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	<title>aulnoy Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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	<title>aulnoy Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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		<title>La Cervia nel bosco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 16:26:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Marie-Catherine d'Aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi C&#8217;era una volta un Re e una Regina che stavano fra loro d&#8217;accordo come due anime in un nocciolo: si amavano teneramente ed erano adorati dai loro sudditi; ma alla felicità completa degli uni e degli altri mancava una cosa: un erede al trono. La Regina, la [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi</h2>



<p>C&#8217;era una volta un Re e una Regina che stavano fra loro d&#8217;accordo come due anime in un nocciolo: si amavano teneramente ed erano adorati dai loro sudditi; ma alla felicità completa degli uni e degli altri mancava una cosa: un erede al trono.</p>



<p>La Regina, la quale sapeva che il Re l&#8217;avrebbe amata il doppio se avesse avuto un figlio, non lasciava mai in primavera di andare a bere certe acque che si dicevano miracolose per aver figliuoli. A queste acque ci correva la gente in folla da ogni parte; e il numero dei forestieri era così stragrande, che ci si trovavano di tutti i paesi del mondo.</p>



<p>In un gran bosco, dove si andava a beverle, c&#8217;erano parecchie fontane: le quali erano di marmo o di porfido, perché tutti gareggiavano a chi le faceva più belle. Un giorno che la Regina stava seduta sull&#8217;orlo d&#8217;una fontana, ordinò alle sue dame di compagnia di allontanarsi e di lasciarla sola e poi cominciò i suoi soliti piagnistei.</p>



<p>&#8220;Come sono disgraziata&#8221;, diceva essa, &#8220;di non aver figli! sono ormai cinque anni che chiedo la grazia di averne uno; e ancora non ho potuto averla. Dovrò dunque morire senza provare questa consolazione?&#8221;</p>



<p>Mentre parlava così, osservò che l&#8217;acqua della fontana era tutta mossa; poi venne fuori un grosso gambero e le disse:</p>



<p>&#8220;O gran Regina! finalmente avrete la grazia desiderata. Dovete sapere che qui vicino c&#8217;è un magnifico palazzo fabbricato dalle fate: ma è impossibile trovarlo, perché circondato da nuvole foltissime attraverso alle quali non passa occhio mortale: a ogni modo, siccome io sono vostro servitore umilissimo, eccomi qui pronto a menarvici se volete fidarvi alla guida di un povero gambero&#8221;.</p>



<p>La Regina lo stette a sentire senza interromperlo, perché la cosa di vedere un gambero che discorreva, l&#8217;aveva sbalordita dalla meraviglia: quindi gli disse che avrebbe gradita volentieri la sua offerta, ma che non sapeva, come lui, camminare all&#8217;indietro. Il gambero sorrise e prese subito l&#8217;aspetto di una bella vecchietta.</p>



<p>&#8220;Ecco fatto, o signora&#8221;, le disse, &#8220;così non cammineremo più all&#8217;indietro. Ma vi domando una grazia: tenetemi sempre per una delle vostre amiche, perché io non desidero altro che di esservi utile a qualche cosa.&#8221;</p>



<p>Uscì dalla fontana senza avere una goccia di acqua addosso: il suo vestito era bianco, foderato di seta cremisi, e i capelli grigi annodati dietro con nastri verdi. Non s&#8217;era vista mai vecchietta galante a quel modo! Salutò la Regina, che volle abbracciarla; e senza mettere tempo in mezzo, la fece prendere per una viottola del bosco, con molta meraviglia della Regina stessa: la quale sebbene fosse venuta nel bosco migliaia di volte, non era mai passata per quella viottola lì. E come avrebbe fatto a potervi passare? Quella era la strada delle fate, per andare alla fontana, e per il solito era tutta chiusa da ronchi e da pruneti: ma appena la Regina e la sua guida vi ebbero messo il piede, le rose sbocciarono improvvisamente dai rosai, i gelsomini e gli aranci intrecciarono i loro rami per formare un pergolato coperto di foglie e di fiori, e migliaia di uccelli di varie specie, posati sui rami degli alberi, sfringuellarono allegramente.</p>



<p>Non si era ancora riavuta dallo stupore, che la Regina si trovò abbacinati gli occhi dallo splendore abbagliante di un palazzo tutto di diamanti; le mura, i tetti, i soffitti, i pavimenti, i giardini, le finestre e perfino le stesse terrazze erano tutte di diamanti. Nel delirio della sua ammirazione, ella non poté trattenersi dal mandare un urlo di sorpresa, e chiese all&#8217;elegante vecchietta, che l&#8217;accompagnava, se ciò che aveva dinanzi agli occhi era sogno o verità.</p>



<p>&#8220;Non c&#8217;è nulla di più vero, o signora&#8221;, ella rispose.</p>



<p>E subito le porte del palazzo si aprirono, e uscirono fuori sei fate: e quali fate! Di più belle e di più magnifiche non se n&#8217;erano vedute in tutto il loro reame.</p>



<p>Vennero tutte a fare una profonda riverenza alla Regina: e ciascuna le presentò un fiore di pietre preziose, per poter formare un mazzo: c&#8217;era una rosa, un tulipano, un anemone, un&#8217;aquilegia, un garofano e un melagrano.</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, le dissero, &#8220;noi non possiamo darvi un maggior segno della nostra venerazione, che permettendovi di venirci qui a visitare: noi siamo molto liete di farvi sapere che avrete una bella Principessa, alla quale metterete il nome di Desiderata, perché bisogna pur convenire che è un gran pezzo che la desiderate. Quando verrà alla luce, ricordatevi di chiamarci, perché vogliamo arricchirla di tutte le più belle doti; e per invitarci a venire, non dovete far altro che prendere in mano il mazzo, che ora vi diamo, e nominare a uno a uno tutti i fiori, pensando a noi. State sicura che in un batter d&#8217;occhio saremo tutte nella vostra camera.&#8221;</p>



<p>La Regina, fuori di sé dall&#8217;allegrezza, si gettò al collo alle fate; e gli abbracciamenti durarono una mezz&#8217;ora buona.</p>



<p>Quand&#8217;ebbero finito, pregarono la Regina a passare nel loro palazzo, del quale non si possono ridire a parole tutte le meraviglie. Figuratevi che per fabbricarlo avevano preso l&#8217;architetto del palazzo del sole, il quale aveva rifatto in piccolo quello che era in grande il palazzo del sole. La Regina, non potendo reggere a così vivo bagliore, era costretta ogni tantino a chiudere gli occhi. La condussero nel loro giardino, e frutta più belle non se n&#8217;erano mai sognate! Albicocche più grosse della testa di un ragazzo, e certe ciliegie, che per mangiarne una, bisognava farla in quattro pezzi; e d&#8217;un sapore così squisito, che la Regina, dopo che l&#8217;ebbe assaggiate, non volle mangiarne d&#8217;altra specie in tempo di vita sua.</p>



<p>Tra tante meraviglie, c&#8217;era anche un boschetto di alberi finti e artificiali, i quali crescevano e mettevano le foglie alla pari di tutti gli altri.</p>



<p>Impossibile ridire tutte le esclamazioni di stupore della Regina, i discorsi che fece sulla Principessina Desiderata e i ringraziamenti alle gentili persone che avevano voluto darle una notizia così gradita: basti questo, che non fu dimenticata nessuna parola di gratitudine e nessuna espressione di tenerezza. La fata della fontana n&#8217;ebbe la sua parte, come di santa ragione le toccava. La Regina si trattenne nel palazzo fino alla sera: e innamoratissima della musica, le fecero sentire delle voci angeliche. Fu quasi affogata dai regali e dopo aver ringraziato mille volte quelle grandi signore, se ne venne via insieme colla fata della fontana.</p>



<p>Tutte le persone della Corte, impensierite, la cercavano di qui e di là: e nessuno poteva immaginarsi dove trovarla. Ci fu perfino chi sospettò che fosse stata rapita da qualche ardito forestiero, tanto più che era ancora giovane e nel fior della bellezza.</p>



<p>Quando la videro tornata, com&#8217;è da figurarselo fu per tutti una grandissima festa: e perché anch&#8217;essa sentiva nel cuore una consolazione immensa per le buone speranze avute, così nel suo conversare c&#8217;era non so che di allegro e di gioiale che innamorava.</p>



<p>La fata della fontana la lasciò che era quasi vicina a casa; e nell&#8217;atto di dirsi addio, raddoppiarono le carezze e i complimenti.</p>



<p>La Regina, trattenutasi ancora per una settimana a bevere le acque, non lasciò un giorno senza ritornare al palazzo delle fate colla sua elegante vecchietta, la quale tutte le volte si mostrava da principio in forma di gambero, e finiva poi col prendere la sua figura naturale.</p>



<p>La Regina, partita che fu, divenne incinta, e mise alla luce una Principessa, alla quale dette il nome di Desiderata: e preso subito il mazzo, che aveva avuto in regalo, nominò a uno a uno tutti i fiori che lo componevano, ed ecco che sul momento si videro arrivare le fate. Ciascuna di esse aveva un cocchio differente dall&#8217;altro: uno era d&#8217;ebano, tirato da colombi bianchi; alcuni erano d&#8217;avorio, attaccati a piccoli cervi, e altri di cedro, e altri di legno-rosa. Questo era l&#8217;equipaggio che solevano usare in segno d&#8217;alleanza e di pace; perché, quand&#8217;erano in collera, si servivano soltanto di draghi volanti, di serpenti che buttavano fiamme dalla gola e dagli occhi, di leoni, di leopardi e di pantere, in groppa alle quali si facevano portare da un capo all&#8217;altro del mondo in meno tempo che non ci voglia a dire buon giorno o buon anno. Ma questa volta esse erano in pace e di buonissimo umore. La Regina le vide entrare nella sua camera, che avevano una cera molto lieta e maestosa: e dietro di loro, le nane e i nani del corteggio, tutti carichi di regali. Dopo abbracciata la Regina e baciata la Principessina, spiegarono il corredino, fatto di una tela così fine e così resistente da bastare cent&#8217;anni, senza pericolo che diventasse lisa; le fate la filavano da sé nelle ore d&#8217;ozio. Quanto alle trine erano di maggior valore della tela stessa: vi si vedeva in essa raffigurata, o coll&#8217;ago o col fuso, tutta la storia del mondo; dopo di questa messero in mostra le fasce e le coperte, ricamate apposta con le loro proprie mani: e in queste erano rappresentati mille di quei giuochetti svariatissimi, che servono per baloccare i ragazzi. Dacché al mondo ci sono ricamatori e ricamatrici, non s&#8217;era mai veduta una cosa meravigliosa come quella tela. Ma quando fu messa fuori la culla, allora la Regina non poté frenarsi dal cacciare un grido di stupore, tanto quella culla sorpassava, per magnificenza, tutto il rimanente. Era fatta d&#8217;un legno che costava centomila scudi la libbra. La sorreggevano quattro amorini: quattro veri capolavori, dove l&#8217;arte aveva vinto la materia, sebbene fossero tutti rubini e diamanti, da non potersi dire quanto valevano. Questi amorini erano stati animati dalle fate; per cui quando la bambina strillava, la cullavano dolcemente e l&#8217;addormentavano, e ciò faceva un grandissimo comodo anche alla balia.</p>



<p>Le fate presero la Principessina e se la messero sui ginocchi: la fasciarono e la baciarono più di cento volte, perché era di già tanto bella, che bastava vederla, per mangiarla dai baci. Quando si accorsero che aveva bisogno di poppare, batterono la loro bacchetta in terra, e comparve subito una balia, quale ci voleva per una così graziosa lattante. Restava oramai soltanto da dotarla: e le fate si spicciarono a fare anche questo; chi le diede la virtù, chi la grazia; la terza, una bellezza maravigliosa; la quarta, le augurò ogni fortuna; la quinta, buona salute; e l&#8217;ultima, la facilità di riuscir bene in tutte quelle cose che avesse preso a fare.</p>



<p>La Regina, contentissima, non rifiniva dal ringraziarle di tanti favori prodigati alla Principessina; quand&#8217;ecco che videro entrare in camera un gambero così grosso, che passava appena dalla porta. &#8220;Oh! ingratissima Regina&#8221;, disse il gambero, &#8220;com&#8217;è egli possibile che vi siate dimenticata così presto della fata della fontana e del gran servizio che vi ho reso, menandovi dalle mie sorelle? Come! voi le avete invitate tutte, e me sola avete lasciata da parte? Pur troppo ne aveva un presentimento, e fu per questo che mi trovai obbligata a prendere la figura d&#8217;un gambero la prima volta che vi parlai, appunto per farvi notare che la vostra amicizia, invece di progredire, avrebbe camminato all&#8217;indietro.&#8221;</p>



<p>La Regina, disperata per la smemoraggine commessa, la interruppe e le chiese perdono. Ella disse che aveva creduto di nominare il suo fiore, come quelli di tutte le altre; che era stato il mazzetto di fiori di pietre preziose quello che l&#8217;aveva ingannata: e che essa non era capace di dimenticarsi i grandi favori ricevuti; e che, per conseguenza, la pregava e la scongiurava a non privarla della sua amicizia, e segnatamente a mostrarsi benigna verso la Principessina.</p>



<p>Tutte le fate, per la paura che volesse dotarla di miseria e di disgrazie, fecero coro alla Regina per vedere di abbonirla.</p>



<p>&#8220;Cara sorella&#8221;, le dissero, &#8220;Vostra Altezza non si mostri sdegnata contro una Regina, che non ebbe mai in mente di farvi il più piccolo sgarbo; lasciate, di grazia, codesta buccia di gambero e fatevi vedere in tutta la vostra bellezza.&#8221;</p>



<p>Come è stato detto, la fata della fontana era un po&#8217; civetta, e a sentirsi lodare dalle sorelle si ammansì un poco e diventò più agevole.</p>



<p>&#8220;Ebbene&#8221;, disse, &#8220;non farò a Desiderata tutto il male che avrei voluto: perché vi giuro che era mia intenzione di rovinarla affatto, e nessuno avrebbe potuto impedirmelo; nondimeno voglio annunziarvi una cosa: se ella vedrà la luce del sole, prima che abbia compiti quindici anni, dovrà pentirsene amaramente e forse ci rimetterà la vita.&#8221;</p>



<p>Il pianto della Regina e le preghiere delle illustri fate non valsero a smuoverla di un capello dalla sua sentenza.</p>



<p>Ella si ritirò camminando all&#8217;indietro, perché non aveva voluto lasciare la sua sopravveste di gambero.</p>



<p>Quando si fu allontanata dalla camera, la povera Regina chiese alle fate se ci fosse verso di salvare la figlia dalle disgrazie che le erano state minacciate. Esse tennero consiglio fra loro, e dopo aver messi avanti parecchi partiti, finalmente si attennero a questo: che, cioè, bisognava fabbricare un gran palazzo senza porte e senza finestre; con una porta d&#8217;ingresso sotterranea, e custodirvi lì dentro la Principessina fino a tanto che non avesse raggiunto l&#8217;età fatale, per esser fuori da ogni pericolo. Tre colpi di bacchetta bastarono per cominciare e finire questo vasto edifizio. All&#8217;esterno era tutto di marmo bianco e verde: e i soffitti e gl&#8217;impiantiti tutti di diamanti e di smeraldi, che raffiguravano fiori, uccelli e mille altre cose graziose. Le pareti erano tappezzate di velluto di vari colori, ricamato dalle fate colle loro mani: e perché esse sapevano di storia, s&#8217;erano prese il gusto di rappresentarvi i fatti storici più belli e più notevoli: c&#8217;era dipinto il passato e l&#8217;avvenire, e in parecchi arazzi si vedevano effigiate le gesta dei più grandi Re della terra.</p>



<p>Le brave fate avevano immaginato questo modo ingegnoso per insegnare più facilmente alla giovine Principessa i vari casi della vita degli eroi e degli altri mortali.</p>



<p>Tutta la casa, nell&#8217;interno, era rischiarata soltanto a forza di lampade: ma ce n&#8217;erano tante e poi tante, che pareva fosse giorno chiaro da un anno all&#8217;altro. Vi furono introdotti tutti i maestri, dei quali ella poteva aver bisogno per istruirsi e perfezionarsi; e il suo spirito, la sua svegliatezza e il suo buon senso arrivavano a intendere molte cose, anche prima che le fossero insegnate: ragion per cui i maestri rimanevano strasecolati per le cose bellissime che essa sapeva dire in una età, nella quale gli altri ragazzi sanno appena chiamare babbo e mamma. E questa è una prova che le fate non accordano la loro protezione, per tirar su degli stupidi e degl&#8217;ignoranti!</p>



<p>Se la vivacità del suo spirito innamorava tutti coloro che l&#8217;avvicinavano, la sua bellezza non faceva di meno, e sapeva amicarsi le persone più insensibili e i cuori più duri. La Regina madre non l&#8217;avrebbe lasciata un solo minuto, se il suo dovere non l&#8217;avesse tenuta presso il Re. Di tanto in tanto le buone fate venivano a vedere la Principessa e le portavano in regalo cose rarissime e vestiti sfarzosi ed eleganti, che parevano fatti per le nozze di qualche Principessa, non meno bella di Desiderata.</p>



<p>Ma fra tutte le fate che le volevano bene, quella che le voleva più di tutte era Tulipano, la quale non rifiniva mai di raccomandare alla Regina che non le lasciasse vedere la luce del giorno prima di aver toccato i quindici anni.</p>



<p>&#8220;La nostra sorella, quella della fontana, è vendicativa&#8221;, diceva Tulipano, &#8220;avremo un bel pigliarci tutte le cure per questa fanciulla; ma se ella può, state certa che le farà del male; e per questa ragione bisogna, o signora, che voi siate vigilante, e di molto.&#8221;</p>



<p>La Regina dal canto suo prometteva di vegliare continuamente sopra una cosa di tanto rilievo: ma avvicinandosi il tempo nel quale la sua cara figlia doveva uscire dal castello, le fece fare il ritratto, e il ritratto fu portato a mostra nelle più grandi Corti dell&#8217;universo. Al solo vederlo, non vi fu Principe che non si mostrasse preso di ammirazione: ma fra gli altri ve ne fu uno che ne rimase talmente invaghito, da non sapersene più distaccare. Lo portò nel suo gabinetto, e si chiuse dentro insieme col ritratto, e parlandogli come se fosse vivo e potesse intenderlo, gli diceva le cose più appassionate di questo mondo.</p>



<p>Il Re, non vedendo più il figliuolo, domandò che cosa facesse e come passasse il suo tempo, e perché non fosse più del suo solito buon umore. Qualche cortigiano, di quelli che chiacchierano volentieri, e ve ne sono parecchi con questo vizio, gli fece intendere che c&#8217;era il caso che al Principe desse volta il cervello, perché passava le giornate intere chiuso nel suo gabinetto, e lì discorreva da sé solo, come se vi fosse stato qualcuno insieme con lui.</p>



<p>Il Re sentì questa cosa con dispiacere:</p>



<p>&#8220;Com&#8217;è egli possibile&#8221;, diceva ai suoi confidenti, &#8220;che mio figlio perda così il giudizio? lui, che ne ha avuto sempre tanto! Voi sapete che finora esso è stato l&#8217;ammirazione di tutti, e io non vedo ne&#8217; suoi occhi alcun segno di pazzia o di aberrazione mentale: soltanto mi pare diventato più pensieroso. Bisogna che io lo interroghi da me: forse cosi arriverò a scoprire qual è la fissazione che s&#8217;è messa per il capo&#8221;.</p>



<p>Detto fatto, mandò per esso, e quindi ordinò a tutti che uscissero dalla sala. Dopo vari discorsi, ai quali il Principe non stava attento o rispondeva a rovescio, il Re gli domandò il motivo che aveva portato tanto cambiamento nelle sue abitudini e nel suo carattere. Il Principe, parendogli che gli fosse capitata la palla al balzo, si gettò ai suoi piedi, e gli disse:</p>



<p>&#8220;Voi avete fissato di farmi sposare la Principessa Nera: in questo legame di parentela voi troverete dei vantaggi, che io non posso promettervi con quello della Principessa Desiderata; ma, o signore, io trovo in questa fanciulla tante grazie e tante attrattive, quante l&#8217;altra non ne possiede davvero&#8221;.</p>



<p>&#8220;E dove le avete vedute?&#8221;, chiese il Re.</p>



<p>&#8220;Tanto dell&#8217;una che dell&#8217;altra, mi sono stati portati i ritratti&#8221;, rispose il Principe Guerriero (era questo il suo nome, dacché aveva vinto tre grandi battaglie), &#8220;e vi confesso che la mia passione per la principessa Desiderata è così forte, che se voi non ritirate la parola data alla Principessa Nera, non mi rimane altro che morire: felice sempre di perdere la vita, una volta perduta la speranza di essere lo sposo di quella che amo.&#8221;</p>



<p>&#8220;È dunque con un ritratto&#8221;, riprese gravemente il Re, &#8220;che passate il vostro tempo a fare certi colloqui, che vi rendono ridicolo agli occhi di tutti i cortigiani? Essi vi credono svanito il cervello, e se sapeste quello che si dice di voi, non avreste faccia di parlare a questo modo di simili ragazzate!&#8221; &#8220;Io non ho ragione di rimproverarmi una sì bella fiamma&#8221;, replicò il Principe, &#8220;quando avrete veduto il ritratto di questa graziosa Principessa, son sicuro che compatirete la passione che sento per lei.&#8221;</p>



<p>&#8220;Andate a prenderlo subito&#8221; esclamò il Re, con tanto risentimento, che dava a dividere la bizza che lo rodeva dentro.</p>



<p>Se il Principe non avesse avuta la certezza che nessuna bellezza al mondo poteva stare a fronte di quella di Desiderata, sarebbe rimasto un po&#8217; male. Invece andò subito nel suo gabinetto, e poi tornò al Re. Il Re rimase maravigliato quanto il figlio.</p>



<p>&#8220;Ah!&#8221;, diss&#8217;egli, &#8220;mio caro Guerriero, io approvo la vostra scelta; quando alla mia Corte ci sarà una Principessa così graziosa, mi sentirò anch&#8217;io ringiovanito. Fin da questo momento mando subito degli ambasciatori dalla Principessa Nera per isciogliermi della parola data: e quand&#8217;anche dovessi tirarmi sulle braccia una guerra a morte, preferisco di farla finita una buona volta per tutte.&#8221;</p>



<p>Il Principe baciò rispettosamente le mani del padre e gli abbracciò i ginocchi. La sua gioia era tanta, che pareva diventato un altro. Pregò e ripregò il padre a mandare degli ambasciatori non soltanto alla Principessa Nera, ma anche a Desiderata, raccomandandosi che per quest&#8217;ultima fosse scelto l&#8217;uomo più capace e più ricco del Regno, perché in questa grande occasione era necessario fare una splendida figura, e ottenere ciò che si voleva. Il Re pose gli occhi su Beccafico. Era un gran signore, eloquente quanto Cicerone, e con centomila lire di rendita. Beccafico voleva un gran bene al principe Guerriero, e per andargli a genio, si fece fare il più splendido equipaggio e le più belle livree che si possa immaginare. La sua fretta per allestire i preparativi del viaggio fu grandissima, perché l&#8217;amore del Principe cresceva a occhio di giorno in giorno, ed esso era sempre lì a punzecchiarlo perché partisse.</p>



<p>&#8220;Ricordatevi&#8221;, gli diceva in tutta confidenza, &#8220;che c&#8217;è di mezzo la vita mia, e che io perdo il lume della ragione tutte le volte che penso al caso che il padre di questa Principessa potrebbe impegnarsi con qualcun altro, senza aver modo di tornare indietro: e che allora io dovrei perderla per sempre.&#8221; Beccafico lo rassicurava, non foss&#8217;altro per pigliar tempo; perché dopo le grandi spese alle quali era andato incontro, voleva almeno farsene onore. Menò seco ottanta carrozze tutte risplendenti d&#8217;oro e di brillanti, e dipinte con certe miniature, da fare scomparire le miniature più finite che si sieno vedute mai: c&#8217;erano, per di più, altre cinquecento carrozze: ventiquattromila paggi a cavallo, vestiti come tanti principi: e il resto del corteggio non era da sfigurare in mezzo a quella magnificenza. Quando l&#8217;ambasciatore ebbe dal Principe l&#8217;udienza di congedo, questo l&#8217;abbracciò come un suo fratello, e gli disse:</p>



<p>&#8220;Pensate, mio caro Beccafico, che la mia vita dipende dal matrimonio che andate a combinare: dite tutto quel che più sapete, e conducete con voi la Principessa, che è l&#8217;anima dell&#8217;anima mia&#8221;.</p>



<p>E gli consegnò mille regali da offrirle, nei quali spiccavano in egual modo l&#8217;eleganza e la ricchezza; erano tutte allegorie amorose, incise su gemme e diamanti: orologi incrostati di carbonchi, con sopra le cifre di Desiderata: braccialetti di rubini modellati in forma di cuori: insomma, non c&#8217;era cosa alla quale non avesse pensato, per trovare il modo di piacerle.</p>



<p>L&#8217;ambasciatore portava seco il ritratto del Principe, dipinto con tanta bravura e maestria, che non gli mancava nemmeno la parola, e faceva dei complimenti pieni di grazia e di brio. È vero che non sapeva rispondere a tutto quello che gli si domandava: ma di questo non ce n&#8217;era un gran bisogno. Beccafico, per la parte sua, promise al Principe che avrebbe fatto l&#8217;impossibile per vederlo contento, e soggiunse che aveva con sé moltissimo denaro: e caso mai gli avessero negata la Principessa, avrebbe trovato il mezzo di comprare qualcuna delle sue cameriere e l&#8217;avrebbe rapita. &#8220;Ah!&#8221;, esclamò il Principe, &#8220;non lo dite neanche per celia: son sicuro che ella si chiamerebbe offesa da un modo di fare così poco rispettoso!&#8221;</p>



<p>Beccafico non stette a dir altro, e partì.</p>



<p>La gran diceria del suo viaggio arrivò prima di lui: il Re e la Regina ne furono lietissimi, perché stimavano molto il suo sovrano e conoscevano gli atti di valore del Principe Guerriero, e, in particolar modo, il suo merito personale; motivo per cui non avrebbero potuto trovare un partito più degno per la loro figlia, neanche a cercarlo apposta nelle cinque parti del mondo. Fu apprestato un palazzo per alloggiarvi Beccafico, e vennero dati gli ordini perché tutta la Corte si mostrasse in abito di gran gala.</p>



<p>Il Re e la Regina avevano pensato di far vedere all&#8217;ambasciatore la Principessa Desiderata: ma la fata Tulipano venne a trovare la Regina e le disse:</p>



<p>&#8220;Guardatevi bene, Regina, da menare Beccafico dalla nostra figliuola&#8221;, era solita di chiamarla così, &#8220;non conviene che egli la veda tanto presto e non bisogna mandarla al Re, che l&#8217;ha domandata in sposa, finché non abbia compiti i quindici anni! perché, badate bene a quello che vi dico, se ella esce fuori prima del tempo, si troverà a sentirsi cascare addosso qualche grosso malanno&#8221;.</p>



<p>La Regina abbracciò la buona Tulipano: le promise di darle retta, e senza perder tempo andarono insieme dalla Principessa.</p>



<p>Intanto arrivò l&#8217;ambasciatore. Il suo seguito durò ventitré ore a passare, perché egli aveva seicentomila muli, colle sonagliere e i ferri d&#8217;oro e gualdrappe di velluto e di broccato ricamate in perle. Lungo la strada c&#8217;era un pigia-pigia da non farsene idea, e tutti correvano per vederlo. Il Re e la Regina gli andarono incontro, tanto erano contenti della sua venuta.</p>



<p>Salteremo a pié pari le cose che egli disse, i complimenti che si scambiarono, perché ci vuol poco a figurarseli: ma quando egli domandò di presentare i suoi omaggi alla Principessa, rimase molto male nel sentirsi negata la grazia.</p>



<p>&#8220;Signor Beccafico&#8221;, disse il Re, &#8220;se vi ricusiamo una cosa che pare così giusta, credetelo, non è un capriccio: e perché ne siate persuaso, bisogna raccontarvi la strana avventura di nostra figlia. Una fata, dal giorno che nacque, la prese a noia e la minacciò di mille guai, se ella avesse veduto la luce del sole prima di toccare i quindici anni: noi dunque la teniamo chiusa in un palazzo, che ha i suoi quartieri più belli sotto terra. Era nostra idea di menarvici ma la fata Tulipano ci ha comandato di non fare nulla.&#8221;</p>



<p>&#8220;Come mai, Sire!&#8221;, replicò l&#8217;ambasciatore, &#8220;e io dunque dovrò avere il dispiacere di tornarmene indietro senza di lei? Voi l&#8217;accordaste al Re mio signore per il suo figlio: ella è aspettata con vivissima impazienza: e sarà possibile che voi vi lasciate imporre da certe fanciullaggini, come sono le predizioni delle fate? Ecco qui il ritratto del Principe Guerriero, che ho l&#8217;ordine di presentarvi: e il ritratto è così somigliante, che quando lo guardo mi par di vedere le stesso Principe in persona.&#8221; E cosi dicendo, lo scoprì. Il ritratto, che era stato ammaestrato soltanto per parlare alla Principessa, disse:</p>



<p>&#8220;Bella Desiderata, non potete figurarvi con quanto ardore io vi attenda! venite subito alla nostra Corte, e abbellitela con quelle grazie che vi fanno unica al mondo!&#8221;.</p>



<p>Il ritratto non disse altro: e il Re e la Regina rimasero tanto meravigliati, che pregarono Beccafico a darglielo, per portarlo a far vedere alla Principessa. A lui non gli parve vero, e consegnò subito il ritratto nelle loro mani.</p>



<p>La Regina non aveva mai fatto cenno alla figlia di ciò che accadeva in Corte; ed anzi aveva proibito alle dame che le stavano intorno di dirle la più piccola cosa sull&#8217;arrivo dell&#8217;ambasciatore: ma esse non l&#8217;avevano ubbidita, e la Principessa sapeva già che si stava combinando un gran matrimonio; peraltro era tanto prudente, da fare in modo che la madre non si avvedesse di nulla. Quando questa le ebbe mostrato il ritratto del Principe, che parlava, e che le fece un complimento non so se più tenero o più grazioso, ella rimase molto sorpresa, perché non aveva mai veduto nulla di simile; e la bella fisonomia del Principe, l&#8217;aspetto sveglio e la regolarità delle fattezze non la stupivano meno delle cose che aveva dette il ritratto parlante.</p>



<p>&#8220;Vi dispiacerebbe&#8221;, le disse la Regina, &#8220;di avere uno sposo che somigliasse a questo Principe?&#8221; &#8220;Signora&#8221;, ella rispose, &#8220;non tocca a me a scegliere: sarò sempre contenta di colui che vi piacerà destinarmi.&#8221;</p>



<p>&#8220;Ma pure&#8221;, insisté la Regina, &#8220;se la sorte cadesse su lui, non vi stimereste felice?&#8221;</p>



<p>Ella arrossì, abbassò gli occhi e non rispose nulla. La Regina la prese fra le braccia e la baciò più e più volte, né poté frenarsi dal versare alcune lacrime, pensando che stava sul punto di doverla perdere, perché non le mancavano oramai che tre mesi soli a compiere i quindici anni: e nascondendole il suo dispiacere, la mise al fatto di tutto quanto la riguardava nell&#8217;ambasciata di Beccafico: e fra le altre cose, le dette anche i regali che erano stati portati per lei. Essa li ammirò: lodò con finezza di gusto le cose più singolari; ma ogni pochino i suoi occhi si divagavano, per andare a posarsi sul ritratto del Principe, con un diletto fin&#8217;allora non provato mai.</p>



<p>L&#8217;ambasciatore, vedendo che perdeva il suo tempo a insistere perché gli dessero la Principessa, e che si contentavano soltanto di promettergliela, ma in modo solenne da non poterne dubitare, si trattenne pochi giorni presso il Re, e tornò per la posta a render conto al padrone del suo operato. Quando il Principe venne a sapere che la sua Desiderata non poteva averla prima di tre mesi, dette in tali sfoghi di dolore, che rattristarono tutta la Corte: non dormiva più: non mangiava nulla e diventò tristo e pensieroso: perse il suo bel colore: passava le giornate intere sdraiato su un canapè, nel suo gabinetto, a contemplare il ritratto della Principessa: le scriveva ogni cinque minuti e porgeva le lettere al ritratto, come se questo le sapesse leggere. Alla fine le sue forze s&#8217;indebolirono a poco a poco, e cadde gravemente malato: né ci fu bisogno di medico o di chirurgo per indovinare la cagione del male.</p>



<p>Il Re si disperava; egli amava teneramente suo figlio, e si trovava sul punto di perderlo. Che afflizione per lui! Né vedeva rimedio alcuno che valesse a salvargli il Principe, il quale non domandava altro che la sua Desiderata: senza di essa non gli restava che morire. In faccia alla gravità del caso egli prese la risoluzione di andare a trovare il Re e la Regina, che gli avevano promesso la figlia, affine di scongiurarli a muoversi a compassione dello stato in cui s&#8217;era ridotto il Principe, e a non mandare più in lungo le nozze; le quali non si sarebbero fatte più, quand&#8217;essi si fossero incaponiti a volere aspettare che la Principessa avesse compito i quindici anni.</p>



<p>Questo passo era straordinario per un Re, ma sarebbe stata una cosa anche più straordinaria se egli avesse lasciato morire il figlio, che gli era più caro delle pupille degli occhi.</p>



<p>Peraltro s&#8217;inciampò in una difficoltà insormontabile: e questa era l&#8217;età molto avanzata del Re, la quale non gli acconsentiva se non di viaggiare in portantina: e questa cosa si combinava male coll&#8217;impazienza del figlio: per cui egli mandò per la posta il suo fido Beccafico e scrisse delle lettere commoventissime per impegnare il Re e la Regina a contentarlo nei suoi desideri.</p>



<p>Intanto Desiderata non provava minor piacere a contemplare il ritratto del Re, che questi non provasse a guardare quello di lei. Ogni tantino ella andava nella stanza dove era stato messo, e sebbene s&#8217;ingegnasse di celare i sentimenti del suo cuore, c&#8217;era chi sapeva indovinarli; e, fra gli altri, Viola-a-ciocche e Spinalunga, che erano le sue damigelle d&#8217;onore, si accorsero di quella specie d&#8217;irrequietezza che cominciava a tormentarla.</p>



<p>Viola-a-ciocche l&#8217;amava di sincero amore e l&#8217;era fidatissima; mentre Spinalunga aveva sempre covato una gelosia segreta per le belle virtù e per lo splendido stato della Principessa. La madre di Spinalunga aveva allevata la Principessa, e dopo essere stata sua governante, era divenuta sua dama d&#8217;onore. Ella dunque avrebbe dovuto amarla, come la cosa più cara di questo mondo: ma idolatrando essa la propria figlia, e vedendo l&#8217;odio di questa per la bella Principessa, non poteva, neanch&#8217;essa, volerle bene.</p>



<p>L&#8217;ambasciatore, che era stato spedito alla Corte della Principessa Nera, non vi trovò lieta accoglienza, subito che si venne a sapere la bella parte che doveva fare. Questa negra era la creatura più vendicativa che possa immaginarsi; e le parve di non essere trattata troppo cavallerescamente a sentirsi dire sul viso, dopo le promesse e gl&#8217;impegni presi, che essa rimaneva ringraziata e messa in libertà. Ella aveva veduto il ritratto del Principe, e s&#8217;era fitta in capo di voler lui a ogni costo: perché le donne nere, quando si ragiona d&#8217;amore, diventano le donne più ostinate del mondo.</p>



<p>&#8220;Come, signor ambasciatore&#8221;, ella disse, &#8220;forse il vostro Re non mi crede abbastanza ricca o abbastanza bella? Girate per i miei Stati e difficilmente ne troverete de&#8217; più vasti; entrate nel mio tesoro reale e vedrete tant&#8217;oro, quanto non se n&#8217;è mai cavato da tutte le miniere del Perù; date finalmente un&#8217;occhiata al color morato del mio viso, alle mie labbra tumide, al mio naso schiacciato, eppoi ditemi se una donna, per esser bella, non bisogna che sia fatta così!&#8221;</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, rispose l&#8217;ambasciatore, il quale aveva una gran paura d&#8217;essere bastonato, peggio che in Turchia, &#8220;io biasimo il procedere del mio Sovrano, per quanto è lecito di farlo a un suddito: e se il cielo mi avesse dato il più bel trono dell&#8217;universo, saprei ben io la persona alla quale offrirlo!&#8221; &#8220;Queste parole vi salvano la vita&#8221;, ella disse, &#8220;avevo fissato di cominciare da voi la mia vendetta; ma mi sarebbe parsa un&#8217;ingiustizia, perché in fin de&#8217; conti non siete voi la cagione dello sleale procedere del vostro Principe: andate, e ditegli da parte mia che mi fa un vero regalo a sciogliersi con me, perché io non me la sono mai detta con le persone poco di buono.&#8221;</p>



<p>L&#8217;ambasciatore, che non vedeva l&#8217;ora di essere congedato, prese queste parole a volo; e via a gambe. Ma la Negra era troppo stizzita contro il Principe Guerriero, per potergli perdonare. Salì sopra un cocchio d&#8217;avorio tirato da sei struzzi, i quali facevano dieci miglia l&#8217;ora. Andò al palazzo della fata della fontana, che era la sua comare e la migliore amica che avesse: e dopo averle raccontata la sua avventura, la pregò colle braccia in croce perché l&#8217;aiutasse a pigliarsi una vendetta. La fata si lasciò commuovere dal dolore della figlioccia; guardò nel libro, dove si dice tutto, e così venne subito a sapere che il Principe Guerriero lasciava la Principessa Nera per motivo di Desiderata, che egli amava perdutamente, e che era stato perfino malato dalla gran passione di non poterla vedere. Bastò questa cosa per riaccendere nel cuore alla fata quella collera, che oramai era quasi spenta; tanto che si poteva sperare, che non avendo più veduto la Principessa dal giorno che nacque, non avrebbe più pensato a farle del male, senza gl&#8217;incitamenti di quella brutta moraccia.</p>



<p>&#8220;Come!&#8221;, gridò la fata, &#8220;dunque questa sciaguratissima Desiderata s&#8217;è messa in capo di farmi sempre dei dispetti? No, no, vezzosa Principessa: no, carina mia; non soffrirò mai che ti si faccia un affronto. Il cielo e tutti gli elementi piglieranno parte in questa cosa. Torna pure a casa e fidati alla parola della tua buona comare.&#8221;</p>



<p>La Principessa la ringraziò e le fece dei doni di frutte e di fiori, che furono moltissimo graditi.</p>



<p>Intanto l&#8217;ambasciatore Beccafico si avanzava a spron battuto verso la città, dove stava il padre di Desiderata: e appena giunto andò a gettarsi ai piedi del Re e della Regina; versò un torrente di lacrime e disse con un linguaggio da intenerire i sassi, che il Principe Guerriero sarebbe morto, se gl&#8217;indugiavano il piacere di vedere la Principessa: che oramai non mancavano più che tre soli mesi per compire i quindici anni; che non c&#8217;era pericolo che in un tempo così corto potesse accadere qualche disgrazia: che si prendeva la libertà di rammentare che questa eccessiva credulità per certe fandonie faceva torto alla maestà reale: in una parola, tanto seppe dire e tanto seppe fare, che finì col persuaderli tutti e due.</p>



<p>Prova ne sia che anche essi s&#8217;intenerirono e piansero, ripensando al pietoso stato in cui s&#8217;era ridotto il Principe: e finirono col dire che pigliavano qualche giorno di tempo prima di dargli una risposta di benestare. Esso allora replicò che non poteva concedere che poche ore, perché il suo padrone era oramai ridotto al lumicino, e s&#8217;era fitto in capo che la Principessa non lo potesse soffrire e fosse essa medesima che studiasse tutti gli ammennicoli per rimandare la partenza dall&#8217;oggi al domani.</p>



<p>Allora gli fu detto che nella serata avrebbe saputo quello che si poteva fare.</p>



<p>La Regina corse subito al palazzo della sua cara figlia, e le raccontò ogni cosa. Desiderata sentì un gran dolore: ebbe una stretta al cuore e svenne. Così la Regina poté conoscere tutta la passione del suo amore per il Principe.</p>



<p>&#8220;Non ti dar tanto alla disperazione, bambina mia&#8221;, ella le disse, &#8220;tu hai la virtù di poterlo guarire: la sola cosa che mi tenga in pensiero, sono le minacce fatte dalla fata della fontana al momento della tua nascita.&#8221;</p>



<p>&#8220;Voglio sperare, o signora&#8221;, ella riprese, &#8220;che ci debba essere qualche ripiego, per ingannare questa fata malandrina. Non potrei, per dirne una, partire in una carrozza tutta chiusa, dove non potessi vedere la luce del giorno? questa carrozza l&#8217;aprirebbero soltanto la notte, per darci da mangiare, e così arriverei felicemente a casa del Principe Guerriero.&#8221;</p>



<p>Il ripiego piacque molto alla Regina: ne parlò al Re, il quale lo approvò: e così mandarono a chiamare Beccafico, perché andasse subito a Corte, dove gli dettero per cosa sicura che la Principessa sarebbe partita prestissimo; e gli dissero di recarsi intanto a dare la buona novella al suo padrone, aggiungendo che per amor di far presto, avrebbero tralasciato di farle il corredo e i ricchissimi vestiti, quali si addicevano al suo grado di Principessa. L&#8217;ambasciatore, che non capiva nella pelle dalla contentezza, si gettò di nuovo ai piedi delle loro Maestà per ringraziarle, e partì subito senza aver veduto la Principessa.</p>



<p>Non c&#8217;è dubbio che ella avrebbe sentito un gran dolore nello staccarsi dal padre e dalla madre, se fosse stata meno viva in lei la prevenzione a favore del Principe: ma si danno nella vita certi sentimenti così prepotenti, che fanno tacere tutti gli altri. Le prepararono una carrozza foderata al di fuori di velluto, ornato di grandi borchie d&#8217;oro; e al di dentro di broccato ricamato d&#8217;argento e color di rosa. Non vi erano cristalli; la carrozza era molto grande, tutta chiusa come una scatola; e uno dei primi signori del Regno teneva in custodia le chiavi, che aprivano la serratura degli sportelli. E perché un seguito troppo numeroso poteva essere d&#8217;impiccio, furono scelti pochi ufficiali per accompagnarla: e dopo averle date le più belle gemme del mondo e alcuni ricchissimi vestiti, e dopo gli addii, che fecero quasi soffocare dai pianti e dai singhiozzi il Re, la Regina e tutta la Corte, la chiusero nella carrozza, insieme alle sue dame d&#8217;onore Viola-a-ciocche e Spinalunga.</p>



<p>Bisogna ricordarsi che Spinalunga non voleva punto bene a Desiderata; ma invece ne voleva moltissimo al Principe Guerriero, del quale aveva veduto il ritratto parlante. Il dardo che l&#8217;aveva ferita era così acuto, che, nel partire, disse a sua madre che morirebbe di dolore, se accadesse il matrimonio della Principessa, e che se voleva salvarla dalla sua tristissima sorte, bisognava trovasse il verso di mandare all&#8217;aria ogni cosa. Sua madre, che era dama d&#8217;onore, le disse di darsi pace, che avrebbe cercato il modo di consolarla e di farla felice.</p>



<p>Quando la Regina fu sul punto di staccarsi dalla sua figlia, che partiva, la raccomandò, non si può dir quanto, a questa femmina trista.</p>



<p>&#8220;Questo prezioso deposito&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;lo confido alle vostre mani. Mi è più caro della vita! abbiate cura della salute di mia figlia, e soprattutto guardate bene che non vegga mai la luce del giorno. Sarebbe finita per lei! Voi sapete da quali sciagure è minacciata, e però ho fissato coll&#8217;ambasciatore del Principe Guerriero che, fino a tanto che non abbia quindici anni compiti, la terranno in un castello, dove non possa vedere altra luce che quella dei lampadari.&#8221;</p>



<p>La Regina affogò di regali questa dama, per impegnarla a stare attaccata fedelmente alle sue istruzioni, ed ella dal canto suo promise di vegliare alla conservazione della Principessa, e di renderle minutissimo conto di tutto, appena fossero arrivate.</p>



<p>A questo modo il Re e la Regina, fidandosi di averla raccomandata bene, non ebbero alcun pensiero per la loro cara figlia, e così sentirono meno il dolore del distacco; ma Spinalunga, che dagli ufficiali incaricati di aprire tutte le sere la carrozza per servire la cena alla Principessa, aveva saputo che si avvicinavano alla città dov&#8217;erano aspettate, cominciò a metter su la madre perché compisse il suo tristo disegno, prima che il Re e il Principe venissero loro incontro e mancasse il tempo di fare il gran colpo.</p>



<p>Cosicché, quando fu circa l&#8217;ora del mezzogiorno e quando i raggi del sole saettavano con maggior forza, ella tagliò di netto con un gran coltello fatto apposta, che aveva portato seco, l&#8217;imperiale della carrozza dove stavano rinserrate. Fu quella la prima volta che la Principessa Desiderata vide la luce del giorno. Appena l&#8217;ebbe vista, mandò un sospiro e si precipitò fuori della carrozza, trasmutata in una Cervia bianca: e a quel modo si messe a correre fino alla vicina foresta, dove si nascose in un luogo folto e oscuro, per potervi piangere, senza essere vista da alcuno, le grazie, i bei lineamenti e la elegante figura, che aveva perduta.</p>



<p>La fata della fontana, che dirigeva questa strana avventura, vedendo che tutti quelli che accompagnavano la Principessa si davano un gran moto, gli uni per seguirla, gli altri per correre alla città e fare avvertito il Principe Guerriero della disgrazia accaduta, messe sottosopra cielo e terra: talché i lampi e i tuoni impaurirono anche i più coraggiosi: e in grazia del suo portentoso sapere, riuscì a trasportare quelle persone molto lontano di lì, togliendole in questo modo da un luogo, dove la loro presenza non le faceva punto piacere.</p>



<p>Le sole che restassero, furono la dama d&#8217;onore, Spinalunga e Viola-a-ciocche.</p>



<p>Quest&#8217;ultima corse dietro alla sua padrona, facendo risuonare il bosco del nome di lei e de&#8217; suoi acuti lamenti.</p>



<p>Le altre due, contentissime di vedersi libere, non persero un minuto per fare quanto avevano già fissato.</p>



<p>Spinalunga s&#8217;infilò i vestiti di Desiderata. Il manto reale, che doveva servire per le nozze, era d&#8217;una ricchezza da non potersi dire, e la corona aveva dei diamanti grossi due o tre volte il pugno della mano. Il suo scettro era d&#8217;un rubino d&#8217;un sol pezzo: e il globo che teneva nell&#8217;altra mano, una perla grossa quanto il capo d&#8217;un bambino. Tutte cose bellissime a vedersi e pesantissime a portarsi addosso: ma bisognava non lasciare indietro nessuno degli ornamenti reali, una volta che Spinalunga voleva farsi credere la Principessa.</p>



<p>In quest&#8217;abbigliamento, Spinalunga, seguita dalla madre che le reggeva lo strascico, si avviò verso la città. La falsa Principessa camminava con passo maestoso. Ella era sicura che sarebbe venuta gente a incontrarla; difatti, non avevano ancora fatta molta strada, che scorsero un drappello di cavalleria, e in mezzo due portantine luccicanti di oro e di gemme, portate da piccoli muli, ornati di lunghi pennacchi verdi (perché il verde era il colore favorito della Principessa).</p>



<p>Il Re che stava in una portantina, e il Principe malato nell&#8217;altra, non sapevano che cosa pensare di queste dame, che venivano incontro a loro. I più curiosi galopparono innanzi, e dalla ricchezza dei vestiti giudicarono che dovessero essere due signore di gran riguardo. Scesero da cavallo e le salutarono con molto rispetto. &#8220;Fatemi la grazia&#8221; disse loro Spinalunga &#8220;di sapermi dire chi c&#8217;è dentro quelle portantine.&#8221;</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, essi risposero, &#8220;c&#8217;è il Re e il Principe suo figlio, che vanno incontro alla Principessa Desiderata.&#8221;</p>



<p>&#8220;Allora vi prego&#8221;, continuò ella, &#8220;di andare a dir loro che la Principessa è qui. Una fata, che è nemica della mia felicità, ha sparpagliato e disperso tutti coloro che mi accompagnavano a furia di tuoni, di lampi e di prodigi paurosi: ma ecco qui la mia dama d&#8217;onore, la quale è incaricata di presentare le lettere del Re mio padre e di tenere in custodia le mie gioie.&#8221;</p>



<p>I cavalieri, a queste parole, baciarono subito il lembo della sua veste e andarono di corsa a dire al Re che la Principessa si avvicinava.</p>



<p>&#8220;Come!&#8221;, egli esclamò, &#8220;ella se ne viene a piedi e di pieno giorno?&#8221; Essi gli raccontarono ciò che ella aveva detto loro. Il Principe, che smaniava d&#8217;impazienza, li chiamò, dicendo loro con gran premura: &#8220;Non è un prodigio di bellezza? un vero miracolo? una Principessa senza confronti?&#8221;.</p>



<p>Nessuno rispose: per cui il Principe ne rimase stupito.</p>



<p>&#8220;Si vede proprio&#8221;, egli riprese, &#8220;che dovendo dirne troppo bene, preferite piuttosto non dir nulla.&#8221; &#8220;Signore, voi la vedrete da voi&#8221;, disse il più ardito di essi, &#8220;sarà che lo strapazzo del viaggio l&#8217;abbia un po&#8217; trasfigurita.&#8221;</p>



<p>Il Principe rimase di stucco: se fosse stato più in forze, si sarebbe buttato giù dalla portantina per correre ad appagare la sua impazienza e la sua curiosità. Il Re scese a piedi, e avanzandosi con tutto il corteggio raggiunse la falsa Principessa. Vederla, gettare un grido e tirarsi indietro di qualche passo, fu un punto solo. &#8220;Chi vedo mai?&#8221;, egli disse, &#8220;ma questa è una vera perfidia.&#8221;</p>



<p>&#8220;Sire&#8221;, disse la dama d&#8217;onore avanzandosi a faccia fresca, &#8220;ecco qui la Principessa Desiderata con le lettere del Re e della Regina. Io rimetto pure nelle vostre mani la cassetta delle gioie, che mi fu consegnata sul punto di partire.&#8221;</p>



<p>Il Re serbò un silenzio sinistro e cupo; e il Principe, appoggiandosi al braccio di Beccafico, si avvicinò a Spinalunga. Dio degli Dei! come dové egli restare, vedendo una fanciulla di una statura così sperticata da far paura? Essa era così lunga, che gli abiti della Principessa le toccavano appena il ginocchio; secca come un uscio; col naso che somigliava al becco ricurvo di un pappagallo, e rosso e lustro in cima come un peperone. Denti più neri e più disuniti di quelli, non se n&#8217;è visti mai: in una parola, ell&#8217;era tanto brutta, quanto Desiderata era bella.</p>



<p>Il Principe, che aveva sempre dinanzi agli occhi l&#8217;immagine della sua cara Principessa, al vedere questa brutta befana rimase imbietolito: non aveva fiato né per muoversi né per dire una mezza parola. Soltanto, dopo averla guardata un poco cogli occhi fuor della testa, si volse al Re ed esclamò:</p>



<p>&#8220;Io sono tradito! Il maraviglioso ritratto sul quale ho vincolata la mia libertà non ha che veder nulla con la persona che ci è stata inviata. Hanno preteso ingannarmi? ci sono riusciti: ma a me mi costerà la vita&#8221;.</p>



<p>&#8220;Che cosa intendete dire, o signore?&#8221;, disse Spinalunga. &#8220;Chi è che ha cercato di ingannarvi? sappiate, o signore, che sposando me, non vi hanno ingannato davvero.&#8221;</p>



<p>Tanta sfacciataggine e tanta arroganza non aveva esempio. Per parte sua, anche la dama d&#8217;onore rincarava la dose:</p>



<p>&#8220;Oh! mia bella Principessa&#8221;, esclamava, &#8220;dove siamo mai capitate? È forse in questo modo, che si accoglie una Principessa par vostro? Quale incostanza! e che razza di procedere!&#8230;Il Re vostro padre saprà farsene render ragione&#8221;.</p>



<p>&#8220;Tocca a noi farsi rendere ragione&#8221;, ribatté il Re, &#8220;egli ci aveva promesso una bella Principessa e ci manda invece un sacco d&#8217;ossi, una mummia da fare scappare dallo spavento: ora non mi fa più specie che egli abbia tenuto nascosto questo bel tesoro per quindici anni di seguito: aspettava che capitasse il merlotto: e la disgrazia è capitata su noi: ma staremo a vedere come finirà.&#8221;</p>



<p>&#8220;Ma quale insolenza!&#8221;, esclamò la falsa Principessa. &#8220;Quanto sono sventurata di esser venuta qui, sulla parola di questa razza di gente! Guardate un po&#8217; il gran delitto di essersi fatta ritrattare un po&#8217; più bella del vero! Non sono forse cose che accadono tutti i giorni? Se per queste piccole marachelle i Principi rimandassero indietro le loro fidanzate, poche ma poche bene se ne mariterebbero.&#8221; Il Re e il Principe, colla bizza fino alla punta dei capelli, non si degnarono risponderle: salirono ciascuno nella loro portantina, mentre una guardia del corpo, senza tanti complimenti, messe in groppa al cavallo, dietro di sé, la Principessa: la dama d&#8217;onore ebbe lo stesso trattamento: e così furono menate in città, dove per ordine del Re furono chiuse nel Castello delle Tre Punte.</p>



<p>Il Principe Guerriero restò così sbalordito da questo colpo, che tutta la pena gli si rinserrò in fondo al cuore. Quand&#8217;ebbe fiato per parlare, che cosa mai non disse del suo tristo destino? Egli era sempre innamorato come prima, ma non gli restava per oggetto della sua passione che un bugiardo ritratto. Tutte le sue speranze andate in fumo: tutte le sue illusioni intorno alla Principessa Desiderata, svanite! Non c&#8217;era disperazione da potersi agguagliare alla sua. La Corte gli era divenuta un soggiorno insoffribile, e pensò, appena ristabilitosi un po&#8217; in salute, di fuggirsene di nascosto in un luogo solitario e passarvi tutto il resto della sua misera vita.</p>



<p>Confidò questa sua idea soltanto al fido Beccafico, nella certezza che questi lo seguirebbe dappertutto: e lo scelse apposta per avere una persona colla quale potersi sfogare più liberamente che con chiunque altro, del brutto tiro che aveva dovuto patire. Appena si sentì un po&#8217; meglio, partì dalla Corte, lasciando sulla tavola del suo gabinetto una lunga lettera pel Re, colla quale lo avvertiva che sarebbe tornato appena avesse ritrovato un po&#8217; di quiete di spirito: ma intanto lo scongiurava di pensare alla vendetta di tutti e due, e di tener sempre in prigione quello spauracchio di Principessa. È facile immaginarsi il dolore del Re nel ricevere questa lettera. Credette morir di dolore per la lontananza di un figlio, così adorato. Mentre tutti s&#8217;ingegnavano di consolarlo, il Principe e Beccafico facevano strada: finché in capo a tre giorni si trovarono in una gran foresta, così oscura per la spessezza delle piante e così seducente per la freschezza dell&#8217;erbe e per i ruscelletti e i fili d&#8217;acqua, che scorrevano in tutti i versi, che il Principe, rifinito dal lungo cammino, non essendosi ancora rimesso perbene in forze smontò da cavallo e si sdraiò malinconicamente per terra, reggendosi il capo con la mano, e per la debolezza avendo appena fiato di parlare. &#8220;Signore&#8221;, gli disse Beccafico, &#8220;mentre vi riposate un poco, io anderò in cerca di qualche frutto perché possiate rinfrescarvi: e intanto darò un&#8217;occhiata per farmi un&#8217;idea del luogo dove ci troviamo.&#8221; Il Principe non rispose, ma gli fece segno col capo, come per dirgli: &#8220;Sta bene&#8221;.</p>



<p>Egli è ormai un bel pezzo che abbiamo lasciata la Cervia nel bosco, voglio dire l&#8217;incomparabile Principessa. Ella pianse, come può piangere una cervia all&#8217;ultima disperazione, quando si accorse delle sue nuove forme, specchiandosi nell&#8217;acqua di una fontana.</p>



<p>&#8220;Come! e son io, proprio io?&#8221;, essa diceva, &#8220;ed è per l&#8217;appunto oggi, che mi trovo ridotta a subire la più trista avventura che possa mai toccare a un&#8217;innocente Principessa come me, per capriccio e colpa delle fate? E quanto dovrà durare questa metamorfosi? E dove nascondermi, perché i leoni, gli orsi e i lupi non mi divorino? Come potrò io cibarmi d&#8217;erba?&#8221; E via di questo passo, faceva a se stessa mille domande, e provava il più acerbo dolore che mai si possa.</p>



<p>Se qualche cosa poteva consolarla, era il vedere che essa era una bella cervia, nello stesso modo che era stata una bella Principessa.</p>



<p>Spinta dalla fame, Desiderata si messe a mangiar l&#8217;erba con molto appetito: e non sapeva intendere come questa cosa potesse stare. Quindi si accoccolò sul muschio: intanto si fece notte, senza addarsene: ed essa la passò in mezzo a spaventi così terribili, da non poterseli figurare.</p>



<p>Sentiva le bestie feroci a pochi passi di distanza; e scordandosi di esser Cervia, provava ad arrampicarsi su per gli alberi.</p>



<p>I primi chiarori del giorno la rassicurarono un poco: ammirò la levata del sole: e il sole gli pareva così maraviglioso, che non finiva mai di guardarlo. Tutte le grandi cose, che ne aveva sentite dire, le sembravano molto inferiori a quel che vedeva. Era questo l&#8217;unico svago che avesse in quel luogo deserto. Per parecchi giorni vi restò sola sola.</p>



<p>La fata Tulipano, che aveva sempre voluto bene a questa Principessa, si appassionava di cuore per la sua disgrazia; ma d&#8217;altra parte, essa era molto indispettita che tanto la Regina come la figlia avessero fatto così poco conto de&#8217; suoi consigli: perché, se vi ricordate, la buona fata aveva ripetuto loro più volte che se la Principessa fosse partita prima de&#8217; quindici anni compiti, sarebbe andata incontro a qualche malanno. A ogni modo non volle lasciarla in balìa alle ire della fata della fontana, e fu essa stessa che guidò i passi di Viola-a-ciocche verso la foresta, perché questa fida confidente potesse consolarla nella sua terribile sventura.</p>



<p>La bella Cervia se ne andava, un passo dietro l&#8217;altro, lungo un fiumiciattolo, quando Viola-aciocche, non avendo più gambe per camminare, si coricò per pigliare un po&#8217; di riposo. Tutta afflitta, stava almanaccando colla testa da qual parte volgersi per potersi imbattere nella sua cara Principessa. Appena la Cervia l&#8217;ebbe vista, fece tutto un salto, e passata dall&#8217;altra parte del fiume, che era abbastanza largo e profondo, venne a gettarsi addosso a Viola-a-ciocche e le fece un&#8217;infinità di carezze. Ella rimase stupita, non sapendo se le bestie di quel luogo avessero una simpatia particolare per gli uomini tanto da diventare umane, o se la Cervia la conoscesse; perché a dirla tale e quale, non accade tutti i giorni di vedere una Cervia che faccia con tanto garbo e con tanta cortesia gli onori della foresta.</p>



<p>Dopo averla guardata attentamente, si accorse con molta maraviglia che da&#8217; suoi occhi sgorgavano alcuni grossi lacrimoni; per cui non ebbe più l&#8217;ombra del dubbio che quella fosse la sua cara Principessa. Le prese le zampe e gliele baciò collo stesso rispetto e colla medesima tenerezza, come le avrebbe baciato le mani.</p>



<p>Provò a parlare e s&#8217;avvide che la Cervia la intendeva benissimo: ma non poteva risponderle; e allora le lacrime e i sospiri raddoppiarono da una parte e dall&#8217;altra. Viola-a-ciocche promise alla sua padrona che non l&#8217;avrebbe abbandonata mai: la Cervia le fece mille piccoli segni col capo e cogli occhi, per farle intendere che ne sarebbe contentissima, e che questa cosa la consolerebbe in parte delle sue pene.</p>



<p>Erano state insieme tutta la giornata, quando la Cervietta ebbe paura che la sua fida Viola-a-ciocche potesse aver bisogno di mangiare, e la menò in un certo punto della foresta, dove aveva veduto alcune frutta selvatiche ma saporite. Viola-a-ciocche ne mangiò moltissime, perché si sentiva morire dalla fame; ma quand&#8217;ebbe finita la sua cena, fu presa da una grande inquietudine, perché non sapeva dove si sarebbero ricoverate per dormire. Restare in mezzo alla foresta, esposte a tutti i pericoli, non era nemmeno da pensarci.</p>



<p>&#8220;Non avete paura, graziosa Cervia&#8221;, ella disse, &#8220;a passare la nottata qui?&#8221; La Cervia alzò gli occhi al cielo e sospirò.</p>



<p>&#8220;Ma pure&#8221;, continuò Viola-a-ciocche, &#8220;voi avete già percorso una parte di questa vasta solitudine: non vi son, per caso, punte capanne, un carbonaio, un taglialegna, un eremitaggio?&#8221; La Cervia fece col capo di no.</p>



<p>&#8220;Oh Dei!&#8221;, esclamò Viola-a-ciocche, &#8220;domani non sarò più viva: quand&#8217;anche avessi la sorte di scansare le tigri e gli orsi, son sicura che basterebbe la paura per uccidermi. E non crediate, mia cara Principessa, che mi dispiaccia per me di perdere la vita: me ne dispiace per voi. Povera me!</p>



<p>Lasciarvi in questi luoghi, senza un&#8217;anima che vi consoli! Si può immaginare più trista cosa?&#8221;</p>



<p>La Cervietta si mise a piangere: ella singhiozzava come potrebbe fare una persona. Le sue lacrime toccarono il cuore alla fata Tulipano, che in fondo l&#8217;amava teneramente e che, nonostante la sua disobbedienza, aveva sempre vegliato alla conservazione di lei: per cui, apparendole tutt&#8217;a un tratto, le disse: &#8220;Non ho nessuna voglia di farvi dei rimproveri: lo stato in cui vi trovate mi fa troppa pena&#8221;. Cervietta e Viola-a-ciocche la interruppero, gettandosi ai suoi ginocchi: la prima le baciava le mani e le faceva le carezze più graziose di questo mondo: mentre l&#8217;altra la scongiurava a muoversi a pietà della Principessa, rendendole le sue sembianze naturali.</p>



<p>&#8220;Ciò non dipende da me&#8221;, disse Tulipano; &#8220;colei che le fece tanto male ha molto potere; ma io abbrevierò il tempo della sua penitenza: e per addolcirla un poco, appena si farà notte ella lascerà le spoglie di Cervia; ma ai primi chiarori dell&#8217;alba, bisognerà che le riprenda daccapo e corra per la pianura e per la foresta, come le altre Cervie.&#8221;</p>



<p>Cessare di essere Cervia durante la notte, era già qualcosa, anzi molto: e la Principessa dette a dividere la sua allegrezza a furia di salti e di capriole, che messero di buon umore la fata. &#8220;Pigliate&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;per questa viottola, e troverete una capanna abbastanza decente per questi luoghi campestri.&#8221;</p>



<p>Ciò detto, sparì. Viola-a-ciocche obbedì, e insieme con la Cervia entrò nella viottola, che era lì a pochi passi, e trovarono una vecchia seduta sulla soglia della porta, che stava ultimando un canestro di giunchi.</p>



<p>Viola-a-ciocche la salutò: &#8220;Vorreste voi, mia buona nonna&#8221;, le disse, &#8220;darmi un po&#8217; d&#8217;ospitalità insieme a questa Cervia?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Ma sì, figlia mia, che ti ospiterò volentieri: entra pure colla tua Cervia.&#8221;</p>



<p>E detto fatto, le menò subito in una graziosa camerina, che aveva le pareti e l&#8217;impiantito di tavole di ciliegio: ci erano due letti di tela bianca: biancheria finissima, e ogni altra cosa così semplice e linda, che la Principessa ha raccontato dopo di non aver mai trovato nulla che fosse più di suo gusto. Quando fu notte buia Desiderata cessò di essere cervia: abbracciò più di cento volte la sua cara Viola-a-ciocche; la ringraziò per l&#8217;affezione che l&#8217;aveva impegnata a seguire la sua fortuna, e le promise di farla felice, appena la sua penitenza fosse finita.</p>



<p>La vecchia venne a bussare con molto garbino alla porta e, senza entrare, dette a Viola-a-ciocche dei frutti squisiti, de&#8217; quali ne mangiò anche Desiderata, e con un grande appetito: quindi andarono a letto, ma appena giorno, Desiderata essendo ritornata Cervia, cominciò a grattare coi piedi la porta, perché Viola-a-ciocche le aprisse. All&#8217;atto di separarsi, tutte e due si scambiarono i segni di un vivo dispiacere, sebbene il distacco fosse di poche ore: e la Cervia, lanciatasi nel fitto del bosco, cominciò a correre, secondo il suo solito.</p>



<p>Mi par di aver detto che il Principe Guerriero si era fermato nella foresta, e che Beccafico girava in qua e in là, in cerca di frutti. Era già molto tardi, quand&#8217;esso capitò alla casina della buona donna, di cui si è già parlato. Esso si presentò con modi molto cortesi e le chiese quelle cose che gli abbisognavano per il suo padrone.</p>



<p>La vecchina fece in un lampo a empirgli un corbello di frutta, e glielo dette dicendogli:</p>



<p>&#8220;Ho paura che se passate la notte qui, a cielo scoperto, vi capiterà qualche disgrazia: io non posso offrirvi che una povera stanzuccia: se non altro, sarete al sicuro dai leoni&#8221;.</p>



<p>Beccafico la ringraziò, e le disse che era in compagnia di un amico, e che andava a proporgli di andare a casa di lei: difatti seppe pigliare il Principe così per il suo verso, che questi si lasciò menare alla casa della buona donna. La trovarono, che era ancora sulla porta: ed essa, in punta di piedi, li menò in una camera, compagna a quella della Principessa, e tutte e due così accosto l&#8217;una all&#8217;altra, che erano separate da un semplice tramezzo.</p>



<p>Il Principe passò la notte inquietissimo, secondo il solito: ma appena il sole gli batté nell&#8217;imposte della finestra, si alzò, e per isvagarsi dall&#8217;uggia che aveva addosso andò nella foresta, dicendo a Beccafico di non seguirlo. Camminò una mezza giornata, senza neanche sapere dove andasse; finché capitò in un praticello, abbastanza grande, tutto coperto d&#8217;alberi e d&#8217;erba di muschio. In quel punto sbucò fuori una Cervia, ed egli non poté resistere alla voglia d&#8217;inseguirla, perché la caccia era la sua passione prediletta: sebbene ora non fosse più come una volta, dacché aveva nel cuore quest&#8217;altra spina. Pur nondimeno si messe dietro alla Cervia, e di tanto in tanto le tirava coll&#8217;arco dei dardi, che la gelavano dalla paura, quantunque non le facessero il più piccolo male: perché bisogna sapere che la sua amica Tulipano vegliava in sua difesa: e non ci voleva di meno della mano soccorritrice di una fata per salvarla dalla morte, sotto una pioggia di colpi così bene assestati. Non è possibile essere stracchi, come lo era la Principessa delle Cervie, così poco avvezza a questo nuovo esercizio. Alla fine ebbe la fortuna di svoltare a secco per una viottola, dove il pericoloso cacciatore, avendola persa di vista e sentendosi anch&#8217;esso stanco morto, non si ostinò a darle dietro. Passata in questo modo la giornata, la povera Cervia vide con gioia avvicinarsi l&#8217;ora di tornare a casa: difatti s&#8217;incamminò verso la capanna dove Viola-a-ciocche l&#8217;aspettava con impazienza. Entrata in camera, si buttò sul letto, rifinita e grondante di sudore. Viola-a-ciocche le faceva un monte di carezze e si struggeva di sapere che cosa le fosse accaduto. Essendo venuto il momento di perdere la sua buccia di Cervia, la bella Principessa riprese la sua vera sembianza e gettando le braccia al collo della sua amica del cuore:</p>



<p>&#8220;Povera me!&#8221;, disse ella, &#8220;io credeva di dover temere soltanto la fata della fontana e le bestie feroci della foresta: ma oggi sono stata insegnita da un giovine cacciatore: l&#8217;ho appena veduto, tanto io fuggivo a gambe: mille dardi mi minacciavano una morte inevitabile, e mi son salvata, non so neppur io come&#8221;.</p>



<p>&#8220;Non vi conviene più andar fuori, mia bella Principessa&#8221;; disse Viola-a-ciocche, &#8220;date retta a me: passate in questa camera il tempo fatale della vostra penitenza, io anderò qui alla città più vicina a comprarvi dei libri perché abbiate uno svago: leggeremo i nuovi racconti che hanno scritto sulle fate, e faremo dei versi e delle canzonette.&#8221;</p>



<p>&#8220;Taci, mia cara figlia&#8221;, riprese la Principessa, &#8220;mi basta la cara immagine del Principe Guerriero, per farmi passare piacevolmente le giornate intere; ma quella stessa potenza che mi condanna durante il giorno alla trista condizione di Cervia, mi forza, malgrado mio, a fare quello che fanno le cervie: io corro, salto e mangio l&#8217;erba com&#8217;esse, e in quel tempo lì, una camera sarebbe per me una prigione insoffribile.&#8221;</p>



<p>Era così affaticata dalla caccia che chiese da mangiare: e dopo, i suoi begli occhi si chiusero fino allo spuntar dell&#8217;alba. Appena si accorse che faceva giorno, accadde la solita metamorfosi ed ella riprese la via della foresta.</p>



<p>Il Principe dal canto suo era tornato sulla sera a raggiungere il suo grande amico.</p>



<p>&#8220;Ho passato la giornata&#8221;, gli disse, &#8220;a dar dietro alla più bella Cervia che abbia mai veduto: più di cento volte essa mi ha fatto cilecca con una sveltezza straordinaria: e sì che ho tirato giusto, né so capire com&#8217;abbia fatto a scansare i miei colpi. Domani a giorno vo&#8217; tornare a cercarla, e questa volta non mi scappa.&#8221;</p>



<p>Infatti il giovane Principe che faceva di tutto per divagarsi da un&#8217;idea che oramai credeva un sogno, vedendo che la caccia per lui era una gran distrazione, andò di buonissim&#8217;ora nello stesso punto dove aveva trovato la Cervia; ma essa aveva pensato bene di non andarvi, per paura si rinnovasse il brutto caso del giorno innanzi. Il Principe guardava di qua e di là, e seguitava a camminare; finché, essendo un po&#8217; accaldato, non gli parve vero di trovare delle mele, che al colore erano bellissime; ne colse, ne mangiò e di lì a poco si addormentò come un ghiro, sdraiato sull&#8217;erbetta fresca e all&#8217;ombra di alcuni alberi, sui quali molti uccelletti pareva che si fossero dati il punto di ritrovo.</p>



<p>Mentre dormiva, la nostra timida Cervia, sempre in cerca di luoghi solitari, passò da quella parte. Se l&#8217;avesse veduto subito, forse sarebbe scappata: ma trovandosi, senza addarsene, a passare rasente a lui, non poté stare dal guardarlo: e il suo sonno gli parve così profondo, che si sentì tanto sicura da fermarsi con tutto il comodo a contemplarne i bei lineamenti.</p>



<p>Oh Dei! Come restò quando l&#8217;ebbe riconosciuto!</p>



<p>Quella diletta immagine era scolpita troppo nel suo cuore, perché potesse averla dimenticata in sì poco tempo.</p>



<p>Amore, amore, che pretendi da lei? Vuoi tu che Cervietta si esponga a perdere la vita per mano del Principe? Non dubitare, lo farà; essa non ha più testa per pensare alla propria sicurezza. Si accovacciò a pochi passi distante da lui, e i suoi occhi, innamorati a guardarlo, non sapevano staccarsi un minuto solo: sospirava e mandava dei piccoli gemiti; finché, fattasi un po&#8217; di coraggio, si avvicinò tanto, che quasi lo toccava: quand&#8217;egli si svegliò a un tratto.</p>



<p>La sua meraviglia fu grande. Riconobbe la Cervia che gli aveva dato tanto da fare, e che aveva cercato per tutta la foresta: e trovarsela ora così vicina, gli parve quasi un miracolo. Essa non aspettò che egli tentasse di prenderla, ma fuggì con quanto ne avea nelle gambe; ed egli, dietro alla gran carriera. Di tanto in tanto si fermavano per ripigliar fiato, perché la bella Cervia era stanca del giorno innanzi, e lo stesso era del Principe. Ma ciò che faceva rallentare di più la corsa della Cervia, era&#8230; ohimè, debbo dirlo? era il gran dispiacere di allontanarsi da colui, che l&#8217;aveva ferita più coi suoi pregi che colle sue frecce. Egli la vedeva ogni pochino voltarsi col capo verso di lui, come per chiedergli se voleva che ella perisse per i suoi colpi: e quando egli era a tocco e non tocco per raggiungerla, ella ripigliava nuova forza per scappare.</p>



<p>&#8220;Oh! se tu potessi intendermi, Cervietta mia&#8221;, gridava il Principe, &#8220;tu non mi fuggiresti a questo modo! Io ti amo; io ti voglio dar da mangiare. Tu sei carina, e io voglio aver cura di te.&#8221; Ma il vento portava via le parole, per cui non arrivavano fino agli orecchi di Cervia.</p>



<p>Alla fine, dopo aver fatto il giro della foresta, ella, non avendo più fiato da correre, rallentò il passo: il Principe invece raddoppiò il suo e la raggiunse con una gioia, della quale non si credeva più capace. Vide subito che ella aveva finite le sue forze: era tutta sdraiata per terra, come una povera bestiola, mezza morta, non aspettando altro che finire la vita per le mani del suo vincitore. Ma esso, invece di mostrarsi crudele, cominciò a carezzarla.</p>



<p>&#8220;Bella Cervia&#8221;, le disse, &#8220;non aver paura: vo&#8217; condurti meco, e devi star sempre con me.&#8221;</p>



<p>Tagliò apposta alcuni rami d&#8217;albero: li piegò con garbo, li ricuoprì di muschi e vi sparse su delle rose, colte da una macchia che era tutta fiorita. Prese quindi la Cervia fra le sue braccia, le fece appoggiare il capo sul collo e andò a posarla amorosamente sul lettino erboso, fatto da lui. Poi si sedette accanto cercando qua e là dei fili d&#8217;erba, che le presentava alla bocca, e che ella mangiava nella sua mano. Sebbene non sperasse punto di essere inteso, il Principe continuava a parlare: ed ella, per quanto grande fosse il piacere che provava nel vederlo, s&#8217;inquietava per l&#8217;avvicinarsi della notte.</p>



<p>&#8220;Che sarà mai&#8221;, diceva fra sé e sé, &#8220;caso mi vedesse tutt&#8217;a un tratto cambiar di sembianza? O fuggirà spaventato, o, se non fugge, che avverrà di me, trovandomi sola sola in mezzo a questa foresta?&#8221; Ella si lambiccava il cervello per trovare il modo di mettersi in salvo, quand&#8217;egli stesso le agevolò la strada: perché, nel timore che la Cervia patisse la sete, se ne andò a cercare un qualche ruscello, per menarvela; ma in quel mentre che stava cercando, ella se la dette a gambe e giunse alla capanna, dove Viola-a-ciocche l&#8217;aspettava. Si gettò di nuovo sul letto; sopravvenne la notte, la sua metamorfosi cessò e prese a raccontare la sua avventura.</p>



<p>&#8220;Lo crederai, mia cara?&#8221;, ella disse all&#8217;amica, &#8220;il mio Principe Guerriero è qui, proprio qui in questa foresta; è lui che da due giorni mi dà la caccia, e che, dopo avermi presa, mi ha fatto mille carezze. Oh! com&#8217;è poco somigliante il ritratto che me ne fecero ! Egli è cento volte più bello; quello stesso disordine, che sogliono avere i cacciatori negli abiti e nella persona, non toglie nulla alla sua fisonomia geniale: anzi, gli dona un certo non so che, da non potersi ridire a parole. Non son io forse una gran disgraziata a dover fuggire questo Principe? egli che mi fu destinato da&#8217; miei genitori? egli che mi ama ed è riamato. Non ci mancava altro che una fata, che mi pigliasse a noia fin dalla mia nascita, per avvelenarmi tutti i giorni della mia vita!&#8230;&#8221;</p>



<p>E dette in un gran pianto. Viola-a-ciocche la consolò e le fece sperare che quanto prima le sue pene si cambierebbero in tante allegrezze.</p>



<p>Il Principe, appena ebbe trovato una fonte, tornò subito dalla sua cara Cervia: ma la Cervia non era più dove l&#8217;aveva lasciata. La cercò dappertutto, ma inutilmente, e se la prese con lei, come se l&#8217;avesse creduta capace di ragionare.</p>



<p>&#8220;Com&#8217;è mai possibile&#8221;, egli esclamò, &#8220;che io debba aver sempre dei motivi di lagnarmi di questo sesso volubile e ingannatore?&#8221;</p>



<p>E tornò dalla buona vecchia col cuore amareggiato: raccontò al suo fido amico l&#8217;avventura, e tacciò la Cervia d&#8217;ingratitudine. Beccafico non poté far di meno di ridere della bizza del Principe, e gli consigliò di punire la Cervia, la prima volta che gli capitasse sotto. &#8220;Rimango qui apposta,&#8221; rispose il Principe &#8220;dopo ripartiremo per altri paesi più lontani.&#8221;</p>



<p>Si fece daccapo giorno, e col giorno la Principessa riprese la figura di Cervia bianca. Ella non sapeva a qual partito appigliarsi: o andare negli stessi luoghi, dove il Principe era solito cacciare; o tenere una strada diversa, per non incontrarlo. Scelse quest&#8217;ultimo partito, e si allontanò dimolto, ma dimolto assai: ma il giovane Principe, furbo quanto lei, indovinò che essa avrebbe usata questa piccola astuzia; ed ecco che te la coglie calda calda nel più fitto della foresta, dove essa credeva di essere sicura da ogni pericolo. Appena essa lo vede, schizza in piedi, scavalca le macchie, e impaurita anche di più per il caso del giorno avanti, fugge via come il vento, ma in quella che sta per traversare una viottola, il Principe la mira così giusto, che le pianta una freccia nella gamba. Ella sentì un gran male, e non avendo più forza per correre, si lasciò cadere per terra.</p>



<p>Questa trista catastrofe non poteva scansarsi, perché la fata della fontana l&#8217;aveva decretata avanti, come lo scioglimento della strana avventura. Il Principe si avvicinò e fu preso da un vivo dolore nel vedere la Cervia che grondava sangue; strappò alcune erbe, le accomodò sulla ferita, per diminuirne lo spasimo, e preparò un nuovo letto di rami e di foglie. Egli teneva la testa di Cervietta sulle ginocchia:</p>



<p>&#8220;E non sei tu, cervellino volubile&#8221;, le disse, &#8220;la cagione della disgrazia che ti è toccata? Che ti aveva io fatto di male, ieri, da abbandonarmi a quel modo? Ma oggi non mi scappi, perché ti porterò con me&#8221;.</p>



<p>La Cervia non rispose nulla: e che cosa poteva dire? Aveva torto e non poteva parlare; sebbene non sia sempre vero che quelli che hanno torto, stiano zitti. Il Principe la finiva dalle carezze. &#8220;Come mi dispiace di averti ferita&#8221;, le diceva, &#8220;tu mi odierai e io voglio invece che tu mi ami.&#8221; A sentirlo, pareva che una voce segreta gl&#8217;ispirasse quelle cose che egli diceva a Cervietta. Intanto si fece l&#8217;ora di tornare dalla buona vecchia. Egli prese la sua preda, e non fu per lui piccola fatica quella di portarla addosso, o di condurla a mano, o di strascinarsela dietro. Essa non voleva in nessun modo andar con lui. &#8220;Che sarà di me?&#8221;, diceva, &#8220;come! e dovrò trovarmi sola con questo Principe? No: piuttosto la morte.&#8221;</p>



<p>Ella faceva la morta e gli spiombava le spalle col peso: il Principe era in un lago di sudore e colla lingua fuori dalla fatica: e sebbene la capanna non fosse molto distante, sentiva che non ci sarebbe potuto arrivare, senza qualcuno che gli avesse dato una mano. Pensò di chiamare il suo fido Beccafico: ma prima di abbandonare la preda, la legò ben bene con alcuni nastri a pié d&#8217;un albero, per paura che non gli scappasse.</p>



<p>Ohimè! Chi poteva mai figurarsi che la più bella Principessa del mondo sarebbe un giorno trattata in questo modo da un Principe che l&#8217;adorava? Essa si provò inutilmente a strappare i nastri; ma i suoi sforzi non facevano che stringerli di più, e stava sul punto di strozzarsi con un nodo scorsoio, che le stringeva la gola, quando volle il caso che Viola-a-ciocche, stanca di starsene chiusa in camera, uscì per prendere una boccata d&#8217;aria e passò sul luogo, dov&#8217;era la Cervia bianca che si dibatteva. Come rimase a vedere la sua cara Principessa in quello stato! Non poté scioglierla tanto presto, come avrebbe voluto, perché i nastri erano fermati con molti nodi: e mentre stava per menarla via, ritornò il Principe insieme con Beccafico.</p>



<p>&#8220;Per quanto grande sia il rispetto che posso aver per voi, o signora&#8221;, le disse il Principe, &#8220;permettetemi di oppormi al furto che volete farmi. Questa Cervia l&#8217;ho ferita io, è mia; io le voglio bene e vi supplico di lasciarmela.&#8221;</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, rispose con bella maniera Viola-a-ciocche, che era compitissima e graziosa quanto mai, &#8220;questa Cervia apparteneva a me prima che fosse vostra: rinunzierei piuttosto alla vita, che a lei; e se volete vedere come ella mi conosce, non dovete far altro che lasciarla un po&#8217; in libertà. Animo, mia bella Bianchina, abbracciami&#8221;, diss&#8217;ella: e Cervietta le si gettò colle zampe al collo. &#8220;Baciami qui, su questa gota!&#8221;, ed essa ubbidì. &#8220;Toccami dalla parte del cuore&#8221;, ed essa ci portò la zampina.</p>



<p>&#8220;Fai un sospiro&#8221; ed essa sospirò.</p>



<p>Il Principe non poté dubitare di quanto affermava Viola-a-ciocche.</p>



<p>&#8220;Io ve la rendo&#8221;, diss&#8217;egli garbatamente, &#8220;ma vi confesso che lo faccio a malincuore.&#8221; Ella se n&#8217;andò via subito colla sua Cervia.</p>



<p>Tanto l&#8217;una che l&#8217;altra non sapevano che il Principe albergasse sotto lo stesso tetto: egli le pedinava a una certa distanza, e restò maravigliato vedendole entrare dalla buona vecchia, che stava appunto aspettandole. Dopo pochi minuti vi giunse anch&#8217;esso: e spinto da un moto di curiosità, di cui era cagione la Cervia bianca, domandò alla vecchia chi fosse la giovane signora: e questa disse che non la conosceva né punto né poco, che l&#8217;aveva presa in casa colla sua Cervia, che pagava bene, e che viveva ritiratissima. Beccafico volle bracare, e domandò dov&#8217;era la camera di quella signora: e gli fu risposto che era vicina alla sua e separata soltanto da un semplice intavolato.</p>



<p>Quando il Principe fu nella sua stanza, Beccafico gli disse, o che egli s&#8217;ingannava all&#8217;ingrosso, o quella fanciulla doveva essere stata colla Principessa Desiderata: e che si ricordava di averla veduta a Corte, quando vi andò ambasciatore.</p>



<p>&#8220;Perché mi richiamate alla mente questi tristi ricordi?&#8221;, disse il Principe, &#8220;per quale stranissimo caso volete voi che ella si trovi qui?&#8221;</p>



<p>&#8220;Ecco ciò che non vi so dire, signor mio&#8221;, soggiunse Beccafico, &#8220;ma mi struggo di vederla un&#8217;altra volta: e poiché siamo divisi da un tramezzo di legno, voglio farci un buco.&#8221;</p>



<p>&#8220;Mi pare una curiosità inutile&#8221;, disse il Principe mestamente, perché le parole di Beccafico gli avevano rinnuovato tutti i suoi dolori: e aperta la finestra, che guardava nel bosco, diventò pensieroso.</p>



<p>Intanto Beccafico lavorava, e in pochi minuti fece un buco abbastanza grande da poter vedere la graziosa Principessa, la quale era vestita di un abito di broccato d&#8217;argento, sparso di fiori color rosa, ricamati in oro e smeraldi: i suoi capelli cadevano giù in grandi riccioli, sul più bel collo, che si possa vedere; il suo carnato brillava de&#8217; più vivi colori e gli occhi innamoravano a guardarli. Viola-a-ciocche stava in ginocchio davanti a lei, e con alcune strisce di tela fasciava il braccio della Principessa, dal quale il sangue colava in grande abbondanza: e tutte e due parevano in gran pensiero per questa ferita.</p>



<p>&#8220;Lasciami morire&#8221;, diceva la Principessa, &#8220;meglio la morte, che questa vita disgraziata, che mi tocca a fare. Che si canzona! esser Cervia tutto il giorno: veder colui, al quale sono destinata, senza potergli parlare, senza fargli conoscere la mia fatale sciagura. Ahimè! se tu sapessi le cose appassionate che mi ha detto, sotto la mia figura di Cervia; se tu sentissi la sua voce, se tu vedessi i suoi modi nobili e seducenti, tu mi compiangeresti anche più che tu non faccia, per essere in tale stato da non potergli spiegare il mio crudele destino.&#8221;</p>



<p>Immaginatevi lo stupore di Beccafico a vedere e sentire di queste cose. Corse dal Principe, e tirandolo via dalla finestra, con un trasporto di gioia indicibile:</p>



<p>&#8220;Oh signore&#8221;, esclamò, &#8220;spiccatevi a metter l&#8217;occhio al buco di quest&#8217;intavolato, e vedrete il vero originale del ritratto, che ha formato per tanto tempo la vostra delizia&#8221;.</p>



<p>Il Principe guardò e riconobbe subito la sua Principessa; e forse sarebbe morto di gioia, se non gli fosse venuto il sospetto di esser vittima di qualche incantesimo; difatti, come mettere d&#8217;accordo un incontro così maraviglioso col fatto di Spinalunga e sua madre chiuse nel castello delle Tre Punte, una col nome di Desiderata e l&#8217;altra con quello di sua dama d&#8217;onore?</p>



<p>Ma la passione lo lusingava, senza contare che abbiamo tutti un grandissimo garbo a credere ciò che si desidera. Fatto sta che nel caso suo, non c&#8217;era da uscirne: o morir d&#8217;impazienza o accertarsi della verità. Senza mettere tempo in mezzo, egli andò a bussare con molta manierina alla porta della camera, dov&#8217;era la Principessa. Viola-a-ciocche, non sospettando che potesse esser altri che la buona vecchia, e avendo anzi bisogno del suo aiuto per fasciare il braccio della sua padrona, corse subito ad aprire, e figuratevi come restò nel trovarsi a faccia a faccia col Principe, il quale andò a gettarsi ai piedi di Desiderata.</p>



<p>Era tale e tanta la commozione del suo animo, che non poté fare un discorso filato e ammodo: per cui, sebbene mi sia ingegnato di sapere che cosa balbettasse in quei primi momenti, non c&#8217;è stato nessuno che me l&#8217;abbia saputo dire. La Principessa non fu meno arruffata di lui nelle sue risposte: ma l&#8217;amore, che spesso e volentieri fa da interprete fra i mutoli, c&#8217;entrò di mezzo e li persuase tutti e due che avevano detto le cose più spiritose e più appassionate di questo mondo. Lacrime, sospiri, giuramenti, e perfino alcuni graziosi sorrisi: insomma, ci fu un po&#8217; di tutto. La nottata passò così: si fece giorno, senza che Desiderata se n&#8217;accorgesse nemmeno, ed essa non divenne più Cervia. Non c&#8217;è da potersi immaginare la sua allegrezza, appena se ne avvide: ed essa voleva troppo bene al Principe, per indugiare a dirgliene il motivo: e così cominciò a raccontare la sua storia, e lo fece con tanta grazia e con tanta eloquenza naturale, da mettere in soggezione i primi avvocati del mondo. &#8220;Come!&#8221;, esclamò il Principe, &#8220;siete dunque voi, mia graziosissima Principessa, quella che io ho ferito sotto la sembianza di una Cervia bianca? Che cosa debbo fare per espiare un tal delitto? Vi basta che io muoia di dolore, qui sotto i vostri occhi?&#8221; Egli era così mortificato, che il dispiacere gli si vedeva dipinto sul viso. Desiderata ci pativa e sentiva più dolore di questa cosa che della sua ferita; e voleva persuaderlo che si trattava di una sgraffiatura da non darsene l&#8217;ombra del pensiero e che, in fin dei conti, ella non poteva dolersi di un male che era stato cagione per lei di tanta felicità. Il modo col quale egli parlava era così affettuoso, che non si poteva dubitare della verità delle sue parole. E perché anch&#8217;essa, alla sua volta, potesse essere istruita di ogni cosa, il Principe le raccontò la trappoleria usata da Spinalunga e da sua madre, aggiungendo che bisognava mandar subito a dire al Re suo padre la fortuna che egli aveva avuto di poterla finalmente trovare, perché il Re si preparava appunto a muovere una guerra micidiale, per ottenere soddisfazione del grand&#8217;affronto che credeva di aver ricevuto. Desiderata lo pregò di scrivergli una lettera e di mandargliela per Beccafico, e la cosa stava per essere fatta, quand&#8217;ecco che la foresta tutt&#8217;a un tratto risuonò di una fanfara squillante di trombe, cornette, timballi e tamburi. E parve di sentir passare gran gente lì vicino alla capanna. Il Principe si affacciò alla finestra e riconobbe molti ufficiali, le sue bandiere e i suoi alfieri; ai quali ordinò di far alto e aspettarlo.</p>



<p>Fu per quei soldati una sorpresa graditissima: perché tutti credevano che il loro Principe si sarebbe messo alla testa, per andare a vendicarsi del padre di Desiderata. Il padre del Principe, sebbene carico d&#8217;anni, li comandava in persona. Egli si faceva portare in una lettiga di velluto ricamato in oro: e dietro a lui, un carro scoperto, dov&#8217;erano Spinalunga e sua madre. Appena veduta la lettiga, il Principe corse subito là, e il Re, stendendogli le braccia, l&#8217;abbracciò con una tenerezza veramente paterna.</p>



<p>&#8220;E di dove venite, mio caro figlio?&#8221;, domandò il vecchio, &#8220;come mai avete potuto lasciarmi nella grande afflizione, cagionatami dalla vostra lontananza?&#8221;</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, disse il Principe, &#8220;degnatevi di ascoltarmi.&#8221;</p>



<p>Il Re scese subito dalla sua portantina, e ritiratosi in un luogo appartato, il Principe gli raccontò il fortunato incontro che aveva fatto e le furberie di Spinalunga.</p>



<p>Il Re, tutto contento di questa bella avventura, alzò le braccia e gli occhi al cielo in atto di rendimento di grazie: e vide in questo frattempo farsi avanti la Principessa Desiderata, più bella e più risplendente di tutti gli astri riuniti insieme. Ella montava un superbo cavallo, che caracollava continuamente: cento piume di diversi colori le ornavano il capo e i più grossi diamanti del mondo erano sparsi sul suo abito, vestita com&#8217;era da cacciatrice. Viola-a-ciocche, che la seguiva, non stava meno bene di lei: e questo era tutto effetto della protezione di Tulipano, la quale aveva condotto ogni cosa con molta accuratezza e buon successo. Era essa che aveva fabbricata la graziosa capanna di legno per favorire la Principessa, e sotto le sembianze di vecchia, l&#8217;aveva poi regalata per parecchi giorni.</p>



<p>Dopo che il Principe ebbe riconosciuti i suoi soldati, e mentre andava a trovare il Re suo padre, la fata entrò nella camera di Desiderata: le soffiò sul braccio per guarirla della ferita: e le diede gli splendidi vestiti, coi quali ella si mostrò agli occhi del Re, che ne rimase tanto meravigliato, da stentare a credere che fosse una persona mortale. Egli le disse tutto quello che si può immaginare di più grazioso e gentile in un caso simile, e la scongiurò a non differire più a lungo ai suoi sudditi il piacere di averla per Regina.</p>



<p>&#8220;Perché&#8221;, egli continuò a dire, &#8220;io sono determinato a cedere il mio regno al Principe Guerriero, per renderlo in questo modo più degno di voi.&#8221;</p>



<p>Desiderata gli rispose con tutta quella gentilezza, che c&#8217;è da aspettarsi da una persona squisitamente educata: quindi, gettando gli occhi sulle due prigioniere che erano nel carro e che si nascondevano il viso colle mani, ell&#8217;ebbe la generosità di chiedere la loro grazia, e che lo stesso carro servisse a condurle dove avessero voluto andare. Il Re acconsentì al suo desiderio; ma dové ammirare il bel cuore di Desiderata e ne fece i più grandi elogi del mondo.</p>



<p>Fu dato ordine all&#8217;armata di tornare indietro. Il Principe montò a cavallo per accompagnare la sua bella Principessa: e giunti alla capitale furono ricevuti con mille gridi di gioia. Si allestirono i preparativi per il giorno delle nozze: giorno che fu una vera solennità, per la presenza delle sei fate amiche e propizie alla Principessa. Esse le fecero i più ricchi regali, che mai si possano immaginare e fra gli altri, il magnifico palazzo nel quale la Regina era stata a visitarle, apparve a un tratto per aria, portato da cinquantamila Amorini, i quali lo posarono in una bella pianura, sulla riva del fiume. Dopo un tal dono, era impossibile farne altri di maggior valore.</p>



<p>Il fido Beccafico pregò il suo signore di mettere per lui una buona parola con Viola-a-ciocche, e di unirlo con essa, quand&#8217;egli avesse sposato la Principessa: ed egli lo fece volentieri. E così a questa cara fanciulla non parve vero di trovare un&#8217;occasione coi fiocchi, arrivata appena in un paese straniero. La fata Tulipano, che aveva le mani bucate anche più delle sue sorelle, le regalò quattro miniere d&#8217;oro nelle Indie, perché non s&#8217;avesse a dire che il suo marito era più ricco di lei.</p>



<p>Le nozze del Principe durarono parecchi mesi: ogni giorno c&#8217;era qualche festa di nuovo, e per tutto non si faceva altro che cantare le avventure di Cervia bianca.</p>



<p>Se tutti i racconti delle fate dovessero aver per forza una morale, questo racconto qui non saprebbe proprio dove andare a pescarla. Salvo sempre il caso che Cervia bianca, colla storia pietosa delle sue disgrazie, non abbia preteso di far vedere alle giovinette i grandi pericoli che ci sono, a volere uscire prima del tempo fuori dell&#8217;ombra delle pareti domestiche, per entrare nella luce abbagliante del gran mondo.</p>
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		<title>La Gatta Bianca</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 16:25:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Marie-Catherine d'Aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[collodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi C&#8217;era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e coraggiosi; ed egli si era messo paura che volessero salire sul trono prima della sua morte: tanto più, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli cercavano dappertutto di [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi</h2>



<p>C&#8217;era una volta un Re il quale aveva tre figli: tre pezzi di giovanotti forti e coraggiosi; ed egli si era messo paura che volessero salire sul trono prima della sua morte: tanto più, che stando a certe voci che correvano, i suoi figli cercavano dappertutto di farsi dei partigiani per impadronirsi del regno. Il Re cominciava a essere un po&#8217; in là cogli anni, ma essendo ancora verde di spirito e sano di mente, non se la sentiva punto di cedere loro un posto, occupato da lui con tanta dignità. Pensò, dunque, che il miglior partito per vivere tranquillo fosse quello di tenerli a bocca dolce a furia di promesse, che egli avrebbe saputo sempre deludere e mandare in fumo.</p>



<p>Li chiamò nel suo gabinetto, e dopo aver parlato alla buona di varie cose, saltò fuori col dire: &#8220;Miei cari figli, voi converrete meco che la mia età avanzata non mi permette più di accudire agli affari di Stato con lo stesso impegno d&#8217;una volta; temo che i miei sudditi ne abbiano a risentire i danni, ed è per questo che ho deciso di mettere la corona sul capo a uno di voi tre. Peraltro è ben giusto che in compenso di un regalo simile, voi dobbiate cercare di compiacermi nel disegno, che oramai ho fatto, di ritirarmi in campagna. Mi pare che un canino vispo, fido, grazioso potrebbe tenermi un&#8217;ottima compagnia: così, senza stare a scegliere il figlio maggiore piuttosto del minore, io vi dichiaro che quello che di voi tre mi porterà il canino più bello, quello sarà il mio erede&#8221;.</p>



<p>I principi restarono sorpresi del capriccio del loro padre per un canino, ma i due minori vi trovarono il loro tornaconto ed accettarono con piacere la commissione di andare in cerca di un cane. Quanto al figlio maggiore, era troppo timido e troppo rispettoso per far valere i suoi diritti. Presero quindi congedo dal Re, il quale li fornì d&#8217;oro e di pietre preziose, soggiungendo che fra un anno, né più né meno, in quello stesso giorno e alla medesima ora, dovessero tornare a portargli ciascuno il suo canino.</p>



<p>Prima di mettersi in viaggio i tre fratelli andarono a un castello, discosto appena un miglio dalla città. Menarono seco gli amici e fecero gran baldoria, giurandosi tutti e tre amicizia eterna, e restando intesi che in questa faccenda avrebbero ciascuno tirato avanti per il fatto suo, senza gelosie e rancori, e che in ogni caso il più fortunato avrebbe sempre tenuto a parte gli altri due della sua fortuna.</p>



<p>E così partirono, dopo aver fissato che al ritorno si sarebbero ritrovati nello stesso castello, per poi recarsi tutti insieme dal Re.</p>



<p>Non vollero con sé nessuno, e cambiarono di nome per non essere riconosciuti.</p>



<p>Ciascuno prese una via diversa. I due maggiori ebbero molte avventure; ma io racconterò soltanto quelle del minore. Il quale era grazioso, d&#8217;umore allegro e piacevole, una bella testa, fisonomia signorile, fattezze regolari, bei denti e moltissima destrezza in tutti quegli esercizi, che completano l&#8217;educazione di un gentiluomo. Cantava con gusto, suonava il liuto e la chitarra da incantare, maneggiava la tavolozza, era insomma un cavaliere compitissimo e di un coraggio che rasentava la temerità.</p>



<p>Non passava giorno che non comprasse cani grandi, piccoli, levrieri, bull-dogs, da caccia, spagnuoli, barboni. Se ne aveva uno bello e ne trovava un altro più bello, lasciava il primo per tenersi l&#8217;altro: perché gli sarebbe stato impossibile, solo com&#8217;era, di menarsi dietro trenta o quarantamila cani; ed egli non voleva con sé nessuno strascico di gentiluomini o di servitori o di paggi.</p>



<p>Camminava e camminava, senza sapere neanche lui dove andasse, quand&#8217;ecco che una volta si trovò sorpreso dalla notte, dai tuoni e da un gran rovescio d&#8217;acqua nel mezzo d&#8217;una foresta, dove non raccapezzava più nemmeno la strada che doveva fare.</p>



<p>Prese il primo viottolo che gli capitò fra i piedi, e dopo aver camminato un pezzo, poté scorgere un po&#8217; di luce; e da questa si figurò che, non molto lontano, ci dovesse essere qualche casa, dove avrebbe potuto mettersi al coperto fino al giorno.</p>



<p>Guidato così da quella po&#8217; di luce che vedeva, giunse alla porta di un castello, il più magnifico che si possa immaginare. La porta era d&#8217;oro, coperta di carbonchi, il cui bagliore limpido e smagliante illuminava tutti i dintorni.</p>



<p>E questa era la luce che il Principe aveva veduto di lontano. I muri erano di porcellana trasparente sulla quale, dipinta in colori, si vedeva la storia di tutte le fate dalla creazione del mondo in poi; né vi erano dimenticate le famose avventure di Pelle d&#8217;Asino, di Finetta, del Melarancio, di Graziosa, della Bella addormentata nel bosco, di Serpentino Verde e di cent&#8217;altri.</p>



<p>Gli fece grandissimo piacere di riconoscervi anche il Principe Folletto, perché era suo zio all&#8217;uso di Brettagna.</p>



<p>La pioggia e la stagione indiavolata gli levarono la voglia di trattenersi più a lungo in un luogo, dove si bagnava tutto fino all&#8217;ossa, senza contare che dove non giungeva il riflesso luminoso dei carbonchi, non ci si vedeva proprio di qui a lì.</p>



<p>Tornò alla porta d&#8217;oro, e vide uno zampetto di capriolo attaccato in fondo a una piccola catena tutta di diamanti: e non poté di meno di restare a bocca aperta, non tanto per la magnificenza di quel cordone da campanello, quanto per la gran sicurezza colla quale vivevano in quel palazzo.</p>



<p>&#8220;Perché&#8221;, faceva egli a dire, &#8220;che ci vorrebbe per i ladri a staccare la catenella e portar via i carbonchi? Sarebbe il vero modo di diventar ricchi una volta per tutte.&#8221;</p>



<p>Tirò lo zampetto di capriolo: subito sentì suonare una campanella, che allo squillo gli parve d&#8217;oro o d&#8217;argento. Di lì a un minuto la porta si aprì, senza che egli potesse veder altro che una dozzina di mani per aria, ciascuna delle quali teneva una fiaccola accesa. A quella vista restò così intontito, che non sapeva risolversi a entrare, quando sentì altre mani, che lo spingevano per dietro, e anche con una certa tal qual violenza. Egli entrò là dentro a malincuore, e per ogni buon fine e rispetto portò la mano all&#8217;impugnatura della spada: quand&#8217;ecco, che traversando un vestibolo, tutto incrostato di porfido e di lapislazzuli, sentì due voci angeliche che cantavano così:</p>



<p>Delle man, che vedete<br>Non vi prenda sospetto:<br>Ché sotto questo tetto<br>Non c&#8217;é da temer nulla.<br>Se non le seducenti<br>Grazie di un bel visino;<br>Caso che il vostro cuore<br>Non voglia rimaner schiavo d&#8217;amore.</p>



<p>Egli non poté immaginarsi che lo invitassero con tanta buona grazia, per fargli poi un brutto tiro: per cui, sentendosi sospinto verso una gran porta di corallo, che si aprì al suo avvicinarsi, entrò in una gran sala, tutta di madreperla; e quindi passò in altre sale ornate in mille maniere differenti e così ricche di pitture e di marmi preziosi, da farlo restare sbalordito.</p>



<p>Migliaia e migliaia di lumi, che dal soffitto arrivavano fino a terra, illuminavano altri quartieri; anche questi pieni di lampadari, di luci a riflesso e di ventole gremite di candele. Per farla corta, era una tal maraviglia da crederla un sogno.</p>



<p>Dopo aver traversato una fila di sessanta stanze, le mani che lo guidavano lo fecero fermare, ed esso vide una poltrona grande e molto comoda, che si accostò da sé sola al camminetto. In quel mentre il fuoco si accese: e le mani che gli sembravano bellissime, bianche, piccole, bofficette e ben proporzionate, cominciarono a spogliarlo: perché, com&#8217;ho detto poco fa, era tutto fradicio mézzo e c&#8217;era il caso di fargli prendere un&#8217;infreddatura. Gli fu presentato senza che egli vedesse alcuno, una camicia così bella, che era proprio una camicia da sposi, insieme a una veste da camera, di stoffa trapunta d&#8217;oro e ricamata di piccoli smeraldi, che formavano degli arabeschi e delle cifre. Le mani, senza corpo, gli avvicinarono una toeletta, che era una vera maraviglia: e lo pettinarono con tanta leggerezza e con tanta maestria, che rimase contentissimo. Poi lo rivestirono tutto, non coi panni di lui, ma con gli altri abiti molto più belli. Egli stava ammirando, senza fiatare, tutto quello che accadeva sotto i suoi occhi, e di tanto in tanto aveva qualche brivido di paura, che non poteva vincere a nessun costo.</p>



<p>Quando l&#8217;ebbero incipriato, pettinato, profumato, vestito in gala, e fatto più bello d&#8217;un amore, le solite mani lo condussero in una sala magnifica per i mobili e per le dorature. In giro alle pareti si vedeva la storia dei gatti più famosi. Rodilardo appiccato pei piedi, nel Consiglio dei Topi: il Gatto cogli stivali, marchese di Carabà: il Gatto scrivano: il Gatto cambiato in donna, i Sorci mutati in gatti: il Sabbato e tutte le sue stregherie; insomma non c&#8217;era cosa più originale di questi quadri. La tavola era apparecchiata, con sopra due posate e due tovagliolini, ciascuno dei quali col suo laccetto d&#8217;oro: la dispensa faceva restare a bocca aperta per la quantità di vasi di cristallo di monte e di altre pietre preziose. Il Principe non sapeva per chi fossero quelle due posate, quando vide alcuni gatti che andavano a pigliar posto in una piccola orchestra fatta apposta per loro: uno portava un libro pieno di capperi e di note le più strane del mondo: un altro teneva in mano un quaderno arrotolato, per battere il tempo: gli altri avevano delle piccole chitarre.</p>



<p>Tutt&#8217;a un tratto, ciascuno di essi cominciò a miagolare in diversi toni e a grattare coll&#8217;unghie le corde della chitarra. Il Principe avrebbe quasi creduto di esser capitato all&#8217;inferno, se non gli fosse parso che il palazzo fosse troppo meraviglioso per dar motivo a simili sospetti: e non potendo far altro, si tappava gli orecchi e si buttava via dalle risate, a vedere i gesti e le boccacce di quei musicanti di una razza nuova.</p>



<p>Mentre stava pensando alle tante cose che gli erano accadute in questo castello, vide entrare una figurina non più alta di mezzo braccio. Questa specie di bambolina era coperta dalla testa ai piedi da un lungo velo di crespo nero. L&#8217;accompagnavano due gatti, anch&#8217;essi abbrunati, col mantello e la spada al fianco. E dietro a loro, un numeroso corteggio di gatti, che portavano trappole e gabbie piene di sorci e di topi.</p>



<p>Il Principe era fuori di sé dallo stupore, e non sapeva che cosa pensare. Intanto la bambolina si avvicinò e si tolse il velo: sicché egli poté vedere la più bella gattina, fra quante ce ne furono e ce ne saranno mai. Ella appariva molto giovine e molto afflitta: e faceva un miagolìo così dolce e così carino, che andava proprio al cuore. Ella disse al Principe:</p>



<p>&#8220;Figlio di Re, tu sei il benvenuto. La mia miagolante maestà ti vede con piacere&#8221;.</p>



<p>&#8220;Signora Gatta&#8221;, disse il principe &#8220;voi siete molto buona a farmi sì cortese accoglienza; ma voi non mi avete l&#8217;aria di essere una bestiolina come tutte le altre: il dono della parola e il bel castello che possedete, ne sono una prova lampante.&#8221;</p>



<p>&#8220;Figlio di Re&#8221;, riprese la Gatta, &#8220;ti prego, non mi dire dei complimenti. Io sono semplice di modi e di parole: ma ho un buon cuore. Animo!&#8221; continuò ella &#8220;si serva subito in tavola; e i musicanti tacciano, perché tanto il Principe non intende nulla di quello che dicono.&#8221; &#8220;Dicono forse qualche cosa?&#8221;, domandò egli.</p>



<p>&#8220;Ma sicuro&#8221;, ella soggiunse, &#8220;perché qui ci sono dei letterati, che hanno moltissimo spirito: e se resterete un poco fra noi, ve ne persuaderete facilmente.&#8221;</p>



<p>&#8220;Basta sentirvi discorrere, per crederlo subito&#8221;, disse il Principe con molta galanteria, &#8220;ed è per questo, o signora, che io vi stimo una gatta veramente singolare.&#8221;</p>



<p>Fu portata la cena: la quale era servita da quelle stesse mani, appartenenti a corpi invisibili. Si rifecero dal mettere in tavola due pasticci: uno di piccioncini e l&#8217;altro di sorci grassi come ortolani. La vista di quest&#8217;ultimo pasticcio fece perdere al Principe la voglia di assaggiare il primo; per il sospetto che tutti e due fossero stati cucinati dallo stesso cuoco, e con le medesime rigaglie: ma la gattina, vedendogli far boccuccia, indovinò la sua idea e lo accertò che la sua cucina era fatta a parte, e che poteva mangiare tranquillamente le pietanze, che gli avessero messo dinanzi, senza scrupolo di trovarci dentro o topi o sorci.</p>



<p>Il Principe non se lo fece dire due volte, persuaso che la bella Gattina non poteva avere nessun motivo per dargli ad intendere una cosa per un&#8217;altra. E mentre mangiava gli venne fatto notare che ella aveva un piccolo ritratto in avorio, attaccato a una zampa, e gli fece specie. La pregò se avesse voluto mostrarglielo, credendo che fosse il ritratto di padron Buricchio. Ma rimase oltremodo stupito nel vedere che era un giovine così bello, da non credere che la natura n&#8217;avesse formato un altro compagno: e il ritratto somigliava tanto a lui, che se gliel&#8217;avessero dipinto apposta, non poteva esser più vero e più parlante. Ella sospirò: e facendosi anche più trista, serbò un profondo silenzio. Il Principe capì che ci doveva esser sotto qualche cosa di misterioso e di straordinario, ma non ebbe cuore di chiedere spiegazioni, per paura di far dispiacere alla Gatta e di affliggerla più che mai. Egli le parlò di tutte le novità che sapeva, e la trovò istruttissima degl&#8217;interessi delle case principesche e di tutti i fatti che accadevano nel mondo.</p>



<p>Alzati da cena, la Gatta Bianca invitò il suo ospite a voler passare in una gran sala, dove c&#8217;era un teatro sul quale davano un balletto dodici gatti e dodici scimmie. Gli uni erano vestiti da mori, le altre da chinesi. È facile immaginarsi i salti e le capriole che facevano, e i graffi e le zampate che di tanto in tanto si scambiavano fra loro.</p>



<p>La serata finì così. Gatta Bianca dette la buona notte al suo ospite: e le mani, che l&#8217;avevano condotto fin lì, lo ripresero e lo menarono in un quartiere, che era tutto differente da quello che aveva visto. Poteva dirsi più elegante che magnifico: ed era tappezzato, di cima in fondo, di ali di farfalle, i cui variati colori formavano mille fiori diversi. Vi erano pure delle penne di uccelli rarissimi, e che forse non si sono veduti altro che in quel luogo. I letti erano di velo, e ornati con bellissimi fiocchi di nastro; e dappertutto grandi specchi, che andavano dall&#8217;impiantito al soffitto, e messi dentro a cornici cesellate d&#8217;oro e che rappresentavano migliaia e migliaia di piccoli amorini.</p>



<p>Il Principe entrò a letto senza fare una parola, perché era impossibile attaccare un po&#8217; di conversazione colle mani che lo servivano. Dormì poco e fu svegliato da un rumore confuso. Le mani, lì pronte, lo tirarono subito fuori del letto e gli messero addosso un vestito da caccia. Dette un&#8217;occhiata giù, nella corte del castello, e vide più di cinquecento gatti, dei quali alcuni tenevano i levrieri al guinzaglio, e gli altri suonavano il corno. Era una gran festa: Gatta Bianca andava alla caccia, e voleva che il Principe fosse della partita. Le solite mani, addette al suo servizio, gli presentarono un cavallo di legno, che correva a briglia sciolta e che sapeva andare al passo, che era uno stupore. Egli stintignava un poco a montarci sopra, dicendo che era quasi lo stesso che fargli fare la figura di cavaliere errante come Don Chisciotte: ma la sua mala voglia gli giovò poco: si trovò messo di peso sul cavallo di legno, il quale aveva una gualdrappa e una sella a ricami d&#8217;oro e di diamanti. Gatta Bianca cavalcava uno scimmiotto, il più bello e il più fiero che si potesse mai vedere; essa aveva lasciato il suo gran velo e portava in testa un berretto da amazzone, che le dava una cert&#8217;aria di spavalderia, che metteva paura a tutti i sorci del vicinato. Non c&#8217;è stata mai un&#8217;altra caccia divertente come quella: i gatti correvano più dei conigli e delle lepri: e così, quando chiappavano qualche animale, Gatta Bianca voleva che lo mangiassero dinanzi a lei, e questa cosa dava luogo a mille giuochi piacevolissimi di agilità e di destrezza. E nemmeno gli uccelli, dal canto loro, erano sicuri: perché i gattini s&#8217;arrampicavano su per gli alberi: e il bravo scimmiotto portava Gatta Bianca fin dentro ai nidi dell&#8217;Aquile, perché disponesse a piacer suo delle piccole Altezze aquiline.</p>



<p>Finita la caccia, ella prese un corno lungo un dito, ma che mandava un suono così chiaro e sfogato, da farsi sentire benissimo alla distanza di cento miglia. Quand&#8217;ebbe fatti due o tre squilli di corno, si vide circondata da tutti i gatti del paese: alcuni arrivarono per aria, portati in cocchio: altri venivano per acqua, dentro le barche: insomma era uno spettacolo non mai veduto. Quasi tutti erano vestiti in diversi modi. Gatta Bianca, accompagnata da questo pomposo corteggio, ritornò al palazzo e pregò il Principe a venirvi anche lui. Egli gradì l&#8217;invito, sebbene tutto questo gattaio gli sapesse un po&#8217; troppo di sabbato e di stregheria, e la Gatta parlante gli paresse più strana e più inconcepibile di tutto il resto.</p>



<p>Appena entrata nel palazzo, le portarono il suo velo nero. Cenò col Principe, il quale aveva una fame che parevano due, e mangiò per quattro. Furono portati dei liquori, che egli gustò volentieri, ma che gli fecero dimenticare, lì per lì, il canino che doveva portare al Re. Da quel momento in poi non aveva altro pensiero che stare a miagolare con Gatta Bianca: o, come chi dicesse, a tenerle buona e fidata compagnia: tutti i giorni passarono in feste piacevoli, ora alla pesca, ora alla caccia: eppoi balli, tornei e altri spassi, che lo divertivano moltissimo. Spesso e volentieri la bella Gatta faceva dei versi e delle canzonette in uno stile così appassionato, da far capire che aveva il cuore sensibile e che certe cose non si sanno dire, senza essere innamorati: ma il suo segretario, che era un vecchio soriano, aveva una mano di scritto così brutta, che sebbene le opere di lei sieno state conservate, oggi è impossibile leggerle e raccapezzarvi dentro qualche cosa.</p>



<p>Il Principe si era scordato di tutto, perfino del suo paese. Le solite mani, rammentate tante volte, continuavano a servirlo. Qualche volta si pentiva di non essere un gatto, per poter passare tutta la vita in così amabile compagnia &#8220;Povero me!&#8221;, diceva egli a Gatta Bianca, &#8220;come sarei disperato se dovessi lasciarvi; vi amo tanto! o diventate donna, o fatemi diventare un gatto!&#8221; Ella pigliava in chiasso queste parole, e gli dava delle risposte così ambigue e sibilline, da non ricavarci un numero. Un anno passa presto, in ispecie quando non si hanno né seccature né pensieri: e quando si sta bene di salute e ci manca il tempo per potersi annoiare. Gatta Bianca sapeva il giorno in cui egli doveva tornare a casa, e perché egli non ci pensava più, credé ben fatto ricordarglielo.</p>



<p>&#8220;Sai tu&#8221;, ella gli disse, &#8220;che ti restano tre giorni solamente, per cercare il canino tanto desiderato da tuo padre, e che i tuoi fratelli ne hanno trovati dei bellissimi?&#8221;</p>



<p>Il Principe ritornò in sé, e maravigliandosi della sua negligenza: &#8220;Per quale incantesimo piacevole&#8221; disse &#8220;ho potuto scordarmi di una cosa, che mi stava a cuore al disopra di tutte le altre? Ce ne va della mia gloria e della mia fortuna. Dove troverò un canino, proprio come ci vuole, per guadagnare un Regno, e un cavallo così scappatore da arrivare in tempo?&#8221;.</p>



<p>E incominciò a inquietarsi e a mettersi di cattivo umore.</p>



<p>Gatta Bianca, con una vocina carezzevole, gli disse: &#8220;Figlio di Re, non ti dare alla disperazione: io sono fra i tuoi buoni amici: puoi trattenerti qui ancora un giorno, perché sebbene da qui al tuo paese ci sieno più di duemila miglia, il bravo cavallo di legno ti ci porterà in meno di dodici ore&#8221;.</p>



<p>&#8220;Vi ringrazio, mia bella Gatta&#8221;, disse il Principe, &#8220;peraltro non mi basta di tornare da mio padre, ma bisogna che gli porti anche un canino.&#8221;</p>



<p>&#8220;Tieni&#8221;, gli disse Gatta Bianca, &#8220;eccoti una ghianda, dove ce ne troverai dentro uno assai più bello della stessa canicola.&#8221;</p>



<p>&#8220;Via, via, signora Gatta&#8221;, disse il Principe, &#8220;Vostra Maestà si piglia giuoco di me.&#8221;</p>



<p>&#8220;Avvicina la ghianda all&#8217;orecchio&#8221;, ella soggiunse, &#8220;e lo sentirai abbaiare.&#8221;</p>



<p>Esso obbedì; e sentì subito il canino che faceva: bu! bu! Il Principe saltava dalla contentezza: perché un canino, che può entrare in una ghianda, bisogna che sia piccino davvero. Egli voleva aprirla, perché si struggeva di vederlo; ma Gatta Bianca gli disse che per la strada avrebbe potuto sentir freddo e che era meglio aspettare che fosse dinanzi al Re suo padre. Il Principe la ringraziò mille volte e poi dell&#8217;altro: e gli dette un addio che veniva proprio dal cuore. &#8220;Vi giuro&#8221;, egli soggiunse &#8220;che i giorni mi son passati come un lampo; volere o non volere, sento che mi dispiace a lasciarvi; e sebbene voi siate qui la sovrana, e i gatti che vi corteggiano sieno più spiritosi e galanti dei nostri, io non mi perito a invitarvi a venir via con me.&#8221;</p>



<p>La Gatta, a questa proposta, rispose con un profondo sospiro. Si lasciarono. Il Principe arrivò il primo nel luogo, dove co&#8217; suoi fratelli era stato fissato il ritrovo. Dopo poco arrivarono anche gli altri e rimasero maravigliati nel vedere un cavallo di legno, che caracollava meglio di quelli delle scuole d&#8217;equitazione.</p>



<p>Il Principe andò loro incontro: si abbracciarono ripetutamente e si raccontarono le avventure dei loro viaggi: ma il nostro Principe non disse tutta la verità circa a quanto gli era accaduto, e mostrò ai fratelli un canucciaccio mezzo spelacchiato, dicendo che gli era parso così grazioso, che aveva pensato di portarlo a suo padre.</p>



<p>Per quanto si volessero bene tra fratelli e fratelli, nondimeno i due maggiori sentirono un gran piacere della cattiva scelta fatta dal minore; e perché erano a tavola, si davano di nascosto nel piede, come per dire che da lui non avevano nulla da temere.</p>



<p>Il giorno dopo partirono tutti e tre insieme, nella medesima carrozza. I due figli maggiori del Re avevano in alcuni panieri dei canini così belli e così delicati, che pareva non si dovessero toccare, per paura di sciuparli. Il minore aveva il suo cane spelacchiato, così inzaccherato di mota, che nessuno lo voleva accosto. Appena arrivati al palazzo, tutti furono loro dintorno per dargli il ben tornato: quindi passarono nelle stanze del Re. Esso non sapeva in favore di chi decidersi, perché i due cani presentati dai suoi figli maggiori erano pari a bellezza: e già i due fratelli si disputavano il vantaggio della successione al trono, quando ecco che il Principe trovò il mezzo di metterli d&#8217;accordo, cavando fuori di tasca la ghianda, che Gatta Bianca gli aveva dato. Apertala in presenza di tutti, ciascuno poté vedere un canino, accovacciato nel cotone, il quale sarebbe passato attraverso a un anello da dito, senza nemmeno toccarlo. Il Principe lo posò in terra, ed egli si mise a ballare la sarabanda con accompagnamento di nacchere e con tanta grazia e leggerezza, come non avrebbe saputo far meglio, la più celebre ballerina spagnuola. Esso era di mille colori, tutti diversi, e il pellame e gli orecchi gli toccavano terra.</p>



<p>Il Re rimase un po&#8217; male, perché era proprio impossibile trovar da ridire qualche cosa sulla bellezza di quel cagnolino. A ogni modo egli non aveva punta voglia di disfarsi della sua corona: ogni rosone di essa gli era mille volte più caro di tutti i cani dell&#8217;universo. Disse dunque ai suoi figliuoli di essere arcicontento di tutto quello che avevano fatto: ma siccome eran riusciti così bene nella prima prova, voleva avere un altro saggio della loro abilità, prima di mantenere la parola data; per cui dava loro tempo un anno a cercargli una pezza di tela così fine e sottile, da passar tutta dalla cruna di un ago, di quelli da ricamo. Tutti e tre sentirono male la cosa di doversi rifar da capo a cercare. I due principi, i cui cani erano meno belli di quello del fratello minore, si rassegnarono. Ognuno se n&#8217;andò per il suo viaggio e senza perdersi in tante tenerezze come la prima volta, perché il bel cagnolino era stato cagione di un certo raffreddamento fra loro.</p>



<p>Il nostro Principe rimontò sul suo cavallo, e senza curarsi di altri aiuti, all&#8217;infuori di quelli che poteva attendere dalla Gatta Bianca, partì alla gran carriera e ritornò al castello, dov&#8217;ella gli aveva fatto così buon viso e lieta accoglienza.</p>



<p>Trovò che tutte le porte erano spalancate e le mura risplendenti per centomila fiaccole accese, che facevano un effetto meraviglioso. Le solite mani, che l&#8217;avevano servito sempre con tanta puntualità, gli si fecero incontro: e presa la briglia del bravo cavallo di legno, lo portarono alla scuderia, mentre il Principe si avviava verso la camera di Gatta Bianca.</p>



<p>Ella stava coricata dentro a una piccola cestina sopra un guanciale di seta, bianca come la neve. La sua pettinatura era un po&#8217; trascurata e la fisonomia abbattuta e trista: ma appena visto il Principe, fece mille salti e mille sgambetti, per fargli intendere la gioia che provava.</p>



<p>&#8220;Per quante ragioni avessi per credere al tuo ritorno&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;ti confesso, o figlio di Re, che ci contavo assai poco: per il solito sono così disgraziata ne&#8217; miei desideri, che questa volta mi par proprio di aver avuto una vera fortuna.&#8221;</p>



<p>Il Principe, in ricambio, le fece mille carezze: e le raccontò l&#8217;esito del suo viaggio, che forse ella già sapeva meglio di lui; e venne a dire come qualmente il Re voleva una pezza di tela che potesse passare dalla cruna d&#8217;un ago; che questa cosa a lui gli pareva impossibile, ma che a ogni modo voleva tentarla, ripromettendosi miracoli dalla buona amicizia e dall&#8217;aiuto di lei. Gatta Bianca, pigliando una cert&#8217;aria di serietà, rispose che non era una faccenda da darsene pensiero: che, per buona fortuna, aveva nel suo castello delle Gatte che filavano benissimo: che essa pure vi avrebbe messo lo zampino, per mandare avanti il lavoro; in una parola che egli poteva starsene tranquillo, e che avrebbe trovato lì quello che cercava, senza bisogno di andare a girellone per il mondo.</p>



<p>In quel punto apparirono le mani, le quali portavano delle fiaccole: e il Principe andando dietro a esse, insieme con Gatta Bianca, entrò in una magnifica terrazza coperta, che dava lungo un gran fiume, sul quale furono incendiati bellissimi fuochi d&#8217;artifizio. Vi si dovevano bruciare quattro gatti, ai quali era stato fatto un processo in tutte le regole. Erano accusati di aver mangiato l&#8217;arrosto preparato per la cena di Gatta Bianca, il suo formaggio e il suo latte: e di aver cospirato contro la sua real persona insieme con Martafaccio e l&#8217;Eremita, famosi topi di quella contrada e tenuti per tali anche da La-Fontaine, scrittore degnissimo di fede; ma, con tutto questo, si sapeva che nel processo c&#8217;erano stati molti pasticci, e che quasi tutti i testimoni avevano preso il boccone. Fatto sta, che il Principe ottenne per loro la grazia: e i fuochi d&#8217;artifizio non bruciarono nessuno: e dei razzi e delle girandole a quel modo, non se ne sono mai più vedute.</p>



<p>Dopo i fuochi fu imbandita una cena, che il Principe gustò assai più delle girandole e dei razzi, perché aveva una fame da lupi, per la ragione che il suo cavallo di legno l&#8217;aveva fatto correr tanto, come se fosse stato in strada ferrata, e anche più. I giorni passavano e si somigliavano: feste dalla mattina alla sera, e sempre differenti, colle quali l&#8217;ingegnosa Gatta Bianca teneva allegro il suo ospite: e forse non c&#8217;è stato un altro mortale, che si sia tanto divertito, non avendo con sé altra compagnia che quella dei gatti.</p>



<p>Gli è vero che Gatta Bianca aveva uno spirito grazioso, seducente e adattato a ogni cosa; ella ne sapeva più di quel che è lecito saperne a un gatto: e il Principe molte volte ne rimaneva stupito. &#8220;No&#8221;, esso le diceva, &#8220;le meraviglie che mi vien fatto di notare in voi, non sono punto naturali: se voi mi amate davvero, carissima Micina, ditemi per quale miracolo pensate e parlate con tanta finezza di buon senso, da rendervi degna di sedere fra i begl&#8217;ingegni delle più celebrate Accademie.&#8221; &#8220;Finiscila con queste domande, figlio di Re&#8221;, ella gli disse, &#8220;a me non è lecito risponderti: tu puoi almanaccare quanto ti pare e piace: padronissimo! Ti basti soltanto sapere che avrò sempre per te una zampina col guanto di velluto: e che ogni cosa che ti riguarda sarà come se fosse una cosa mia.&#8221; Questo second&#8217;anno passò, senza addarsene, come il primo. Il Principe non aveva tempo di desiderare un oggetto, che le solite mani, sempre pronte, glielo portavano subito: sia che si trattasse di libri, di gemme, di quadri, di medaglie antiche: insomma egli non doveva far altro che dire: &#8220;voglio il tal bigiù, che è nel gabinetto intimo del Mogol o del Re di Persia, o la tale statua di Corinto o di Grecia&#8221; che subito vedeva comparirsi davanti ciò che desiderava, senza sapere né chi gliel&#8217;avesse portata, né di dove venisse. Ecco una virtù magica, che ha le sue attrattive e che, non foss&#8217;altro per passatempo, ci farebbe nascere la voglia di diventare i padroni dei più bei tesori della terra.</p>



<p>Gatta Bianca, che non perdeva mai d&#8217;occhio gl&#8217;interessi del Principe, lo avvertì che il tempo della sua partenza si avvicinava e che poteva stare tranquillo in quanto alla pezza di tela tanto desiderata, perché essa gliene aveva tessuta una maravigliosa: aggiungendo che questa volta voleva regalargli un equipaggio degno di lui. E senza dargli tempo di rispondere, l&#8217;obbligò a guardar giù nel cortile del castello. E lì, infatti, vi era una carrozza scoperta, tutta d&#8217;oro smaltato, color fuoco, con mille imprese galanti dipinte sopra, che facevano piacere agli occhi e alla mente. V&#8217;erano attaccati quattro per quattro, dodici cavalli bianchi come la neve, carichi di gualdrappe di velluto rosso fiammante, ricamate a diamanti e guarnite di fibbie e di piastrelle d&#8217;oro. La carrozza era foderata dentro colla stessa magnificenza ed aveva un seguito d&#8217;altre cento carrozze a otto cavalli, tutte piene di signori di grande apparenza e splendidamente vestiti. V&#8217;era di scorta un reggimento di mille guardie del corpo, le cui uniformi erano così coperte di ricami e di alamari, che il panno non si distingueva più: e la cosa singolare era questa: che il ritratto della Gatta Bianca si vedeva da per tutto, sugli stemmi della carrozza, sull&#8217;uniforme delle guardie, e perfino attaccato con un nastro all&#8217;occhiello dell&#8217;abito dei cortigiani, come la insegna di un nuovo ordine cavalleresco, di cui essa gli avesse onorati.</p>



<p>&#8220;Ora parti pure&#8221;, diss&#8217;ella al Principe, &#8220;e presentati al Re tuo padre in codest&#8217;arnese abbagliante; e che la tua magnificenza da gran signore lo metta in suggezione tanto da non aver cuore di ricusarti il trono che ti sei meritato. Eccoti una noce: guarda bene di non schiacciarla, finché non sarai alla presenza di lui: dentro ci troverai la pezza di tela, che m&#8217;hai domandata.&#8221;</p>



<p>&#8220;Graziosa Bianchina&#8221;, egli rispose, &#8220;vi giuro che sono talmente preso dalle vostre gentilezze per me, che, se foste contenta, preferirei di passar la mia vita con voi, a tutte le grandezzate che mi aspettano fuori di qui.&#8221;</p>



<p>&#8220;Figlio di Re&#8221;, ella soggiunse, &#8220;io credo alla bontà del tuo cuore, merce rara fra i Principi: perché essi vogliono essere amati da tutti, e non amar nessuno. Ma tu sei l&#8217;eccezione della regola. Io ti tengo conto del bene che dimostri di volere a una Gattina Bianca, la quale in fondo in fondo, non è buona ad altro che a prender topi.&#8221; Il Principe le baciò la zampetta e partì.</p>



<p>Se già non si sapesse come il cavallo di legno gli avesse fatto fare duemila miglia in meno di quarantott&#8217;ore, ora si stenterebbe a credere la gran furia che messe per arrivare in tempo. Se non che la stessa potenza che animava il cavallo di legno, spronò talmente anche gli altri, che non restarono per la strada più di ventiquattr&#8217;ore. Non fecero neppure una fermata, finché non furono giunti dal Re, dove già i due fratelli maggiori si trovavano: i quali, non vedendo arrivare il fratello minore, gongolavano del suo ritardo e bisbigliavano fra loro sottovoce: &#8220;Questa è una bazza per noi: o è morto o è malato: e così avremo un rivale di meno, nella successione al trono&#8221;.</p>



<p>Senza perder tempo spiegarono le loro tele, le quali, a dir la verità, erano tanto fini, da passar dalla cruna di un ago grosso: ma per in quanto alla cruna di un ago sottile, era inutile parlarne; e il Re, tutto contento di aver trovato questo attaccagnolo, mostrò loro l&#8217;ago che egli aveva prescelto e che per ordine suo i magistrati avevano recato dal Tesoro della città, dov&#8217;era stato gelosamente custodito. Nacque un gran diverbio: e tutti vollero dire la sua.</p>



<p>Gli amici de&#8217; Principi, e segnatamente quelli del maggiore, la cui tela senza dubbio era la più bella, sostenevano che il Re aveva messo fuori una gretola, dove c&#8217;era mescolata molta dose di furberia e di malafede. Alla fine, per troncare ogni pettegolezzo, si sentì per la città il rumore allegro e cadenzato di una fanfara di trombe, timballi e clarinetti: era il nostro Principe, che arrivava col suo splendido corteggio. Il Re e i suoi due figli fecero tanto d&#8217;occhio alla vista di uno spettacolo così sorprendente.</p>



<p>Appena ebbe salutato rispettosamente il padre suo e abbracciati i fratelli, cavò fuori da una scatola, tutta incrostata di rubini, la noce: e la schiacciò. Egli si aspettava di trovarci la pezza di tela, tanto decantata: ma invece c&#8217;era una nocciuola; schiacciò anche questa, e rimase stupito di trovarci dentro un nocciolo di ciliegia. Tutti si guardarono in viso: il Re se la rideva sotto i baffi e si divertiva alle spalle del figlio, il quale era stato tanto baccello da credere di poter portare una pezza di tela dentro a una noce; ma perché non ci doveva credere, quando già gli era stato dato un canino che entrava tutto in una ghianda? Egli schiacciò anche il nocciolo di ciliegia, il quale era tutto pieno della sua mandorlina. Allora cominciò per la sala un gran bisbiglìo: e non si sentiva altro che questo ritornello: &#8220;Il Principe cadetto l&#8217;hanno preso a godere!&#8230;&#8221;. Egli non rispose nulla alle insolenti freddure dei cortigiani. Aprì in mezzo la mandorlina, e ci trovò un chicco di miglio. Oh! allora poi, per dir la verità, cominciò anch&#8217;esso a dubitare e masticò fra i denti, &#8220;Ah! Gatta Bianca, Gatta Bianca, tu me l&#8217;hai fatta!&#8230;&#8221; In questo punto sentì sulla mano un&#8217;unghiata di gatto, che lo graffiò così bene da fargli uscire il sangue. Egli non sapeva se quell&#8217;unghiata fosse per dargli coraggio o per consigliarlo a smettere: a ogni modo aprì il chicco di miglio, e lo stupore di tutti non fu piccolo davvero quando ne tirò fuori una pezza di tela di mille metri così meravigliosa, che c&#8217;erano dipinti sopra ogni maniera d&#8217;uccelli, di pesci, di animali, con gli alberi, i frutti e le piante della terra, gli scogli, le rarità e le conchiglie del mare, il sole, la luna, le stelle, gli astri e i pianeti del cielo. E c&#8217;erano anche i ritratti dei Re e dei Sovrani che regnavano allora nel mondo: e quelli delle loro mogli, dei figliuoli e di tutti i loro sudditi, senza che vi fossero dimenticati i più infimi, fra gli straccioni e gli sbarazzini di strada. Ciascuno, nel suo stato, rappresentava il personaggio che doveva rappresentare, ed era vestito alla foggia del suo paese.</p>



<p>Quando il Re ebbe visto questa pezza di tela, si fece bianco in viso, come s&#8217;era fatto rosso il Principe, nel mentre che la cercava. Tanto il Re che i due Principi maggiori serbavano un cupo silenzio, sebbene a più riprese si trovassero forzati a dire che in tutto quanto il mondo non c&#8217;era un&#8217;altra cosa, che potesse agguagliarsi alla bellezza e alla rarità di questa tela.</p>



<p>Il Re lasciò andare un gran sospiro e voltandosi a&#8217; suoi figli, disse loro: &#8220;Non potete figurarvi la mia consolazione, nel vedere la deferenza che avete per me: io desidero dunque che vi mettiate a una novella prova. Andate a viaggiare ancora un anno, e colui che in capo all&#8217;anno menerà seco la più bella fanciulla, quello la sposerà e sarà incoronato Re il giorno stesso delle sue nozze; perché, in fin dei conti, è una necessità che il mio successore abbia moglie: e faccio giuro e prometto che questa volta sarà l&#8217;ultima e non manderò più per le lunghe la ricompensa promessa&#8221;.</p>



<p>Questa qui, a guardarla bene, era una ingiustizia bella e buona a carico del nostro Principe. Il cagnolino e la pezza di tela, invece di un regno, ne meritavano dieci; ma il Principe aveva un carattere così ben fatto, che non volle mettersi in urto col padre suo: e senza rifiatare, rimontò in carrozza e via. Il suo corteggio lo seguì, ed egli tornò dalla sua cara Gatta Bianca. Ella sapeva il giorno e il minuto che doveva arrivare; per tutta la strada c&#8217;era la fiorita e mille bracieri con sostanze odorose fumavano fuori e dentro al castello. Essa se ne stava seduta sopra un tappeto di Persia, sotto un baldacchino di broccato d&#8217;oro in una galleria, dalla quale poteva vederlo ritornare. Fu ricevuto dalle solite mani, che l&#8217;avevano sempre servito. Tutti i gatti si arrampicarono su per le grondaie, per dargli il ben tornato, con un miagolio da straziare gli orecchi.</p>



<p>&#8220;Ebbene, figlio di Re&#8221;, ella gli disse, &#8220;eccoti tornato qui, e senza corona.&#8221;</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, egli rispose, &#8220;la vostra buona grazia mi aveva messo in caso di guadagnarmela: ma ho capito che il Re avrebbe più dispiacere a disfarsene di quello che io avessi gusto a possederla.&#8221; &#8220;Non importa&#8221;, ella soggiunse, &#8220;non bisogna trascurar nulla per meritarla; io ti aiuterò anche questa volta, e poiché bisogna che tu meni alla corte di tuo padre una bella fanciulla, penserò io a cercartene una che ti faccia vincere il premio: intanto divertiamoci, ed è per questo che ho ordinato un combattimento navale fra i miei gatti e i terribili topi del paese. I miei gatti si troveranno un po&#8217; impappinati nei loro movimenti, perché hanno paura dell&#8217;acqua; ma senza di questo, essi avrebbero troppo il disopra: e, per quanto si può, bisogna cercare di bilanciare le forze.&#8221;</p>



<p>Il Principe ammirò la prudenza della signora Micina: le fece i suoi mirallegri e andò con essa sopra una gran terrazza che dava sul mare,</p>



<p>I vascelli dei gatti consistevano in grandi pezzi di sughero, sui quali vogavano abbastanza comodamente. I topi avevan riuniti e legati insieme molti gusci d&#8217;ovo e questi erano le loro navi. Il combattimento fu accanito e crudele: i topi si buttavano nell&#8217;acqua e nuotavano con più maestria dei gatti: e così ben più di venti volte si trovarono a essere vincitori e vinti: ma Minagorbio, ammiraglio della flotta gattesca, ridusse l&#8217;armata topina all&#8217;ultima disperazione, e si mangiò con molto gusto il generale della flotta nemica, che era un vecchio topo di grande esperienza, il quale aveva fatto per tre volte il giro del mondo sopra grossi vascelli dove egli non era né capitano, né marinaio, ma semplice leccalardo.</p>



<p>Gatta Bianca non volle che quei poveri disgraziati fossero interamente distrutti. Essa aveva politica e pensava che se in paese non ci fossero più stati né topi né sorci, i suoi sudditi sarebbero vissuti in un ozio, che poteva alla lunga diventare pericoloso,</p>



<p>Il Principe passò anche quest&#8217;anno, come i due precedenti, andando a caccia, alla pesca e giuocando: perché bisogna sapere che Gatta Bianca era bravissima al giuoco degli scacchi. Egli, di tanto in tanto, non poteva stare dal farle delle domande incalzanti, per arrivare a scuoprire per qual miracolo ella avesse il dono di poter parlare. E avrebbe voluto sapere se era una fata, e se fosse stata cambiata in gatta, al seguito di una metamorfosi: ma siccome non c&#8217;era caso che ella dicesse mai quello che non voleva dire, così rispondeva sempre quel tanto che voleva rispondere, e dava delle risposte tronche e senza significato, ragione per cui egli dové persuadersi che Gatta Bianca non voleva metterlo a parte del suo segreto.</p>



<p>Non c&#8217;è una cosa che passi tanto presto, quanto i giorni felici: e se la Gatta Bianca non fosse stata lei a darsi il pensiero di tenere a mente il tempo preciso di far ritorno alla Corte, non c&#8217;è dubbio che il Principe se lo sarebbe dimenticato bene e meglio. Alla vigilia della partenza ella lo avvertì che dipendeva da lui, se avesse voluto menar seco una delle più belle principesse del mondo; che era giunta finalmente l&#8217;ora di distruggere il fatale incantesimo ordito dalle fate e che per questo bisognava che egli si risolvesse a tagliar a lei la testa e la coda, e a gettarle subito sul fuoco.</p>



<p>&#8220;Io?&#8221;, esclamò, &#8220;Bianchina! amor mio! e sarò io tanto spietato da uccidervi? Ah! vedo bene che volete mettere il mio cuore alla prova: ma siate pur certa che esso non è capace di mancare alla amicizia e alla riconoscenza che vi deve,&#8221;</p>



<p>&#8220;No, figlio di Re&#8221;, ella riprese, &#8220;io non sospetto in te nemmeno l&#8217;ombra dell&#8217;ingratitudine; ti conosco troppo: ma non sta né a me né a te a regolare in questo caso i nostri destini: fai quello che ti dico e saremo felici. Sulla mia parola di gatta onorata e perbene, ti farò vedere che ti sono amica&#8230;&#8221; Al solo pensiero di dover tagliare la testa alla sua Gattina, tanto carina e graziosa, il giovane Principe sentì venirsi per due o tre volte le lacrime agli occhi. Disse tutto quel più che seppe dire di affettuoso, per essere dispensato, ma essa, intestata, rispondeva che voleva morire per le sue mani; e che questo era l&#8217;unico mezzo per impedire ai fratelli di lui d&#8217;impadronirsi della corona: insomma, insisté tanto e poi tanto, che alla fine egli tirò fuori la spada e con mano tremante tagliò la testa e la coda della sua buona amica. In quel punto stesso si trovò presente alla più bella metamorfosi che si possa immaginare. Il corpo di Gatta Bianca cominciò a ingrandire e tutt&#8217;a un tratto diventò una fanciulla: meraviglia da non potersi descrivere a parole, e unica forse al mondo. I suoi occhi rubavano i cuori, e la sua dolcezza li teneva legati: la sua figura era maestosa, l&#8217;aspetto nobile e modesto, lo spirito seducente, le maniere cortesi: e per dir tutto in una parola, ell&#8217;era al disopra di tutto ciò che vi può essere di amabile e di grazioso sulla terra.</p>



<p>Il Principe, a vederla, rimase preso da un grande stupore: ma da uno stupore così piacevole, che credette di essere incantato. Non poteva spiccar parola: pareva che gli occhi non gli bastassero per guardarla, e la lingua legata non trovava il verso di esprimere la sua meraviglia; la quale si accrebbe di mille doppi, quand&#8217;egli vide entrare una folla straordinaria di dame e di cavalieri, colla loro brava pelle di gatto o di gatta, gettata sulle spalle, che andavano a prosternarsi ai piedi della Regina, e a darle segno della loro gioia per vederla tornata nel suo primo stato naturale.</p>



<p>Essa li ricevé con tutta quella bontà, che rivelava l&#8217;eccellente pasta del suo cuore e del suo carattere, e dopo essersi trattenuta un poco con essi, ordinò che la lasciassero sola col Principe, al quale parlò così:</p>



<p>Non vi mettete in capo, o signore, che io sia stata sempre gatta: e che la mia nascita sia oscura fra gli uomini. Mio padre era Re e padrone di sei regni. Egli amava teneramente mia madre, e la lasciava liberissima di fare tutto ciò che le passava per la mente, La passione dominante di mia madre era quella di viaggiare: per cui, sebbene incinta di me, intraprese una gita per andare a vedere una montagna, della quale aveva sentito dire cose dell&#8217;altro mondo. E mentr&#8217;era per via, le fu detto che lì in que&#8217; pressi c&#8217;era un castello di fate, il più bello fra quanti se ne conoscevano; o almeno creduto tale per una antichissima tradizione; perché non essendovi mai entrato nessuno, non potevasi giudicarne che dal di fuori: ma la cosa che si sapeva per certo era questa, che le fate avevano nel loro giardino certe frutta così delicate e saporite, come non se ne sono mangiate mai. Ecco subito che alla Regina mia madre nacque una gran voglia di assaggiarle, e si avviò verso quella parte. Giunse alla porta di questo magnifico palazzo, tutto risplendente d&#8217;oro e di azzurro: ma bussò inutilmente. Non comparve anima viva: si sarebbe detto che erano tutti morti. Quest&#8217;indugi servivano a farle crescere la voglia; sicché mandò in cerca di scale per iscavalcare i muri del giardino; e la cosa sarebbe riuscita bene, se i muri non si fossero alzati lì per lì, e senza vedere una mano che ci lavorasse. Si prese allora il ripiego di mettere le scale le une sulle altre! ma finirono di fracassarsi sotto il peso di quelli che ci salivano sopra, i quali, cadendo giù, rimanevano morti o stroppiati.</p>



<p>La Regina era disperata.</p>



<p>Vedeva i grandi alberi carichi di frutta, che essa credeva deliziose, e voleva cavarsene la voglia, o morire: e per questo, fece rizzare dinanzi al castello parecchie tende signorili e di gran lusso, e vi si trattenne sei settimane con tutta la sua Corte. Non dormiva né mangiava più: non faceva altro che sospirare, parlando sempre della frutta del giardino inaccessibile, finché si ammalò, senza trovare chi potesse sollevarla del suo male, perché le inesorabili fate non si fecero mai vedere, dopo che ella si era attendata in vicinanza del loro castello. Tutti i suoi uffiziali si affliggevano dimolto: non si sentivano che pianti e sospiri da tutte le parti, mentre la Regina moribonda chiedeva delle frutta a quelli che la servivano, ma non ne voleva di altra specie, all&#8217;infuori di quelle che le venivano negate. Una notte, mentre era in un mezzo dormiveglia, aprì gli occhi e svegliandosi vide una vecchiettina decrepita e brutta più del peccato, seduta in una poltrona accanto al capezzale del suo letto. Si maravigliò che le sue dame avessero lasciata passare una sconosciuta nella sua camera; quando questa le disse:</p>



<p>&#8220;A noi ci pare che la tua Maestà sia molto indiscreta, a incaponirsi a voler mangiare per forza le nostre frutta; ma perché ci va di mezzo la tua vita preziosa, le mie sorelle e io acconsentiremo a dartene tante, quante ne potrai portare, finché starai qui: ma a un patto: al patto che tu ci faccia un regalo&#8221;.</p>



<p>&#8220;Ah! mia buona nonna&#8221;, gridò la Regina, &#8220;chiedete e domandate! io son pronta a darvi il mio regno, il mio cuore, l&#8217;anima mia, purché mi cavi la voglia delle vostre frutta: a nessun prezzo mi parranno care.&#8221;</p>



<p>&#8220;Noi vogliamo&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;che tua Maestà ci dia la figlia che porti nel seno. Quando sarà nata, verremo a pigliarla e l&#8217;alleveremo noi: non c&#8217;è virtù, bellezza o sapienza, che essa non possa avere per mezzo nostro, in una parola sarà nostra figlia e noi la faremo felice: ma intendiamoci bene: la tua Maestà non potrà rivederla fino al giorno che non si sarà maritata. Se il patto ti garba, io ti guarisco subito, menandoti qui nei pomari del nostro giardino: non badare che sia notte; ci vedrai abbastanza, per iscegliere le frutta che vorrai. Se il patto non ti va, buona notte, signora Regina e scappo a letto.&#8221;</p>



<p>&#8220;Per quanto sia dura la legge che m&#8217;imponete&#8221;, rispose la Regina, &#8220;l&#8217;accetto piuttosto che morire, perché è più che certo che mi rimane appena un giorno di vita, e morendo io, la figlia mia morirebbe con me. Guaritemi, sapiente fata&#8221;, ella seguitò a dire &#8220;e non mi fate perdere nemmeno un minuto per arrivare al godimento della grazia che mi avete fatta.&#8221;</p>



<p>La fata la toccò con una bacchettina d&#8217;oro, dicendo: &#8220;Che la tua Maestà sia libera da tutti i mali, che la tengono inchiodata nel letto&#8221;. A queste parole le parve di trovarsi alleggerita da una veste di piombo, pesante e dura, che le toglieva il respiro, e che in certi punti sentiva pesarla anche di più, perché forse era lì la sede del male. Fece chiamare tutte le sue dame e disse loro, con viso sorridente, che stava benissimo, che si voleva levar subito, che finalmente le porte del castello, serrate a chiavistello, e a doppia mandata, si sarebbero aperte per lei, perché potesse mangiare le belle frutta del giardino e portarne via con sé, quante ne avesse volute.</p>



<p>Fra tutte quelle dame, non ce ne fu una sola la quale non sospettasse che la Regina fosse caduta in delirio, e che in quel momento sognasse a occhi aperti le frutta tanto desiderate: per cui, invece di risponderle a tono, si misero a piangere e fecero svegliare tutti i medici, perché venissero a vederla. Quest&#8217;indugio faceva inquietare la Regina, la quale domandava i suoi vestiti, e nessuno si muoveva; e la cosa andò tanto in là che finì col lasciarsi pigliare dalla bizza e diventò rossa come una ciliegia. Alcuni badavano a dire che era effetto della febbre: ma i medici, essendo finalmente arrivati, e dopo averle tastato il polso e fatte le solite cerimonie di uso, non poterono far di meno di dichiarare che era tornata in perfettissima salute. Le sue donne accortesi del granchio a secco che avevano preso per troppo zelo, cercarono di riparare al mal fatto, vestendola da capo a piedi in quattro e quattr&#8217;otto. Le chiesero perdono: tutto fu accomodato: ed essa si affrettò a seguire la vecchia fata che l&#8217;aveva aspettata fin allora.</p>



<p>Entrò nel palazzo, dove non ci mancava nulla per essere il più bel palazzo del mondo: &#8220;E voi, o signore, non penerete a crederlo&#8221;, soggiunse Gatta Bianca, &#8220;quando vi avrò detto che è quello stesso, dove oggi io e voi ci troviamo&#8221;.</p>



<p>Due altre fate, un po&#8217; meno vecchie di quella che conduceva mia madre, vennero a riceverla alla porta e le fecero un&#8217;accoglienza, che pareva proprio una festa. Essa le pregò di menarla subito nel giardino e precisamente a quelle spalliere, dove avrebbe potuto trovare i frutti migliori. &#8220;Sono tutti buoni nello stesso modo&#8221;, risposero le fate, &#8220;e se non fosse che tu vuoi cavarti il gusto di coglierli colle tue mani, noi non avremmo da fare altro che chiamarli e farteli venire fin qui!&#8221; &#8220;Oh! ve ne supplico, signore mie&#8221;, esclamò la Regina &#8220;fate che io abbia la contentezza di vedere una cosa così meravigliosa e fuori dell&#8217;usuale.&#8221; La più vecchia delle due fate si pose un dito in bocca e fece tre fischi: poi gridò &#8220;albicocche, pesche, noci, prugnole, pere, poponi, uva mascadella, mele, arance, limoni, uva spina, fragole, lamponi, correte tutti al mio comando!&#8221;. &#8220;Ma&#8221;, osservò la Regina, &#8220;tutte codeste frutta vengono in diverse stagioni dell&#8217;anno!&#8221; &#8220;Nei nostri orti non è così&#8221;, esse risposero, &#8220;noi abbiamo sempre ogni sorta di frutta della terra: sempre buone, sempre mature, e non vanno mai a male.&#8221;</p>



<p>In quel frattempo le frutta arrivarono, rotolandosi, arrampicandosi le une sulle altre, senza mescolarsi e senza insudiciarsi; sicché la Regina, che si struggeva di levarsene la voglia, vi si buttò sopra, e prese le prime che le capitarono sotto mano. Non le mangiò: ma le divorò.</p>



<p>Quando fu piena fino alla gola, pregò le fate di lasciarla andare alla spalliera, per poterle scegliere coll&#8217;occhio prima di coglierle. &#8220;Volentieri&#8221;, risposero le fate, &#8220;ma rammentate la promessa che avete fatta: ormai non c&#8217;è più tempo per tornare indietro.&#8221; &#8220;Io son così persuasa&#8221;, ella riprese a dire, &#8220;che qui da voi si faccia una vita d&#8217;oro e mi pare che questo palazzo sia tanto bello, che se non fosse per il gran bene che voglio al Re mio marito, mi metterei d&#8217;accordo per restarci anch&#8217;io: vedete dunque se è mai possibile che io possa pentirmi di quel che ho detto.&#8221;</p>



<p>Le fate, tutte contente da non si credere, le apersero i loro giardini e i recinti più appartati; e tanto essa ci si trovò bene, che vi si trattenne tre giorni e tre notti, senza allontanarsi di lì un minuto. Fece una gran provvista di frutta e ne colse quante ne poté cogliere: e perché sapeva che non andavano a male, ne fece caricare quattromila muli che condusse seco. Al dono delle frutta le fate vollero aggiungere quello dei corbelli e delle ceste d&#8217;oro, d&#8217;un lavoro finissimo che pareva fatto col fiato: le promisero che mi avrebbero allevata da Principessa, come io era, che mi avrebbero data un&#8217;educazione perfetta, e a suo tempo scelto uno sposo. Le dissero di più che ella sarebbe stata avvertita del giorno delle nozze, e che contavano sul sicuro che non sarebbe mancata.</p>



<p>Il Re fu lieto del ritorno della Regina e tutta la Corte le dimostrò la sua gioia. Ogni giorno erano balli, mascherate, tornei e feste, dove le frutta portate dalla Regina venivano distribuite, come un regalo prelibato. Il Re stesso le preferiva a ogni altra cosa. Esso non sapeva nulla del patto che la Regina aveva combinato colle fate, e le domandava in quali paesi era stata per trovare di quelle delizie. Essa ora rispondeva che le aveva trovate sopra un&#8217;alta montagna, quasi inaccessibile: ora che nascevano in vallate: e qualche volta inventava che crescevano in un giardino o in mezzo a una gran foresta. Il Re non sapeva spiegarsi tante contraddizioni. Interrogava coloro che l&#8217;avevano accompagnata, ma questi non osavano fiatare per avere avuto la proibizione di dire una sola mezza parola su questa avventura. Alla fine la Regina, inquieta della promessa fatta alle fate e vedendo avvicinarsi il tempo del parto, fu presa da un gran mal umore: non faceva altro che sospirare e si struggeva a vista, come una candela. Il Re se ne impensierì, e incominciò a insistere colla Regina, per sapere la cagione della sua gran tristezza: e batti oggi, batti domani, finalmente essa gli raccontò tutto quello che era passato fra lei e le fate e com&#8217;essa avesse promesso loro la figlia che stava per mettere alla luce.</p>



<p>&#8220;Come!&#8221;, esclamò il Re, &#8220;noi non abbiamo figliuoli: voi sapete quanto io li desideri, e per la gola di mangiare due o tre mele, siete stata capace di promettere vostra figlia? Bisogna proprio dire che non mi volete un filo di bene.&#8221; E lì cominciò a farle dei rimproveri e ne disse tante e tante, che la mia povera madre fu quasi per morir di dolore. E come se questo fosse poco, la fece chiudere in una torre e messe delle guardie dappertutto perché non potesser barattar parola con anima viva, all&#8217;infuori degli uffiziali destinati a servirla: e volle che fossero cambiate tutte quelle persone del servizio che l&#8217;avevano accompagnata al castello delle fate.</p>



<p>Quest&#8217;urto fra il Re e la Regina gettò in Corte una gran costernazione. Ciascuno riponeva i suoi abiti di gala per vestirne dei più adattati all&#8217;afflizione generale. Dal canto suo il Re si mostrava inesorabile: non volle più vedere sua moglie: e appena fui nata, mi fece portare nel suo palazzo per esservi allevata, mentre mia madre era sempre in prigione e nel massimo squallore. Peraltro le fate non ignoravano quello che accadeva: e se la presero molto a male e volevano avermi a tutti i costi, perché mi riguardavano come cosa loro, e stimavano che il ritenermi in Corte fosse lo stesso che commettere un furto a loro danno. Prima di pigliarsi una vendetta coi fiocchi e proporzionata al loro dispetto, esse mandarono al Re una celebre ambasceria per ammonirlo a ridare la libertà alla Regina e a riammetterla nelle sue buone grazie, e per pregarlo al tempo stesso di consegnar me ai loro ambasciatori. E questi ambasciatori erano nani schifosi e di una figura così stronca e piccina, che non ebbero nemmeno la sorte di poter capacitare il Re delle loro ragioni. Egli li messe fuori dell&#8217;uscio senza tanti complimenti, e se non facevano presto a scappare, chi lo sa come sarebbe finita.</p>



<p>Quando le fate seppero il contegno di mio padre, presero una bizza da non si credere: e dopo aver mandato nei sei regni tutti i malanni immaginabili, vi scatenarono un drago orribile, il quale sputava veleno per tutto dove passava; mangiava bestie e cristiani, e soltanto col fiato faceva seccare tutti gli alberi e tutte le piante.</p>



<p>Il Re era disperato. Si consultò con tutti i savi dello Stato per trovare il modo di liberare i suoi sudditi da tante sciagure, dalle quali erano tribolati. Chi gli suggerì di mandare a cercare per tutto il mondo i migliori medici e i rimedi più accreditati: altri invece lo consigliava a promettere la grazia della vita a tutti i condannati a morte, a patto che andassero a combattere il drago. Al Re piacque il consiglio, e lo accettò: ma non ne ricavò nessun vantaggio, perché la mortalità infieriva di bene in meglio, e quanti andavano contro il drago, erano tutti divorati vivi: sicché non gli rimase altro ripiego, che ricorrere a una fata, che lo aveva avuto sempre sotto la sua protezione fin da ragazzo. Essa era vecchia decrepita e non si levava quasi più dal letto: andò a casa di lei e le fece mille rimproveri perché lo lasciava tartassare a quel modo dal destino, senza venire in suo aiuto.</p>



<p>&#8220;Come volete voi che io faccia?&#8221;, gli diss&#8217;ella, &#8220;voi avete inasprite le mie sorelle; esse hanno tanto potere, quanto me, e non c&#8217;è caso che fra noi ci si dia addosso. Pensate piuttosto a rabbonirle, dando loro la vostra figlia: questa Principessina è cosa loro. Voi avete chiuso la Regina in un buco di prigione: che vi ha ella fatto quella donna così amabile, per essere trattata tanto male? Animo, da bravo: mantenete la promessa di vostra moglie, e allora vi pioverà addosso ogni felicità.&#8221;</p>



<p>Il Re, mio padre, mi voleva un gran bene: ma non vedendo altro verso per salvare i suoi regni e per liberarsi dal drago fatale, finì col dire alla sua amica che s&#8217;era convinto delle buone ragioni e che non aveva più difficoltà a darmi in mano alle fate, tanto più che essa lo assicurava che sarei stata accarezzata e allevata da Principessa, par mio; che avrebbe ripresa con sé la Regina e che la fata non aveva da far altro che dirgli a chi doveva consegnarmi, perché io fossi portata al castello delle fate. &#8220;Bisogna portarla&#8221;, gli rispose, &#8220;sulla montagna dei fiori: e voi potete trattenervi lì, a una certa distanza, per assistere alle feste che saranno fatte.&#8221;</p>



<p>Il Re le disse che dentro otto giorni ci sarebbe andato insieme colla Regina; e che intanto poteva avvisare le fate sue sorelle, perché si preparassero a quello che volevano fare.</p>



<p>Tornato che fu al palazzo, mandò a riprendere la Regina con tanta premura e tanta pompa, quanta era stata la rabbia colla quale l&#8217;aveva fatta imprigionare. Essa era così abbattuta e malandata, che il Re avrebbe penato a riconoscerla, se il suo cuore non gli avesse detto che era quella medesima persona in altri tempi tanto amata da lui. La scongiurò colle lacrime agli occhi di dimenticare i grandi dispiaceri che le aveva cagionati, col dire che sarebbero stati i primi e gli ultimi. Ella rispose che se li era meritati, per l&#8217;imprudenza di aver promesso la figlia alle fate: e che in quel tempo non aveva altra scusa, se non lo stato interessante in cui si trovava. Alla fine il Re le palesò la sua intenzione, che era quella di consegnarmi in mano alle fate; ma la Regina, per la sua parte, si oppose. Era proprio il caso di dire che il diavolo ci aveva messo le corna, e che io doveva essere il pomo della discordia fra mio padre e mia madre. Quando ebbe pianto e singhiozzato ben bene senza ottener nulla (perché mio padre ne vedeva le funeste conseguenze e i nostri sudditi continuavano a morire a branchi, come se fossero responsabili degli errori della nostra famiglia), diceva dunque che quando mia madre ebbe pianto e singhiozzato ben bene, si rassegnò e acconsentì a ogni cosa e si allestirono i preparativi per la cerimonia della consegna.</p>



<p>Fui messa in una culla di madreperla, ornata di tutte quelle galanterie che l&#8217;arte può immaginare. Erano ghirlande di fiori e festoni in giro in giro: e i fiori erano pietre preziose, i cui vari colori, al riflesso del sole, lampeggiavano in modo da far male agli occhi. La magnificenza del mio abbigliamento sorpassava, se si può dire, quella della culla: tutte le trine delle mie fasce erano fatte di grosse perle. Ventiquattro principesse reali mi portavano sopra una specie di barella leggerissima; la loro acconciatura usciva affatto dal comune, ma non era stato permesso di usare altri colori che il bianco, come per alludere alla mia innocenza. Tutte le persone della Corte, schierate per ordine e per grado, mi accompagnavano.</p>



<p>Mentre si saliva la montagna si fece sentire una sinfonia melodiosa, che si avvicinava sempre; finché comparvero le fate in numero di trentasei; esse avevano pregate le loro buone amiche di pigliar parte alla festa. Ciascuna era seduta in una conchiglia più grande di quella di Venere, quando uscì dal mare; e pariglie di cavalli marini, che non erano avvezzi a camminare per terra, strascicavano quelle brutte vecchie con tanta pompa, come se fossero state le più grandi Regine dell&#8217;universo.</p>



<p>Esse portarono un ramo d&#8217;ulivo, per significare al Re che la sua sommissione aveva trovato grazia al loro cospetto: e allorché mi ebbero presa in collo, furono tali e tante le loro carezze, che pareva non avessero altra passione, che quella di rendermi felice.</p>



<p>Il drago, che aveva servito a vendicarle contro mio padre, veniva dietro di loro, attaccato con una catena tutta di diamanti. Esse mi abballottarono fra le loro braccia, mi fecero mille carezze, mi dotarono d&#8217;ogni ben di Dio: e quindi incominciarono la ridda delle streghe. È un ballo molto allegro: né c&#8217;è da figurarsi i salti e gli sgambetti che fecero quelle vecchie zittellone: dopo di che il drago, che aveva mangiato tanta gente, si avvicinò strisciando per terra. Le tre fate, alle quali mia madre mi aveva promesso, vi si sedettero sopra, misero la mia culla fra di loro, e toccato il drago con una bacchetta, questo spiegò le sue grand&#8217;ali fatte a scaglia, più sottili del crespo finissimo e variopinte di mille bizzarri colori.</p>



<p>Fu in questo modo che le fate tornarono al loro castello. Mia madre vedendomi per aria sulla groppa del drago, non poté trattenersi dal mandare altissime grida. Il Re la consolò col dire che dalla fata sua amica era stato assicurato che non mi sarebbe accaduto nulla di male, e che anzi si sarebbe avuto di me la stessa cura, come se fossi rimasta nel mio proprio palazzo. Ella si dette pace, sebbene fosse per lei una grande afflizione quella di dovermi perdere per sì lungo tempo e per cagion sua: tanto è vero che, se non fosse stata presa dalla voglia di assaggiare i frutti del giardino, io sarei cresciuta nel regno di mio padre e non avrei avuto tutti i dispiaceri, che mi resta ancora da raccontarvi.</p>



<p>Sappiate dunque, figlio di Re, che le mie custodi avevano fabbricata apposta una torre, nella quale vi erano molti begli appartamenti per tutte le stagioni; mobili magnifici, libri piacevolissimi, ma nemmeno una porta; sicché bisognava entrare dalle finestre, le quali erano a tanta altezza da far venire il capogiro. Sopra la torre si trovava un bel giardino ornato di fiori, di fontane e di pergolati di verzura, che riparavano dai bollori della canicola. In questo luogo le fate mi allevavano con tali cure, da sorpassare quanto avevano promesso alla Regina. I miei vestiti erano tagliati secondo il gusto della moda: e tanto ricchi e magnifici che, vedendomi, si sarebbe creduto che io fossi in giorno di nozze.</p>



<p>Le fate m&#8217;insegnarono tutte quelle cose, che si addicevano alla mia età e alla mia nascita; né io davo loro molto da fare, perché avevo la facilità d&#8217;imparare alla prima. La dolcezza del mio carattere le aveva innamorate: e perché io non aveva mai veduto nessun altro, intendo benissimo che sarei rimasta tranquillamente in quello stato per tutto il rimanente della vita.</p>



<p>Esse venivano sempre a trovarmi, montate sul famoso drago che sapete: non mi rammentavano mai né il Re né la Regina; e siccome mi chiamavano la loro figlia, io credeva di esserlo davvero. Per potermi divertire mi avevano dato un cane e un pappagallo, i quali avevano il dono della parola e parlavano come due avvocati. Nella torre non c&#8217;era con me nessun altro.</p>



<p>Un lato di questa torre era fabbricato sopra una strada molto avvallata e tutta coperta di alberi; di modo che dal giorno che vi fui rinchiusa non avevo mai veduto passarvi anima viva. Ma un giorno, essendo alla finestra a ciarlare col cane e col pappagallo, mi parve di sentire qualche rumore: guardai da tutte le parti e finalmente mi venne fatto di vedere un giovine cavaliere, che si era fermato per ascoltare la nostra conversazione. Io non avevo veduto altri uomini, altro che dipinti, sicché non mi dispiaceva punto quest&#8217;occasione altrettanto propizia quanto inaspettata. Senza pensare alle mille miglia al pericolo che andava unito alla soddisfazione di ammirare un oggetto così piacevole, mi spenzolai in fuori per vederlo meglio; e più lo guardavo e più ci pigliavo gusto. Egli mi fece una gran riverenza, fissò i suoi occhi su me e mi parve che si stillasse il cervello per trovare il modo di potermi parlare; perché la mia finestra era altissima ed egli aveva paura di essere scoperto, sapendo bene che io mi trovavo nel giardino delle fate.</p>



<p>Il sole calò tutt&#8217;a un tratto: o per dir la cosa come sta, si fece notte senza che ce ne avvedessimo; per due o tre volte egli si portò il corno alla bocca e mi rallegrò con qualche suonatina; poi se ne andò, senza che io potessi vedere nemmeno che strada pigliasse, tanto la notte era buia. Io rimasi come estatica, e non provai più il solito piacere a far conversazione col mio cane e col mio pappagallo. Essi mi dicevano le cose più carine del mondo, perché le bestie fatate sono piene di spirito, ma io avevo la testa chi sa dove, né conoscevo punto l&#8217;arte di simulare. Il pappagallo se ne accorse: ma furbo com&#8217;era, non fece trapelar nulla di quello che rimuginava per il capo.</p>



<p>Fui puntuale a levarmi col sole: corsi alla finestra e fu per me una gratissima sorpresa quella di vedere il giovine cavaliere a piè della torre. Egli vestiva un abito magnifico: e in questo suo lusso mi lusingai di averci un po&#8217; di merito anch&#8217;io, e colsi nel segno. Egli mi parlò con una specie di tromba, o, come chi dicesse, con un portavoce, e mi disse che essendo stato fin allora indifferente a tutte le bellezze che aveva vedute, ora si sentiva tutt&#8217;a un tratto ferito talmente dalla mia, da non sapere quel che sarebbe di lui, se non potesse vedermi tutti i giorni. Questo complimento mi fece un gran piacere, e fui dolentissima di non potergli rispondere, perché mi sarebbe toccato a gridar forte e col rischio di essere sentita prima dalle fate, che da lui. Avevo in mano dei fiori: e glieli gettai; egli gradì il picciol dono come un favore insigne: li baciò più volte e mi ringraziò. Mi chiese quindi se sarei contenta che egli venisse tutti i giorni e alla stess&#8217;ora sotto la mia finestra, e se io volessi essere tanto cortese da gettargli qualche cosa. Io aveva un anello di turchine: me lo levai lesta lesta dal dito e glielo buttai con molta fretta, facendogli segno di andarsene come il vento. E la ragione era che dall&#8217;altra parte avevo sentito la fata Violenta che, a cavallo al drago, veniva a portarmi la colazione.</p>



<p>La prima cosa che disse entrando in camera mia, furono queste parole: &#8220;Sento l&#8217;odore della voce d&#8217;un uomo: cerca, drago!&#8221;. Figuratevi se mi rimase sangue nelle vene! Ero più morta che viva dalla paura che il drago, passando per l&#8217;altra finestra, non si mettesse a dar dietro al cavaliere pel quale io già sentivo una mezza passione. &#8220;Davvero&#8221;, diss&#8217;io, &#8220;mia buona mamma (perché la vecchia fata voleva che la chiamassi così), davvero che mi sembrate in venia di celiare, dicendo che sentite l&#8217;odore della voce di un uomo: forse che la voce ha un odore? e quand&#8217;anche l&#8217;avesse, chi volete che sia il temerario da arrisicarsi a salire in cima a questa torre?&#8221;</p>



<p>&#8220;Dici bene, figlia mia, dici bene&#8221;, ella rispose, &#8220;e mi fa piacere di sentirti ragionare a codesto modo. Capisco anch&#8217;io che dev&#8217;essere l&#8217;odio che sento per tutti gli uomini, quello che mi fa crederli vicini anche quando sono lontani.&#8221;</p>



<p>Mi diede la colazione e la rocca; poi soggiunse:</p>



<p>&#8220;Quando avrai finito di mangiare, mettiti lì e fila; ieri non facesti nulla: e le mie sorelle se l&#8217;hanno per male&#8221;. Difatto il giorno innanzi ero stata tanto occupata col cavaliere sconosciuto, che non toccai né la rocca né il fuso.</p>



<p>Appena se ne fu ita, gettai via la rocca con una specie di dispetto e montai su in cima alla torre, per vedere più lontano che fosse possibile. Avevo con me un eccellente canocchiale: nulla all&#8217;intorno m&#8217;impediva la vista: ero padrona di voltarmi e di guardare da tutte le parti, quand&#8217;ecco che mi venne fatto di scoprire il mio cavaliere in vetta a una montagna. Egli si riposava sotto un ricco padiglione di broccato d&#8217;oro ed era circondato da una numerosissima Corte. Pensai subito che dovesse essere il figlio di qualche Re, vicino al palazzo delle fate. E perché avevo paura che tornando egli sotto la torre potesse essere scoperto dal terribile drago, così andai a prendere il mio pappagallo e gli ordinai di volare in cima a quella montagna, dove avrebbe trovato quel cavaliere che aveva parlato con me, al quale doveva dire da parte mia di non tornare sotto le finestre a motivo che, da quanto m&#8217;ero accorta, le fate stavano con tanto d&#8217;occhi e gli potevano fare un brutto scherzo.</p>



<p>Il pappagallo compì la sua commissione da vero pappagallo di spirito. Rimasero tutti stupiti di vederlo venire ad ali spiegate e posarsi sulla spalla del Principe per parlargli sotto voce all&#8217;orecchio. Il Principe gradì per un verso l&#8217;ambasciata: e per un altro verso gli dispiacque. La cura che mi pigliavo di lui, faceva bene al suo cuore; ma tutte le difficoltà che incontrava per potermi parlare lo disanimavano, senza distoglierlo peraltro dal disegno che egli aveva fatto di piacermi. Rivolse cento domande al pappagallo: e il pappagallo, curioso di sua natura, ne fece altrettante a lui. Il Re gli dette per me un anello in cambio di quello colla turchina: e anche il suo era una turchina, ma molto più bella della mia: era tagliata a cuore e contornata di brillanti. &#8220;È giusto&#8221;, egli soggiunse, &#8220;che io vi tratti da ambasciatore. Eccovi in regalo il mio ritratto; ma non lo fate vedere a nessuno, fuori che alla vostra cara padroncina.&#8221; E dicendo così, attaccò il ritratto sotto l&#8217;ala del pappagallo, il quale portò nel becco l&#8217;anello che aveva per me.</p>



<p>Io aspettavo il ritorno del mio corriere verde, con un&#8217;impazienza che non avevo provata mai. Egli mi disse che la persona, dalla quale lo avevo mandato, era un gran Re; che gli aveva fatto un&#8217;accoglienza coi fiocchi: che esso non poteva vivere senza di me: e che sebbene ci fosse un gran pericolo a venire sotto la mia torre, io poteva esser certa che egli era preparato a tutto, piuttosto che rinunziare a vedermi. Queste cose mi messero addosso un gran malessere; e cominciai a piangere come una bambina. Pappagallo e il canino Titì s&#8217;ingegnavano di farmi coraggio, perché mi volevano un gran bene. Quindi Pappagallo mi presentò l&#8217;anello del Principe, e mi fece vedere il ritratto. Confesso che non ho sentito mai tanta consolazione, quanta n&#8217;ebbi nel considerare da vicino e sotto gli occhi colui che non avevo veduto altro che da lontano. Mi parve anche più grazioso che non mi fosse parso dapprima; e cento pensieri, parte piacevoli e parte tristi, mi si affollarono nel capo e m&#8217;entrò nel sangue un&#8217;irrequietezza straordinaria. Le fate vennero a trovarmi e se ne accorsero. Esse dissero fra loro che senza dubbio io doveva annoiarmi e che bisognava cercarmi uno sposo della loro razza. Ne nominarono diversi: ma si fermarono sul piccolo Re Migonetto, il cui regno era cinquecentomila miglia distante di lì, ma questo non era un ostacolo serio. Pappagallo sentì questo bel fissato, e venendo subito a rifischiarmelo, mi disse: &#8220;Mi fareste proprio pietà, cara padrona, se vi toccasse per marito il Re Migonetto: egli è un fagotto di panni sudici da far paura: il Re, che voi amate, non lo piglierebbe nemmeno per suo Tira-stivali&#8221;. &#8220;Di&#8217;, Pappagallo, e tu l&#8217;hai visto?&#8221; &#8220;Se l&#8217;ho visto?&#8221;, egli soggiunse, &#8220;figuratevi che sono stato allevato sopra un ramo insieme a lui.&#8221; &#8220;Come sopra un ramo?&#8221;, domandai io. &#8220;Sissignora! perché bisogna sapere che egli ha i piedi di Aquilotto.&#8221; Quei discorsi mi fecero un gran male. Guardavo il bel ritratto del Re, e pensavo che egli non lo aveva regalato a Pappagallo se non perché io lo potessi vedere: e quando lo confrontavo con quello di Migonetto mi cascavano le braccia e piuttosto che sposare quello scimmiotto mi veniva voglia di lasciarmi morire.</p>



<p>Non chiusi un occhio in tutta la notte. Pappagallo e Titì mi tennero un po&#8217; di compagnia. A giorno mi appisolai: ma il canino, che aveva un buon naso, sentì che il Re era giù a piè della torre. Svegliò Pappagallo e gli disse: &#8220;Scommetto che già a basso c&#8217;è il Re&#8221;. Pappagallo rispose: &#8220;Chetati, chiacchierone! perché stai sempre cogli occhi aperti e cogli orecchi per aria? ti dispiace che gli altri riposino un poco?&#8221;. &#8220;Eppure&#8221;, insisté il buon cane, &#8220;scommetto che c&#8217;è.&#8221; &#8220;E io ti dico che non c&#8217;è&#8221;, replicò il Pappagallo, &#8220;non sono forse stato io che gli ho proibito di venir qui da parte della Principessa?&#8221; &#8220;Una bella proibizione davvero!&#8221;, gridò il canino, &#8220;un uomo che ama non consulta che il suo cuore.&#8221; E nel dir così cominciò a strapazzargli con tanta poca grazia le ali, che Pappagallo perse i cocci sul serio. Gli urli di tutti e due mi svegliarono: e saputo il motivo del battibecco non corsi, no, ma volai alla finestra: e vidi il Re che mi stendeva le braccia e col mezzo del portavoce mi disse non poter più vivere senza di me, e mi scongiurava per ora a fare in modo o di venir via dalla torre o di farci entrare anche lui, chiamando in testimonio tutti gli Dei dell&#8217;Olimpo che mi avrebbe sposata subito, e che io sarei diventata una delle più grandi Regine dell&#8217;Universo.</p>



<p>Ordinai a Pappagallo di andargli a dire che quello che mi chiedeva era impossibile: ma che nondimeno dietro la parola data e i giuramenti fatti, mi sarei ingegnata di renderlo felice: peraltro mi raccomandavo perché non venisse sotto la torre tutti i giorni: a lungo andare la cosa si sarebbe scoperta, e allora le fate non avrebbero avuto né pietà né misericordia.</p>



<p>Se ne andò col cuore pieno di gioia e di speranza, e io mi trovai in una grande afflizione di spirito, ripensando a quanto avevo promesso. Come uscire dalla torre, che non aveva neppure il segno di una porta, senz&#8217;altro aiuto che Pappagallo e Titì, ed essendo io così giovane, così poco esperta e così paurosa?&#8230; La mia risoluzione, dunque, fu quella di cimentarmi a tentare una prova, dalla quale non avrei saputo levarci le gambe, e lo mandai a dire al Re col mezzo di Pappagallo. Egli, di prim&#8217;impeto, voleva uccidersi dinanzi ai suoi occhi: ma poi lo incaricò di persuadermi e di andarlo a veder morire o di consolarlo nella sua passione.</p>



<p>&#8220;Sire!&#8221;, esclamò l&#8217;ambasciatore colle penne, &#8220;la mia padrona è più che persuasa delle vostre parole&#8230; Non è che manchi di buona volontà! Se potesse!&#8230;&#8221;</p>



<p>Quando tornò a ridirmi quel che era accaduto, mi afflissi più che mai. Entrò la fata Violenta e mi trovò cogli occhi rossi: allora cominciò a dire che io aveva pianto e che se non confessavo il motivo, mi avrebbe bruciata viva; perché tutte le sue minacce erano sempre spaventose. Risposi, tremando come una foglia, che m&#8217;ero annoiata a filare e che avrei preso volentieri un po&#8217; di spago, per far delle reti e chiappare gli uccellini che venivano a beccare la frutta del mio giardino. &#8220;È questo, figlia mia&#8221;, ella disse &#8220;tutto quello che desideri? allora non piangerai più: ti porterò tanto spago da non sapere dove metterlo.&#8221; E detto fatto, me lo portò la sera stessa: e intanto mi avvertì di pensare a farmi bella e a non piangere, perché il Re Migonetto stava per arrivare da un momento all&#8217;altro. A questa notizia mi vennero i brividi per le spalle, ma non rifiatai. Appena fu fuori della stanza cominciai a fare qualche lacciuolo; ma l&#8217;intenzione mia era di fare una scala di corda, la quale mi riuscì benissimo senza che ne avessi mai vedute. Peraltro la fata non mi portava mai tanto spago, quant&#8217;era il bisogno, e mi badava a dire:</p>



<p>&#8220;Ma, figlia mia, il tuo lavoro è come la tela di Penelope: non va avanti di una maglia e sei sempre a chiedermi dell&#8217;altro spago&#8221;.</p>



<p>&#8220;O mia buona mammina&#8221;, rispondevo io, &#8220;voi discorrete bene: ma non vedete che io non so proprio che cosa annaspo e che butto sul fuoco il mio lavoro? Avete paura che vi faccia fallire per un po&#8217; di spago?&#8221; Il mio modo ingenuo di fare la metteva di buon umore, sebbene fosse di un carattere insoffribile e veramente crudele.</p>



<p>Col mezzo di Pappagallo mandai a dire al Re di venire una tal sera sotto le finestre della torre; che ci troverebbe la scala e che il resto l&#8217;avrebbe saputo lì sul posto.</p>



<p>Infatti attaccai per bene la scala, risoluta com&#8217;ero a fuggirmene con lui; ma appena egli la vide, senza darmi tempo di scendere, salì su in un batter d&#8217;occhio, mentr&#8217;io stavo mettendo in ordine ogni cosa per la fuga.</p>



<p>La vista di lui mi fece provare tanta gioia, che non pensai più al pericolo che ci stava sul capo. Mi rinnuovò i suoi giuramenti e mi scongiurò di non differire più in là ad accettarlo per mio sposo. Pappagallo e Titì, pregati da me, ci fecero da testimoni. Non c&#8217;è esempio di una festa di nozze celebrata con tanta semplicità fra due persone di grado così elevato, né c&#8217;è ricordanza di due cuori più soddisfatti e contenti dei nostri. Non era ancora spuntata l&#8217;alba, quando il Re mi lasciò: io gli avevo raccontato l&#8217;orribile disegno delle fate di volermi maritata al Re Migonetto; gliene feci il ritratto e n&#8217;ebbe più ribrezzo di me. Appena partito lui, le ore mi parvero anni. Corsi alla finestra e lo accompagnai cogli occhi, sebbene facesse ancora buio. Ma quale non fu il mio stupore, nel vedere per aria un cocchio tirato da salamandre alate, che correvano a rotta di collo, tanto che l&#8217;occhio poteva appena seguirle! Questo carro era scortato da un nuvolo di guardie, montate sopra tanti struzzi. Non ebbi tempo di rendermi ragione di chi corresse per l&#8217;aria a quel modo, ma mi figurai subito che dovesse essere o un mago o una fata.</p>



<p>Di lì a poco, la fata Violenta entrò nella mia camera. &#8220;Ho da darti delle buone nuove&#8221;, ella mi disse, &#8220;il tuo amante è arrivato qui da poche ore: preparati a riceverlo; eccoti dei vestiti e dei finimenti di pietre preziose.&#8221; &#8220;E chi mai vi ha detto&#8221;, risposi un po&#8217; risentita &#8220;che io voglia maritarmi? Non è davvero la mia intenzione. Il Re Migonetto può tornarsene di dove è venuto, ché per me è padronissimo: fra me e lui non ci pigliamo di certo.&#8221;</p>



<p>&#8220;Sentite! sentite!&#8221;, disse la fata, &#8220;o che non mi si mette a far la difficile? vorrei un po&#8217; sapere che cosa armeggi con quel cervellino! Alle corte, con me non si scherza; o tu lo sposi, o io&#8230;&#8221;</p>



<p>&#8220;O voi?&#8230; sentiamo un po&#8217; che cosa voi mi farete?&#8221;, soggiunsi, diventando rossa scarlatta fino alla punta dei capelli per l&#8217;impertinenze che mi aveva dette, &#8220;che mai mi può accader di peggio che esser tenuta in una torre, in compagnia di un cane e di un pappagallo e coll&#8217;obbligo di vedere sette o otto volte il giorno la figura di un drago spaventoso?&#8221;</p>



<p>&#8220;Oh? sconoscente, che non sei altro!&#8221;, disse la fata, &#8220;vai là, che meritavi proprio tutti i pensieri e le pene, che ci siamo date per te! Già, io l&#8217;avevo detto da un pezzo alle mie sorelle: ne avremo una bella ricompensa!&#8230;&#8221;</p>



<p>Ella andò a trovarle e raccontò loro quello che era passato fra noi due, e rimasero scandalizzate. Pappagallo e Titì mi dissero, a tanto di lettere, che se io seguitavo a battere quella strada, mi sarei trovata a dei brutti guai. Ma in quel momento mi sentivo così orgogliosa di possedere il cuore di un gran Re, che le fate non mi facevano paura, e che i consigli dei miei piccoli amici mi entravano da un orecchio e mi passavano da quell&#8217;altro. Restai vestita, com&#8217;era, né mi volli mettere un nastro in più; anzi, per farlo apposta, mi spettinai tutta per parere a Migonetto una vera befana. L&#8217;incontro accadde sulla terrazza. Egli vi giunse nel suo cocchio di fuoco. Dei nani piccini ne ho veduti, ma un nanerucolo a quel modo lì, mai! Per camminare si serviva nello stesso tempo delle zampe d&#8217;aquila e dei ginocchi, perché non aveva ossa nelle gambe; e si teneva ritto sopra due grucce, tutte di diamanti. Aveva un manto reale di circa un metro di lunghezza: eppure ne strascicava per terra almeno due buoni terzi. Invece di testa, un grande zuccone che pareva uno staio e un naso così screanzato, che ci stavano sopra una dozzina d&#8217;uccelli: ed egli si divertiva a sentirli cantare. La barba pareva un bosco e i canarini ci facevano dentro il nido; gli orecchi gli passavano di un metro al disopra del capo; cosa peraltro di cui nessuno si avvedeva, a cagione della smisurata corona a punta che portava in testa, per comparire più alto. Le fiamme che mandava il carro arrostivano le frutte, seccavano i fiori e inaridivano le fontane del mio giardino. Egli mi venne incontro a braccia aperte; ma io non mi mossi né punto né poco; per cui bisognò che il suo scudiere gli desse di braccio. E quando si provò ad avvicinarsi scappai in camera e chiusi la porta e le finestre: sicché Migonetto dové andarsene colle fate, le quali mi avrebbero cavato gli occhi dalla bile.</p>



<p>Esse gli chiesero mille e mille scuse della mia ruvidezza; e per abbonirlo, perché era un arnese da far paura, pensarono di condurlo la notte in camera mia, mentr&#8217;io dormivo: di legarmi i piedi e le mani e di mettermi così nel carro infuocato, perché potesse menarmi seco. Quando ebbero tutto fissato e combinato, tornarono da me; e mi ripresero leggermente della mia condotta, contentandosi solo di dirmi che in qualche modo bisognava rimediare al malfatto. Tutti questi rimproveri giulebbati e in pelle in pelle, dettero nel naso a Pappagallo e Titì. &#8220;Volete che vi parli chiaro, padrona?&#8221;, disse il mio cane, &#8220;il cuore non mi dice nulla di buono. Queste signore fate son certa gente&#8230; che Iddio ci liberi tutti, e segnatamente dalla Violenta.&#8221;</p>



<p>Io risi di tutta questa paura e stavo sulle spinte aspettando il mio sposo, il quale si struggeva troppo di vedermi per non essere puntuale ai fissati. Gli gettai la scala di corda col fermo proponimento di fuggirmene con lui. Egli montò, leggero come una piuma, e mi disse tante e poi tante cose gentili e appassionate, che anch&#8217;oggi non ho cuore di richiamarmele alla memoria.</p>



<p>Mentre si stava parlando insieme, tranquilli e sicuri, come se fossimo stati nel palazzo di lui, vedemmo sfondare con un gran colpo la finestra della camera. Le fate entrarono dentro montate sul loro drago: Migonetto le seguiva sul suo solito cocchio di fuoco, tirandosi dietro tutte le sue guardie a cavallo agli struzzi. Il Re, senza impallidire, messe mano alla spada e non ebbe altro pensiero che quello di difendermi nella più terribile avventura che mi potesse capitare. Ebbene&#8230; debbo dirvelo, caro signore? quelle spietate creature gli aizzarono contro il drago, che se lo divorò vivo vivo dinanzi ai miei occhi.</p>



<p>Fuori di me per la sciagura sua e mia, mi gettai in bocca all&#8217;orribile mostro, perché m&#8217;inghiottisse, come avea inghiottito la persona che era tutto l&#8217;amor mio: e l&#8217;avrebbe fatto volentieri: ma le fate, più crudeli di lui, glielo proibirono.</p>



<p>Esse gridarono insieme:</p>



<p>&#8220;Bisogna serbarla a tormenti più lunghi: una morte sollecita e pronta è quasi uno zuccherino per una creatura così indegna e scellerata&#8221;. Mi toccarono, e mi vidi trasformata in Gatta Bianca: quindi mi condussero in questo palazzo, che era di mio padre, cambiarono in gatti e in gatte tutti i signori e tutte le dame del Regno, e a parecchi lasciarono soltanto le mani: e così mi ridussero nello stato lacrimevole in cui mi trovaste, facendomi sapere il segreto della mia nascita, la morte di mio padre, quella di mia madre, e come io non avrei potuto essere liberata dalla mia figura di gatta, se non da un Principe che somigliasse come due gocce d&#8217;acqua a quello che mi era stato rapito. E voi, o signore, siete il suo ritratto vivo e parlante: le stesse fattezze, la stessa fisonomia, perfino lo stesso suono di voce. Appena vi vidi per la prima volta, ne rimasi colpita: io sapevo tutto quello che doveva accadere, come so quello che accadrà, e però vi dico che le mie pene stanno per finire. &#8220;E le mie, bella Regina, dovranno ancora durare un pezzo?&#8221;, domandò il Principe, gettandosi ai suoi piedi,</p>



<p>&#8220;Io vi amo, o signore, più della mia vita, E questo è il momento di partire per andare da vostro padre: vedremo quali sono i suoi sentimenti verso di me, e se è disposto a rendervi contento.&#8221; Ella uscì: il Principe le dette la mano: e insieme con lui montò in una carrozza molto più bella e magnifica di tutte quelle che aveva avuto fin allora. Il resto dell&#8217;equipaggio non ci scompariva: basti dire che tutti i ferri dei cavalli erano di smeraldi e i chiodi di diamanti. Da quella volta in poi non s&#8217;è visto più nulla di simile. Inutile star qui a ripetere i colloqui, che ebbero insieme il Principe e la Regina. Ella era di una bontà singolare e di uno spirito finissimo: e il giovane Principe valeva quanto lei: sicché non potevano pensare e dire altro che un monte di bellissime cose.</p>



<p>Giunti in vicinanza del castello, dove dovevano trovarsi i due fratelli maggiori del Principe, la Regina entrò in un piccolo blocco di cristallo di monte, di cui tutte le sfaccettature erano guarnite d&#8217;oro e di rubini. Tutt&#8217;all&#8217;intorno era circondato di tendine per impedire ai curiosi di guardar dentro, ed era portato a barella da giovinotti di bellissimo aspetto e vestiti splendidamente. Il Principe rimase nella sua bella carrozza; e di lì poté vedere i suoi fratelli che se la passeggiavano a braccetto di due Principesse d&#8217;una bellezza da sbalordire. Appena lo riconobbero, gli andarono incontro per fargli festa e domandarono se anche esso aveva condotto la sua dama. Al che rispose che era stato così disgraziato, che in tutto il viaggio non si era imbattuto altro che in donne bruttissime; e tutto ciò che gli era capitato di meglio da portar seco, era una gatta bianca. Essi si misero a ridere della sua semplicità. &#8220;Una gatta!&#8221; dicevano essi &#8220;come mai una gatta? avete forse paura che i topi ci mangino il palazzo?&#8221; Il Principe soggiunse che capiva bene che non era prudenza di portare un simile regalo a suo padre. E così, fra una parola e l&#8217;altra, s&#8217;incamminarono verso la città.</p>



<p>I due fratelli maggiori salirono colle loro Principesse in due carrozze tutte d&#8217;oro e di lapislazzoli: i cavalli portavano in capo dei pennacchi e altri ornamenti: per farla corta, nulla di più splendido di questa cavalcata. Dietro a loro veniva il nostro giovine Principe: e quindi il blocco di cristallo di monte, che tutti guardavano con grandissima ammirazione.</p>



<p>I cortigiani corsero subito ad avvisare il Re dell&#8217;arrivo dei Principi.</p>



<p>&#8220;Hanno con sé delle belle donne?&#8221;, domandò il Re.</p>



<p>&#8220;Non s&#8217;è veduto mai nulla d&#8217;eguale!&#8230;&#8221;</p>



<p>A quanto pare, questa risposta non garbò troppo al Re. I due Principi si affrettarono a salire le scale colle loro Principesse, che erano due occhi di sole. Il Re li ricevette benissimo, e non sapeva a quale delle due dovesse dare la preferenza. Voltatosi al minore dei figli, gli domandò: &#8220;Come va che questa volta siete tornato solo?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Vostra Maestà vedrà dentro questo cristallo una gattina bianca, che miagola con tanta grazia e che ha le zampine più morbide del velluto, e son sicuro che le piacerà&#8221;, rispose il Principe.</p>



<p>Il Re sorrise e si mosse per aprire da se stesso il blocco di cristallo. Ma appena si fu accostato, la Regina toccò una molla, sicché il blocco andò tutto in minutissimi pezzettini ed ella apparve fuori come il sole dopo essere stato un po&#8217; di tempo nascosto fra i nuvoli: i suoi capelli biondi erano sparsi per le spalle e in grandi riccioli le cadevano giù fino ai piedi. In capo aveva tutti fiori: e la sua veste era di leggerissimo velo bianco foderato di seta rosa. Si alzò e fece una profonda riverenza al Re, il quale nel colmo dell&#8217;ammirazione non poté frenarsi dall&#8217;esclamare:</p>



<p>&#8220;Ecco veramente la donna senza confronto, e che merita davvero la mia corona&#8221;.</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, ella disse, &#8220;io non son venuta qui per togliervi un trono che sì degnamente occupate: sono nata con sei regni: permettete anzi che io ne offra uno a voi e uno per uno ai vostri figli. In ricompensa non vi domando altro che la vostra amicizia e questo giovine Principe per mio sposo. I tre regni, che avanzano, sono più che sufficienti per noi.&#8221;</p>



<p>Il Re e tutta la Corte fecero un baccano con urli di ammirazione e di allegrezza incredibile. Le nozze si celebrarono subito, e quelle dei due fratelli ugualmente: motivo per cui per diversi mesi furono feste, baldorie, divertimenti e corte bandita. Poscia ciascuno partì per andare a governare i propri Stati: e la bella Gatta Bianca si immortalò non tanto per la bontà e per la generosità del suo cuore quanto per il suo raro merito e per la sua gran bellezza.</p>



<p>La cronaca di quel tempo racconta che Gatta Bianca diventò il modello delle buone mogli e delle madri sagge e perbene. E io ci credo.</p>



<p>Dal trist&#8217;esempio avuto in casa, essa aveva imparato a sue spese che le follie e i capricci delle mamme spesse volte sono cagione di grandi dispiaceri per i figliuoli.</p>
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		<title>L&#8217;uccello turchino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 16:22:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Marie-Catherine d'Aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[collodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi C&#8217;era una volta un Re, molto ricco di quattrini e di terre: la sua moglie morì, ed egli ne fu inconsolabile. Per otto giorni intieri si chiuse in un piccolo salottino, dove picchiava il capo nel muro, tanto era il dolore che gli straziava l&#8217;anima; per paura [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Marie-Catherine d’Aulnoy tradotta da Carlo Collodi</h2>



<p>C&#8217;era una volta un Re, molto ricco di quattrini e di terre: la sua moglie morì, ed egli ne fu inconsolabile. Per otto giorni intieri si chiuse in un piccolo salottino, dove picchiava il capo nel muro, tanto era il dolore che gli straziava l&#8217;anima; per paura che finisse coll&#8217;ammazzarsi, furono accomodate delle materasse fra il muro e i parati della stanza. Così poteva sbatacchiarsi a suo piacere, e non c&#8217;era caso che potesse farsi del male. Tutti i suoi sudditi si messero d&#8217;accordo per andare a trovarlo e dirgli quelle ragioni credute più adatte, per iscuoterlo dalla sua tristezza. Alcuni prepararono dei discorsi molto seri: altri uscirono fuori con delle cose piacevoli e anche allegre: ma tutte queste ciarle non fecero su lui né caldo né freddo. Esso non badava neppure a quello che gli dicevano.</p>



<p>Alla fine gli si presentò, fra gli altri, una donna tutta abbrunata e coperta di veli neri, di mantiglie e di strascichi da gran lutto, la quale piangeva e singhiozzava così forte, e con urli così acuti e sfogati, che il Re ne rimase sbalordito. Ella gli disse che non aveva intenzione di fare come gli altri: e che andava non per iscemargli il suo dolore, ma piuttosto per accrescerlo, perché non sapeva che ci potesse essere una cosa più giusta nel mondo di quella di piangere una buona moglie perduta: e che ella, a cui era toccato il migliore di tutti i mariti, faceva conto di piangerlo, finché avesse avuto lacrime e occhi. A questo punto, raddoppiò le sue grida e i suoi pianti, e il Re, sull&#8217;esempio di lei, si messe a berciare come un bambino.</p>



<p>Egli la ricevé meglio di tutti gli altri: e le raccontò la storia delle belle doti della sua cara defunta, mentre ella faceva altrettanto dei pregi del suo caro defunto; e discorsero tanto e tanto, che nessuno dei due sapeva più che cosa si dire sul conto della loro grande afflizione. Quando la furba vedovella si accorse che l&#8217;argomento era agli sgoccioli, alzò un pochino il velo e il Re poté ricrearsi la vista nel mirare questa bella sconsolata, che sotto due lunghe ciglia nerissime girava e muoveva con moltissim&#8217;arte un paio d&#8217;occhi, grandi e turchini, come l&#8217;azzurro d&#8217;un cielo stellato. Il suo carnato era sempre fresco. Il Re cominciò a guardarla con molta attenzione: a un poco per volta, parlò meno della sua moglie, e fini col non parlarne più. La vedova badava a dire di voler piangere sempre il suo marito: e il Re la consigliava a non voler rendere eterno il suo dolore. Per farla corta, tutti cascarono dalle nuvole, nel sentire che il Re l&#8217;aveva sposata, e che il nero s&#8217;era cambiato in verde e in color di rosa.</p>



<p>Spesso e volentieri basta conoscere il debole delle persone, per impadronirsi del loro cuore e farne quel che ci pare e piace.</p>



<p>Il Re, dal suo primo matrimonio, non aveva avuto che una sola figlia, la quale passava per l&#8217;ottava meraviglia del mondo; e si chiamava Fiorina, perché somigliava alla Flora, tanto era fresca, giovine e bella. Ella non portava mai vestiti sfarzosi; preferiva invece la seta leggera, con qualche fermaglio di pietre preziose e molte ghirlande di fiori, che facevano una figura magnifica intorno ai suoi bellissimi capelli. Aveva quindici anni, quando il Re si rimaritò.</p>



<p>La novella Regina mandò a prendere una sua figlia, che era stata allevata in casa della sua comare, la fata Sussio: ma non per questo era diventata più bella e più graziosa.</p>



<p>La fata ci aveva messo un grand&#8217;impegno: ma senza concluder nulla di buono: nondimeno le voleva moltissimo bene.</p>



<p>La chiamavano Trotona, perché aveva sul viso delle macchie rossastre, come quelle della trota: i suoi capelli erano così grassi e imbiosimati, da non giovarsene a toccarli e dalla sua pelle giallastra gocciolava l&#8217;unto.</p>



<p>La Regina le voleva un bene dell&#8217;anima e non aveva altro in bocca che la sua cara Trotona; e perché Fiorina era stata in ogni cosa molto più favorita della sua figlia, ne sentiva una grande spina al cuore, e faceva di tutto per mettere Fiorina in uggia al padre.</p>



<p>Non c&#8217;era giorno che la Regina e Trotona non inventassero qualche marachella a danno di Fiorina; ma la Principessa, così dolce di carattere e piena di spirito, ci passava sopra e faceva finta di non darsene per intesa.</p>



<p>Il Re disse un giorno alla Regina che Trotona e Fiorina erano tutte e due da marito, e che appena si fosse presentato un Principe in Corte, bisognava fare in modo di dargliene una.</p>



<p>&#8220;Io voglio&#8221;, disse la Regina, &#8220;che mia figlia sia maritata la prima: ha più anni della vostra, e siccome è anche mille volte più graziosa, così non c&#8217;è nemmeno da esitare e da pensarci sopra.&#8221;</p>



<p>Il Re, a cui non piaceva mettersi a tu per tu, disse che per parte sua era contentissimo, e che la lasciava padrona di fare e disfare.</p>



<p>Di lì a poco tempo si venne a sapere che stava per giungere il Re Grazioso. Non c&#8217;era ricordanza d&#8217;un altro Re più galante e più splendido di lui. Il suo spirito e la sua persona rispondevano a capello al suo nome.</p>



<p>Appena la Regina venne a saperlo, messe subito in moto tutte le sarte e tutti i lavoranti di mode, per allestire il corredo alla sua Trotona.</p>



<p>Di più, pregò il Re a non fare nessun vestito di nuovo a Fiorina; e, messa su la cameriera di lei, le fece portar via tutti i suoi abiti, le pettinature e le gioie, il giorno stesso in cui arrivò il Principe Grazioso; e così Fiorina, quando andò per vestirsi, non trovò nemmeno il biracchio d&#8217;un nastro e mandò alle botteghe, per comprare delle stoffe: ma risposero che la Regina aveva loro proibito che le fosse venduta la più piccola cosa. Ragione per cui ella si trovò con un vestituccio da casa, abbastanza indecente, e n&#8217;ebbe tanta vergogna che, all&#8217;arrivo del Re Grazioso, andò a rincattucciarsi in un angolo della sala.</p>



<p>La Regina lo ricevé con grandi salamelecchi e gli presentò sua figlia, che era più risplendente del sole, e più brutta del solito, a cagione dei tanti fronzoli che aveva addosso. Il Re si voltò da un&#8217;altra parte per non vederla: e la Regina intestata a credere che gli piacesse troppo e che non volesse impegnarsi, cercava tutti i mezzi per mettergliela dinanzi agli occhi. Egli domandò se non vi fosse anche un&#8217;altra Principessa, chiamata Fiorina.</p>



<p>&#8220;Si,&#8221; disse Trotona indicandola col dito &#8220;eccola là che si nasconde, perché è una broccola.&#8221;</p>



<p>Fiorina arrossì e diventò bella, ma tanto bella, che il Re Grazioso ne rimase abbagliato. Si alzò subito, fece un grand&#8217;inchino alla Principessa, e le disse:</p>



<p>&#8220;La vostra bellezza è tale, che non ha bisogno di fronzoli e di altri ornamenti.&#8221;</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, ella rispose, &#8220;vi giuro che non è mia abitudine di portare dei vestiti sconvenienti, come questo: e mi avreste fatto un gran regalo a non voltarvi verso di me.&#8221;</p>



<p>&#8220;Impossibile&#8221;, esclamò Grazioso, &#8220;che una Principessa così meravigliosa, trovandosi presente in qualche luogo, si possano avere degli occhi per le altre, e non per lei!&#8221;</p>



<p>&#8220;Ah!&#8221;, disse la Regina stizzita, &#8220;spendo proprio bene il mio tempo a stare a sentire i vostri discorsi. Credetelo a me, signore: Fiorina è già abbastanza civetta e non ha bisogno di essere stuzzicata con tante galanterie.&#8221;</p>



<p>Il Re Grazioso capì per aria le ragioni che facevano parlare così la Regina; ma non essendo uomo da peritarsi o da pigliar soggezione, lasciò libero sfogo alla sua ammirazione per Fiorina, e ci parlò insieme per tre ore di seguito.</p>



<p>La Regina che aveva un diavolo per capello e Trotona che non sapeva darsi pace di vedersi preferita la Principessa, andarono tutte e due a lamentarsi risentitamente dal Re e lo costrinsero a consentire che Fiorina venisse rinchiusa in una torre per tutto il tempo che il Re Grazioso fosse rimasto alla Corte, perché così non avessero modo di vedersi fra loro. Detto fatto, appena Fiorina fu tornata nella sua stanza, quattro uomini mascherati la portarono in cima alla torre e ce la lasciarono nella più grande costernazione, perché ella capiva benissimo che con questo tiro si voleva toglierle l&#8217;occasione di piacere al Re, il quale piaceva già tanto a lei, che avrebbe desiderato averlo per suo sposo.</p>



<p>Il Re Grazioso, che non sapeva nulla della violenza usata alla Principessa, aspettava smaniando l&#8217;ora di poterla rivedere. Parlò di lei alle persone che il Re gli aveva messo dintorno per dargli un corteggio d&#8217;onore; ma queste, per ordine della Regina, gliene dissero tutto il male possibile: che era una fraschetta, una capricciosa, d&#8217;indole cattiva, il supplizio dei conoscenti e dei servitori, che non si poteva essere più sudici di lei e che spingeva la spilorceria fino al segno di vestirsi peggio d&#8217;una pecoraia, piuttosto che comprarsi delle belle stoffe, coi denari che le passava suo padre. A sentire tutte queste storie, Grazioso si rodeva dentro di sé, e aveva certi scatti di collera, che durava fatica a frenarli.</p>



<p>&#8220;No&#8221;, diceva esso fra sé e sé, &#8220;non è possibile che il cielo abbia messo un&#8217;anima così volgare in quell&#8217;opera così bella della natura. Sia pure che quando la vidi, non fosse vestita con molta decenza, ma il rossore che n&#8217;ebbe, prova abbastanza che quella non è la sua abitudine. Come può essere cattiva, con quell&#8217;aria di modestia e di dolcezza che innamora? non mi va giù: e credo invece che la Regina ne dica tanto male apposta. Le matrigne ci sono per qualche cosa in questo mondo: e quanto alla Principessa Trotona, è una così brutta versiera, che non mi farebbe punto specie se invidiasse a morte la più perfetta fra tutte le creature.&#8221;</p>



<p>Mentre egli fantasticava così, i cortigiani che gli stavano dintorno capirono dalla sua cera, che a dirgli male di Fiorina, non gli avevano fatto un gran piacere. Ce ne fu uno più svelto degli altri, il quale mutando linguaggio e registro, per arrivare a conoscere i sentimenti del Re si fece a dire le più belle cose sul conto della Principessa. A quelle parole, egli si svegliò come da un sonno profondo, prese parte alla conversazione e la gioia brillò sul suo viso. Amore, Amore,&#8230; quant&#8217;è difficile a saperti nascondere! Tu fai capolino dappertutto: sulle labbra di un amante, ne&#8217; suoi occhi, nel suono della sua voce: quando si ama davvero, il silenzio e la conversazione, la gioia e la tristezza, tutto palesa quello che si sente dentro.</p>



<p>La Regina impaziente di sapere se il Re Grazioso fosse rimasto fortemente preso di Fiorina, mandò a chiamare coloro che egli aveva ammessi alla sua confidenza e passò il resto della notte a interrogarli.</p>



<p>Tutte le cose che essi le raccontavano valevano a confermarla sempre più nell&#8217;idea che il Re amasse Fiorina.</p>



<p>Ma che cosa vi dirò io dell&#8217;abbattimento di spirito della povera Principessa? Ella stava distesa per terra nella parte più alta di quell&#8217;orribile torre, dove era stata portata quasi di peso dagli uomini mascherati.</p>



<p>&#8220;Sarei meno da compiangere&#8221;, diceva essa, &#8220;se mi avessero rinchiusa qui, prima di conoscere quel simpatico Re. La memoria che serbo di lui non può servire che a far crescere i miei tormenti. Si vede bene che la Regina mi tratta in questo modo per impedirmi di poterlo vedere. Povera me! quanto mi dovrà costar cara questa po&#8217; di bellezza che il cielo mi ha dato!&#8221;</p>



<p>E dopo piangeva, e piangeva tanto dirottamente, che la sua stessa nemica ne avrebbe avuto pietà, se avesse veduto il suo dolore. E così passò la nottata.</p>



<p>La Regina, che voleva amicarsi il Re a furia di moine e di segni particolari di riguardo e d&#8217;attenzione, gli mandò degli abiti splendidissimi, d&#8217;una magnificenza senza pari e tagliati sulla moda del paese: e più, le insegne dei cavalieri dell&#8217; Amore, ordine cavalleresco istituito dal Re, per voler di lei, il giorno stesso del loro matrimonio. Era un cuore d&#8217;oro, smaltato color di fiamma, contornato da parecchie frecce e trapassato da una di queste, col motto: &#8220;una sola mi ferisce&#8221;. La Regina aveva fatto tagliare per il Re Grazioso un rubino grosso come un uovo di struzzo: ogni freccia era di un solo diamante, lungo quanto un dito, e la catena alla quale era appeso il cuore, tutta fatta di perle, delle quali la più piccola pesava un mezzo chilogrammo: insomma, dacché mondo è mondo, non s&#8217;era mai veduto nulla d&#8217;eguale.</p>



<p>A quella vista il Re rimase così stupito, che per qualche minuto non seppe trovare il verso di dire una parola. Nel tempo medesimo gli fu presentato un libro, di cui i fogli erano in carta velina, con miniature meravigliose e la copertina tutta d&#8217;oro e carica di gemme, e dove erano scritti con un linguaggio molto appassionato e galante gli statuti dell&#8217;Ordine de&#8217; Cavalieri d&#8217;Amore.</p>



<p>Dissero al Re che la Principessa, da lui veduta, lo pregava a voler essere suo cavaliere; e che intanto gli mandava questi regali.</p>



<p>A queste parole, egli osò lusingarsi che questa Principessa fosse appunto quella amata da lui. &#8220;Come! &#8220;, esclamò egli, &#8220;la bella Principessa Fiorina pensa a me in una maniera così generosa e cortese?&#8221;</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, gli dissero, &#8220;voi pigliate sbaglio sul nome; noi veniamo qui da parte dell&#8217;amabile Trotona.&#8221;</p>



<p>&#8220;È la Trotona che mi vuole per suo cavaliere?&#8221;, disse il Re, con una fisionomia seria e ghiacciata &#8220;mi dispiace di non potere accettare tanto onore, ma un sovrano non è padrone di prendere gl&#8217;impegni che vorrebbe. Io conosco i doveri d&#8217;un cavaliere, e vorrei adempirli tutti: preferisco dunque non avere la grazia, che ella mi offre, piuttosto che dovermene rendere indegno.&#8221;</p>



<p>E rimesse subito nella cestina il cuore, la catena e il libro, e rimandò ogni cosa alla Regina, la quale ci corse poco che, insieme a sua figlia, non affogasse della bile per il modo disprezzante col quale il Re straniero aveva accolto un favore così singolare.</p>



<p>Appena Grazioso ebbe il tempo di recarsi dal Re e dalla Regina, entrò nel loro appartamento colla speranza di trovarvi Fiorina. La cercò cogli occhi dappertutto: e quando sentiva qualcuno entrare nella stanza, si voltava subito a guardare; si vedeva che era inquieto, e di cattivo umore. La maliziosa Regina aveva indovinato appuntino quel che il Principe rimuginava nel cuore, ma faceva l&#8217;indifferente come non ne sapesse nulla.</p>



<p>Essa gli parlava di partite di piacere; ed egli rispondeva a rovescio. Alla fine Grazioso domandò dove fosse la Principessa Fiorina.</p>



<p>&#8220;Signore&#8221;, gli disse fieramente la Regina, &#8220;il Re suo padre le ha proibito di uscire dalle sue stanze, fino a tanto che mia figlia non abbia preso marito.&#8221;</p>



<p>&#8220;E qual motivo&#8221;, replicò il Re, &#8220;vi può essere, per tener prigioniera la bella Principessa?&#8221;</p>



<p>&#8220;Non lo so&#8221;, disse la Regina, &#8220;e quand&#8217;anche lo sapessi non mi crederei punto obbligata a dirvelo.&#8221; Al Re era salita la bizza fino alla punta dei capelli. Dava delle occhiatacce, di traverso, a Trotona, e pensava fra sé che era per colpa di quel mostriciattolo, se gli era stato tolto il piacere di veder la Principessa. Si congedò in quattro e quattr&#8217;otto dalla Regina, perché la sua presenza gli faceva male al cuore.</p>



<p>Quando fu tornato nella sua camera, disse a un giovane Principe che lo aveva accompagnato e al quale voleva un gran bene, di spendere tutto quello che ci fosse voluto, pur di tirargli dalla sua qualche cameriera della Principessa, e aver così il modo di parlarle un solo momento.</p>



<p>Questo Principe trovò senza fatica alcune dame di Corte che s&#8217;intesero con lui: e fra le tante, ce ne fu una che gli dètte per sicuro che quella sera stessa Fiorina sarebbe stata a una finestrina bassa, che dava sul giardino; e che di lì il Principe avrebbe potuto parlarle: s&#8217;intende bene, adoperando tutte le cautele da non essere scoperto, perché, diceva essa, il Re e la Regina sono tanto severi, che se scoprissero che io ho tenuto di mano agli amori del Principe Grazioso, per me sarebbe morte sicura. Il Principe, contento da non potersi dire di aver menata la cosa fino a quel punto, le promise tutto quello che volle, e corse a fare la sua parte col Re, avvertendolo dell&#8217;ora fissata per il ritrovo. Ma la confidente, che era di malafede, andò subito a risoffiare ogni cosa alla Regina, e si messe ai suoi ordini.</p>



<p>Il primo pensiero della Regina fu quello di mandare la propria figlia alla piccola finestra; e la imbeccò così bene, che Trotona, sebbene fosse una grande stupida, non dimenticò un etto di quello che doveva dire e fare.</p>



<p>La notte era così buia, che sarebbe stato impossibile al Re di accorgersi della trappoleria, quand&#8217;anche non avesse avuto ragione di credersi sicuro del fatto suo: di modo che si avvicinò alla finestra con un trasporto di gioia incredibile.</p>



<p>E lì disse a Trotona tutte quelle cose che avrebbe dette a Fiorina, per assicurarla del suo grand&#8217;amore.</p>



<p>Trotona, profittando dell&#8217;equivoco, gli rispose che era la creatura più infelice di questo mondo, a motivo di una matrigna così spietata e che avrebbe dovuto passarne ancora chi sa quante, prima che la figlia di lei non si fosse maritata.</p>



<p>Il Re disse e giurò che se ella lo avesse voluto per suo sposo, sarebbe stato più che felice di metterla a parte della sua corona e del suo cuore.</p>



<p>E nel dir questo, si cavò un anello di dito e infilandolo nel dito a Trotona aggiunse che quello era un pegno eterno della sua fede, e che stava a lei fissare l&#8217;ora della partenza. Trotona rispose, come meglio poté, a tutte queste calorose premure.</p>



<p>Egli s&#8217;era accorto benissimo che nelle risposte di lei non c&#8217;era un chicco di buon senso: la quale cosa gli avrebbe fatto dispiacere, se già non fosse stato persuaso che la paura dell&#8217;apparizione improvvisa della Regina doveva essere la cagione di quei discorsi sconclusionati.</p>



<p>Egli la lasciò, a patto che sarebbe tornata il giorno dopo: ed ella promise con tutto il cuore.</p>



<p>La Regina, saputo il buon esito del primo colloquio, cominciò a sperar bene. Di fatto, fissato il giorno della partenza, il Re la venne a prendere in un cocchio volante, tirato da ranocchi alati, regalo fattogli da un Mago amico suo.</p>



<p>La notte era buia di molto. Trotona uscì misteriosamente da una piccola porta, e il Re, che la stava attendendo, la prese fra le sue braccia e le giurò cento e cento volte fedeltà eterna!</p>



<p>Ma siccome non si sentiva in vena di seguitare a volare per lungo tempo nel suo cocchio volante, senza sposare la Principessa, che amava tanto, così le chiese dove voleva che si facessero le nozze: ella rispose che aveva per comare una fata chiamata Sussio, molto conosciuta, ed era suo avviso di andare al castello di lei.</p>



<p>Il Re non sapeva la strada, ma bastò che dicesse ai suoi grossi ranocchi: conducetemi là. Essi sapevano la carta geografica dell&#8217;Universo, e in pochi minuti portarono lui e la Trotona dalla fata Sussio.</p>



<p>Il castello era così bene illuminato, che il Re, arrivandovi, si sarebbe subito avvisto del suo errore, se la Principessa non avesse avuto la malizia di coprirsi tutta col velo. Chiese della comare: la chiamò a quattr&#8217;occhi, e le raccontò il come e il quando avesse ingannato il Principe Grazioso, pregandola a fare in modo di rabbonirlo.</p>



<p>&#8220;Ah! figlia mia!&#8221;, disse la fata, &#8220;la cosa non sarà facile: egli ama troppo Fiorina, e son sicura che ci farà disperare, e dimolto.&#8221;</p>



<p>Intanto il Re le aspettava in una sala, le cui pareti erano di diamanti, così nitide e così trasparenti, da lasciargli vedere, a traverso di essi, la Sussio e Trotona, che parlavano fra di loro.</p>



<p>Credé di sognare.</p>



<p>&#8220;Possibile&#8221;, diceva, &#8220;che io sia stato tradito? O sono i diavoli, che hanno portata qui questa nemica della nostra gioia? Vien&#8217;ella forse per avvelenare il nostro matrimonio? E la mia diletta Fiorina non si vede venire! Chi sa che il padre suo non l&#8217;abbia inseguita fin qui!&#8221;</p>



<p>Molte altre cose gli passavano per la testa, che lo mettevano in grande agitazione; ma il peggio fu quando le due donne entrarono nella sala, e che Sussio gli disse con voce di comando:</p>



<p>&#8220;Re Grazioso, ecco qui la Principessa Trotona, alla quale avete dato la vostra parola, essa è mia figlioccia, e desidero che la sposiate subito&#8221;.</p>



<p>&#8220;Io&#8221;, esclamò il Principe, &#8220;io sposare quel brutto scarabocchio? Si vede proprio che mi avete preso per un uomo di pasta frolla, a farmi certi discorsi. Sappiate intanto che io non le ho fatta nessuna promessa, e se ella dice il contrario, si merita il titolo&#8230;&#8221;</p>



<p>&#8220;Non proseguite&#8221;, disse Sussio, &#8220;e badate bene di non mancarmi di rispetto.&#8221;</p>



<p>&#8220;Sia pure&#8221;, replicò il Re, &#8220;che io debba rispettarvi, per quanto può meritarlo una fata: ma voglio peraltro che mi rendiate la mia Principessa.&#8221;</p>



<p>&#8220;E non son io la tua Principessa, spergiuro?&#8221;, disse Trotona, mostrandogli l&#8217;anello, &#8220;A chi l&#8217;hai tu dato quest&#8217;anello in pegno di fede? Con chi hai parlato alla piccola finestra, se non con me?&#8221; &#8220;Come mai?&#8221;, egli rispose, &#8220;dunque sono stato tradito&#8230; ingannato? No, mille volte no! Non voglio essere la vittima e lo zimbello degli altri. Su, su, ranocchi! miei bravi ranocchi! voglio partir subito.&#8221;</p>



<p>&#8220;Non è una cosa che possiate farla senza il permesso mio&#8221;, disse Sussio. Ella lo toccò, e i suoi piedi si attaccarono all&#8217;impiantito, come se ci fossero rimasti inchiodati.</p>



<p>&#8220;Quand&#8217;anco mi lapidaste&#8221;, le disse il Re, &#8220;quand&#8217;anche mi scorticaste vivo, non sarò mai d&#8217;altri che di Fiorina; la mia risoluzione è presa, e fate pure di me quello che più vi piace.&#8221;</p>



<p>Sussio messe in opera tutto, dolcezze, maniere, promesse, preghiere; Trotona pianse, strillò, singhiozzò, andò in convulsioni, e si calmò. Il Re non aprì più bocca, e guardandole tutte e due con grandissimo disprezzo, non rispose sillaba alle loro cicalate.</p>



<p>E così passarono venti giorni e venti notti, senza che le due donne si chetassero un minuto, e senza che sentissero il bisogno di mangiare, di dormire e di mettersi a sedere.</p>



<p>Alla fine Sussio, stanca morta da non poterne più, disse al Re:</p>



<p>&#8220;Ebbene, voi siete un ostinataccio, né c&#8217;è verso di farvi intendere la ragione: scegliete dunque: o sett&#8217;anni di penitenza, per aver dato la vostra parola senza mantenerla, o sposare la mia figlioccia&#8221;.</p>



<p>Il Re, che fin allora aveva serbato un profondo silenzio, gridò subito:</p>



<p>&#8220;Fate di me tutto quel che volete, purché io sia liberato da questa sguaiata&#8221;.</p>



<p>&#8220;Sguaiato voi&#8221;, replicò Trotona inviperita. &#8220;Ci vuol davvero una bella faccia fresca, come la vostra, sovranuccio da un soldo la serqua, a venire con un equipaggio da ranocchiai fino nel mio paese, per dirmi delle insolenze e per mancarmi di parola. Se aveste un brindello d&#8217;onore, terreste forse questo contegno?&#8221;</p>



<p>&#8220;I vostri rimproveri mi straziano l&#8217;anima&#8221; disse il Re, in atto di canzonatura. &#8220;Capisco anch&#8217;io che ho un gran torto a non sposare questa bella fanciulla!&#8221;</p>



<p>&#8220;No, no, non la sposerai mai&#8221;, gridò Sussio tutta stizzita. &#8220;A te non rimane altre che volare da questa finestra, perché per sett&#8217;anni interi tu sarai l&#8217;uccello turchino.&#8221;</p>



<p>A queste parole il Re cominciò a cambiare d&#8217;aspetto; le braccia si vestono di penne e formano le due ali: le gambe e i piedi diventano neri e sottili; gli crescono delle unghie appuntate; il corpo si assottiglia e si cuopre tutto di lunghe piume finissime e macchiate di turchino; gli occhi si fanno tondi e brillano come due soli; il naso ha preso il garbo di un becco d&#8217;avorio; sul suo capo spunta un ciuffetto bianco, in forma di diadema; canta da innamorare e parla nello stesso modo.</p>



<p>Ridotto in quello stato, manda un grido di dolore nel vedersi così trasfigurato e, pigliando il volo a ali spiegate, fugge dal funesto palazzo di Sussio.</p>



<p>Pieno l&#8217;anima di tristezza infinita, va svolazzando di ramo in ramo, scegliendo a preferenza gli alberi consacrati all&#8217;amore o alla malinconia; e ora si posa sui mirti, ora sui cipressi: e canta delle arie pietose, colle quali piange sulla sua trista sorte e su quella di Fiorina.</p>



<p>&#8220;Dove l&#8217;avranno nascosta i suoi nemici?&#8221;, egli diceva, &#8220;che sarà mai accaduto di quella bella infelice? Il cuore spietato della Regina l&#8217;avrà lasciata ancora in vita? Dove potrò cercarla? E sarò dunque condannato a passare sette anni senza di lei? Forse in questo tempo le daranno uno sposo, e io perderò per sempre l&#8217;unica speranza che mi faccia cara la vita.&#8221;</p>



<p>Questi pensieri accuoravano così forte l&#8217;uccello turchino, che gli venne voglia di lasciarsi morire. Intanto la Sussio aveva rimandato Trotona dalla Regina madre, la quale stava in gran pensiero sul come fosse andato a finire lo sposalizio.</p>



<p>Ma quando vide la figlia, e che riseppe da lei tutto l&#8217;accaduto, prese una furia spaventosa, la quale di contraccolpo andò a ricascare sulla povera Fiorina.</p>



<p>&#8220;Voglio&#8221;, ella disse, &#8220;che abbia da pentirsi più di una volta di aver saputo innamorare il Re Grazioso.&#8221;</p>



<p>Ella salì nella torre insieme con Trotona, la quale era vestita de&#8217; suoi abiti più sfarzosi: e portava in capo una corona di brillanti e le reggevano lo strascico del manto reale tre figli de&#8217; più ricchi baroni dello Stato.</p>



<p>Nel dito grosso aveva l&#8217;anello del Re Grazioso, quello stesso che aveva dato nell&#8217;occhio a Fiorina, il giorno che parlarono insieme.</p>



<p>Ella rimase sbalordita e non sapeva cosa pensare, nel vedere Trotona in tutta quella gala.</p>



<p>&#8220;Ecco mia figlia&#8221;, disse la Regina, &#8220;che è venuta a portarvi i regali delle sue nozze; essa è stata sposa del Re Grazioso, il quale ne è innamorato morto: non c&#8217;è da figurarsi una coppia più felice di loro!&#8230;&#8221;</p>



<p>E nel dir così, furono spiegate davanti alla Principessa le stoffe d&#8217;oro e d&#8217;argento, le trine, i nastri, le pietre preziose che stavano in una gran cesta di filigrana d&#8217;oro. Nel presentarla di tutte queste cose, Trotona s&#8217;ingegnò di metterle sott&#8217;occhio l&#8217;anello del Re; per cui la Principessa Fiorina non poteva ormai più dubitare della sua disgrazia. Ella gridò con l&#8217;accento della disperazione che le togliessero davanti agli occhi tutti quei regali tanto funesti; che non voleva più vestire, altro che di nero; o piuttosto morire subito. E cadde svenuta. La crudele Regina, contentissima del tiro fatto, non volle che le fosse prestato alcun soccorso; la lasciò sola in quello stato compassionevole, e corse malignamente a raccontare al Re che sua figlia era talmente invasata dall&#8217;amore, fino al segno di commettere delle stravaganze senz&#8217;esempio: e che bisognava stare attenti, perché non potesse fuggire dalla torre.</p>



<p>Il Re rispose che era padrona di regolare questa faccenda a modo suo, e che, quanto a lui, non avrebbe avuto nulla da ridire in contrario.</p>



<p>Quando la Principessa si fu riavuta dallo svenimento e poté ripensare al contegno, che tenevano con lei, ai mali trattamenti che riceveva dall&#8217;indegna matrigna e alla speranza perduta per sempre di sposare il Re Grazioso, il suo dolore si fece così acuto, che pianse tutta la notte: e affacciatasi alla finestra, si sfogò in lamenti che straziavano il cuore. Quando vide albeggiare, richiuse la finestra e seguitò a piangere.</p>



<p>La notte di poi aprì la finestra, e sospirando e singhiozzando versò un fiume di lagrime; ma appena fatto giorno tornò a nascondersi nella sua stanza.</p>



<p>Intanto il Re Grazioso, o per meglio dire, il bell&#8217;uccello turchino, non finiva mai di svolazzare intorno al palazzo: egli pensava che la sua cara Principessa vi era rinchiusa: e se i lamenti di lei erano strazianti, i suoi non lo erano di meno.</p>



<p>Egli si avvicinava alle finestre più che poteva, per metter gli occhi dentro alle stanze: ma la paura che Trotona non lo scorgesse e non le nascesse il sospetto che fosse lui, lo teneva indietro dal fare quanto avrebbe voluto.</p>



<p>&#8220;Ci va della mia vita&#8221;, diceva egli fra sé, &#8220;e se quelle due versiere mi scuoprissero, sarebbero capaci di qualunque vendetta; e così bisognerebbe o che io mi allontanassi di qui o che mettessi a repentaglio i miei giorni.&#8221;</p>



<p>Questi ragionamenti lo persuasero a pigliare tutte le precauzioni immaginabili, e, per il solito, cantava soltanto di notte.</p>



<p>Rimpetto alla finestra, dove stava Fiorina, c&#8217;era un cipresso di una grandezza maravigliosa: l&#8217;uccello turchino venne a posarvisi sopra. Appena si fu posato, sentì una voce che si lamentava in questo modo:</p>



<p>&#8220;Dovrò ancora soffrire per molto tempo? e la morte non verrà a liberarmi da queste pene? Quelli che hanno paura della morte, se la vedono arrivare anche troppo presto: io la desidero, e la crudele mi sfugge. Ah! Regina senza cuore! che t&#8217;ho io fatto per tenermi così iniquamente imprigionata? Non puoi inventare altri modi per martoriarmi? Oramai non ti manca altro che farmi vedere coi propri miei occhi, la felicità che gode la sua indegna figlia col Re Grazioso&#8221;.</p>



<p>L&#8217;uccello turchino non aveva perso una sillaba di questo lamento: ne rimase stupito, e aspettò con una smania indicibile che il sole si levasse, per vedere la donna che si disperava tanto. Ma quando il sole si levò, ella aveva già richiusa la finestra, e s&#8217;era ritirata.</p>



<p>L&#8217;uccello, curioso, fu puntuale a tornare la sera dopo. Era chiaro di luna. E vide una fanciulla alla finestra della torre, che ricominciava la storia de&#8217; suoi affanni.</p>



<p>&#8220;Oh, sorte, sorte!&#8221;, diceva essa, &#8220;tu che mi cullasti nella speranza d&#8217;un trono: tu che mi avevi reso l&#8217;amore del padre mio, che t&#8217;ho mai fatto, per dovermi sommergere in quest&#8217;oceano di grandi amarezze? È proprio scritto che si debba cominciare fin da un&#8217;età così giovane, come la mia, a provare la tua incostanza? Ritorna, o barbara, ritorna da me: io non ti domando che una grazia sola; poni fine al mio spietato destino.&#8221;</p>



<p>L&#8217;uccello turchino stava tutto in orecchi, e più ascoltava, più si persuadeva che la donna che lamentavasi a quel modo, doveva essere la sua graziosa Principessa.</p>



<p>E le disse:</p>



<p>&#8220;Adorata Fiorina, maraviglia de&#8217; nostri giorni, perché volete por fine così repentinamente ai vostri?</p>



<p>C&#8217;è sempre speranza di trovare un rimedio alle vostre afflizioni&#8221;.</p>



<p>&#8220;Come?&#8230; chi è che mi volge queste parole di consolazione?&#8221; diss&#8217;ella.</p>



<p>&#8220;Un Re infelice&#8221;, rispose l&#8217;uccello, &#8220;il quale vi ama e non amerà che voi sola.&#8221;</p>



<p>&#8220;Un Re che mi ama?&#8221;, ella soggiunse, &#8220;non sarebbe per caso un laccio teso da&#8217; miei nemici? Ma, in fin dei conti, che cosa ci guadagnerebbe la Regina? Se ella vuol conoscere i miei sentimenti, son pronta a dirglieli colla mia stessa bocca.&#8221;</p>



<p>&#8220;No, Principessa mia&#8221;, rispose l&#8217;uccello, &#8220;l&#8217;amante che vi parla non è capace di un tradimento.&#8221;</p>



<p>Nel dir queste parole, andò a posarsi sulla finestra. Fiorina dapprincipio ebbe una gran paura di un uccello così singolare, che parlava con tant&#8217;anima, come se fosse un uomo, sebbene avesse una vocina compagna a quella dell&#8217;usignolo; ma la bellezza delle sue penne, e più che altro le cose gentili che le disse, la rassicurarono.</p>



<p>&#8220;M&#8217;è egli dunque concesso di potervi rivedere, Principessa mia?&#8221;, esclamò. &#8220;Posso io bearmi in tanta contentezza, senza morire di gioia? Ma, ohimè! quanto questa gioia è avvelenata dal vedervi</p>



<p>costì in prigione, e dallo stato, nel quale l&#8217;iniqua Sussio mi ha trasfigurito per sette anni!&#8221; &#8220;E voi chi siete, grazioso uccello?&#8221;, disse la Principessa, facendogli delle carezze.</p>



<p>&#8220;Voi avete pronunziato il mio nome&#8221;, soggiunse il Re, &#8220;e fate finta di non riconoscermi?&#8221;</p>



<p>&#8220;Come!&#8221;, disse la Principessa. &#8220;Possibile, che il più gran Re del mondo!&#8230; possibile che il Re Grazioso si sia cambiato in quest&#8217;uccellino?&#8221;</p>



<p>&#8220;Ohimè! Pur troppo è così, mia bella Fiorina&#8221;, egli riprese a dire, &#8220;e l&#8217;unica cosa che in tanta disgrazia mi sia di sollievo, gli è di sapere che ho preferito questo martirio a quello di dover rinunziare alla gran passione che ho per voi.&#8221;</p>



<p>&#8220;Per me?&#8221;, disse Fiorina. &#8220;Ah! per carità, non cercate di ingannarmi. Lo so, lo so, che avete sposato Trotona: ho riconosciuto il vostro anello nel suo dito: l&#8217;ho veduta tutta fiammante dei vostri brillanti. Essa è venuta a insultarmi qui, in questa orribile prigione, carica del peso di una corona e di un manto reale, avuto in dono da voi, mentre io ero carica di catene e di ferri!&#8230;&#8221;</p>



<p>&#8220;E voi vedeste Trotona in questo abbigliamento?&#8221;, interruppe il Re, &#8220;ed essa e sua madre ebbero tanta sfacciataggine da dirvi che tutti quei gioielli erano un regalo mio? Oh cielo! si può essere più sfacciatamente bugiardi di così? E non potermi vendicare come vorrei!&#8230; Sappiate dunque che tentarono di mettermi in mezzo: che, valendosi del vostro nome, mi fecero rapire quella brutta megera di Trotona; ma, appena avvistomi dello sbaglio, l&#8217;ho piantata lì, e ho preferito piuttosto diventare per sette anni l&#8217;uccello turchino, che mancare alla fede che vi ho giurata.&#8221;</p>



<p>Fiorina provava un piacere così grande, udendo parlare in questo modo il suo caro amante, che non sentiva più i tormenti della sua prigionia. Che cosa mai non gli seppe dire per consolarlo del suo tristo caso e per accertarlo che ella avrebbe fatto per lui, ciò che esso aveva fatto per lei?</p>



<p>Il giorno cominciava a farsi chiaro. Molti ufficiali della corte erano già alzati: e l&#8217;uccello turchino e la Principessa parlavano ancora fitto fitto fra loro. Alla fine si separarono con gran dispiacere, dopo essersi scambiata la promessa che tutte le notti si sarebbero riveduti.</p>



<p>La gioia di ritrovarsi insieme fu tanto grande, da non potersi ridire. Ciascuno, per la sua parte, ringraziava l&#8217;amore e la fortuna.</p>



<p>Intanto Fiorina stava in pensiero per l&#8217;uccello turchino.</p>



<p>&#8220;Chi me lo assicura dai cacciatori, o dalle grinfie di qualche aquila o di qualche avvoltoio affamato, capace di mangiarselo con tanto gusto, come se non fosse un gran Re? Oh Dio! che sarebbe di me, meschina, se le sue penne fini e leggiere, portate dal vento, giungessero fino nel mio carcere per annunziarmi la sciagura, che io temo sempre?&#8221;</p>



<p>Questo tristo pensiero fece sì che la Principessa non poté chiudere un occhio; perché, quando si ama davvero, le paure pigliano l&#8217;aspetto di verità, e quel che prima pareva impossibile diventa possibilissimo; e fu così, che ella passò tutta la giornata a piangere, finché non venne l&#8217;ora fissata per andare a mettersi alla finestra.</p>



<p>Il grazioso uccello, nascosto dentro lo spacco d&#8217;un albero, in tutto il giorno non aveva fatto altro che pensare alla sua bella Principessa.</p>



<p>&#8220;Quanto sono contento&#8221;, diceva egli, &#8220;di averla ritrovata: e com&#8217;è premurosa per me! Le gentilezze che mi usa, le sento tutte qui nel cuore!&#8221;</p>



<p>L&#8217;appassionato amante contava fino al minuto secondo il tempo della sua penitenza, che gli impediva di sposarla; e si struggeva più che mai dal desiderio di veder finita la sua condanna. E perché voleva usare a Fiorina tutte quelle galanterie, che aveva in poter suo di fare, volò fino alla capitale del suo regno, andò nel suo palazzo, entrò nel suo gabinetto dal buco d&#8217;un vetro rotto: prese un paio d&#8217;orecchini di diamanti, così belli e così perfetti, da non trovarli eguali, e li portò la sera a Fiorina, pregandola di volerseli mettere.</p>



<p>&#8220;Me li metterei&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;se voi mi vedeste di giorno; ma siccome non vi parlo che di notte, così non me li metterò.&#8221;</p>



<p>L&#8217;uccello le promise di fare in modo di venire alla Torre nell&#8217;ora che ella avesse voluto: allora s&#8217;infilò gli orecchini, e passarono tutta la notte in colloqui fra loro, come avevano fatto la sera avanti.</p>



<p>Il giorno dopo l&#8217;uccello tornò nel suo regno: andò al palazzo, entrò nel suo gabinetto per il solito vetro rotto, e portò via con sé i più splendidi braccialetti che si fossero mai visti: erano formati di uno smeraldo tutto di un pezzo, sfaccettato e bucato nel mezzo per potervi passare la mano e il braccio.</p>



<p>&#8220;Credete forse&#8221;, gli disse la Principessa, &#8220;che il mio amore per voi abbia bisogno di essere coltivato a furia di regali? Ah! si vede proprio che mi conoscete male!&#8221;</p>



<p>&#8220;No, o signora&#8221;, replicò egli, &#8220;io non ho mai creduto che i ninnoli che vi offro sieno necessari per conservarmi il bene che mi volete; ma sarei mortificato, se trascurassi la più piccola occasione per mostrarvi l&#8217;attenzione che ho per voi: e poi, quando non mi avete dinanzi agli occhi, questi piccoli gioielli saranno buoni a richiamarmi alla vostra memoria.&#8221;</p>



<p>Fiorina, dal canto suo, gli disse un&#8217;infinità di cose gentili, alle quali egli ne rispose mille altre, più gentili che mai.</p>



<p>La notte seguente l&#8217;uccello turchino si fece un obbligo di portare alla sua bella un orologio, d&#8217;una giusta grandezza, che stava dentro a una perla; eppure la materia era vinta dall&#8217;eccellenza del lavoro. &#8220;È inutile&#8221;, diss&#8217;ella con grazia squisita, &#8220;di venirmi a regalare un orologio. Quando voi siete lontano da me, le ore mi paiono eterne: quando siete con me, passano come un sogno. Come posso fare a dar loro una misura giusta?&#8221;</p>



<p>&#8220;Ohimè, Principessa mia&#8221;, esclamò l&#8217;uccello turchino, &#8220;io la penso precisamente come voi su questo punto, perché in quanto a sensibilità di cuore son sicuro di non restare indietro a nessuno. Difatti, vedendo quel che soffrite per conservarmi il vostro cuore, sono in grado di giudicare che avete portato l&#8217;amicizia e la stima all&#8217;estremo limite, dove possono arrivare.&#8221;</p>



<p>Quando appariva il giorno, l&#8217;uccello volava dentro lo spacco del suo albero, e li si nutriva di frutti. Qualche volta cantava delle belle ariette: il suo canto innamorava i passanti, che lo udivano, senza che potessero vedere alcuno. Così si sparse la voce che lì dintorno ci fossero degli spiriti.</p>



<p>E questa credenza si diffuse tanto, che nessuno aveva più coraggio di entrare nel bosco. Si raccontavano mille avventure favolose, accadute in quel luogo: e lo spavento generale fu cagione della maggior sicurezza dell&#8217;uccello turchino.</p>



<p>Non passava giorno, senza che egli facesse un regalo a Fiorina: ora un vezzo di perle: ora anelli con brillanti, di finissimo lavoro: ora fermagli di diamanti, spilloni, mazzolini di pietre preziose, colorite a imitazione dei fiori, libri piacevoli e medaglie: per farla corta, essa aveva messo insieme un ammasso di ricchezze maravigliose. Con queste si adornava soltanto la notte per far piacere al Re: il giorno, non sapendo dove riporle, le nascondeva dentro al saccone del letto.</p>



<p>In questo modo scorsero due anni, senza che Fiorina avesse da lagnarsi una sola volta della sua prigionia. E come poteva lagnarsene? Essa aveva la consolazione di parlare tutte le notti con la persona amata; né c&#8217;è ricordanza che fra due innamorati si sieno mai scambiate tante paroline graziose, come accadeva fra loro. Benché ella non vedesse anima viva e l&#8217;uccello passasse le giornate rinchiuso dentro lo spacco dell&#8217;albero, nondimeno avevano sempre mille cose nuove da raccontarsi; la materia era inesauribile, perché il loro cuore e il loro spirito fornivano abbondantemente il soggetto dei lunghi colloqui.</p>



<p>Intanto la maliziosa Regina, che la teneva così crudelmente imprigionata, si dava un gran da fare per vedere di maritare la figlia. Mandava ambasciatori a proporla a tutti i principi, dei quali sapeva il nome: ma appena gli ambasciatori arrivavano, si trovavano congedati senza tante cerimonie. &#8220;Oh! se si trattasse della Principessa Fiorina&#8221;, dicevan loro, &#8220;sareste ricevuti a braccia aperte: ma in quanto a Trotona, può farsi monaca se vuole; ché nessuno si opporrà dicerto.&#8221;</p>



<p>A sentire questi discorsi, la madre e la figlia andavano su tutte le furie e se la pigliavano contro la povera Principessa, vittima delle loro persecuzioni.</p>



<p>&#8220;Come!&#8221;, dicevano esse, &#8220;sebbene chiusa in prigione, quest&#8217;insolente sarà dunque per noi un bastone fra i piedi? Come perdonarle i brutti tiri, che ci fa tutti i giorni? Bisogna dire che ell&#8217;abbia delle corrispondenze segrete nei paesi stranieri: in questo caso, per lo meno, è rea di Stato: trattiamola dunque come tale, e si faccia di tutto per convincerla del suo delitto.&#8221;</p>



<p>Il loro conciliabolo finì così tardi, che era già mezzanotte suonata, quando si decisero a salire nella torre per interrogarla. Essa per l&#8217;appunto stava alla finestra, coll&#8217;uccello turchino, ornata delle sue gemme, e coi suoi belissimi capelli pettinati con tutta quella attenzione, che non è punto naturale nella persona afflitta da un gran dolore. La sua camera e il suo letto erano seminati di fiori, e qualche pasticca di Spagna, che essa aveva bruciato pochi momenti prima, spandeva per la stanza un buonissimo odore.</p>



<p>La Regina messe l&#8217;orecchio alla porta, e le parve sentir cantare un&#8217;aria a due voci: perché anche Fiorina aveva una voce angelica. Le parole di quest&#8217;aria le parvero molto tenere, e dicevano press&#8217;a poco così:</p>



<p>&#8220;Come è trista la nostra sorte: e quanti affanni ci costa il nostro amore!&#8230; Ma invano si provano a vincere tanta fermezza: a dispetto dei nostri nemici, i nostri cuori rimarranno uniti per sempre.&#8221; Questo piccolo concerto fu chiuso da alcuni sospiri.</p>



<p>&#8220;Ah! Trotona mia, siamo tradite!&#8221; esclamò la Regina spalancando screanzatamente l&#8217;uscio ed entrando nella camera.</p>



<p>Come restò Fiorina a quella vista! Chiuse subito la finestra, per dar tempo al real uccello di volar via. Le stava più a cuore la salvezza di lui, che la propria: ma egli non ebbe la forza di allontanarsi: col suo sguardo penetrantissimo, aveva capito il pericolo al quale si trovava esposta la Principessa. Egli aveva vista la Regina e Trotona: che dolore per lui di non essere in grado di difendere la sua bella!</p>



<p>Le due megere si avventarono su di essa, come se la volessero mangiare.</p>



<p>&#8220;Si sanno le vostre trame contro lo Stato!&#8221;, esclamò la Regina. &#8220;Non sperate che il vostro grado basti a salvarvi dal meritato castigo.&#8221;</p>



<p>&#8220;E con chi posso aver tramato, o signora?&#8221; replicò la Principessa. &#8220;Da due anni in qua, non siete forse voi la mia carceriera? Ho mai vedute altre persone, fuor di quelle mandatemi da voi?&#8221;</p>



<p>Mentre parlava così la Regina e sua figlia la guardavano con tanto d&#8217;occhi. Erano rimaste abbagliate dalla sua bellezza meravigliosa e dalla sua acconciatura veramente straordinaria.</p>



<p>&#8220;E chi vi ha dato, o signora&#8221;, disse la Regina, &#8220;tutte codeste pietre preziose, che brillano come il sole? Volete forse darci ad intendere che in questa torre ci sono delle miniere? &#8220;</p>



<p>&#8220;Ce l&#8217;ho trovate&#8221;, disse Fiorina, &#8220;è tutto quello che io ne so.&#8221;</p>



<p>La Regina la guardò fissa negli occhi, per iscuoprire ciò che passava nel fondo del suo cuore.</p>



<p>&#8220;Noi non ci lasceremo infinocchiare da voi&#8221;, disse la Regina. &#8220;Voi credete di darcela a bere: ma noi sappiamo benissimo, Principessa, tutto quello che fate dalla mattina alla sera: e queste gioie vi furono regalate, per mettervi su, e per impegnarvi a vendere il regno di vostro padre.&#8221;</p>



<p>&#8220;Davvero, che sono in uno stato da poter vendere i regni!&#8230;&#8221;, essa rispose, con un sorriso di sdegno. &#8220;Una povera Principessa che languisce nei ferri da tanto tempo, è proprio la persona che ci vuole, per macchinare i complotti di Stato.&#8221;</p>



<p>&#8220;E come va dunque&#8221;, replicò la Regina, &#8220;che siete così tutta agghindata, come una civettuola, e che la vostra camera è piena di profumi, e che la vostra persona è così magnifica e risplendente, che a Corte non potreste fare una figura migliore?&#8221;</p>



<p>&#8220;Ho molto tempo da perdere&#8221;, disse la Principessa, &#8220;per cui non c&#8217;è nulla di strano se ne spendo un poco a farmi bella: ne passo tanto a piangere sulla mia disgrazia, che non c&#8217;è ragione di rimproverarmi.&#8221;</p>



<p>&#8220;Animo, via&#8221;, disse la Regina, &#8220;vediamo un po&#8217; se questa innocentina, non abbia per caso qualche corrispondenza coi nemici dello Stato.&#8221;</p>



<p>E da se stessa si mise a frugare dappertutto: e arrivata al saccone, che ella fece vuotare, ci trovò dentro una quantità così sterminata di diamanti, perle, rubini, smeraldi e topazi, che ella non sapeva raccapezzarsi di dove fossero usciti. E perché aveva fissato dentro di sé di mettere in qualche nascondiglio della stanza alcune carte, che potessero compromettere la Principessa, così quando nessuno ci badava, le nascose nel camminetto; ma per buona fortuna l&#8217;uccello turchino, dal posto dove s&#8217;era posato, ci vedeva meglio di una lince e udiva ogni cosa; per cui gridò:</p>



<p>&#8220;Guàrdati, Fiorina: ecco la tua nemica che ti prepara un tradimento&#8221;.</p>



<p>Questa voce così inattesa spaventò la Regina a tal punto, che non osò fare quanto aveva meditato.</p>



<p>&#8220;Vedete bene, signora&#8221;, disse la Principessa, &#8220;che gli spiriti che volano per l&#8217;aria, sono tutti per me.&#8221; &#8220;Io credo piuttosto&#8221;, disse la Regina fuori di sé dalla collera &#8220;che ci sieno dei diavoli, che vi vogliono bene: ma, a loro marcio dispetto, vostro padre saprà farsi giustizia.&#8221;</p>



<p>&#8220;Dio volesse&#8221;, esclamò Fiorina, &#8220;che io non avessi da temere altro che il furore di mio padre: ma quello che mi spaventa, è il vostro, o signora.&#8221;</p>



<p>La Regina se ne andò via tutta sottosopra per le cose che aveva vedute e sentite, e tenne consiglio sul da farsi contro la Principessa. Alcuni consiglieri le fecero notare, che, nel caso che qualche fata o qualche mago avessero preso la Principessa sotto la loro protezione, il vero segreto per irritarli sarebbe stato quello di tormentare più che mai la Principessa; e che, in fin dei conti, bisognava scuoprire a ogni costo la ragione del suo armeggìo. La Regina dette il benestare a questo consiglio: e mandò a dormire nella camera della Principessa una giovinetta, che pareva l&#8217;innocenza in persona, col dire che c&#8217;era mandata apposta per servirla.</p>



<p>Ma come restar presi a un chiapperello così grossolano?</p>



<p>La Principessa, fin dal primo giorno, la ritenne per una spia e n&#8217;ebbe un grandissimo dispiacere. &#8220;Come!&#8221;, essa diceva, &#8220;io dunque non potrò più parlare a questo uccello turchino, che è tutto l&#8217;amor mio? Era esso, che mi aiutava a sopportare le mie sciagure: e io lo consolava nelle sue. Il nostro amore ci compensava di tutto. Che avverrà di lui? che cosa sarà di me?&#8221; E pensando a tutto questo, piangeva come una vite tagliata.</p>



<p>Non aveva coraggio di affacciarsi alla finestra, sebbene lo sentisse svolazzare lì dintorno; perché si struggeva dalla voglia di aprirgli, ma temeva di mettere in pericolo la vita del suo caro amante. Passò un mese intero, senza che essa si facesse vedere: e intanto l&#8217;uccello turchino si dava alla disperazione, e piangeva e si lamentava da far pietà!</p>



<p>D&#8217;altra parte, come poteva fare a vivere, lui, senza la sua Principessa? Non aveva mai provato, come allora, i tormenti della lontananza e quelli della sua metamorfosi. Invano cercava qualche pretesto per consolarsi: dopo essersi lambiccato il cervello, non trovava nulla che valesse a dargli un po&#8217; di conforto.</p>



<p>La spia della Principessa, che da un mese non chiudeva occhio né giorno né notte, si sentì alla fine così presa dal sonno che si addormentò profondamente. Quando Fiorina se ne accorse, aprì la sua finestrina, e disse:</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Uccello turchino, color del cielo,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vola e ritorna subito a me.</p>



<p>Sono queste le sue precise parole, e non c&#8217;è stata cambiata una virgola.</p>



<p>Appena l&#8217;uccello la sentì, volò subito sulla finestra. Che gioia quando si rividero! e quante cose avevano da dirsi! Mille e mille volte ripeterono le loro tenerezze e i loro giuramenti di fedeltà! La Principessa non poté trattenere le lacrime; l&#8217;amante s&#8217;intenerì, e fece di tutto per consolarla.</p>



<p>Venuta finalmente l&#8217;ora di lasciarsi, senza che la carceriera sorvegliante si fosse ancora svegliata, si dettero l&#8217;addio più tenero e più commovente che possa immaginarsi.</p>



<p>La spia si addormentò anche il giorno dopo, e la Principessa, puntuale, andò alla finestra e disse, come la volta avanti:</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Uccello turchino, color del cielo,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vola e ritorna subito a me.</p>



<p>E subito l&#8217;uccello venne, e quella notte passò come l&#8217;altra avanti, senza rumori e senza improvvisate, con grandissima soddisfazione dei nostri amanti; i quali si figurarono che la sorvegliante avrebbe preso tanto gusto a dormire, da poter ripetere la medesima storia tutte le sere. Di fatto, anche la terza sera passò felicemente: ma alla quarta, la dormigliona avendo sentito un po&#8217; di rumore, senza dar segno di nulla si pose in orecchio; e guardando bene, vide al chiaro di luna il più bell&#8217;uccello dell&#8217;universo, che stava a parlare colla Principessa, e la carezzava colle zampine e le dava delle beccatine amorose: e fra le altre, sentì molte di quelle cosine che si dicevano fra loro e ne rimase molto maravigliata, perché l&#8217;uccello parlava come se fosse un innamorato, e Fiorina gli rispondeva con grande tenerezza.</p>



<p>Sul far del giorno si dissero addio: e quasi il cuore presagisse loro qualche vicina disgrazia, non trovavano il verso di lasciarsi. La Principessa si gettò sul suo letto tutta piangente, e il Re tornò dentro allo spacco dell&#8217;albero. La sorvegliante corse dalla Regina, e le raccontò quanto aveva visto e sentito. La Regina mandò a chiamare Trotona e la sua confidente, e dopo un lungo ciarlare conclusero che l&#8217;uccello turchino doveva essere il Re Grazioso.</p>



<p>&#8220;Che vergogna&#8221;, esclamò la Regina, &#8220;che vergogna, figlia mia! questa Principessa insolente, che io credeva rifinita dai dispiaceri, se ne sta godendo tranquillamente gli amorosi colloqui del vostro ingrato! Ah! voglio vendicarmi, e la vendetta dev&#8217;essere di quelle da ricordarsene per un pezzo.&#8221; Trotona la pregò di non perdere neppure un minuto, e siccome in questa faccenda le pareva di essere più interessata della stessa Regina, così sentiva andarsi in deliquio dalla contentezza, soltanto a pensare al martirio che avrebbero dovuto patire i due disgraziati amanti.</p>



<p>La Regina rimandò alla torre la spia, con ordine di non dar segni né di sospetto né di curiosità; e anzi, di mostrarsi più addormentata del solito. Infatti andò a letto di prima sera, e russava e russava, tanto che la Principessa, ingannata a quel modo, aprì la finestra e disse:</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Uccello turchino, color del cielo,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vola e ritorna subito a me.</p>



<p>Ma invano essa lo chiamò, per quanto fu lunga la notte: ei non comparve mai, perché la trista Regina aveva fatto attaccare ai cipressi delle spade, dei coltelli, dei rasoi, dei pugnali: motivo per cui, quando egli venne a buttarsi a volo su quelle piante, si tagliò i piedi e le ali: e tutto ferito, com&#8217;era, arrivò a stento all&#8217;albero suo, lasciando dietro a sé una lunga striscia di sangue!</p>



<p>Oh! perché, bella Principessa, non eravate presente per soccorrere l&#8217;uccello reale? Ma ella sarebbe morta se l&#8217;avesse veduto in quello stato da far compassione!</p>



<p>Fisso nell&#8217;idea che questo brutto scherzo gli venisse fatto per colpa di Fiorina, non volle prendere nessuna cura per la sua vita.</p>



<p>&#8220;Ah spietata!&#8221;, diceva egli dolorosamente, &#8220;è così che ricompensi la passione più pura e più tenera, che siasi mai data al mondo? Se volevi la mia morte, perché non domandarmela colla tua bocca? La morte, data da te, mi sarebbe stata cara! Con quanto amore e con quante confidenze io veniva a trovarti! Io soffriva per te, e soffriva senza lamentarmi. Come! e avesti cuore di sacrificarmi alla più crudele di tutte le donne? Essa era la nostra comune nemica, e tu hai fatto la pace con essa a spese mie? Sei tu, Fiorina, sei tu che mi ferisci di pugnale! Tu hai preso in prestito la mano di Trotona e l&#8217;hai portata fino al mio cuore!&#8221;</p>



<p>Questi funesti pensieri lo angustiarono tanto, che risolvé di morire.</p>



<p>Ma il Mago, suo amico, avendo veduto tornare a casa i ranocchi volanti, col carro, senza avere nessuna notizia del Re, si mise in così gran pensiero che potesse essergli accaduta qualche disgrazia, che fece otto volte il giro della terra per trovarlo; e non lo trovò. Stava per cominciare il nono giro, allorché traversando il bosco, dov&#8217;era l&#8217;uccello turchino, suonò a distesa il corno, secondo le regole prescritte: e dopo gridò per cinque volte con quanta ne aveva in gola:</p>



<p>&#8220;Re Grazioso! Re Grazioso, dove siete voi?&#8221;.</p>



<p>Il Re riconobbe la voce del suo migliore amico:</p>



<p>&#8220;Accostatevi a quest&#8217;albero&#8221;, egli disse &#8220;e vedrete lo sventurato Re, al quale volete tanto bene, immerso nel proprio sangue!&#8221;.</p>



<p>Il Mago, sbalordito, guardò da tutte le parti, senza che potesse veder nulla.</p>



<p>&#8220;Io sono l&#8217;uccello turchino&#8221;, disse il Re con voce sfinita e languente.</p>



<p>A queste parole il Mago lo trovò senza fatica nel suo piccolo nido. Chiunque altro fuori di lui si sarebbe maravigliato molto di più: ma egli conosceva tutti gli artifici della magia. Bastarono poche parole che disse, per far cessare il sangue che grondava ancora: e con alcune erbe trovate nel bosco, e sulle quali mormorò alcune formule magiche, guarì il Re così perbene, che pareva non fosse stato nemmeno graffiato. Quindi lo pregò a volergli raccontare per quale avventura era diventato uccello, e chi l&#8217;aveva ferito così crudelmente!</p>



<p>Il Re contentò la sua curiosità, e gli disse che era Fiorina quella che aveva rivelato il mistero amoroso delle visite segrete che ei le faceva, e che per amicarsi la Regina, ella aveva acconsentito a lasciar mettere fra i rami del cipresso i pugnali e i rasoi, che l&#8217;avevano tagliato e fatto quasi a pezzetti: si sfogò molte volte sull&#8217;infedeltà della Principessa e giurò che avrebbe avuto più caro a morire, piuttosto che conoscere un cuore tanto cattivo. Il Mago, si scatenò contro Fiorina e contro tutte le donne, e consigliò il Re a dimenticarla affatto.</p>



<p>&#8220;Che disgrazia sarebbe la vostra&#8221;, diss&#8217;egli, &#8220;se vi ostinaste a voler bene a quell&#8217;ingrata! Dopo quello che vi ha fatto, c&#8217;è da aspettarsene di tutti i colori.&#8221;</p>



<p>L&#8217;uccello turchino, su questo punto, non andava d&#8217;accordo perché egli era ancora troppo innamorato di Fiorina: e il Mago, che gli leggeva nel cuore, sebbene facesse di tutto per dissimulare i propri sentimenti, gli cantò una canzonetta graziosa che diceva su per giù così:</p>



<p>&#8220;Quando si ha nell&#8217;anima una grande spina, sono inutili i discorsi e i ragionamenti; si dà retta soltanto al nostro dolore e non ai consigli degli altri. Bisogna lasciar fare al tempo, perché per ogni cosa c&#8217;è un momento opportuno, e fino a tanto che questo momento non è arrivato, è inutile tormentarsi lo spirito con ingegnosi ripieghi&#8221;.</p>



<p>L&#8217;uccello turchino se ne persuase, e pregò l&#8217;amico di portarlo a casa sua e di metterlo in una gabbia, dove fosse al sicuro dalle unghie del gatto e da ogni arme pericolosa. Ma saltò su a dire il Mago:</p>



<p>&#8220;Vi rassegnate dunque a restare ancora per cinque anni in uno stato così compassionevole e si poco confacente ai vostri interessi e alla vostra dignità? Perché dovete sapere che avete dei nemici i quali giurano e spergiurano che siete morto e vogliono invadere il vostro regno; e ho una gran paura che questo regno lo dobbiate perdere avanti di aver ripreso le vostre vere sembianze&#8221;.</p>



<p>&#8220;Non potrò andare nel mio palazzo&#8221;, egli replicò, &#8220;e governare secondo il solito, come facevo prima?&#8221;</p>



<p>&#8220;Oh!&#8221;, esclamò l&#8217;amico, &#8220;è difficile. C&#8217;è chi è contento di obbedire a un uomo, ma non intende obbedire a un pappagallo, c&#8217;è chi oggi vi teme, perché siete un Re circondato di grandezze e di fasto, e che domani vi strapperebbe le penne, se vi vedesse trasformato in un uccello.&#8221;</p>



<p>&#8220;Ah, umana debolezza! oh, prestigio di un brillante esteriore!&#8230;&#8221;, esclamò il Re, &#8220;sebbene tu non significhi nulla per il merito e le virtù, non cessi per questo di avere una potenza affascinatrice, dalla quale è difficilissimo difendersi. Ebbene&#8221;, egli continuò, &#8220;mostriamoci filosofi, e disprezziamo quello che non si può avere: la nostra risoluzione non sarà delle peggiori.&#8221;</p>



<p>&#8220;Io non mi do per vinto così alla prima&#8221;, disse il Mago, &#8220;e spero ancora di trovare qualche buon espediente, che faccia al caso nostro.&#8221;</p>



<p>Intanto Fiorina, la povera Fiorina, desolata di non rivedere il Re, passava le giornate e le nottate alla finestra, ripetendo senza tregua:</p>



<p>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Uccello turchino, color del cielo,&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; Vola e ritorna subito a me.</p>



<p>La presenza della sorvegliante non le dava più soggezione; la sua disperazione era arrivata a tal punto, che non aveva riguardi per nessuno.</p>



<p>&#8220;Che n&#8217;è stato di voi, Re Grazioso?&#8221;, esclamava, &#8220;forse i nostri comuni nemici vi hanno fatto provare i tristi effetti della loro rabbia? siete forse stato sacrificato al loro furore? Povera me! me meschina! non siete forse più vivo? non potrò dunque rivedervi mai più? Oppure stanco delle mie tante sciagure, m&#8217;avete abbandonata alla dura sorte che mi perseguita?&#8221;</p>



<p>E quante lacrime e quanti singhiozzi tenevano dietro a questi pietosi lamenti! E come le ore parevano eterne, per la lontananza del caro amante! La Principessa abbattuta, malata, divenuta magra e tale da non riconoscersi più da quella di prima, aveva appena tanto fiato da reggersi in piedi. Ella era persuasa che al Re fosse capitata ogni maggior disgrazia che possa darsi sulla terra. La Regina e Trotona gongolavano e il piacere di vedersi vendicate era più forte in loro del dolore provato per l&#8217;offesa ricevuta. E alla fin fine, qual era poi questa offesa? Il Re Grazioso non aveva voluto sposare una brutta befana, che doveva essergli antipatica e odiosa per mille ragioni.</p>



<p>In questo frattempo il padre di Fiorina, che era in là cogli anni, si ammalò e morì. La fortuna della Regina e della sua figlia allora cambiò d&#8217;aspetto; tutti le riguardavano come due imbroglione che avessero abusato del loro ascendente, e il popolo ammutinato corse al palazzo a domandare la Principessa Fiorina, proclamandola per sua sovrana. La Regina irritata voleva trattare la cosa con grande alterigia; si affacciò al balcone e minacciò i rivoltosi. In quel punto, la sommossa diventa generale: si sfondano le porte del suo quartiere, si saccheggia tutto, e la lasciano morta a sassate.</p>



<p>Trotona si rifugiò presso la Sussio, perché correva lo stesso pericolo della madre.</p>



<p>I grandi del regno si radunarono subito, e salirono sulla torre dove era la Principessa molto malata.</p>



<p>Ella non sapeva nulla né della morte di suo padre, né della brutta fine toccata alla sua nemica. Quando sentì tutto quel rumore credé in buona fede che venissero a prenderla per condurla alla morte. E non ebbe nessuna paura, perché al giorno che aveva perduto l&#8217;uccello turchino, la vita per lei era diventata odiosa. Ma i suoi sudditi, gettandosi ai suoi piedi, le dettero a conoscere il cambiamento che era accaduto nella sua fortuna. Ella non se ne fece né in qua né in là. La portarono nel suo palazzo, e lì la incoronarono. Le grandi attenzioni che le furono usate e la passione che aveva di rivedere l&#8217;uccello turchino contribuirono molto a farla rimettere in salute e a darle abbastanza forza per nominare un consiglio che avesse cura del regno durante la sua assenza: quindi prese con sé mille milioni di pietre preziose, e una notte se ne partì, tutta sola, senza che alcuno sapesse per dove s&#8217;era incamminata.</p>



<p>Il Mago, che aveva preso a cuore gli affari del Re Grazioso, non avendo tanto potere da distruggere l&#8217;incantesimo che la Sussio aveva fatto, pensò bene di andarla a trovare e proporle qualche accomodamento, per vedere se ella avesse voluto rendere al Re la sua sembianza naturale; e senza mettere tempo in mezzo attaccò i suoi ranocchi e volò dalla fata, la quale in quel momento stava discorrendo con Trotona.</p>



<p>Da un mago a una fata non c&#8217;è un grande stacco. Essi si conoscevano già da circa seicent&#8217;anni, e in questo lasso di tempo erano stati fra loro mille volte amici e mille volte si erano guastati.</p>



<p>&#8220;Che desidera il mio compare?&#8221;, ella gli disse. (È questo il nome che si danno tutti, fra di loro.)</p>



<p>&#8220;Posso esservi utile in qualche cosa che dipenda da me?&#8221;</p>



<p>&#8220;Sì, comare mia&#8221;, disse il Mago. &#8220;Voi potete far tutto per rendermi contento. Si tratta del mio migliore amico: di un Re, che voi avete reso infelice.&#8221;</p>



<p>&#8220;Ah! intendo, compare&#8221;, disse Sussio, &#8220;me ne dispiace proprio nell&#8217;anima, ma non c&#8217;è da sperar grazia per lui, fin tanto che si ostina a non volere sposare la mia figlioccia: eccola qui bella e fresca, come vedete. Ora tocca a lui a decidersi.&#8221;</p>



<p>Al Mago gli restò la parola in bocca, tanto la ragazza gli parve brutta: nondimeno non trovava il verso di venirsene via senza aver combinato qualcosa, segnatamente perché il Re, dal giorno che era in gabbia, aveva corso mille pericoli.</p>



<p>Il chiodo, dove la gabbia stava attaccata, s&#8217;era rotto: la gabbia era cascata per terra, e sua maestà, colle penne, nella caduta s&#8217;era fatto molto male. Il gatto, che si trovava presente a questo caso, gli dette una graffiata nell&#8217;occhio, e ci corse poco non l&#8217;accecasse. Un&#8217;altra volta s&#8217;erano scordati di dargli da bere, ed era già a tocco e non tocco di beccarsi una bella pipita, se per fortuna non giungevano in tempo a salvarlo con alcune gocce d&#8217;acqua. Un frugolo di scimmiotto, scappato non si sa di dove, gli pettinò ben bene le penne attraverso i ferri della gabbia, strapazzandolo senza nessun complimento, come se fosse stata una gazza o un merlo.</p>



<p>Ma la cosa più triste di tutte era questa: che egli stava a un pelo per perdere il trono, perché i suoi eredi ne inventavano ogni giorno una delle nuove, pur di provare come e qualmente egli fosse morto e morto davvero.</p>



<p>Alla fine il Mago combinò con la comare Sussio, che ella condurrebbe Trotona nel palazzo del Re</p>



<p>Grazioso, che lì vi resterebbe alcuni mesi, durante i quali il Re doveva prendere una risoluzione circa allo sposarla: e intanto la fata renderebbe al Re la sua figura naturale, salvo sempre a farlo tornare uccello, nel caso che si fosse ostinato a non voler sposare la sua figlioccia.</p>



<p>La fata diede a Trotona dei vestiti d&#8217;oro e d&#8217;argento; quindi la fece montare in groppa, dietro a sé, sopra un drago, e si recarono al regno di Re Grazioso, il quale vi giungeva, anche lui, in quello stesso punto insieme al Mago suo amico. Con tre colpi di bacchetta, egli ritornò quello stesso che era stato prima, bello, amabile, spiritoso, magnifico: ma gli costava salata questa diminuzione di penitenza, perché il solo pensiero di sposare Trotona gli metteva i brividi addosso. Il Mago aveva un bel persuadere colle migliori ragioni di questo mondo: ma tutti i suoi discorsi lasciavano il tempo com&#8217;era! Il Re si dava meno pensiero delle cure di Stato, che di trovare ogni ammennicolo per mandare in lungo il termine fissato dalla Sussio per le nozze con Trotona.</p>



<p>Intanto la Regina Fiorina, coi capelli tutti sciolti e arruffati apposta per nascondersi il viso, con un cappello di paglia in capo e con un sacco di tela sulle spalle cominciò il suo viaggio un po&#8217; a piedi e un po&#8217; a cavallo, ora per mare, ora per terra. Faceva dappertutto le più minute ricerche: ma non sapendo con certezza che strada prendere, temeva sempre di andare da una parte, mentre il suo Re pigliava da quell&#8217;altra.</p>



<p>Un giorno, essendosi fermata sull&#8217;orlo d&#8217;una fontana le cui acque cristalline rimbalzavano sopra un letto di sassolini minutissimi, le venne voglia di lavarsi i piedi. Si sedé sull&#8217;erba, e raccolti e fermati i capelli con un nastro, tuffò i piedi dentro l&#8217;acqua. A vederla, c&#8217;era da scambiarla con Diana che si bagna di ritorno dalla caccia. In quel mentre passò di lì una vecchierella, tutta ripiegata, la quale si appoggiava a un grosso bastone: si fermò, e le disse:</p>



<p>&#8220;Che fate costì, mia bella figliuola? Mi fa male a vedervi sola così!&#8221;.</p>



<p>&#8220;Non son sola, mia buona nonna&#8221;, rispose la Regina, &#8220;sono invece in numerosa compagnia, perché ho qui con me un mondo di disinganni, d&#8217;inquietudini e di dispiaceri.&#8221; E nel dir così, i suoi occhi si empirono di pianto.</p>



<p>&#8220;Come? così giovine, e piangete!&#8221;, disse la buona vecchina. &#8220;Animo, figlia mia, non vi date alla disperazione. Raccontatemi sinceramente quello che avete, e spero di consolarvi.&#8221;</p>



<p>La Regina non se lo fece dire due volte: le raccontò le sue disgrazie, la parte che in tutta questa faccenda vi aveva avuto la Sussio, e finalmente le disse che andava in cerca dell&#8217;uccello turchino. La vecchierella si rizza sulla persona, piglia un altro contegno, cambia improvvisamente di figura e apparisce giovine, bella, magnificamente vestita: poi guardando la Regina con un grazioso sorriso: &#8220;Incomparabile Fiorina&#8221;, le dice, &#8220;il Re che voi cercate non è più uccello: mia sorella Sussio gli ha rese le sue prime sembianze: e ora trovasi nel suo regno. Non state a tormentarvi più: perché voi arriverete a veder coronate le vostre speranze. Eccovi quattro uova: nei grandi bisogni della vita le romperete, e ci troverete dentro delle cose che vi saranno di un grande aiuto&#8221;.</p>



<p>Detto questo, sparì. Fiorina si sentì rinascere a queste parole; ripose le uova nel sacco, e s&#8217;incamminò verso il regno di Grazioso.</p>



<p>Dopo aver camminato otto giorni e otto notti, giunse a piè di una montagna d&#8217;un&#8217;altezza prodigiosa, tutta quanta d&#8217;avorio e così tagliata a picco, che non c&#8217;era verso di arrampicarcisi sopra, senza cadere.</p>



<p>Ella fece mille sforzi inutili: sdrucciolava, si affaticava; finché, disperata di vedersi di fronte un ostacolo insormontabile, andò a sdraiarsi appiè della montagna, colla ferma risoluzione di lasciarsi morire; quand&#8217;ecco che si ricordò degli uovi avuti dalla fata.</p>



<p>Ne prese uno e disse: &#8220;Vediamo un po&#8217;, se promettendomi i soccorsi de&#8217; quali avessi avuto bisogna, si fosse burlata di me&#8221;.</p>



<p>Appena rotto l&#8217;uovo, vennero fuori alcuni piccoli ganci d&#8217;oro, che ella si attaccò ai piedi e alle mani. E con l&#8217;aiuto di questi poté salire senza fatica sulla montagna d&#8217;avorio; perché i ganci facevano presa, e le impedivano di sdrucciolare in basso.</p>



<p>Quando fu sulla vetta, ecco nuove difficoltà per incominciare a calare al piano: perché tutta la vallata non era altro che un grandissimo specchio di cristallo.</p>



<p>Vi erano lì dintorno più di sessantamila donne, che si miravano in esso con grandissimo diletto, perché bisogna sapere che lo specchio aveva dieci chilometri di larghezza e venti di lunghezza.</p>



<p>Ciascuna vi si vedeva riflessa secondo il suo desiderio: quella di capelli rossi appariva bionda: la vecchia si vedeva giovine: la giovine pareva anche più giovine; in una parola, questo specchio nascondeva così bene i difetti, che le donne correvano a specchiarvisi dalle cinque parti del mondo. Bisogna aver visto le smorfie e i bocchini tondi, che facevano la maggior parte di quelle civettuole; c&#8217;era da scoppiar dalle risa. E non per questo gli uomini ci si affollavano in minor numero: perché lo specchio faceva un gran comodo anche a loro. A chi regalava bellissimi capelli: a chi un personale alto ed elegante, o una cert&#8217;aria marziale, o una fisionomia simpatica e bella. Essi ridevano delle donne e le donne non se ne stavano dal ridere alle loro spalle: per cui la montagna veniva chiamata con molti nomi differenti. Nessuno era stato mai capace di toccarne la cima: e quando vi scorsero Fiorina, le donne si messero tutte a strillare come tante calandre:</p>



<p>&#8220;Dove va mai quella sfacciata?&#8221;, dicevano esse. &#8220;Quella lì dev&#8217;essere tanto imprudente, da mettere i</p>



<p>piedi anche sul nostro specchio. Vedrete che dopo pochi passi, ce lo manderà in bricioli.&#8221; E così facevano un diavoleto da cavar di cervello.</p>



<p>La Regina non sapeva come fare, perché vedeva un gran pericolo nel dovere scendere da quella altezza: allora ruppe un altr&#8217;ovo, dal quale uscirono fuori due piccioni e un cocchio, che tutt&#8217;a un tratto diventò tanto grande, da poterci entrar dentro comodamente: e in questo modo i piccioni con molta leggerezza calarono giù al basso la Regina, senza che accadesse nulla di male.</p>



<p>Ella disse ai suoi bravi piccioni:</p>



<p>&#8220;Miei piccoli amici, se voi sarete tanto cortesi di portarmi fino sul posto dove il Re Grazioso tiene la sua corte, non troverete in me un&#8217;ingrata&#8221;.</p>



<p>I piccioni, cortesi e obbedienti, volarono giorno e notte finché non furono arrivati alle porte della città. Così Fiorina smontò, e diede a ciascuno di essi un dolcissimo bacio, che costava più di una corona reale.</p>



<p>Oh, come le batteva il cuore, mettendo il piede in città!</p>



<p>Per non essere riconosciuta, si insudiciò il viso; e chiese a quelli che passavano per la strada, dove avrebbe potuto vedere il Re. Alcuni si messero a ridere. &#8220;Vedere il Re?&#8221;, le dicevano, &#8220;davvero eh! e che vuoi tu da lui, mio bel Muso-sudicio? Vai, vai piuttosto a lavarti: perché i tuoi occhi non sono degni di vedere un gran monarca a quel modo.&#8221; La Regina non rispose: si allontanò pian piano: e tornò daccapo a domandare a quelli che incontrava, dove avrebbe potuto mettersi per vedere il Re. &#8220;Domani deve venire al tempio con la Principessa Trotona&#8221;, le risposero, &#8220;perché finalmente ha consentito di sposarla.&#8221;</p>



<p>&#8220;Cielo, quale notizia! Trotona, l&#8217;indegna Trotona sul punto di sposare il Re!&#8221;, Fiorina credette di morire e non aveva più fiato né per parlare né per andare avanti. Entrò sotto una porta, e sedutasi sopra una pietra, col viso coperto dai capelli e dal suo cappello di paglia, cominciò a dire:</p>



<p>&#8220;Sfortunata che io sono! Eccomi venuta qui per far più bello il trionfo della mia rivale e per vedere coi miei occhi la sua contentezza! Fu dunque a cagione di lei, che l&#8217;uccello turchino non venne più a vedermi? Era dunque per quella brutta strega, che mi faceva la più nera di tutte le infedeltà, mentre io, rifinita dal dolore, mi logorava dalla passione per la conservazione dei suoi giorni? Il traditore s&#8217;era cambiato&#8230; Ricordandosi di me, come se non m&#8217;avesse visto mai, lasciava che io mi struggessi per la sua lontananza, senza darsi punto pensiero della mia!&#8230;&#8221;.</p>



<p>Quando si ha il cuore grosso dai dispiaceri, è raro che si senta il bisogno di mangiare. La Regina cercò un po&#8217; di albergo: e si coricò, senza prendere un boccone. Si alzò col sole e corse al tempio; ma prima di poterci entrare dové subire molte manieracce dalle guardie e dai soldati. Vide il trono del Re e quello di Trotona, che era già considerata come Regina. Che dolore per un&#8217;anima sensibile e appassionata, come quella di Fiorina! Si avvicinò al trono della sua rivale, e lì stette in piedi, appoggiata a una colonna di marmo. Il Re arrivò il primo, più bello e più amabile di quello che fosse stato mai in tutta la vita. Trotona venne dopo, vestita con gran magnificenza, ma brutta da far paura. Ella guardò la Regina con un certo cipiglio &#8220;E chi sei tu&#8221;, le disse, &#8220;che ardisci di avvicinarti alla mia augusta persona e al mio trono d&#8217;oro?&#8221;</p>



<p>&#8220;Io mi chiamo Viso-sudicio&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;son venuta di lontano per vendervi delle cose rare.&#8221;</p>



<p>E cominciò a frugare nel suo sacco di tela, e tirò fuori i braccialetti di smeraldo che il Re Grazioso le aveva regalati.</p>



<p>&#8220;Oh! oh!&#8221;, esclamò Trotona, &#8220;carini codesti pezzi di bicchiere; me li vendi per cinque soldi?&#8221;</p>



<p>&#8220;Fateli prima vedere a chi se ne intende, o signora, e poi sul prezzo ci accomoderemo.&#8221;</p>



<p>Trotona, che amava il Re con maggior tenerezza di quel che poteva attendersi da quella foca, e non le pareva vero di trovare delle occasioni per parlargli, si avanzò fino al trono di lui e gli mostrò i braccialetti, pregandolo a dire il suo sentimento. Alla vista di quei braccialetti, egli si ricordò di quelli che aveva dato a Fiorina: diventò bianco, sospirò, e stette per un po&#8217; di tempo senza rispondere: alla fine, temendo di far vedere il turbamento dell&#8217;animo, fece su di sé un grande sforzo e rispose:</p>



<p>&#8220;Questi braccialetti, secondo me, valgono quanto tutto il mio regno: credevo che nel nondo ve ne fosse un paio solo; ma ora vedo che ce ne sono degli altri&#8221;.</p>



<p>Trotona tornò sul suo trono, dove ci faceva la figura di un&#8217;ostrica attaccata al suo guscio; e chiese alla Regina quanto, senza rubare, avrebbe preteso de&#8217; suoi braccialetti.</p>



<p>&#8220;Se doveste pagarmeli, o signora, vi sarebbe d&#8217;un grande scomodo: vi propongo piuttosto un altro patto. Ottenetemi il favore di dormire una notte nella sala degli Echi, che è nel palazzo del Re, e io vi cedo gli smeraldi.&#8221;</p>



<p>&#8220;Magari, Viso-sudicio!&#8221;, disse Trotona, buttandosi via dalle risate come una sguaiata, e mostrando certi denti più lunghi di quelli d&#8217;un cinghiale.</p>



<p>Il Re non si dette pensiero di sapere di dove venivano quei braccialetti, un po&#8217; perché gli era indifferente la venditrice (che non destava davvero nessuna curiosità), ma segnatamente per il disgusto invincibile che provava a discorrere con Trotona. Ora bisogna sapere, che in quel tempo che egli era sempre uccello turchino, una tal volta gli era venuto fatto di raccontare alla Principessa come proprio sotto al suo quartiere reale c&#8217;era una piccola sala che si chiamava la sala degli Echi; costruita in un modo così ingegnoso, che tutto ciò che vi si diceva sottovoce, era sentito benissimo dal Re quando si trovava a letto nella sua camera; per cui Fiorina non poteva immaginare un miglior mezzo di questo, per potergli rimproverare la sua infedeltà.</p>



<p>Per ordine di Trotona la condussero nella sala degli Echi, dov&#8217;ella dette principio ai suoi lamenti e ai suoi rimproveri così:</p>



<p>&#8220;La sciagura, alla quale non voleva credere, pur troppo è certa, barbaro uccello turchino! tu ti sei scordato di me: tu ami la mia indegna rivale. I braccialetti, che ebbi dalla tua mano reale, non furono capaci di richiamarmi alla tua memoria: tanto io sono lontana dal tuo pensiero!&#8221;.</p>



<p>E qui i singhiozzi le tolsero la parola: quand&#8217;essa riebbe fiato da parlare, ricominciò daccapo e continuò fino alla mattina. I camerieri, avendola sentita piangere e sospirare tutta la notte, andarono a raccontarlo a Trotona: la quale le domandò la ragione di tutto il lamentìo che aveva fatto. La Regina rispose che aveva dormito profondamente e che dormendo le accadeva per il solito di sognare e di parlare a voce alta.</p>



<p>Quanto al Re, per una strana fatalità non aveva sentito nulla: e questo derivava, perché dal giorno che incominciò la sua passione per Fiorina, aveva perduti i sonni; e quando la sera andava a letto, gli davano dell&#8217;oppio per farlo riposare.</p>



<p>La Regina passò una gran parte del giorno così inquieta, da non potersi dir quanto. &#8220;Se mi ha sentito&#8221;, diceva fra sé, &#8220;come si può dare al mondo un&#8217;indifferenza più atroce della sua? Se poi non mi ha sentito, in qual altro modo potrò far giungere la mia voce fino a lui?&#8221; Gioielli e cose d&#8217;arte veramente rare e straordinarie non ne aveva più: perché le pietre preziose sono sempre belle, ma ci bisognava qualcosa che sapesse stuzzicare il gusto di Trotona. Allora ricorse ai suoi uovi e ne ruppe uno. Ecco che scappò subito fuori una carrozzina d&#8217;acciaio lustro, tutta ornata di fregi d&#8217;oro in rilievo; alla carrozzina erano attaccati sei sorci verdi, guidati da un grosso topo color di rosa, mentre il battistrada, anch&#8217;esso della famiglia topesca, era d&#8217;una bella tinta grigio-perla. Dentro alla carrozza c&#8217;erano quattro marionette più vispe e più graziose di quelle che si vedono sui teatrini alle grandi fiere di Padova e di Sinigaglia, e facevano delle cose molto sorprendenti, in specie due piccole egiziane, le quali ballavano la sarabanda e il minuetto meglio di tutte le ballerine della Pergola e della Scala.</p>



<p>La Regina rimase a bocca aperta a vedere questo capolavoro dell&#8217;arte negromantica: ma non fece motto fino alla sera, che era l&#8217;ora che Trotona andava alla passeggiata. Allora si mise in un viale a far galoppare i suoi sorci che tiravano la carrozza, gli altri topi e le marionette. Questa novità fece tanta meraviglia a Trotona, che cominciò a gridare:</p>



<p>&#8220;Viso-sudicio! ehi, Viso-sudicio! li vuoi cinque soldi per la tua carrozza e per il tuo equipaggio topinesco?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Domandate ai letterati e ai sapienti di questo regno&#8221;, disse Fiorina &#8220;che cosa può valere una meraviglia simile, e io me ne starò al parere del più capace fra loro.&#8221; Trotona, prepotente in ogni cosa, rispose:</p>



<p>&#8220;Non mi star più a stomacare colla tua sudicia presenza; dimmi il prezzo, e finiscila&#8221;.</p>



<p>&#8220;Dormire ancora un&#8217;altra volta nella sala degli Echi&#8221;, disse Fiorina, &#8220;ecco tutto quello che vi domando.&#8221;</p>



<p>&#8220;Va&#8217;, povera bestia&#8221;, replicò Trotona, &#8220;non ti sarà negato.&#8221; E voltandosi alle sue dame, disse: &#8220;Questa stupida creatura non sa ricavare nessun guadagno dalla vendita di tante belle rarità!&#8221;.</p>



<p>Venne la notte.</p>



<p>Fiorina disse tutto quello che si può immaginare di più tenero e di appassionato, ma fu lo stesso che dirlo al muro, come la notte avanti, perché il Re non lasciava mai di prendere la sua solita bevanda coll&#8217;oppio. I camerieri dicevano fra loro:</p>



<p>&#8220;Questa campagnola, non c&#8217;è caso, dev&#8217;esser grulla: che cos&#8217;è tutto questo cicalìo che fa la notte?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Peraltro&#8221;, osservavano alcuni, &#8220;nelle cose che dice, c&#8217;è del buon senso e della passione.&#8221;</p>



<p>Fiorina aspettò colla febbre addosso che venisse il giorno, per vedere l&#8217;effetto prodotto da&#8217; suoi discorsi.</p>



<p>&#8220;Pur troppo&#8221;, essa diceva, &#8220;questo spietato è diventato sordo alla mia voce! Non riconosce più la voce della sua cara Fiorina? Ah! che vergogna, ostinarsi ancora a volergli bene! Egli mi disprezza, e me lo merito. Sì, mi sta bene.&#8221;</p>



<p>Però tutti questi ragionamenti tornavano inutili. Ella non poteva guarire della sua passione.</p>



<p>Nel sacco non le rimaneva che un solo uovo, dal quale potesse sperare qualche soccorso. Lo ruppe e ne uscì fuori un pasticcio di sei uccelli lardellati, cotti e benissimo rosolati; eppure, con tutto questo, cantavano da innamorare, predicavano la buona ventura e sapevano di medicina meglio di</p>



<p>Esculapio. La Regina restò stupita di una cosa tanto meravigliosa, e se ne andò col suo pasticcio parlante nell&#8217;anticamera di Trotona.</p>



<p>Mentr&#8217;essa aspettava di poter passare, uno de&#8217; camerieri le si avvicinò e le disse:</p>



<p>&#8220;Ma non sapete, mio bel Viso-sudicio, che se il Re non pigliasse l&#8217;oppio per dormire, voi lo cavereste di cervello con tutto il chiacchierio che fate nella notte?&#8221;.</p>



<p>Fiorina allora capì subito la ragione perché il Re non l&#8217;aveva udita, e disse al cameriere:</p>



<p>&#8220;Sono tanto sicura di non disturbare i sonni del Re, che stasera, nel caso che io dorma nella sala degli Echi, se non gli darete nemmeno una goccia d&#8217;oppio, tutte queste perle e diamanti saranno per voi&#8221;.</p>



<p>Il cameriere accettò e dette la sua parola.</p>



<p>Dopo pochi minuti arrivò Trotona e vide la Regina che faceva finta di voler mangiare il suo pasticcio.</p>



<p>&#8220;Che cosa fai costì, Viso-sudicio?&#8221; le disse.</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, rispose Fiorina, &#8220;son qui che mangio astrologhi, musici e dottori di medicina.&#8221;</p>



<p>In quello stesso momento gli uccelli cominciarono a cantare dolcemente, come tante sirene; poi gridavano: &#8220;Buttateci una piccola moneta d&#8217;argento e vi diremo la buona ventura&#8221;, Un anatrotto, che torreggiava sugli altri, disse più forte di tutti: &#8220;Qua, qua, qua, qua; io sono medico, io guarisco la gente da tutti i mali e da tutte le pazzie, fuori che da quella d&#8217;amore&#8221;.</p>



<p>Trotona sbalordita da questo portento non veduto mai in vita sua, gridò, sagrando come un vetturino:</p>



<p>&#8220;Affeddìo, che bel pasticcio! Lo voglio per me. Qua, Visosudicio: quanto ne chiedi?&#8221;.</p>



<p>&#8220;Il solito prezzo&#8221;, ella disse, &#8220;dormire nella sala degli Echi, e nient&#8217;altro.&#8221;</p>



<p>&#8220;Sta bene, e ti voglio dar per giunta anche questa moneta&#8221;, disse Trotona, fuor di sé dall&#8217;allegrezza di avere avuto il pasticcio. Fiorina se ne va via ringraziando, tutta contenta per la speranza che questa volta il Re avrebbe sentita la sua voce.</p>



<p>Appena venne la notte, ella si fece condurre nella sala degli Echi, colla passione che la struggeva che il cameriere mantenesse la parola e che, invece di dare al Re il solito oppio, gli mettesse innanzi qualche altra bevanda da tenerlo desto; quando poté figurarsi che tutti dormissero, ella ricominciò i suoi pietosi lamenti:</p>



<p>&#8220;A quanto pericolo non sono io andata incontro&#8221;, ella diceva, &#8220;per venirti a cercare, mentre tu mi fuggi e vuoi sposare Trotona! Che t&#8217;ho io fatto, crudele, per scordarti così i tuoi giuramenti? Rammentati almeno qualche volta della tua metamorfosi, del mio amore e dei nostri teneri colloqui!&#8221;.</p>



<p>Ella ripeté questi colloqui a uno a uno, e con tanta fedeltà di memoria, da far vedere che per lei non c&#8217;era altra cosa al mondo che le fosse più cara di questi ricordi.</p>



<p>Il Re non dormiva punto, e sentiva così distintamente la voce di Fiorina e tutte le sue parole, che non sapeva raccapezzarsi da dove venissero: ma il suo cuore, teneramente commosso, gli fece ricordare così al vivo l&#8217;immagine della sua incomparabile Principessa, che nel trovarsi ora diviso da lei sentì il medesimo dolore di quando i coltelli lo ferirono fra i rami del cipresso. E anch&#8217;esso si mise a parlare sullo stesso tono della Regina, e disse:</p>



<p>&#8220;Ah! Principessa troppo crudele per un amante che vi adorava! com&#8217;è egli mai possibile che mi abbiate sacrificato ai nostri comuni nemici?&#8230;&#8221;.</p>



<p>Fiorina udì le cose che il Re diceva, e non si stette dal rispondergli e dal fargli sapere che s&#8217;egli avesse voluto degnarsi di chiamare presso di sé Viso-sudicio, avrebbe potuto aver la spiegazione di tanti misteri, fin allora inesplicabili per lui.</p>



<p>A queste parole il Re, impaziente, chiamò uno dei suoi camerieri, e gli disse se fosse stato possibile di trovargli subito Viso-sudicio e di condurgliela lì. Il cameriere rispose che la cosa poteva farsi in un batter d&#8217;occhio, perché Viso-sudicio era a dormire nella sala degli Echi.</p>



<p>Il Re non sapeva che cosa si pensare. Come poteva mai figurarsi che una sì gran Regina, come Fiorina, potesse trovarsi trasfigurata a quel modo? E come credere che Viso-sudicio avesse la voce della Regina e conoscesse tutti i suoi segreti più intimi, se ella non fosse stata la Regina stessa? Tormentato da questi sospetti si alzò dal letto, si vestì in fretta e furia, e per una scaletta segreta scese nella sala degli Echi. La Regina aveva levata la chiave: ma il Re ne aveva una che apriva tutte le porte del palazzo.</p>



<p>La trovò vestita con una veste leggerissima di seta bianca, che essa era solita portare sotto i suoi panni sudici e strappati; i suoi bellissimi capelli le scendevano per le spalle; era distesa sopra un canapè, e una lampada, in lontananza, mandava all&#8217;intorno un pallido sbattimento di luce. Il Re entrò dentro all&#8217;improvviso; e la passione dell&#8217;amore vincendo tutti i suoi risentimenti, appena l&#8217;ebbe riconosciuta, andò a gettarsi a&#8217; suoi piedi, le bagnò le mani del suo pianto e credette di morire di gioia, di dolore e di mille pensieri diversi che, tutti in una volta, gli si affollarono alla memoria. La Regina non fu meno commossa di lui; ed ebbe una tal serratura al cuore, che sentiva mancarsi il respiro. Ella guardava fisso fisso il Re, senza dir parola; e quand&#8217;ebbe la forza di poter parlare, non ebbe quella per fargli dei rimproveri. La gran contentezza di rivederlo le fece dimenticare per un momento tutte le ragioni, che essa credeva fondatissime, di lagnarsi di lui. Alla fine ogni cosa venne in chiaro, tutti e due a vicenda si trovarono giustificati; il loro amore riprese al disopra, e l&#8217;unica spina, che ormai li tormentasse, era la fata Sussio. Ma in questo frattempo giunse il Mago, grande amico del Re, in compagnia d&#8217;una famosa fata, la quale era appunto quella che aveva dato le quattro uova a Fiorina. Scambiati i primi complimenti d&#8217;uso, il mago e la fata dissero chiaro e tondo che essendosi trovati d&#8217;accordo a riunire i loro poteri in favore del Re e della Regina, la fata Sussio non poteva far altro che un bel nulla contro di essi; e che per conseguenza non c&#8217;erano più ostacoli per mandare in lungo le loro nozze.</p>



<p>Ci vuol poco a figurarsi l&#8217;allegrezza dei due giovani amanti. Appena si fece giorno, la voce si sparse per il palazzo, e tutti furono contenti di vedere la bella Fiorina. Il rumore di questa notizia essendo arrivato fino agli orecchi di Trotona, questa corse subito dal Re: e come rimase brutta, quando gli vide al fianco la sua odiata rivale! Mentre stava per aprir bocca e per dir loro un sacco di vituperi, il mago e la fata la trasformarono in una maiala, perché così le rimanesse un poco della sua fisionomia e del suo brutto vizio di grugnire. Ella fuggì via, grugnendo sempre fin giù nel cortile, dove fu accolta da uno scoppio di risate, che la messero all&#8217;ultima disperazione.</p>



<p>Il Re Grazioso e la Regina Fiorina, liberati finalmente dalla presenza di una così odiosa persona, non pensarono più che a festeggiare le loro nozze: le quali spiccarono per buon gusto e magnificenza: e c&#8217;è da immaginarsi facilmente la felicità dei due sposi, dopo tanti dispiaceri e tante traversie.</p>



<p>Domandatelo al Re Grazioso, ed egli vi risponderà: meglio diventare uccelli turchini, corvi e anche anatre palustri, piuttosto che sposare una Trotona, alla quale non si voglia bene.</p>



<p>Peccato che non si trovi sempre un mago o una fata per mandare a monte tanti matrimoni, dove l&#8217;amore non c&#8217;entra per nulla!<br></p>
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		<title>La Bella dai capelli d&#8217; oro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 16:21:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Marie-Catherine d'Aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[aulnoy]]></category>
		<category><![CDATA[collodi]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Marie-Catherine d&#8217;Aulnoy tradotta da Carlo Collodi C&#8217;era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l&#8217;eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d&#8217;oro, perché i suoi capelli erano più fini dell&#8217;oro, e biondi [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Marie-Catherine d&#8217;Aulnoy tradotta da Carlo Collodi</h2>



<p>C&#8217;era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l&#8217;eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d&#8217;oro, perché i suoi capelli erano più fini dell&#8217;oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi. Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.</p>



<p>In quelle vicinanze c&#8217;era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona.</p>



<p>Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d&#8217;oro, sebbene non l&#8217;avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.</p>



<p>Fece fabbricare apposta una magnifica carrozza per il suo ambasciatore: gli dette più di cento cavalli e cento servitori, e si raccomandò a più non posso perché gli conducesse la Principessa.</p>



<p>Appena l&#8217;ambasciatore ebbe preso congedo dal Re e si fu messo in viaggio, alla Corte non si parlava d&#8217;altro: e il Re, che non dubitava punto che la Principessa non volesse acconsentire ai suoi desideri, cominciò subito a farle allestire degli abiti bellissimi e dei mobili di gran valore.</p>



<p>Intanto che erano dietro a questi preparativi, l&#8217;ambasciatore, che era arrivato alla Corte della Bella dai capelli d&#8217;oro, recitò il suo bravo discorso; ma sia che la Principessa in quel giorno non fosse di buon umore, sia che il complimento non le andasse a genio, fatto sta che rispose all&#8217;ambasciatore di ringraziare il Re e di dirgli che non aveva voglia di maritarsi.</p>



<p>L&#8217;ambasciarore se ne partì dalla Principessa dispiacentissimo di non poterla condur seco: e riportò indietro tutti i regali, che doveva presentarle da parte del Re: perché la Prilicipessa era molto onesta, e sapeva che alle ragazze non sta bene di accettare i regali dai giovinotti.</p>



<p>Per cui non volle gradire né i diamanti né le altre cose; e solo per non scontentare il Re, accettò una carta di spilli d&#8217;Inghilterra.</p>



<p>Quando l&#8217;ambasciatore fu tornato alla capitale dove il suo Re lo aspettava con tanta impazienza, tutti rimasero male dal vedere che non avesse condotto seco la Principessa, e il Re si messe a piangere come un ragazzo, né c&#8217;era verso di consolarlo.</p>



<p>Si trovava lì, alla Corte, un giovinetto bello come il sole, il più grazioso di tutti gli abitanti del Regno. A cagione appunto delle sue belle maniere e del suo spirito, lo chiamavano &#8220;Avvenente&#8221;. Tutti gli volevano bene, meno gli invidiosi, che si rodevano dalla rabbia perché il Re lo colmava di favori e lo metteva a parte d&#8217;ogni suo segreto.</p>



<p>Accade che Avvenente si trovò in un crocchio di persone, che parlavano del ritorno dell&#8217;ambasciatore e dicevano che non era stato buono a nulla; allora egli disse, senza badarci tanto né quanto:</p>



<p>&#8220;Se il Re avesse mandato me dalla Bella dai capelli d&#8217;oro, son sicuro che ella sarebbe venuta meco&#8221;.</p>



<p>Senza metter tempo in mezzo quei malanni risoffiarono subito queste parole al Re e gli dissero: &#8220;Sapete, o Sire, che cosa ha detto Avvenente? ha detto che se aveste mandato lui dalla Bella dai capelli d&#8217;oro, egli si riprometteva di condurla seco. Vedete quant&#8217;è maligno! e&#8217; pretende di essere più bello di voi, e vorrebbe dare ad intendere che la Principessa si sarebbe tanto invaghita di lui, da seguitarlo da per tutto&#8221;.</p>



<p>Ecco il Re che va in bestia e si riscalda in modo da perdere il lume degli occhi: &#8220;Ah! ah!&#8221;, egli dice, &#8220;dunque questo bel mugherino si piglia giuoco della mia disgrazia? dunque si stima da più di me?</p>



<p>Olà: mettetelo subito nella gran torre, e che lì ci muoia di fame&#8221;.</p>



<p>Le guardie del Re andarono da Avvenente, il quale non si ricordava nemmeno di quello che aveva detto: lo trascinarono in prigione e gli fecero mille angherie.</p>



<p>Questo povero giovine non aveva che un po&#8217; di paglia a uso di letto: e certo vi sarebbe morto, senza una piccola fontana, che scaturiva a piè della torre, dove egli pigliava qualche sorso d&#8217;acqua per rinfrescarsi un poco, perché la fame gli aveva seccata la gola.</p>



<p>Un giorno, non potendone più, diceva sospirando:</p>



<p>&#8220;Di che mai si lamenta il Re? Fra tutti i suoi sudditi non ce n&#8217;è uno che, quanto me, gli sia fedele. Non ho ricordanza di averlo offeso mai!&#8221;.</p>



<p>Il Re, per caso, passando vicino alla torre, sentì i lamenti di colui che aveva tanto amato, e si fermò per stare in orecchio: quantunque i cortigiani, che erano con lui, e che l&#8217;avevano a morte con Avvenente, dicessero al Re: &#8220;Che idea è la vostra, o Sire? non sapete che è un malanno?&#8221;. E il Re rispose: &#8220;Lasciatemi qui: voglio sentire quello che dice&#8221;.</p>



<p>E avendo sentito i lamenti di lui, gli occhi gli s&#8217;empirono di pianto: aprì la porta della torre, e lo chiamò.</p>



<p>Avvenente, tutto desolato, andò a buttarsi ai ginocchi del Re, e gli baciò i piedi. &#8220;Che cosa v&#8217;ho fatto, o Sire&#8221;, egli disse, &#8220;per meritarmi sì duri trattamenti?&#8221;</p>



<p>&#8220;Tu ti sei preso giuoco di me e del mio ambasciatore&#8221;, rispose il Re, &#8220;tu ti sei lasciato uscir di bocca che, se avessi mandato te dalla Bella dai capelli d&#8217;oro, ti saresti stimato da tanto da menarla teco.&#8221; &#8220;È vero, Sire&#8221;, disse Avvenente, &#8220;io le avrei raccontato così bene le vostre virtù e i vostri pregi, che son sicuro che ella non avrebbe saputo come resistere; e in tutto questo non mi par che ci sia cosa che possa offendervi.&#8221;</p>



<p>Il Re riconobbe, difatto, di aver torto: dette un&#8217;occhiata a coloro, che gli avevano messo in disgrazia il suo favorito, e lo menò con sé, non senza pentirsi amaramente del gran dispiacere che gli aveva dato.</p>



<p>Dopo averlo invitato a una lauta cena, lo chiamò nel suo gabinetto e gli disse: &#8220;Avvenente, io amo sempre la Bella dai capelli d&#8217;oro; il suo rifiuto non mi ha levato di speranza, ma non so che strada mi prendere per indurla a diventare mia sposa. Ho una gran voglia di mandar te, per vedere se tu fossi buono di venirne a capo&#8221;.</p>



<p>Avvenente rispose che era dispostissimo a obbedirlo in ogni cosa, e che sarebbe partito subito, anche l&#8217;indomani.</p>



<p>&#8220;Oh!&#8221;, disse il Re, &#8220;ti voglio dare una splendida accompagnatura&#8230;&#8221;</p>



<p>&#8220;Non mi par punto necessaria&#8221;, egli rispose, &#8220;quanto a me, mi basta e me n&#8217;avanza d&#8217;un bel cavallo e di qualche lettera da poter presentare da parte vostra.&#8221;</p>



<p>Il Re non poté stare dall&#8217;abbracciarlo per la gran contentezza di vederlo così pronto e sollecito a partire.</p>



<p>Egli prese congedo dal Re e dai suoi amici un lunedì mattina, e si pose in viaggio per compiere la sua ambasciata da sé solo, senza fare vistosità e senza fracasso.</p>



<p>Lungo la strada non faceva altro che studiare tutti i modi per impegnare la Bella dai capelli d&#8217;oro a divenire la sposa del Re. Portava in tasca un piccolo calamaio, e quando gli veniva qualche bel pensierino da incastrare nel suo discorso, scendeva da cavallo e si metteva sotto un albero per pigliarne ricordo prima che gli passasse dalla memoria.</p>



<p>Una mattina, che era partito sul far del giorno, passando da una gran prateria, gli venne in mente un&#8217;idea gentile e graziosa; e sceso subito di sella, andò a mettersi sotto una sfilata di salici e di pioppi, piantati lungo un piccolo ruscello che scorreva all&#8217;orlo del prato.</p>



<p>Quand&#8217;ebbe finito di scrivere si voltò a guardare da tutte le parti, tanto era contento di trovarsi in un luogo così delizioso! Quand&#8217;ecco che vide sull&#8217;erba un Carpione color dell&#8217;oro, che boccheggiava e non ne poteva più, perché, per la gola di chiappare dei moscerini, aveva fatto un salto così lungo e così fuor dell&#8217;acqua, che era andato a ricascare sull&#8217;erba, dove stava quasi per morire.</p>



<p>Avvenente n&#8217;ebbe compassione, e sebbene fosse giorno di magro e potesse fargli comodo per il suo desinare, lo prese e lo rimesse perbenino nella corrente del fiume.</p>



<p>Appena il nostro Carpione sentì il fresco dell&#8217;acqua, cominciò a scodinzolare dall&#8217;allegrezza e andò subito a fondo: ma poi, ritornato a fior d&#8217;acqua, disse, avvicinandosi tutto vispo alla riva:</p>



<p>&#8220;Avvenente, io vi ringrazio del servizio che mi avete reso; senza di voi sarei morto e voi mi avete salvato. Io non sono un ingrato e saprò ricambiarvi!&#8221;.</p>



<p>Dopo questo complimento sparì sott&#8217;acqua: e Avvenente rimase molto maravigliato dello spirito e della buona creanza del Carpione.</p>



<p>Un altro giorno, mentre seguitava il suo viaggio, s&#8217;imbatté in un Corvo ridotto a mal partito: questo povero uccello era inseguito da un&#8217;Aquila smisurata, gran divoratrice di Corvi; e stava lì lì per essere agguantato, e l&#8217;Aquila l&#8217;avrebbe inghiottito come un chicco di canapa, se Avvenente non si fosse mosso a compassione della povera bestia.</p>



<p>&#8220;Ecco&#8221;, gli disse, &#8220;che al solito i più forti opprimono i più deboli. Che ragione ha l&#8217;Aquila di mangiare il Corvo?&#8221;</p>



<p>E preso l&#8217;arco che portava sempre seco, e una freccia, puntò la mira contro l&#8217;Aquila e crac! le scagliò la freccia nel corpo e la passò da parte a parte.</p>



<p>L&#8217;Aquila cadde giù morta, e il Corvo, tutt&#8217;allegro, andandosi a posare in cima a un ramo:</p>



<p>&#8220;Avvenente&#8221;, gli disse, &#8220;voi siete stato molto generoso d&#8217;essere venuto in aiuto a me, che sono un povero uccello: ma non avete trovato un ingrato; all&#8217;occorrenza saprò ricambiarvi!&#8221;.</p>



<p>Avvenente ammirò il buon cuore del Corvo, e continuò la sua strada. Una mattina, che albeggiava appena e non vedeva nemmeno dove mettesse i piedi, nel traversare un gran bosco, sentì un Gufo che strillava come un disperato.</p>



<p>&#8220;Ohe! &#8220;, egli disse, &#8220;ecco un Gufo al quale deve essere capitato qualche brutto malanno.&#8221;</p>



<p>Guarda di qui, guarda di là, finalmente gli venne fatto di vedere alcune reti, che erano state tese la notte per acchiappare gli uccelli.</p>



<p>&#8220;Che miseria!&#8221;, egli disse, &#8220;si vede proprio che gli uomini sono fatti apposta per tormentarsi gli uni cogli altri, e per non lasciar ben avere tanti poveri animali, che non hanno fatto loro nessun male e nessun dispetto.&#8221;</p>



<p>Cavò fuori il suo coltello e tagliò le funicelle delle reti. Il Gufo prese il volo, ma ricalando subito a tiro di schioppo:</p>



<p>&#8220;Avvenente&#8221;, egli disse, &#8220;non ho bisogno di perdermi in parole per dirvi la gratitudine che sento per voi. Il fatto parla da sé. I cacciatori stavano lì per arrivare: senza il vostro soccorso, mi avrebbero preso e ammazzato. Ma io ho un cuore riconoscente, e saprò ricambiarvi&#8221;.</p>



<p>Ecco le tre avventure più strepitose che accadessero al buon Avvenente durante il suo viaggio. Egli aveva tanta passione di arrivar presto, che, appena giunto, andò subito al palazzo della Bella dai capelli d&#8217;oro.</p>



<p>Il palazzo era pieno di meraviglie. Diamanti ammontati come sassi: abiti magnifici, argenterie, confetti, dolci e ogni grazia di Dio: di modo che Avvenente pensava dentro di sé che se la Principessa si fosse decisa a lasciare tutte quelle magnificenze per venire a stare col Re suo padrone, bisognava proprio dire che gli era toccata una gran fortuna.</p>



<p>Si messe un vestito di broccato e delle penne bianche e carnicine: si pettinò, s&#8217;incipriò, si lavò il viso: si infilò intorno al collo una ricca sciarpa, tutta ricamata, con un piccolo paniere e con dentro un bel canino, che esso aveva comprato, passando da Bologna.</p>



<p>Avvenente era così bello della persona e così grazioso, e ogni cosa che faceva, lo faceva con tanto garbo, che quando si presentò alla porta del palazzo, tutte le guardie gli strisciarono una gran riverenza, e corsero ad annunziare alla Bella dai capelli d&#8217;oro, che Avvenente, l&#8217;ambasciatore del Re suo vicino, domandava la grazia di poterla vedere.</p>



<p>Subito che intese il nome d&#8217;Avvenente, la Principessa disse: &#8220;Questo nome m&#8217;è di buon augurio: scommetto che dev&#8217;essere un giovane grazioso e da piacere&#8221;.</p>



<p>&#8220;Oh davvero, Signora!&#8221;, dissero tutte le dame d&#8217;onore. &#8220;Noi l&#8217;abbiamo veduto dall&#8217;ultimo piano, dove s&#8217;era a mettere in ordine la vostra biancheria: e tutto il tempo che s&#8217;è trattenuto sotto le nostre finestre, non siamo state più buone a far nulla.&#8221;</p>



<p>&#8220;Vi fa un bell&#8217;onore&#8221;, replicò la Bella dai capelli d&#8217;oro, &#8220;di passare il vostro tempo a guardare i giovanotti. Animo, via! mi si porti subito il mio vestito di gala, di raso blu, a ricami; mi si sparpaglino con grazia i miei capelli biondi: mi si faccia una ghirlanda di fiori freschi, si tirino fuori le mie scarpine col tacco rilevato e il mio ventaglio; si spazzi la mia camera e si spolveri il mio trono; perché io voglio che si dica dappertutto che io sono davvero la Bella dai capelli d&#8217;oro.&#8221; Ecco tutte le donne in gran moto per abbigliarla come una Regina: e tanto si danno da fare, che s&#8217;urtano fra di loro e non concludono nulla di buono.</p>



<p>Finalmente la Principessa passò nella sala dei grandi specchi per rimirarsi e vedere se al suo abbigliamento mancasse qualche cosa; poi salì sul trono, tutto d&#8217;oro, d&#8217;avorio e d&#8217;ebano, che mandava un profumo delizioso, e ordinò alle donne di prendere degli strumenti e di mettersi a cantare, ma con una certa discrezione, per non cavar di cervello la gente.</p>



<p>Quando Avvenente fu condotto nella sala di udienza, restò così fuori di sé dalla meraviglia, che dopo ha raccontato molte volte che non poteva quasi aprir bocca per parlare. Nondimeno si fece coraggio: disse il suo discorso come non si poteva dir meglio, e pregò la Principessa di non dargli il dispiacere di doversene tornar via senza di lei.</p>



<p>&#8220;Garbato Avvenente&#8221;, disse la Principessa, &#8220;le ragioni che mi avete dette sono eccellenti e io sarei contenta di fare un favore a voi, piuttosto che a qualunqu&#8217;altra persona, Ma bisogna che sappiate che un mese fa andai a passeggiare colle mie dame di compagnia lungo il fiume, e siccome mi fu servita la colazione, così nel cavarmi il guanto, mi uscì l&#8217;anello dal dito e disgraziatamente cadde nell&#8217;acqua. Quest&#8217;anello mi è più caro del regno. Lascio immaginare a voi il dispiacere che provai! E ora ho fatto giuro di non dare ascolto a nessuna trattativa di matrimonio, se l&#8217;ambasciatore che verrà a portarmi lo sposo non mi riporti prima il mio anello. Tocca a voi a decidere su quello che volete fare; perché se duraste a parlarmene quindici giorni e quindici notti in fila, non arrivereste mai a farmi cambiare di sentimento.&#8221;</p>



<p>Avvenente rimase mezzo intontito a questa risposta: le fece una gran riverenza e la pregò di voler gradire il canino, il paniere e la sciarpa; ma essa rispose che non accettava nessun regalo e che pensasse alle cose che gli aveva dette.</p>



<p>Quando fu tornato a casa, se ne andò a letto senza prendere nemmeno un boccone da cena: e il canino, che si chiamava Caprioletto, non volle cenare neanche lui e andò a cucciarsi accanto al padrone.</p>



<p>Tutta la notte, quanto fu lunga, Avvenente non fece altro che sospirare. &#8220;Dove poss&#8217;io ripescare un anello, che, un mese fa, è cascato nel fiume?&#8221;, esso diceva. &#8220;Sarebbe una pazzia soltanto a provarsi! Si vede bene che la Principessa lo ha detto apposta per mettermi nell&#8217;impossibilità di poterla ubbidire.&#8221;</p>



<p>E tornava a sospirare e a dare in tutte le smanie. Caprioletto, che lo sentiva, gli disse: &#8220;Caro padrone, fatemi un piacere: non disperate ancora della vostra buona fortuna. Voi siete un giovine troppo carino, per non dover essere fortunato. Appena farà giorno, andiamo subito in riva al fiume&#8221;. Avvenente gli dette colla mano due buffetti e non rispose sillaba: finché stanco e rifinito dalla passione, si addormentò.</p>



<p>Caprioletto, quando vide i primi chiarori dell&#8217;alba, cominciò tanto a sgambettare, che lo svegliò e gli disse: &#8220;Animo, padrone, vestitevi: e usciamo!&#8221;.</p>



<p>Avvenente non desiderava di meglio. Si alza, si veste, scende nel giardino e dal giardino s&#8217;incammina un passo dietro l&#8217;altro verso il fiume, dove si mette a passeggiare col suo cappello sugli occhi e colle braccia incrociate, pensando al brutto momento di dover ripartire, quand&#8217;ecco che a un tratto sente una voce che lo chiama: &#8220;Avvenente! Avvenente!&#8221;.</p>



<p>Si volta a guardare da tutte le parti e non vede anima viva. Credé di aver sognato. Si rimette a passeggiare, e daccapo la solita voce a chiamarlo: &#8220;Avvenente! Avvenente!&#8221;.</p>



<p>&#8220;Chi è che mi chiama?&#8221;, diss&#8217;egli.</p>



<p>Caprioletto, che era molto piccino, e così poteva guardare nell&#8217;acqua a piccolissima distanza, gli rispose: &#8220;Datemi del bugiardo se non è un Carpione, color dell&#8217;oro, quello laggiù in fondo&#8221;.</p>



<p>Detto fatto, un grosso Carpio venne su a fior d&#8217;acqua e gli disse:</p>



<p>&#8220;Voi mi avete salvato la vita nei prati degli Alzieri, dove io senza di voi sarei rimasto morto, e vi promisi un ricambio. Pigliate, caro Avvenente, ecco qui l&#8217;anello della Bella dai capelli d&#8217;oro&#8221;.</p>



<p>Egli si chinò e tirò fuori l&#8217;anello dalla gola del Carpio e lo ringraziò a mille doppi.</p>



<p>E invece di tornare a casa, andò difilato al palazzo, in compagnia di Caprioletto, che era contento come una pasqua per aver consigliato il suo padrone a venire sulla sponda del fiume.</p>



<p>Fu annunziato alla Principessa che Avvenente desiderava di vederla.</p>



<p>&#8220;Ahimè! povero giovane!&#8221;, diss&#8217;ella, &#8220;e&#8217; vien da me per congedarsi. Avrà capito che ciò che io voglio da lui è impossibile, e partirà per andare a raccontarlo al suo padrone.&#8221;</p>



<p>Avvenente, appena introdotto, le presentò l&#8217;anello dicendo: &#8220;Ecco, o Principessa, il vostro comando è stato obbedito: sareste ora tanto compiacente di prendere per vostro sposo il mio augusto padrone?&#8221;.</p>



<p>Quand&#8217;ella vide il suo anello, sano e salvo come se non fosse stato toccato, rimase meravigliata: ma tanto meravigliata, che credeva di sognare.</p>



<p>&#8220;Davvero&#8221;, ella disse, &#8220;grazioso Avvenente! Si vede proprio che voi avete una fata dalla vostra altrimenti questi miracoli non si fanno.&#8221;</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, egli replicò, &#8220;io non so di fate: ma so che ho un gran desiderio di contentare ogni vostra voglia.&#8221;</p>



<p>&#8220;Poiché avete questa buona volontà&#8221;, ella continuò &#8220;rendetemi un altro gran servizio, senza di che non c&#8217;è caso che io possa risolvermi a prendere marito. C&#8217;è un Principe, non lontano di qui, detto Galifrone, il quale si è messo in testa di volermi sposare. Egli mi ha fatto conoscere la sua intenzione con minacce paurose, dicendo che se io non lo voglio, metterà lo scompiglio e la desolazione ne&#8217; miei Stati. Ma ditemi un po&#8217; voi, se potrei dargli retta. Figuratevi che è un gigante più grande di una gran torre; ed è capace di mangiare un uomo come una scimmia mangerebbe una castagna. Quando va in giro per la campagna, si mette in tasca dei piccoli cannoni, dei quali poi si serve come se fossero pistole: e quando parla forte, fa diventar sorde tutte le persone che gli stanno vicine. Gli mandai a dire che non avevo voglia di maritarmi e che mi scusasse: ma non per questo ha smesso di perseguitarmi: ammazza i miei sudditi, e prima d&#8217;ogni cosa bisogna che voi vi battiate con lui, e che mi portiate la sua testa.&#8221;</p>



<p>Avvenente rimase sbalordito da questo discorso: stette un po&#8217; soprappensiero; poi disse: &#8220;Ebbene, o signora! io mi batterò con Galifrone. Credo che ne toccherò io! A ogni modo, morirò da valoroso&#8221;. La Principessa restò meravigliatissima: e gli disse un monte di cose, per vedere di stornarlo da questa impresa. Ma non valse a nulla. Egli se ne venne via, per mettersi subito in cerca delle armi e di tutto l&#8217;occorrente.</p>



<p>Quand&#8217;ebbe ciò che voleva, ripose Caprioletto nel solito panierino, montò sul suo bel cavallo e andò nel paese di Galifrone. A quanti incontrava per via, domandava a tutti notizie di lui: e tutti gli dicevano che era un vero demonio, e che faceva spavento soltanto a doverlo avvicinare. Caprioletto, per fargli coraggio, gli diceva: &#8220;Caro padrone, in quel mentre che vi batterete, io anderò a mordergli le gambe: lui si chinerà per levarmi di tra i piedi, e intanto voi l&#8217;ammazzerete&#8221;.</p>



<p>Avvenente ammirava lo spirito del suo canino: ma sapeva bene che il suo aiuto non sarebbe stato in ragione del bisogno.</p>



<p>Finalmente arrivò in vicinanza del castello di Galifrone: tutte le strade erano seminate d&#8217;ossa e di carcasse d&#8217;uomini, che esso aveva divorati o fatti in pezzi. Né dové aspettarlo molto tempo, perché lo vide comparire di dietro al bosco. La sua testa sorpassava gli alberi più alti, e con una voce spaventosa cantava:</p>



<p>Chi mi porta dei teneri bambini<br>Da farli scricchiolare sotto il dente?<br>Ne ho bisogno di tanti e poi di tanti.<br>Che in tutto il mondo non ce n&#8217;è bastanti.<br>E subito Avvenente, a botta e risposta, si messe a cantare:<br>Fatti avanti, c&#8217;è Avvenente<br>Che saprà strapparti i denti;<br>Non è un colosso di figura,<br>Ma di te non ha paura.</p>



<p>Le rime non tornavano precise: ma bisogna riflettere che la strofa la improvvisò in fretta e in furia, ed è un miracolo se non la fece anche più brutta, per la paura che gli era entrata in corpo. Quando Galifrone sentì questa risposta, si voltò di qua e di là, e vide Avvenente colla spada nel pugno della mano, che gli disse per giunta tre o quattro parolacce, per farlo andare in bestia più che mai. Non ci mancava altro!</p>



<p>Egli prese una furia così spaventosa, che, afferrata una mazza tutta di ferro, avrebbe ucciso con un colpo solo il delicato Avvenente, senza il caso di un Corvo che venne a posarglisi sulla testa e gli dette negli occhi una beccata così aggiustata, che glieli cavò di netto.</p>



<p>Il sangue gli grondava giù per il viso: e infuriato da far paura, picchiava mazzate a diritto e a rovescio. Intanto Avvenente, scansandosi a tempo, gli tirava dei colpi di spada, ficcandogliela in corpo fino all&#8217;impugnatura: e tanto era il sangue, che il gigante perdeva dalle sue molte ferite, che finalmente stramazzò per terra.</p>



<p>Avvenente gli tagliò subito la testa, tutto allegro di avere avuto questa bella fortuna; e il Corvo che s&#8217;era posato sul ramo d&#8217;un albero, gli disse:</p>



<p>&#8220;Io non ho dimenticato il servizio che mi rendeste, uccidendo l&#8217;Aquila che mi dava addosso. Vi promisi di contraccambiarvi, e credo di aver pagato il mio debito&#8221;.</p>



<p>&#8220;Sono io che vi debbo tutto, signor Corvo&#8221;, rispose Avvenente, &#8220;e mi dichiaro vostro buon servitore.&#8221;</p>



<p>Poi montò subito a cavallo, col carico della spaventosa testa di Galifrone.</p>



<p>Quando arrivò in città, tutta la gente gli andava dietro gridando: &#8220;Ecco il bravo Avvenente, che ritorna dall&#8217;aver morto il gigante Galifrone&#8221; e la Principessa, che sentiva questo baccano e tremava dalla paura che venissero a dargli la nuova della morte di Avvenente, non aveva fiato di chiedere che cosa fosse avvenuto. Ma in quel punto ella vide entrare Avvenente, colla testa del gigante, che metteva ancora spavento, quantunque non potesse più fare alcun male.</p>



<p>&#8220;Signora&#8221;, egli disse, &#8220;il vostro nemico è morto. Voglio sperare che ora non direte più di no al Re, mio augusto padrone.&#8221;</p>



<p>&#8220;Ah! senza dubbio&#8221;, replicò la Bella dai capelli d&#8217;oro, &#8220;che io gli dirò sempre di no, se voi prima della mia partenza non trovate il modo di portarmi l&#8217;acqua della caverna tenebrosa. C&#8217;è qui, poco distante, una grotta profonda che gira più di cento chilometri. Ci stanno sull&#8217;ingresso due draghi che ne impediscono l&#8217;entrata. Buttano fiamme di fuoco dalla bocca e dagli occhi. Quando poi siamo dentro alla grotta, si trova una gran buca nella quale bisogna scendere, ed è piena di rospi, di biacchi, di ramarri e di altri serpenti. In fondo a questa buca c&#8217;è una piccola nicchia, dalla quale scaturisce la fontana della bellezza e della salute: io voglio a tutti i costi di quell&#8217;acqua. Ogni cosa che si lava con quell&#8217;acqua diventa meravigliosa: se siamo belle, si rimane sempre belle: se brutte, si diventa belle: se siamo giovani, si resta giovani: se vecchie, si ringiovanisce. Vedete bene, caro Avvenente, che io non posso lasciare il mio Regno, senza portar meco un poco di quell&#8217;acqua lì.&#8221; &#8220;Signora&#8221;, egli rispose; &#8220;voi siete tanto bella, che quest&#8217;acqua per voi mi pare affatto inutile: ma io sono un ambasciatore disgraziato, di cui volete la morte. Io vado a cercarvi ciò che voi desiderate, colla certezza nel cuore di non tornare più indietro.&#8221;</p>



<p>La Bella dai capelli d&#8217;oro non cambiò per questo di proposito: e il povero Avvenente partì col suo canino Caprioletto per andare alla grotta tenebrosa, a cercarvi l&#8217;acqua della bellezza.</p>



<p>Tutti quelli che lo incontravano lungo la strada, dicevano: &#8220;Che peccato vedere un giovane tanto grazioso correre così spensieratamente in bocca alla morte: egli se ne va alla grotta da sé solo: ma quand&#8217;anche fossero cento, non verrebbero a capo di nulla. Perché la Principessa s&#8217;incaponisce a volere l&#8217;impossibile?&#8221;. Egli seguitava a camminare, e non diceva parola: ma era triste, molto triste. Arrivato verso la cima della montagna, si sedette per ripigliar fiato, e lasciò il cavallo a pascere e Caprioletto a correr dietro alle mosche. Egli sapeva che la grotta tenebrosa non era molto distante di là, e guardava se per caso l&#8217;avesse potuta scoprire; quand&#8217;ecco che vide un enorme scoglio, nero come l&#8217;inchiostro, di dove usciva un fumo densissimo, e di lì a poco uno dei draghi che buttava fuoco dagli occhi e dalla gola. Il drago aveva il corpo verde e giallo, dei grossi unghioni e una coda lunghissima, che s&#8217;attorcigliava in più di cento giri. Caprioletto vide anch&#8217;egli ogni cosa, e non sapeva dove nascondersi: la povera bestia era mezza morta dalla paura.</p>



<p>Avvenente, fatto oramai animo di morire, cavò fuori la sua spada e s&#8217;avviò colla sua boccetta, che la Bella dai capelli d&#8217;oro gli aveva dato, per riempirla coll&#8217;acqua della bellezza. Egli disse al suo canino Caprioletto:</p>



<p>&#8220;Per me è finita! io non potrò mai arrivare a prendere di quest&#8217;acqua, che è custodita dai draghi; quando sarò morto, riempi la boccetta col mio sangue e portala alla Principessa, perché ella possa vedere quanto mi costa il servirla: e dopo vai a trovare il Re mio padrone, e raccontagli la mia disgrazia&#8221;.</p>



<p>Mentre diceva così, sentì una voce che lo chiamava: &#8220;Avvenente! Avvenente!&#8221;.</p>



<p>Egli disse: &#8220;Chi mi chiama?&#8221;, e vide un Gufo nel buco d&#8217;un albero vecchio, che gli disse: &#8220;Voi mi avete liberato dalle reti de&#8217; cacciatori, dov&#8217;ero rimasto preso: e mi salvaste la vita. Promisi di rendervi il contraccambio, e il momento è giunto. Datemi la vostra boccetta: io conosco tutti gli andirivieni della grotta tenebrosa: anderò io a prendervi l&#8217;acqua della bellezza&#8221;.</p>



<p>Figuratevi se questa cosa gli fece piacere! Lo lascio pensare a voi. Avvenente gli dette subito la sua boccetta e il Gufo entrò nella grotta, come sarebbe entrato in casa sua. E in meno d&#8217;un quarto d&#8217;ora tornò e riportò la boccetta piena e tappata.</p>



<p>Ad Avvenente parve d&#8217;aver toccato il cielo con un dito: ringraziò il Gufo dal profondo del cuore e, risalita la montagna, prese tutt&#8217;allegro la strada che menava alla città.</p>



<p>Andò subito al palazzo e presentò la boccetta alla Bella dai capelli d&#8217;oro, la quale non ebbe più nulla da ridire.</p>



<p>Ella ringraziò Avvenente, e diè l&#8217;ordine che fosse allestita ogni cosa per la partenza. Poi si messe in viaggio con lui: e strada facendo, finì col persuadersi che il giovinetto era molto grazioso; e qualche volta gli diceva: &#8220;Se aveste voluto, vi avrei fatto Re e non saremmo partiti mai dai miei Stati&#8221;. Ma egli rispose: &#8220;Rinunzierei a tutti i troni della terra, piuttosto che dare un dispiacere così forte al mio Re: sebbene voi siate più bella del sole&#8221;.</p>



<p>Finalmente giunsero alla Capitale, e il Re, sapendo che la Bella dai capelli d&#8217;oro stava per arrivare, andò a incontrarla e le presentò i più bei regali del mondo.</p>



<p>Furono fatte le nozze, e con tanta gala e magnificenza, che si durò a discorrerne per un pezzo; ma la Bella dai capelli d&#8217;oro, che in fondo al cuore era innamorata di Avvenente, non poteva stare senza vederlo e l&#8217;aveva sempre sulla bocca.</p>



<p>Ella diceva al Re: &#8220;Se non era Avvenente, io non sarei dicerto venuta qui: egli ha fatto per me delle cose, da non potersi credere; e voi dovete essergli grato&#8221;.</p>



<p>Gl&#8217;invidiosi che sentivano questi discorsi della Regina andavano dopo bisbigliando al Re: &#8220;Voi non siete geloso; eppure avreste motivo di esserlo. La Regina è così innamorata di Avvenente, che non mangia né beve più; essa non fa altro che parlar di lui e della grande riconoscenza che voi dovete avergli: come se chiunque altro aveste mandato, nel posto suo, non avesse saputo fare altrettanto&#8221;. E il Re disse: &#8220;Davvero, che me ne sono accorto anch&#8217;io. Che sia preso subito e imprigionato nella torre, coi ferri ai piedi e alle mani&#8221;.</p>



<p>Avvenente fu preso e, in ricompensa di aver così bene servito il Re, fu chiuso nella torre coi ferri ai piedi e alle mani. La sola persona che egli vedesse, era il guardiano della carcere; il quale gli gettava da una buca un pezzo di pan nero e un po&#8217; d&#8217;acqua in una ciotola di terra. Ma il suo piccolo Caprioletto non lo abbandonava mai, e veniva a fargli coraggio e a portargli tutte le nuove che correvano per la città.</p>



<p>Quando la Bella dai capelli d&#8217;oro venne a risapere la disgrazia di Avvenente, andò a buttarsi ai piedi del Re, e colle lacrime agli occhi lo pregò a farlo levare di prigione. Ma più essa si raccomandava, e più il Re s&#8217;intristiva, pensando fra sé e sé: &#8220;È segno che ne è innamorata&#8221; e così non intendeva né ragioni né preghiere.</p>



<p>Il Re finì col mettersi in testa di non essere abbastanza bello agli occhi della Regina: e gli venne l&#8217;idea di lavarsi il viso coll&#8217;acqua della bellezza, per vedere se in questo modo gli fosse riuscito di farsi amare un poco di più. Quest&#8217;acqua stava sul caminetto nella camera della Regina, che la teneva lì, per averla sempre sott&#8217;occhio; ma una delle sue cameriere, volendo ammazzare un ragno con una spazzolata, fece cascare disgraziatamente la boccetta, la quale si ruppe, e l&#8217;acqua se n&#8217;andò tutta per la terra. La cameriera ripuli ogni cosa in fretta e furia, e non sapendo come rimediarla, si ricordò di aver visto nel gabinetto del Re un&#8217;altra boccetta somigliantissima e piena d&#8217;acqua chiara, tale e quale come l&#8217;acqua della bellezza. Non parendo suo fatto, la prese senza star a dir nulla e la posò sul camminetto della Regina.</p>



<p>L&#8217;acqua che era nel gabinetto del Re serviva per far morire i Principi e i grandi Signori, quando ne avevano fatta qualcuna delle grosse. Invece di tagliar loro la testa o impiccarli, si bagnava loro il viso con quest&#8217;acqua: e così si addormentavano e non si svegliavano più. Una sera, dunque, il Re prese la boccetta e si strofinò ben bene il viso. Dopo si addormentò e morì.</p>



<p>Il piccolo Caprioletto, che fu uno dei primi a sapere il caso, andò subito a raccontarlo ad Avvenente, il quale gli disse di andare di corsa dalla Bella dai capelli d&#8217;oro e di pregarla a volersi ricordare del povero prigioniero.</p>



<p>Caprioletto sgattaiolò fra mezzo alle gambe della folla, perché alla Corte c&#8217;era un gran via-vai e una gran diceria per la morte del Re, e disse alla Regina: &#8220;Signora, non vi scordate del povero Avvenente&#8221;.</p>



<p>Ella si rammentò subito di tutti i patimenti che aveva sofferti per lei, e della sua gran fidatezza. Uscì senza farne parola con alcuno, e andò diritto alla torre, dove sciolse da se stessa le catene dalle mani e dai piedi d&#8217;Avvenente: e mettendogli una corona in capo e un manto reale sulle spalle, disse: &#8220;Venite, mio caro Avvenente, io vi faccio Re, e vi prendo per mio sposo&#8221;.</p>



<p>Egli si gettò ai suoi piedi e la ringraziò: e tutti si chiamarono fortunati di averlo per sovrano. Le nozze furono fatte con grandissima magnificenza, e la Bella dai capelli d&#8217;oro visse molti anni col suo bell&#8217;Avvenente, tutti e due felici e contenti, da non poterselo figurare.</p>



<p>Si vuole che Avvenente lasciasse ai suoi figli un libro di ricordi: un libro curioso, perché aveva tutte le pagine bianche, meno l&#8217;ultima, sulla quale aveva scritto di proprio pugno le seguenti parole: &#8220;Se per caso qualche povero diavolo ricorre a te per essere aiutato, tu aiutalo: né badare com&#8217;è vestito, né se abbia viso di persona da poterti rendere, un giorno o l&#8217;altro, il piacere che gli fai. Sulle opere buone e generose non si mercanteggia mai: né bisogna farle coll&#8217;intenzione di ripigliarci sopra il frutto e l&#8217;usura.</p>



<p>A ogni modo, tieni sempre a mente che un benefizio fatto non è mai perduto&#8221;.</p>
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