancora una volta, il periodo precedente il Natale. Le letterine continuavano ad arrivare, e Babbo e Mamma Natale lavoravano alacremente in modo da riuscire ad approntare tutto per tempo. Alcuni giorni prima della vigilia, Babbo Natale si recò nel magazzino dei materiali per recuperare altra legna per fabbricare gli ultimi giocattoli. </p>



<p>Appena vi entrò, però, si rese conto che questa era ormai terminata, e che se non voleva rischiare di deludere qualche bambino l’unica soluzione era uscire nel bosco alla ricerca di un po’ di materia prima. Dopo essersi intabarrato nel più pesante dei suoi cappotti ed essersi caricato una capiente gerla sulla schiena, spalancò la porta di casa pronto ad avviarsi nella neve. Un vento gelido lo investì facendolo rabbrividire ed egli restò fermo sulla soglia ad osservare il paesaggio di fronte a lui: nonostante fosse giorno, il cielo era così cupo e carico di nuvoloni neri da non far passare neppure un timido raggio di sole, e sulla candida distesa che lo separava dal limitare della foresta si attorcigliavano leggeri mulinelli di fiocchi di neve sollevati da turbinose folate. Mamma Natale, che lo aveva accompagnato all’ingresso per salutarlo, si avvolse ancora di più nel suo scialle.</p>



<p>“Sei proprio sicuro di voler andare?”<br>“Devo! Anche se questo tempo non promette nulla di buono!”<br>“Cerca di fare in fretta… non farmi stare in pensiero, mi raccomando!”</p>



<p>Babbo Natale partì dunque per la sua missione: si addentrò tra gli alberi ed iniziò a raccogliere rami caduti, cortecce profumate, piccoli sassi dalle forme particolari, foglie secche, pigne nascoste sotto la spessa coltre bianca. Soddisfatto, decise di tornare verso casa. Mentre arrancava faticosamente tra la neve, però, il vento iniziò a farsi più intenso, freddo e rabbioso: per un po’ Babbo Natale proseguì ostinatamente per la sua strada, ma ad un certo punto le folate si fecero talmente forti e sferzanti da costringerlo ad una pausa. </p>



<p>Avvistata una piccola grotta riparata, vi si rifugiò in attesa che la situazione si calmasse un po’. Mentre aspettava paziente chiuso nell’angusto antro, però, un potente boato sovrastò il rumore del vento facendo tremare la terra stessa. Babbo Natale sobbalzò, si accostò all’ingresso della grotta, e restò in attesa. Dapprima sembrò calare un silenzio quasi irreale, come se ogni cosa, nel bosco, si fosse congelata; poi, lentamente, timidamente, la vita sembrò tornare alla normalità. Babbo Natale decise che era ora di riprendere la strada di casa: richiuse la giacca, raccolse la gerla, si calcò il berretto sulla testa e uscì dal suo rifugio. Proprio in quell’istante, però, gli parve di udire, in lontananza, una fievole voce: “Aiuto! Aiuto! Aiutatemi, vi prego!!!” </p>



<p>Babbo Natale restò in ascolto e, non appena udì di nuovo quel richiamo, seguì il suono per cercare di scoprire da dove provenisse. Grande fu la sua meraviglia quando si rese conto che a gridare, con quanto fiato avesse in gola, era stato un piccolo elfo che era rimasto incastrato sotto un ramo caduto da un albero. Immediatamente Babbo Natale lo aiutò: sollevò il pezzo di legno, aiutò la piccola creatura ad alzarsi e gli offrì un bicchiere di tè bollente che aveva portato nella sua fiaschetta perché si riscaldasse. </p>



<p>L’elfo bevve avidamente, poi si aggrappò al braccio dell’uomo guardandolo con aria supplichevole: “Ti prego… devi aiutarmi! “<br>“Aiutarti? In che modo?”<br>“I miei amici… sono rimasti sepolti sotto la neve… devi aiutarmi a tirarli fuori!”<br>“Va bene… portami da loro… e raccontami cosa è successo!”<br>“Io e i miei compagni viviamo in un piccolo villaggio ai confini del bosco, a ridosso di una montagna. Avevamo scelto quel luogo perché pensavamo di poter essere al riparo sia dalla curiosità degli uomini che dalle intemperie dell’inverno. Purtroppo, però, la tempesta di oggi è stata più forte di quanto ci aspettassimo: impauriti, tutti si sono rifugiati nella grande sala comune, la più solida del villaggio. Ed è stata la loro fortuna, perché ad un tratto una terribile valanga ha investito le case distruggendole tutte. Io mi sono salvato solo perché sono un esploratore, ed ero stato mandato sulla cima della montagna a controllare la situazione. Ero in volo sul mio gufo quando ho visto la neve abbattersi su di loro: sono sceso subito sperando di poterli aiutare, ma sono caduto io stesso. Il resto lo sai…”</p>



<p>Babbo Natale e l’elfo raggiunsero quindi il luogo dove sorgeva il villaggio: tutto ciò che si vedeva, però, era il gigantesco cumulo di neve che aveva travolto e sotterrato ogni cosa. Senza perdersi d’animo, Babbo Natale si tolse la gerla dalla schiena, si rimboccò le maniche e iniziò a scavare. E scavò, scavò, scavò, dapprima aiutato solo dal piccolo elfo, poi affiancato anche dagli animali della foresta. Scavò giorno e notte, senza mai fermarsi e senza mai stancarsi. E, alla fine, la piccola costruzione della sala comune comparve, macchia scura in tutto quel bianco sconfinato. Miracolo! Tutti gli elfi erano salvi e, uno alla volta, uscirono dalla casetta per andare ad abbracciare e ringraziare l’uomo e gli animali che li avevano soccorsi. Babbo Natale era esausto, ma felice. E fu solo in quel momento, riconquistata finalmente la tranquillità, che si rese conto di quanto tempo fosse passato, e che ormai era già arrivata la vigilia di Natale.</p>



<p>“Oh, povero me! Non ce la farò mai a terminare il mio lavoro! Questo sarà un Natale davvero triste per alcuni bambini!”<br>A quelle parole, gli elfi si resero finalmente conto che non era un uomo qualsiasi quello che li aveva aiutati, ma Babbo Natale in persona.<br>“Tu ci hai salvato la vita… saremo felici e orgogliosi di fare per te tutto ciò che è in nostro potere!”</p>



<p>Fu così che una piccola carovana partì alla volta di casa Natale: Babbo in testa, seguito da tutti gli elfi che, strada facendo, raccolsero tante piccole cose che sarebbero potute essere utili per la realizzazione dei giocattoli. Quando finalmente giunsero a destinazione, trovarono ad attenderli Mamma Natale semisvenuta per la preoccupazione. Ma le bastò vedere il marito sano e salvo per riprendersi all’istante e tornare scattante, arzilla ed efficiente: mentre infatti Babbo Natale iniziava ad organizzare il lavoro della giornata, lei aveva già preparato latte caldo e biscotti per tutti. La giornata procedette frenetica: chi costruiva i giochi, chi li dipingeva, chi impacchettava i regali, chi scriveva i bigliettini con i nomi dei bimbi, chi preparava il sacco magico. Altri, poi, ebbero il compito di preparare le renne, strigliarle, adornarle di nastri e campanelli e far fare loro qualche prova di volo perché si sgranchissero le zampe. Alcuni, infine, si impegnarono a controllare la slitta, lucidarla e prepararla per il volo.</p>



<p>Quando scese la notte, e l’ultimo regalo fu infilato nel sacco, Babbo Natale guardò felice e commosso i suoi aiutanti: “Grazie… senza di voi non sarei mai riuscito a finire tutto per tempo!”<br>Quindi, salutato da tutti gli elfi festanti, partì per il lungo viaggio che lo avrebbe portato da un capo all’altro del mondo.</p>



<p>Le piccole creature, sfinite, lasciarono che Mamma Natale le rifocillasse e trovasse loro un posto nella casa in cui passare la notte. E di posto, in quella casa, ce n’era davvero parecchio!<br>La mattina dopo, quando finalmente Babbo Natale rientrò, si ritrovarono tutti quanti nella grande cucina per fare un’abbondante e gioiosa colazione e scambiarsi gli auguri. Subito dopo, gli elfi si prepararono ad andare via.</p>



<p>“Adesso per noi sarà dura: dovremo trovare un altro posto, altrettanto sicuro e riparato, in cui vivere, e cercare di sistemarci alla meglio mentre ricostruiamo il nostro villaggio.”<br>Babbo e Mamma Natale si guardarono negli occhi… e non ebbero bisogno di parole: “Perché non restate qui? Abbiamo un giardino talmente grande che avrete tutto lo spazio che volete per costruire le vostre case. E, mentre queste ancora non saranno pronte, potrete stare qui in casa con noi!”</p>



<p>Gli elfi si consultarono tra di loro per qualche istante, poi: “Accettiamo, ma solo ad una condizione: da oggi in poi vorremmo potervi aiutare sia nei lavori di tutti i giorni, sia nell’organizzazione del Natale!”</p>



<p>E fu così che Mamma Natale ebbe finalmente qualcuno che la aiutasse in casa… e Babbo Natale dei validi e solerti collaboratori che tutt’ora lo aiutano a rendere il Natale di ogni bimbo ancora più perfetto!</p>
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		<title>La vera storia dell&#8217;albero di Natale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Dec 2013 17:45:52 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Alessandra Fella Ascolta la fiaba con il player qui sotto. C&#8217;era una volta un boscaiolo, tanto povero quanto onesto. Viveva in una vecchia baracca di legno in mezzo ad una radura con tutta la sua famiglia: la moglie, i tre figli e i suoi genitori. La casa era piccola, ma accogliente, pulita e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba di Alessandra Fella</h2>



<p>Ascolta la fiaba con il player qui sotto.</p>



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<p>C&#8217;era una volta un boscaiolo, tanto povero quanto onesto. Viveva in una vecchia baracca di legno in mezzo ad una radura con tutta la sua famiglia: la moglie, i tre figli e i suoi genitori.</p>



<p>La casa era piccola, ma accogliente, pulita e dignitosa. E tutti si davano da fare perché la vita scorresse serena:</p>



<p>la mamma si occupava della casa e faceva le pulizie nei palazzi dei signori;</p>



<p>il papà tagliava la legna e scolpiva giocattoli da vendere alle botteghe artigiane; la nonna coltivava il piccolo orto che rendeva il necessario per loro e per il mercato;</p>



<p>il nonno si dedicava a piccole opere di ferramenta.</p>



<p>Anche i bambini davano il loro contributo: dopo la scuola aiutavano i genitori in tutto ciò che potevano.</p>



<p>In quella casa non erano ricchi&#8230; ma erano felici e si volevano bene.</p>



<p>Un giorno il boscaiolo si addentrò in una foresta di abeti che non aveva mai visto prima, alla ricerca di un legno particolare. Passo dopo passo, la selva divenne talmente fitta che tra le fronde degli alberi, che sembravano mani adunche tese a bloccarlo, non riusciva a penetrare neppure la luce del sole. Eppure una strana sensazione lo spingeva a non fermarsi.</p>



<p>Giunse infine dinanzi a un vecchio cartello con una scritta quasi illeggibile: “PROPRIETÀ PRIVATA-VIETATO ENTRARE”.</p>



<p>Mentre già stava per tornare indietro, una luce vivida proveniente dal profondo di quel folto bosco cupo attirò il suo sguardo e lo spinse a proseguire.</p>



<p>“Alla fine -pensò- non mi vedrà nessuno&#8230; chi vuoi che passi da qui? E se dovessi incontrare qualcuno potrò sempre dire che mi sono perso e che pensavo che la luce provenisse da una casa&#8230;”</p>



<p>Giunse finalmente in una radura, al centro della quale cresceva un immenso albero del colore del sole. La sua meraviglia fu grande quando, avvicinandosi, si rese conto che era d&#8217;oro massiccio. Lo toccò e vide che i rami avevano la consistenza del legno ma, se venivano spezzati, assumevano la solidità del metallo prezioso. Iniziò a pensare: “Se ne staccassi qualche pezzo chi mai se ne accorgerebbe?</p>



<p>È un albero, i rami ricrescerebbero, e il proprietario neanche ci farebbe caso. L&#8217;uomo che possiede una cosa così prodigiosa nel proprio giardino è di certo eccezionalmente ricco, e anche se io gli porto via una piccolissima parte del suo oro non gli dispiacerà.&amp;nbsp; Anche perché io ne ho di sicuro molto più bisogno di lui.”</p>



<p>Più ci pensava, più trovava scuse per giustificare ciò che voleva fare, più sognava cosa avrebbe potuto comperare con quell&#8217;oro. Fu così che strappò alcuni dei ramoscelli più sottili, ne fece un piccolo bottino, e tornò a casa col sorriso sulle labbra e la gioia nel cuore.</p>



<p>Sua moglie non fu felice: “Non avresti dovuto prenderli! Per quanto pochi possano essere e per quanto noi se ne possa avere bisogno, tu li hai rubati! Devi restituirli!” L&#8217;uomo e la donna iniziarono a litigare, cosa che prima di allora non era mai accaduta, e le discussioni proseguirono per giorni e giorni, finché l&#8217;uomo, esasperato, non andò via di casa.</p>



<p>Il tempo passò: col denaro frutto della vendita dell&#8217;oro costruì una bellissima casa con tante stanze, comperò dei vestiti nuovi e lussuosi e dei cavalli lucidi e scattanti per muoversi. Ma la sua famiglia, che era rimasta nella vecchia casupola malandata, gli mancava&#8230; così iniziò a comperare regali per tutti nella speranza di riconquistarne l’affetto. Ma ogni omaggio gli veniva sdegnosamente restituito. Oltretutto, più si abituava alla nuova vita da ricco, più sentiva il bisogno di nuovo oro per soddisfare i propri desideri. E ogni volta andava nella foresta a staccare nuovi rami, sempre di più e sempre più grossi, trovando nuove scuse con se stesso per i furti.</p>



<p>Ma, ogni volta che tornava, accadeva una strana cosa: la sua pelle sembrava più scura e spessa e i suoi movimenti più legnosi. “La pelle si scurisce per il sole, è chiaro. E mi muovo con più fatica perché mi sono disabituato al lavoro e agli sforzi.”</p>



<p>Giunse finalmente la vigilia di Natale, e il boscaiolo preparò per se stesso un pranzo sontuoso. Mentre, però, maneggiava un coltello per affettare del pane, si tagliò&#8230; e, invece del sangue, dalla carne uscì un liquido trasparente simile alla linfa delle piante. E finalmente comprese! Corse verso il bosco incantato con tutta l&#8217;energia che gli restava. “Ti prego, fa&#8217; che non sia troppo tardi.” Ma più si avvicinava alla radura, più i gesti si facevano rigidi. E poi accadde. Mentre saltava, i suoi piedi divennero profonde radici, il suo corpo tronco, la sua pelle si indurì tanto da trasformarsi in corteccia, le sue braccia si arrestarono a mezz&#8217;aria mutandosi in lunghi rami, i suoi capelli si convertirono in fronde e la sua bocca spalancata in una profonda cavità.&amp;nbsp; Anche lui era diventato una parte di quella foresta, nella quale ogni pianta era stata un essere umano.</p>



<p>La sua disperazione era così grande che dai suoi occhi, che si erano trasformati in spessi nodi di legno, scesero calde lacrime di autentico pentimento. E tale era il freddo, che ogni lacrima, raggiunta la punta dei rami, si congelava trasformandosi in una piccola stalattite cristallina. Una, però, riuscì a toccare il terreno e, d’incanto, comparve una fata. “La tua avidità era stata punita, così come quella di molti altri prima di te. Ma tu sei stato il solo a provare un sincero rimorso. Va’&#8230; e che questa avventura ti sia di insegnamento.”</p>



<p>Il boscaiolo, magicamente tornato essere umano, non poté che ringraziare la buona fata e, tornato a casa, vendette tutti i suoi averi distribuendo il ricavato a chi ne aveva più bisogno. Poi, col cuore pieno di speranza e timore, tornò a bussare alla porta della sua vecchia baracca. E fu accolto con tutta la gioia e l’amore che gli erano mancati fino a quel momento. Decise, però, di conservare per sempre la memoria di quanto era accaduto, come monito affinché mai più l’avidità potesse impossessarsi di lui. E, ripensando a ciò in cui egli stesso si era trasformato, si recò nella vicina foresta, abbatté un piccolo abete, lo portò a casa e, in ricordo delle proprie lacrime, lo decorò con piccole sfere di vetro cristallino.</p>



<p>In breve tempo la sua storia fece il giro del villaggio, poi dell’intero regno, e si diffuse poi anche in quelli vicini fino a raggiungere i confini della terra. E tutti, colpiti e commossi, presero l’abitudine, a Natale, di tenere in casa un abete decorato con gocce di vetro o cristallo, e di porvi sotto i doni, in ricordo dell’uomo che, a Natale, aveva donato tutto per tornare ad essere felice.</p>
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		<title>La torre, la scala e la luna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 21:05:22 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>fiaba di Alessandra Fella</h2>
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<p>C&#8217;era una volta un regno nel quale nacque una bellissima principessina di nome Olimpia. La piccola era talmente bella, ma talmente bella, da attirare su di sé le invidie di una strega cattiva e dispettosa, che scagliò su di lei un terribile incantesimo: appena la bimba avesse raggiunto l&#8217;età da marito, ogni volta che un giovane l&#8217;avesse corteggiata il naso di lei sarebbe diventato più grosso.</p>
<p>Gli anni passarono e la bambina crebbe in età e in bellezza. Ormai tutti avevano dimenticato il sortilegio, finché un bel giorno un principe di passaggio in quel regno intravide la ragazza affacciata al balcone di una delle torri del castello e se ne innamorò perdutamente. Subito si recò dal sovrano per chiedergli il permesso di conoscere Olimpia e chiederla in sposa. In quello stesso istante la fanciulla, che era ancora alla finestra a godere del sole e della vista del paesaggio circostante, udì un sonoro &#8220;POP!&#8221; ed il suo nasino, poco prima piccolo e delicato, divenne per magia un po&#8217; più lungo e un po&#8217; più grosso. La principessa corse immediatamente nella sua stanza a guardarsi allo specchio: per fortuna la differenza non si notava tantissimo, per cui la giovane decise di ignorare l&#8217;accaduto. Il principe potè dunque incontrarla e conoscerla ma, non essendo riuscito a far battere il suo cuore, fu costretto a congedarsi e a tornare sconsolato al proprio castello.</p>
<p>Le settimane trascorsero. Un giorno, in cui la principessa era in un prato intenta a raccogliere fiori di campo per abbellire la propria camera, passò di lì un valoroso cavaliere che tornava al suo palazzo dopo aver sconfitto un pericoloso drago. Vedendo la fanciulla subito se ne invaghì e saltò giù da cavallo per offrirle i propri servigi. Appena i piedi dell&#8217;uomo toccarono terra, un nuovo &#8220;POP!&#8221; risuonò nell&#8217;aria e Olimpia, tastandosi il naso, lo scoprì ancora più grosso. Il cavaliere, che nulla aveva notato, le si avvicinò premuroso proponendole di riaccompagnarla al castello, ma la fanciulla, spaventata dal suo impeto e da quello che le stava accadendo, lo respinse con fermezza.</p>
<p>Trascorsero alcuni mesi. Un giorno la ragazza, che si era recata nei pressi di un laghetto per dare da mangiare ai dei candidi cigni, incontrò un principe che proprio lì si era fermato per far dissetare i propri cani intenti nella caccia. Non appena egli vide la giovane, il suo cuore arse d&#8217;amore e subito le si avvicinò per offrirle in dono fagiani, quaglie e beccacce, le ricche prede che aveva appena catturato. &#8220;POP!&#8221;. Olimpia si specchiò nel laghetto ed osservò inorridita il proprio naso, la cui crescita, ormai, era impossibile nascondere. Coprendosi il viso con uno scialle all&#8217;avvicinarsi del principe, lo allontanò dicendogli che non era educato rivolgersi ad una principessa senza prima essere stato presentato. Poi, tra le lacrime, corse al castello per raccontare l&#8217;accaduto a suo padre e chiedergli aiuto.</p>
<p>Quando il re la vide, ne fu quasi spaventato: il grazioso naso della sua bambina, che egli aveva sempre paragonato ad una piccola ciliegia, era ormai diventato grosso come un&#8217;albicocca.</p>
<p>Furono immediatamente chiamati tutti i medici e gli specialisti del regno che, dopo lunghe discussioni e ricerche, fecero provare alla principessa sciroppi, pomate, unguenti, sulfumigi e pillole di ogni genere. Nulla: il naso non accennava a ridursi. Allora vennero chiamati tutti i maghi e le fattucchiere più famosi: ma tutti dissero che nessun sortilegio poteva essere guarito da un altro sortilegio.</p>
<p>Nel frattempo la notizia della bellezza della giovane era passata di regno in regno e, dopo qualche mese, iniziò a presentarsi al cospetto del sovrano una gran quantità di principi, duchi, granduchi, baroni, cavalieri e qualche sultano, tutti recanti preziosi doni e tutti desiderosi di incontrare Olimpia e chiederla in sposa. &#8220;POP! POP! POP!!!&#8221;: ormai la poverina non sentiva che quel suono orribile e, col passare dei giorni, il suo naso divenne talmente grosso che si dovette costruire una struttura adatta a sorreggerlo ed a permettere alla fanciulla di muoversi. Ovviamente le era impossibile incontrare i propri corteggiatori in quello stato, e fu costretta ad inventare delle scuse per ognuno di loro. Dopo un po&#8217; i principi, offesi da tanta scortesia, iniziarono ad allontanarsi dal castello; non prima, però, di averla soprannominata &#8220;la principessina superba&#8221;. E dopo qualche tempo nessuno più la cercò.</p>
<p>La principessa era ormai disperata e passava il tempo nella propria stanza piangendo sconsolatamente.</p>
<p>Una sera, mentre guardava la luna con gli occhi ancora umidi di lacrime, le comparve dinanzi una fata.</p>
<p>&#8220;Oh, cara Olimpia, come mi dispiace che tu sia così triste. Ho sentito il tuo dolore, e sono venuta qui per aiutarti. Come sai non posso annullare la magia che ti è stata fatta, ma conosco il modo per rompere l&#8217;incantesimo e tornare normale.&#8221;</p>
<p>&#8220;Dimmi, mia buona fatina, farò qualunque cosa per tornare normale.&#8221;</p>
<p>&#8220;Bene allora. Dovrai affrontare tre prove molto difficili: dovrai vedere il mondo intero, appoggiare una scala tra la terra e la luna e costruire una torre alta fino al cielo. Avrai un anno di tempo e non potrai in alcun modo farti aiutare dalla magia. E se tra un anno non sarai stata in grado di portare a termine le tre prove, l&#8217;incantesimo si estenderà a tutto il tuo corpo trasformandoti in una specie di mostro, e nulla più potrai fare per tornare com&#8217;eri.&#8221;</p>
<p>La fanciulla fu molto spaventata da quella possibilità: era figlia unica e a lei spettava il compito di succedere al padre sul trono. Le sarebbe stato impossibile regnare se si fosse tramutata in una creatura orribile. Così chiese alla fata una notte di tempo per riflettere sul da farsi.</p>
<p>E quella fu una lunga, lunghissima notte: la principessa valutò ogni possibilità per poter terminare in tempo le tre prove senza trovare alcuna soluzione sicura e convincente. Alla fine, esausta, si addormentò. E durante il sonno la sua mente, finalmente libera dalle preoccupazioni, fece apparire la risposta sotto forma di visione. Olimpia sognò di costruire una torre alta fino al più alto dei cieli, tanto alta da arrivare quasi fino alla luna. E di costruire dentro la torre una scala che, superata la sua cima, arrivasse fino all&#8217;argenteo astro. E di sedersi su di esso per un giorno intero ad osservare la terra che si sarebbe mostrata nella sua interezza facendo il suo quotidiano giro intorno al proprio asse.</p>
<p>Il giorno successivo Olimpia richiamò la fata.</p>
<p>&#8220;Accetto! -le disse- Ci rivedremo tra un anno meno una settimana e un giorno.&#8221;</p>
<p>Un po&#8217; meravigliata da quello strano appuntamento, la fata le rispose con un sorriso che alla principessa sembrò quasi crudele, poi svanì così come era apparsa.</p>
<p>Immediatamente la principessa convocò i più bravi muratori e carpentieri del regno per chiedere loro consiglio su come costruire la torre, ma tutti le risposero che mai e poi mai una costruzione così alta sarebbe potuta essere tanto solida da non crollare. La fanciulla, nascosta dietro il paravento che la celava alla vista, ascoltava, e più passavano i giorni, più si sentiva scoraggiata. Poi giunse nel regno un uomo, dal volto orribile e dall&#8217;aspetto trasandato, che le chiese udienza.</p>
<p>&#8220;Ho io la soluzione, maestà. Il mio segreto è una semplice polvere: ne basta un pizzico mescolato alla calce che serve per unire i mattoni per rendere una costruzione talmente solida da poter resistere anche al più violento degli attacchi.&#8221;</p>
<p>&#8220;Siete forse un mago? -chiese preoccupata la principessa-</p>
<p>&#8220;No, mia principessa. Mi chiamo Fortebraccio, e sono solo un umile muratore. La mia polvere non ha nulla di magico. È solo fatta usando elementi forti per loro natura: polvere di corno di elefante, foglie secche di gramigna selvatica, spore di funghi infestanti, saliva di formica operaia, tela di ragno gigante.&#8221;</p>
<p>Olimpia, entusiasta, si dimenticò del proprio aspetto e uscì dal suo nascondiglio per stringere grata la mano all&#8217;uomo. Avvicinandosi a lui si meravigliò sia del fatto che non inorridisse di fronte al suo naso, sia della straordinaria luce che brillava negli occhi di lui, seminascosti sotto una pelle vecchia e grinzosa.</p>
<p>I due si misero immediatamente a lavoro: si arrampicarono sulla montagna più alta del reame, perché la roccia sarebbe stata una base più solida per la torre. Portarono con loro muli e cavalli carichi di attrezzi e materiale e mentre lui costruiva, lei mescolava la calce nelle tinozze. La gente che passava di lì, dapprima incuriosita, poi sempre più ammirata dalla loro tenacia, dopo averli osservati per qualche giorno si unì ai due per aiutarli in quell&#8217;incredibile impresa. E se all&#8217;inizio molti erano spaventati dal loro aspetto, dopo un po&#8217; nessuno ci fece più caso, perché la dolcezza della fanciulla e la forza dell&#8217;uomo facevano dimenticare la loro bruttezza.</p>
<p>I mesi passarono: la principessa e il muratore lavorarono fianco a fianco e, senza che nessuno dei due lo dicesse all&#8217;altro, si innamorarono. La torre e la scala crebbero, e crebbero, e crebbero. E giunse finalmente il grande momento.</p>
<p>Ad una settimana ed un giorno esatti dalla scadenza del termine stabilito, la fata comparve. Grande fu il suo stupore nel vedere la costruzione che, sottile e snella, saliva al cielo scomparendo tra le nuvole.</p>
<p>&#8220;Una torre così alta e talmente solida da non crollare non può che essere opera di un mago!&#8221;</p>
<p>&#8220;No. -disse Olimpia- La torre è solo opera della fatica di tanti e dell&#8217;intelligenza di uno.&#8221;</p>
<p>&#8220;Va bene. Ma qui vedo solo una torre che sale al cielo. Dov&#8217;è la scala?&#8221;</p>
<p>&#8220;La scala è nella torre.&#8221;</p>
<p>&#8220;Ma io avevo detto che la scala sarebbe dovuta arrivare alla luna, non la torre!&#8221;</p>
<p>&#8220;Infatti la torre si ferma poco prima della luna. Solo la scala vi arriva.&#8221;</p>
<p>&#8220;Molto bene. Due delle prove sono superate. Ma impegnata com&#8217;eri a costruire questa meraviglia, di certo non hai trovato il tempo per vedere tutto il mondo.&#8221;</p>
<p>&#8220;Lo farò adesso. Mi ci vorrà una settimana per arrivare in cima alla scala. Poi, arrivata sulla luna, mi sederò per un giorno intero e guarderò tutta la terra, che girando mi mostrerà ogni suo lato.&#8221;</p>
<p>A quelle parole accadde qualcosa di prodigioso: la fata iniziò a diventare verde d&#8217;invidia e rossa di rabbia. E più cambiava colore, più cambiava aspetto: da graziosa fatina si trasformava lentamente in orribile strega. E più cambiava aspetto, più si gonfiava di malevolenza. E si gonfiò talmente tanto che finì per esplodere in mille coriandoli verdi e rossi. &#8220;POP!&#8221; &#8220;POP!&#8221; Improvvisamente il naso della principessa tornò normale e -meraviglia delle meraviglie- il brutto muratore che aveva aiutato Olimpia si tramutò in un principe, talmente bello da lasciarla senza fiato.</p>
<p>&#8220;Finalmente! -esclamò lui sorridente- Qualcuno è riuscito a sconfiggere la malvagia strega Araska!&#8221;</p>
<p>E visto che tutti lo guardavano esterrefatti, iniziò a spiegare.</p>
<p>&#8220;Araska era una maga perfida e prepotente: non poteva sopportare la gioia, l&#8217;intelligenza, la bellezza, il potere o la ricchezza degli altri, perché ne era profondamente invidiosa. Fu lei a scagliare su di te, Olimpia, l&#8217;incantesimo che faceva crescere il tuo naso, perché era gelosa della tua bellezza. E fu sempre lei a trasformare me, il principe Fortebraccio, in un uomo solo, povero e deforme, perché invidiava l&#8217;affetto dei miei sudditi e la ricchezza delle mie terre. Tanto tempo fa giunse nel mio regno, che era prospero e felice e non temeva attacchi nemici perché io stesso avevo trovato la formula per la polvere che rende indistruttibile ogni costruzione. Voleva diventare la mia regina, e quando io rifiutai mi trasformò nell&#8217;uomo che tu hai conosciuto. Quando chiesi aiuto ai miei consiglieri, non fui riconosciuto, e venni cacciato dal paese. A lungo vagai per il mondo, finché non seppi di te. Mi narrarono la storia delle tre prove e capii che era sempre Araska, nelle sembianze di una fata, che voleva prendersi gioco di te. E decisi di aiutarti. E ora, finalmente, la strega è stata distrutta proprio dalla sua stessa invidia, e con lei sono svaniti anche tutti suoi malefici.&#8221;</p>
<p>Olimpia poté finalmente tornare felice al proprio castello per riabbracciare la madre e il padre che non vedeva ormai da quasi un anno. E al suo fianco giunse il bel principe, che subito chiese al re la mano della fanciulla. Le nozze vennero celebrate subito, e durarono una settimana e un giorno. Immediatamente dopo i due giovani partirono per il regno di Fortebraccio, dove vissero per sempre felici e contenti.</p>
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		<title>Il drago e la bambina</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 20:55:28 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>fiaba di Alessandra Fella C&#8217;era una volta una bambina di nome Cassandra che abitava nella più alta torre di una lugubre fortezza nascosta in un fitto bosco. Insieme a lei vivevano una maga brutta e perfida e un drago enorme ma buono. La bimba non lo sapeva, ma era in realtà una principessina. Anni prima, [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">fiaba di Alessandra Fella</h2>



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<p>C&#8217;era una volta una bambina di nome Cassandra che abitava nella più alta torre di una lugubre fortezza nascosta in un fitto bosco. Insieme a lei vivevano una maga brutta e perfida e un drago enorme ma buono. La bimba non lo sapeva, ma era in realtà una principessina. Anni prima, quando era ancora in fasce, era stata rapita dalla strega, irata col re suo padre per non averle concesso di diventare la protettrice del regno. Era stata quindi condotta nel vecchio castello ed allevata col solo scopo di servire la vecchia megera. Ma Cassandra non sapeva nulla di tutto questo: pensava di essere una povera orfanella che la strega, nella sua infinita bontà, avesse accolto nella sua casa. La donna le aveva infatti raccontato di averla trovata per la strada in una cesta e di averla sottratta a dei briganti che volevano raccoglierla e venderla. Ragione per cui la bimba le era infinitamente grata e, nonostante quella la trattasse sempre in malo modo, non poteva fare a meno di sorriderle e di soddisfare ogni suo desiderio.</p>



<p>Certo, la vita al castello per lei non era facile: ogni giorno doveva spazzare i pavimenti, spolverare i libri e lustrare tutte le ampolle delle pozioni tanto da farle brillare. Poi doveva pulire accuratamente tutte le vetrate colorate del maniero, perché alla strega piacevano i giochi di sfumature prodotti dalla luce del sole che le illuminava. E lucidare i calderoni di rame, perché la strega non sopportava che si coprissero di fuliggine. E preparare ghiotte leccornie sempre diverse, perché la strega era incredibilmente golosa. E rifare ogni giorno i cento letti delle cento camere da letto del castello, perché alla strega piaceva dormire ogni giorno in una stanza diversa ed avere sempre lenzuola fresche e profumate. E lavare, e stirare, e cucire, e ricamare, perché alla strega piaceva vestire come una nobildonna. La piccola Cassandra non aveva quasi mai un attimo di pace. Per fortuna, però, ad aiutarla c&#8217;era il suo inseparabile amico Berto, il drago.</p>



<p>Berto era grande come una casa, col corpo blu come il mare più profondo e le ali di un rosso caldo come il sole al tramonto. Aveva enormi occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida, una cresta nera come una notte senza stelle e senza luna ed un muso così simpatico che la bimba proprio non capiva come riuscisse a spaventare qualcuno. Lui le dava una mano nelle faccende domestiche. Ad esempio, legava degli spazzoloni alla coda per poter pulire i pavimenti scodinzolando. O sbatteva le lunghe ciglia vicino alla libreria per spolverare in men che non si dica tutti i libri. O si sgranchiva le ali proprio davanti al filo del bucato in modo che questo, col movimento dell&#8217;aria, si asciugasse più in fretta. Insomma: si dava da fare in ogni modo possibile per aiutare la sua piccola amica.</p>



<p>E, quando tutti i doveri quotidiani erano stati portati e termine, si caricava la principessina sul dorso e insieme volavano via ad esplorare il mondo. Certo, di questo la strega non era molto contenta, ma il drago la aveva dato la propria parola d&#8217;onore che avrebbe sempre riportato indietro la piccola e che non le avrebbe mai permesso di scappare. E, nonostante la parola di un drago fosse sacra, la megera si era premunita di minacciarlo che, se non non fosse tornata, la piccola sarebbe morta.</p>



<p>E così scorreva la loro vita, tra il lavoro di ogni giorno e le grandi fughe. Berto mostrò a Cassandra luoghi incantevoli ed indimenticabili. La condusse attraverso i deserti divertendosi a cambiare la forma delle dune col movimento delle ali e a fare castelli di sabbia sulla riva degli specchi d&#8217;acqua nelle oasi. Sorvolò boschi e giungle soffiando leggermente tra le foglie degli alberi in modo che tutti gli uccelli si alzassero in volo e Cassandra potesse vederne gli sgargianti colori. Passò su città e paesi ridendo con lei nel veder fuggire spaventati gli abitanti, che dall&#8217;alto sembravano tante formichine. Sfiorò col grande corpo mari ed oceani, perché lei potesse assaporare gli schizzi di acqua salata e potesse scorgere le sagome dei grandi animali marini. Una sera la portò addirittura su nello spazio più profondo, perché potesse ammirare la luminosità di ogni stella del firmamento e potesse prendere un pugno di polvere di luna da conservare in una bottiglietta per illuminare la sua stanza di argentei bagliori.</p>



<p>La bimba crebbe, e crescendo divenne una splendida fanciulla. Ma non era solo bella: il lavoro di ogni giorno l&#8217;aveva resa energica, i libri della strega colta ed i viaggi col drago coraggiosa. Non fosse stata prigioniera, certo avrebbe avuto stuoli di corteggiatori. E il drago stesso, nonostante la conoscesse da sempre, non riusciva a non guardarla con occhi diversi. Tanto diversi, tanto dolci e tanto strani che, talvolta, la facevano arrossire.</p>



<p>Un giorno, mentre entrambi erano affaccendati nei loro mestieri, la strega corse nella stanza dove entrambi si trovavano gridando:</p>



<p>&#8220;Presto Berto! C&#8217;è un cavaliere alle porte della foresta! Chiede di Cassandra! Dice di essere venuto per liberarla e portarla via!&#8221;</p>



<p>Cassandra ebbe un fremito di gioia e rivolse lo sguardo verso l&#8217;amico drago per condividere con lui la sua emozione. Grande fu il suo stupore nello scorgere, negli occhi di lui, una strana espressione, come di tristezza e amarezza. La strega riprese ad urlare:</p>



<p>&#8220;Berto, non stare lì impalato! Vai a cacciarlo via! SUBITO!!!&#8221;</p>



<p>Il drago si voltò verso la principessa: aveva appena preso una decisione importante. Le sorrise, le fece un goffo inchino e volò via.</p>



<p>Cassandra non capiva: perché la strega non aveva usato la magia per allontanare l&#8217;intruso senza mettere a rischio la vita di Berto? Provò a chiederlo alla donna, ma costei le rispose che le sue decisioni non dovevano riguardarla.</p>



<p>Intanto Berto volava verso il cavaliere: sapeva che l&#8217;unico modo per liberare la principessa era quello di lasciare che l&#8217;uomo lo sconfiggesse. Lui avrebbe certamente perso la vita, ma la fanciulla avrebbe finalmente trovato la felicità e, forse, l&#8217;amore. Ma non poteva lasciarsi battere troppo facilmente, altrimenti la strega se ne sarebbe accorta e sarebbe intervenuta. Doveva essere furbo e fingere di combattere.</p>



<p>Arrivò finalmente ai margini del bosco. Tutto era silenzioso: sembrava che anche gli animali tacessero in attesa dello scontro. Il cavaliere gli si parò di fronte: era vestito di un&#8217;armatura splendente ed impugnava una spada affilata e lucente. Sotto l&#8217;elmo aveva uno sguardo fiero nei grandi occhi neri incorniciati da riccioli biondi. Per un attimo a Berto ricordò Cassandra. Dopo un breve scambio di sguardi feroci, la battaglia iniziò. I fendenti del cavaliere erano potenti e furiosi e il drago si difendeva debolmente con le grandi zampe. L&#8217;uomo avanzava con sicurezza ed ardimento, il drago indietreggiava facendogli credere di essere più forte. L&#8217;uno gridava per la rabbia, l&#8217;altro ruggiva per il dolore. Ogni soffio infuocato del drago era stranamente troppo alto per colpire il giovane o troppo debole per superare la sicura protezione del suo scudo. Alla fine Berto si arrese e, col cuore colmo di tristezza e paura, allargò le zampe in modo che il cavaliere potesse sferrare il colpo mortale. E così fu: la lama gli trapassò il petto e si conficcò nel cuore. Il drago, con le ultime forze rimaste, spiccò il volo: voleva vedere per l&#8217;ultima volta la sua principessa. Planò sulla grande terrazza della sua torre, dalla quale lei aveva seguito con terrore tutto il combattimento, e crollò tra le sue braccia. Le lacrime della fanciulla bagnarono il suo muso, e lui si sentì felice e pronto a morire. In quel mentre giunse sulla terrazza anche il cavaliere che, pensando che il drago fosse tornato per uccidere Cassandra, si avventò su di lui per finirlo. Ma la ragazza fu più veloce e protesse Berto col proprio corpo, ricevendo la spada dritta nel cuore.</p>



<p>Fu in quel momento che arrivò la strega che, alla vista della scena, lanciò un terribile urlo di rabbia. E l&#8217;urlo fu così forte ed acuto da frantumarla come fosse stata di cristallo. Fu allora che qualcosa di meraviglioso accadde: la fortezza si trasformò magicamente in un magnifico castello, la fitta foresta in un meraviglioso bosco costellato di graziose casette, ed ogni sasso in un uomo, una donna o un bambino. Il drago, lentamente, cambiò aspetto e divenne un bellissimo principe, con gli occhi di un azzurro intenso come il cielo in una mattinata limpida ed i capelli neri come una notte senza stelle e senza luna. Non appena si rese conto di ciò che era accaduto, abbracciò stretta a sé la principessa ormai senza vita. E pianse.</p>



<p>In quell&#8217;istante, dal nulla, comparve una fata.</p>



<p>&#8220;Io sono la fata protettrice del regno della principessa. Nulla potei fare quando fu rapita, ma lanciai un incantesimo grazie al quale la fanciulla sarebbe stata libera se un cavaliere, a costo della sua stessa vita, l&#8217;avesse liberata. E contro quel prode, nulla avrebbe potuto la magia della strega. Per questo ella non l&#8217;ha usata contro il giovane giunto a salvarla. Non piangete, mio bel principe. Nulla è perduto. L&#8217;amore che l&#8217;uno prova per l&#8217;altra ha spezzato l&#8217;incantesimo che vi legava alla strega e l&#8217;ha distrutta. Ora, finalmente, siete liberi.&#8221;</p>



<p>A quelle parole, Cassandra miracolosamente aprì gli occhi e tornò alla vita. E tutte le ferite del principe scomparvero. La giovane guardò sorpresa l&#8217;uomo che la sosteneva tra le braccia e riconobbe, nei suoi, gli occhi del suo amico drago. Lui le sorrise e le raccontò la sua storia.</p>



<p>&#8220;Sono il principe Dagoberto, e tutto ciò che vedi intorno a te fa parte del mio regno. Secoli fa la strega venne al mio cospetto chiedendomi di diventare la protettrice del mio regno. Per lei doveva essere una vera fissazione, visto che lo chiese poi anche a tuo padre. Avendo saputo della sua malvagità, la cacciai e lei, per vendetta, scagliò una terribile maledizione. Il regno si trasformò in una selva, le persone in sassi, il castello in un&#8217;oscura fortezza. Io stesso fui tramutato in drago e condannato a servirla in eterno, sotto la minaccia di veder scomparire per sempre tutto il mio paese. Vissi con la sola speranza di trovare un modo per distruggere la strega e salvare il mio popolo. Poi giungesti tu, principessa, a portare la gioia nella mia vita. La strega mi obbligò a non narrarti mai la tua vera storia, né la mia, ma a tenerti sempre sotto stretto controllo. Ed io ti vidi crescere, e alla fine mi innamorai di te. E quando questo cavaliere arrivò per trarti in salvo, capii che sebbene nulla potessi ormai fare per liberare i miei sudditi, avevo almeno la possibilità di donare a te la libertà. Andai verso la morte. Ma prima che la vita mi abbandonasse, volli darti l&#8217;ultimo saluto. Il resto lo sai. Il tuo coraggioso sacrificio ha rotto l&#8217;incantesimo e ti ha salvato la vita. Ora va&#8217; col cavaliere che ti ha liberata. È a lui che spetta l&#8217;onore di averti al proprio fianco per la vita.&#8221;</p>



<p>A quelle parole il giovane, che fino ad allora era rimasto silenzioso ad ascoltare, sorrise.</p>



<p>&#8220;Principe Dagoberto. Ciò che ha spezzato il sortilegio è il vostro amore. E comunque io non potrei mai sposare Cassandra, perché sono suo fratello. Sono cresciuto con l&#8217;idea di liberarla e, non appena l&#8217;età e l&#8217;esperienza con le armi me l&#8217;hanno permesso, ho affrontato la sfida. E sono certo che mia sorella sarà felicissima di concedere a voi la sua mano.&#8221;</p>



<p>Nel tripudio generale, il terzetto fu accolto nel paese della principessa, dove lei poté finalmente riabbracciare i genitori ed i fratelli. Poi, tutti insieme, tornarono nel regno di Dagoberto, dove si celebrarono le nozze reali e dove la fanciulla ed il principe-drago vissero una vita lunghissima e felice.</p>
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		<title>Nettuno e la Polena</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Jan 2012 20:52:39 +0000</pubDate>
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										<content:encoded><![CDATA[<h2>fiaba di Alessandra Fella</h2>
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<p>Molto tempo fa esisteva, affacciato sulle rive del vasto oceano, un reame florido e potente. I suoi abitanti vivevano felici godendo di tutti i beni che donava loro il mare e il saggio re aveva costituito una straordinaria flotta di velieri che, oltre a seguire le rotte dei commerci per rendere il paese ricco e famoso tra i mercanti, avrebbe difeso la serenità di quei luoghi da eventuali attacchi nemici. In realtà nessuno di quegli uomini di mare aveva mai combattuto, perché da secoli la pace regnava incontrastata su quelle terre. Ma se mai avessero dovuto farlo, avrebbero avuto alla loro testa il più valoroso e coraggioso dei comandanti: il giovane capitano Eric Cuordileone. Solo lui avrebbe condotto gli equipaggi alla vittoria, avrebbe lottato per difendere quel regno ed il suo popolo da qualunque minaccia, non si sarebbe arreso neppure di fronte al più temibile degli avversari. E questo non solo per il suo incrollabile senso del dovere: sarebbe stato il suo cuore, infatti, a guidarlo in qualunque impresa, anche la più rischiosa. Egli era infatti innamorato della giovane principessa Marina, l&#8217;erede al trono, ed avrebbe fatto qualunque cosa per salvarla se fosse stata in pericolo: anche rischiare la propria stessa vita. Il suo amore, così sincero e appassionato, era ricambiato dalla bella fanciulla, e il re suo padre aveva già acconsentito alle nozze, perché vedeva in lui un futuro sovrano tanto ardimentoso, quanto assennato.</p>
<p>Mancavano ormai pochi mesi al loro matrimonio. Un bel giorno Marina, che sebbene fosse una principessa, amava abbandonare le sale del castello per veleggiare libera tra le onde, scese al porto e prese la sua piccola barca. Sciolse gli ormeggi, issò le vele e, felice come lo era sempre quando andava per mare, guidò l&#8217;imbarcazione fuori dal porto, lasciandola poi scivolare leggera sull&#8217;acqua verso il largo. Il piccolo guscio di noce volava spinto dal vento, e la principessa si beava della brezza che le accarezzava il viso e degli schizzi che le solleticavano la pelle. A tratti, la fanciulla muoveva il timone tanto da fermare la barca, e sporgeva il bel viso dal bordo dello scafo per guardare verso il fondo del mare alla ricerca di qualche pesce colorato. Poi riprendeva sicura la sua navigazione, sorridente e gioiosa come se tutta quella meraviglia fosse stata creata solo per i suoi occhi.</p>
<p>Ad un tratto, però, sembrò quasi che il vento trattenesse il respiro, e l&#8217;imbarcazione si fermò adagio in mezzo a quel blu sconfinato, dal quale la terra non si vedeva ormai più. Marina non ne fu spaventata: era coraggiosa e conosceva il mare fin da quando era piccola. Sapeva quanto il vento potesse essere dispettoso: si divertiva spesso a non soffiare più per restare a guardare i marinai affannarsi intorno ai remi. Lei avrebbe semplicemente dovuto stare al suo gioco e aspettare un po&#8217;. Ma, all&#8217;improvviso, si addensarono sulla barchetta grandi nuvoloni neri, che iniziarono a vorticare come spinti da una forza misteriosa. Subito dopo l&#8217;oceano cominciò a ribollire tanto da diventare bianco di schiuma. E da quella candida spuma comparve qualcosa di sorprendente: un uomo, robusto ed energico, dritto in piedi su di un&#8217;enorme conchiglia argentea trascinata da tre coppie di splendidi delfini trattenuti da redini fatte con reti da pesca intessute d&#8217;oro zecchino. Quell&#8217;essere straordinario aveva capelli neri come l&#8217;abisso più profondo intrecciati con alghe di un verde intenso, occhi azzurri come acqua cristallina e il viso abbronzato come quello degli uomini di mare. Indossava una strana tunica del colore della sabbia ricamata con conchiglie e perle, e portava sulla testa una corona di madreperla splendente e coralli colorati. Marina era senza parole ed aveva il cuore in gola: le dita si stringevano sul legno del suo piccolo guscio e le sue labbra erano socchiuse a contemplare quello strano spettacolo. Poi l&#8217;uomo le sorrise e le parlò:</p>
<p>&#8220;Benvenuta nel mio regno, principessa Marina. Io sono Nettuno, il Signore dei Mari e degli Oceani. E sono al vostro servizio.&#8221;</p>
<p>La fanciulla, ripresasi dallo spavento e dalla sorpresa, gli regalò uno dei suoi incantevoli sorrisi.</p>
<p>&#8220;Vostra Altezza&#8230;conoscete il mio nome, quindi sapete già chi io sia. Siete per caso voi ad aver chiesto al vento di fermarsi? Perché per me è già tardi, ed è ora che io rientri al mio castello prima che il buio cali sul mare rendendo difficile l&#8217;approdo.&#8221;</p>
<p>La principessa vide il sorriso spegnersi sul volto di Nettuno e lasciare il posto ad un&#8217;espressione di rabbia.</p>
<p>&#8220;Sì, ho detto io al vento di non soffiare più per potervi fermare. E non ho intenzione di chiedergli di ricominciare. È da tanto che vi osservo: ogni volta che vi muovete qui nel mio regno con la vostra barca il vostro cuore si riempie di gioia, i vostri occhi brillano di spensieratezza e la vostra bocca si schiude per la felicità. Voi amate il mare. Quindi amate anche me. Così come io amo voi. È per questo che ho deciso di fare di voi la mia sposa.&#8221;</p>
<p>La poverina non credeva alle proprie orecchie: le sembrava di essere finita in un incubo terribile. Cercò quindi di far ragionare quell&#8217;uomo che, di fatto, la teneva prigioniera.</p>
<p>&#8220;Vostra Altezza&#8230;è vero che io amo il mare, ma come una fanciulla che è sempre vissuta tra le montagne potrebbe amare le loro cime e i boschi che le ricoprono. Il mio cuore appartiene già a qualcuno che sposerò tra breve tempo.&#8221;</p>
<p>A quelle parole la furia di Nettuno si scatenò: sollevò la fragile barchetta sulla cresta di onde altissime e la racchiuse tra spaventosi fulmini.</p>
<p>&#8220;Credi forse che se tu sparissi lui verrebbe a cercarti? Credi forse che sarebbe disposto a sacrificare la sua vita per te? Credi davvero a tutte queste sciocchezze?&#8221;</p>
<p>Marina era terrorizzata, ma rispose con sicurezza gridando per superare il frastuono intorno a sé:</p>
<p>&#8220;Sì. Ne sono certa.&#8221;</p>
<p>&#8220;Allora vedremo se il vostro amore è davvero così forte!&#8221; disse Nettuno.</p>
<p>D&#8217;improvviso, tutto intorno a lei sembrò turbinare in un&#8217;oscura nuvola nera. Poi ogni cosa svanì e la principessa svenne sopraffatta dalla paura.</p>
<p>Quando finalmente si riprese, le sembrò che fosse trascorso un tempo infinito. Aprì gli occhi, e subito comprese che qualcosa non andava: le pareva di essere sospesa sull&#8217;acqua e che le onde del mare le facessero il solletico alla punta dei piedi. Provò a muoversi, ma si rese conto che la cosa le era impossibile: il suo corpo era rigido come il tronco di un albero. Iniziò a muovere gli occhi, l&#8217;unica cosa che le riuscisse di fare, e con orrore afferrò ciò che era accaduto: Nettuno l&#8217;aveva trasformata in una polena, la decorazione di legno che serviva ad ornare la prua delle grandi navi. Marina, atterrita, tentò in tutti i modi di staccarsi dal galeone fissato alla sua schiena, ma capì subito di farne irrimediabilmente parte. Quindi cercò di gridare, ma neppure un debole suono uscì dalle sue rigide labbra. Provò anche a spostare gli occhi a destra e a sinistra nella speranza che qualcuno si accorgesse di quella stranezza, ma nessuno sembrò farci caso. Alla fine si arrese, e aspettò di vedere cosa sarebbe accaduto. Di lì a poco, le parve che il molo si stesse animando e che ci fosse, intorno a lei, un gran trambusto. Nel baccano di grida, passi veloci e pesanti oggetti che venivano spostati, riuscì a distinguere alcune voci agitate: dicevano che la principessa era scomparsa e che era già stata organizzata una spedizione per ritrovarla e riportarla al castello. Il giovane Eric, più di tutti preoccupato per la sorte della sua futura sposa, avrebbe condotto una delle navi, ognuna delle quali avrebbe avuto una diversa destinazione, in modo da percorrere in lungo e in largo ogni angolo di terra e ogni goccia di oceano.</p>
<p>Quando finalmente tutto fu pronto, i cannoni armati, le stive riempite di provviste, i ponti tirati a lustro, le navi si prepararono a salpare. Fu allora che lei lo vide: Eric, fiero, nobile, deciso, camminava veloce proprio verso il galeone al quale lei era attaccata, pronto ad imbarcarsi e partire per quell&#8217;impresa senza speranza. Il suo cuore di legno battè più forte per l&#8217;emozione, e quando il giovane guardò distrattamente il suo viso, lei per un istante si illuse che potesse vederla. Ma fu solo un momento: poco dopo udì lo sferragliare dell&#8217;ancora che veniva issata, il fruscio delle vele che si spiegavano al vento, e sentì schizzi d&#8217;acqua bagnarle le gambe. Guardò avanti: il grande oceano l&#8217;attendeva.</p>
<p>Iniziarono a percorrere le acque in ogni dove: si spinsero in paesi lontani, si fermarono in lidi sconosciuti, affrontarono tempeste, superarono burrasche, risalirono fiumi navigabili addentrandosi in foreste e deserti, si mossero tra i ghiacci delle terre più fredde e inospitali, esplorarono luoghi ai confini del mondo.</p>
<p>Dopo mesi, iniziarono a giungere delle voci dal regno: tutte le altre navi erano già rientrate, così come le spedizioni di terra. Nessuno più credeva di poter trovare la principessa, neppure il re stesso, che ormai piangeva la morte della sua adorata bambina. L&#8217;unico galeone ancora in viaggio era quello di Eric, ed ormai anche il suo equipaggio aveva perso ogni speranza. Il giovane, che non era né cieco né insensibile al bisogno dei suoi uomini di tornare a casa, fece una generosa proposta: avrebbe concesso loro di sbarcare al primo porto e di fare ritorno in patria, a patto che loro costruissero un marchingegno che gli permettesse di governare la nave da solo. Dapprima i marinai, che nonostante fossero dei rudi uomini di mare volevano un gran bene ad Eric, protestarono, perché non volevano lasciarlo da solo. Poi, vista la sua insistenza, accettarono, e inventarono un complicato congegno di ferri, ruote, ingranaggi, cime e leve che rendeva il capitano capace di timonare, ammainare e issare le vele, armare i cannoni, pulire i ponti e controllare la rotta stando fermo in un unico punto del galeone.</p>
<p>Fu così che Eric restò solo con la sua nave e la sua bella polena. Marina era disperata: avrebbe voluto potergli dire di lasciar perdere, avrebbe voluto che lui guardasse i suoi occhi e capisse, avrebbe voluto riportarlo a casa e continuare semplicemente a navigare con lui per il resto della sua vita. Il suo dolore era così grande che dai suoi occhi sgorgarono piccole lacrime di legno che caddero nel mare galleggiando tra le onde.</p>
<p>Ma furono proprio quelle lacrime a scatenare l&#8217;ira furiosa di Nettuno: al Signore delle Acque non bastava più averli condannati all&#8217;infelicità; ora voleva distruggerli.</p>
<p>Improvvisamente intorno a loro si alzò una strana nebbia, densa e profumata di sale. E da quella, come un vascello fantasma, sbucò una nave pirata. Preparandosi all&#8217;attacco, Eric provò a spiare gli avversari col suo cannocchiale: grande fu il suo stupore quando si accorse che a bordo del veliero non vi era nessuno. Era come se quello che aveva di fronte a sé fosse una specie di relitto emerso dagli abissi e guidato dall&#8217;oceano stesso. Il giovane, che da quando era rimasto solo aveva preso l&#8217;abitudine di parlare con la sua nave come con una vecchia compagna di avventure, espresse ad alta voce la propria meraviglia. E Marina, ascoltando le sue parole, comprese subito come tutto ciò che stava accadendo fosse opera della gelosia di Nettuno. Lei ed Eric si prepararono per la battaglia: lui armò i cannoni, controllò le traiettorie, sollevò gli spessi scudi protettivi in metallo. La principessa-polena, che nel corso di quei mesi si era resa conto di poter controllare la nave intera con la propria mente come se essa fosse il suo corpo, irrigidì i muscoli di legno per poter incassare i colpi dei cannoni. Il combattimento iniziò: il fragore degli scoppi riempì l&#8217;aria, il fumo delle esplosioni coprì il cielo, la polvere da sparo e le schegge avvolsero Eric in nuvole sporche. Lui attaccava audacemente e si difendeva coraggiosamente. Tutti i suoi colpi andavano a segno, pochi di quelli avversari, e questo sia grazie alle protezioni che alle abili manovre del giovane. Marina, dal canto suo, tentava di scansare i proiettili muovendo i suoi legni, e cercava di resistere al dolore quando questi la colpivano. Eh sì&#8230;perché ogni squarcio sulla nave era come una ferita sul suo corpo. Lo scontro durò per ore, poi Eric riuscì a centrare il galeone avversario con un colpo che non dette scampo: il vascello, quasi spezzato in due, si inabissò inghiottito dall&#8217;oceano, e con esso scomparve anche la strana nebbia dalla quale sembrava essere uscito. Poi tutto fu di nuovo sereno: il cielo ridiventò limpido, le acque tornarono calme, il vento riprese a soffiare pigro riscaldato da un sole splendente.</p>
<p>Il capitano si diede subito da fare per controllare i danni e riparare alla meglio quelli più gravi: fece in modo da rappezzare le falle più grosse, controllò cannoni e munizioni, rimise al loro posto gli scudi fatti saltare dalle esplosioni. Ma non aveva ancora terminato il suo lavoro, che all&#8217;improvviso udì un colpo fortissimo provenire da uno dei fianchi dell&#8217;imbarcazione. Incuriosito, si affacciò dalle murate per controllare cosa fosse accaduto, e gli parve di vedere, subito sotto la superficie del mare, un insolito movimento, come se un enorme banco di strani pesci nuotasse tutto intorno al veliero. Non fece neppure in tempo a chiedersi di cosa potesse trattarsi, che un gigantesco tentacolo si allungò fuori dall&#8217;acqua per aggrapparsi al bordo della nave. Eric non si perse d&#8217;animo e, sguainata la sciabola, assestò a quella cosa un colpo così forte da tagliarla di netto. Fu allora che una creatura, ferita e furiosa, si mostrò in tutto il suo terribile aspetto: una piovra spaventosamente grande distese tutti i suoi otto tentacoli fuori dagli abissi, e questi erano così alti da sfiorare i cieli, e così grossi da sembrare tronchi. Si alzarono e si intrecciarono tra loro in modo da racchiudere il galeone, quindi iniziarono ad abbassarsi e stringersi per poterlo stritolare. Il giovane, però, fu più veloce: corse al suo posto di manovra e, non appena le lunghe spire dell&#8217;animale furono abbastanza vicine alle bocche da fuoco dalle quali sporgevano i cannoni, sparò. La piovra fu colpita così duramente che, con un terribile lamento, tornò a rifugiarsi nelle profondità del mare dalle quali era emersa.</p>
<p>Eric era sfinito: si inginocchiò restando aggrappato al timone e sperò in un po&#8217; di tranquillità. Ma in quello stesso momento vide addensarsi, all&#8217;orizzonte, una tempesta mai vista prima: il boato dei tuoni riempiva l&#8217;aria, i fulmini erano così fitti da sembrare una foresta, i lampi illuminavano il cielo nero più del sole, il vento ululava rabbioso e le onde erano così alte da sembrare montagne. Il giovane cercò di manovrare la nave per poter sfuggire a tutta quella furia, ma si accorse che la bufera era troppo veloce per riuscirvi. Ammainò le vele e si preparò al peggio. Anche Marina capì che tutto sarebbe stato inutile, e il suo unico pensiero fu per il suo amato: doveva trovare un modo per salvarlo. Mentre ragionava sul da farsi, l&#8217;uragano li raggiunse: raffiche violente spostavano il veliero come fosse fatto di carta, la pioggia bagnava ogni angolo e si infilava in ogni fessura, le onde lo sollevavano fino alle nuvole, poi sembravano volerlo inghiottire nel fondo dell&#8217;oceano, i fulmini lo chiudevano in gabbie splendenti e terribili, i tuoni esplodevano in scoppi assordanti. Eric fu trascinato dall&#8217;acqua contro uno degli alberi e svenne. E fu allora che Marina comprese cosa avrebbe dovuto fare: inclinò l&#8217;imbarcazione in modo da far scivolare il giovane verso la prua, dove ella si trovava. Poi iniziò a fare forza sui suoi legni tanto da poterli spezzare e piegare per racchiuderlo in una specie di abbraccio protettivo. Vi riuscì appena in tempo: le assi sulla sua schiena si ruppero e si incurvarono proprio mentre arrivava un&#8217;onda più forte delle altre, che li travolse e distrusse la nave, trascinandone i resti in un gorgo. Marina, combattendo contro la collera di Nettuno, riuscì ad allontanarsi dalla tempesta con il povero Eric racchiuso tra ciò che restava del galeone. Si mosse nell&#8217;oceano finché non vide una spiaggia sulla quale, sfinita, si arenò, liberando il giovane dalla stretta del legno. Sapeva che per lei ormai non c&#8217;era più alcuna speranza, ma era felice, perché era riuscita a mettere in salvo il proprio amato.</p>
<p>Mentre i suoi occhi già si chiudevano, il mare cominciò nuovamente a ribollire, e il Signore delle Acque comparve così come aveva fatto la prima volta. Guardò con tristezza e rimorso i due innamorati, poi disse:</p>
<p>&#8220;Ti chiedo perdono, principessa. Non avevo capito quanto forte fosse il vostro amore. Sono stato geloso, egoista e crudele. Ma posso ancora rimediare alle mie malefatte.&#8221;</p>
<p>Tirò fuori, da un sacchetto che portava legato alla cintura, un mucchietto di sabbia dorata e finissima e, soffiandoci sopra, lo fece volare sui due ragazzi. Poi scomparve.</p>
<p>Improvvisamente, la fanciulla riprese il suo aspetto ed Eric si svegliò di soprassalto. La gioia di entrambi fu immensa, e ci volle un bel po&#8217; di tempo prima che si sciogliessero dal loro abbraccio e che lei gli potesse raccontare tutta la storia. Subito dopo comparve sulla riva il cocchio di Nettuno, che ricondusse la principessa e il suo capitano nel loro paese. Qui, ai festeggiamenti per il loro ritorno seguirono subito quelli per le nozze, che vennero festeggiate su di un magnifico veliero la cui polena li raffigurava abbracciati e felici, così come furono per tutta la loro vita.</p>
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