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Fiabe di Luigi Capuana Fiabe per bambini

Cingallegra

Fiaba di Luigi Capuana

C’era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l’altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.

Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l’uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:

–  Ramaio, quando mariterete le figliole?

– Presto. La maggiore la darò a un Reuccio; l’altra a chi vuol pigliarsela.

E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell’orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l’unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.

E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ciò l’avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio.

Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d’un ramaio, e neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza.

Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva:

– La maggiore la darò ai Reuccio, l’altra a chi vuol pigliarsela.

Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva:

– Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa.

E lui, picchiando più forte sull’oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva:

– La maggiore la darò a un Reuccio, l’altra a chi vuol pigliarsela.

– La vanità gli ha fatto andar il cervello a spasso – pensava la gente.

Nell’orticello a pianterreno c’era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra – anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di sprezzo – appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall’arrivo dell’uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando.

– Vuoi sentirmi cantare, bell’uccellino?

Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si!

E Cingallegra cantava. L’uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.

Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell’orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell’ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa.

La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra.

– La vuoi smettere di cantare all’alba? Mi impedisci di dormire.

– La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare.

Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagnò col padre.

– Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta!

Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra.

– Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!… E non è vero che voi dite: La maggiore la darò al Reuccio, l’altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po’ sfogare col canto!

E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell’orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d’ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.

Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.

– Pettirosso, perché non ti lasci prendere?

E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:

– Questo no!

– Pettirosso, mi vuoi bene?

E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire:

– Tanto! Tanto!

– Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po’ di zucchero.

E glielo mostrava.

Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l’indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare.

– Pettirosso, sei cattivo. Non canterò più.

Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce:

– Cingallegra, con chi parli? Parlo da me! vi dispiace?

Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò:

– Per le matte c’è il bastone.

E salito su, disse alla figlia maggiore:

– Quando Cingallegra è nell’orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla.

Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso.

– Cingallegra ha trovato marito! – la schernì a cena la sorella.

– Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia.

Il ramaio le allungò un ceffone:

– Non si risponde così alla sorella maggiore!

L’indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.

– Cingallegra, c’è da. fare il bucato.

– Reginotta ha le mani come me.

– Cingallegra, e il desinare?

– Reginotta ha le mani come me.

Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt’a un tratto così impertinente?

– Cingallegra, c’è tuo marito nell’orto. Ah ah!

Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere.

Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo:

– Il Reuccio non è mai venuto a cantare per te!

E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell’orticello. Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all’altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo. Gli aveva detto:

– Pettirosso, sei cattivo! Non canterò più.

E voleva mantenere la parola.

Ma ecco che l’uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.

– Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me.

Così erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta: Cingallegra, intanto: che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena; e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l’accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via.

– Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava!

Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:

– Ramaio, quando mariterete le figliole? – ella rispondeva, prima di suo padre:

– Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri!

Il ramaio però, cocciuto, soggiungeva subito:

– Presto. La maggiore la darò a un Reuccio, l’altra a chi vuol pigliarsela.

– Me la piglio io!

Il ramaio si voltava di qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo.

– Chi sei tu, che vuoi pigliartela?

– Io! Io! Io! Io! Io! Io!

Era il pettirosso che sembrava rispondesse così; con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile?

– Hai inteso? – disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene, ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all’uscio della bottega, per mettersi più in mostra.

– Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi?

E ripeté:

– Chi sei, che vuoi pigliartela?

– Io! Io! Io! Io! Io! Io!

A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la porticina: – Ahi! Ahi! Ahi! – le dita delle mani le si contorsero orribilmente; più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie.

Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo; ma alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso. Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto.

– Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!

– La colpa non è mia, babbo!

– Voleva ammazzarmi!

Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar più. E non osava accostarsi alla gabbia, nè rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata punita giustamente del tentativo feroce; ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l’animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi.

Si fece animo, si chinò sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all’altro, e mormorò teneramente:

– Te ne prego, pettirosso mio!

E intendeva dire: – Restituiscile le mani bianche e belle come prima.

La porticina della gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima.

La superbiosa non ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato.

E il mezzanino e l’orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l’incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza; ma se qualcuno gli domandava: – Ramaio, quando mariterete le vostre figliole? – invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l’oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva:

– Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa! – E intendeva particolarmente la maggiore.

Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare.

– Chi era quell’uccellino fatato?Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell’orticello soltanto Cingallegra, l’aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei.

– Perché non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te.

Reginotta alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.

– Ne ho pensato un’altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e…

Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.

Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente:

– La maggiore la darò al Reuccio, l’altra a chi vuol pigliarsela!

Una mattina entrò nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia.

– Compare, che cosa cercate?

– Una pentola e una moglie.

– La pentola eccola qui. La moglie… Sentite? Ho una figlia che canta meglio d’una cingallegra; se la volete pigliatevela.

– Non compro gatta in sacco.

– Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra!

Invece di Cingallegra, si presentò Reginotta.

– Questa non è per voi.

– Allora… tornerò domani.

– E la pentola?

– Pentola e moglie tutto a una volta.

E appena colui era andato via, accorse Cingallegra.

– Dov’eri? Che cosa facevi?

– Governavo il pettirosso.

– Hai perduto la fortuna: un marito.

– Il marito che mi vuole sarà qui fra otto giorni.

Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito:

– Dovrà sposare prima di me?

Era diventata verde dalla bile.

Otto giorni dopo;.il contadino tornava.

– Compare, che cosa cercate?

– Una pentola e una moglie.

– La pentola eccola qui. La moglie… Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela.

Invece di Cingallegra si presentava Reginotta.

– Questa non fa per me. Tornerò domani.

– Aspettate: ecco l’altra mia figliola.

Il contadino quasi cantilenando disse:

– Manine che per gli altri vi sciupate,

D’oro e brillanti coperte sarete;

Piedini che per casa troppo andate,

Su bei cuscini vi riposerete;

Vocina che nell’orto ora cantate,

Gioia di casa mia diventerete.

– Cingallegra, mi volete?

– Vi voglio se vuole mio padre.

– Ne riparleremo, compare, quando avrò maritata la maggiore.

Reginotta aveva dato al padre un’occhiataccia; per questo il ramaio rispondeva così.

– Allora… tornerò tra un mese.

– E la pentola?

– Pentola e moglie tutto a una volta.

Reginotta, dalla bile, era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: – Questa non fa per me!

Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente:

– Brava Cingallegra e il suo pettirosso!

Un mese dopo, riéccoti il giovane contadino.

– Compare, che cosa cercate?

– Una pentola e una moglie.

– La pentola eccola qui… La moglie…

– Eccola qua! Mi volete, Cingallegra?

– Vi voglio, se vuole mio padre.

– E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote né niente! – rispose il ramaio che non ne poteva più.

– La sola gabbia del pettirosso!

– E una pentola, Cingallegra!

– Niente, neppure una padellina! – disse il ramaio.

– Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie; sono tutti bucati e non servono!…

Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi. Quando era sul punto di dar l’ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega si screditava.

Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare.

Intanto Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima; si levava da letto tardi, e poi ben pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per mettersi in mostra: e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva.

Ma un giorno ci mancò poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo. Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:

– E se si accorge dei buchini?

Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega.

– E questa quando la mariteremo? L’altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re!

– Un contadino, volete dire!

– Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete?

– E dove si trovano? – domandò il ramaio.

– Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c’è il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano colà… Facciamo il conto, ramaio.

Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse:

– Prima di pagare, signore, riguardare bene gli oggetti.

Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c’era in nessuno di essi il minimo buchino.

– Mettete ogni cosa da parte; manderò un servitore domani.

Pagò e andò via.

– Perché piangi, figliola?

– Perché sono disgraziata!

– Non disperare. Com’è venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l’altro anche per te.

Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.

– Che cosa vuoi? Come ti chiami?

– Mi chiamo Reuccio.

Il ramaio trasalì. E senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.

– È arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così.

Reginotta, fuor di sé dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti con un grand’inchino:

– Ben venuto, Reuccio!

– Questa è mia figlia, Reuccio!

Un grand’inchino anche lui, e soggiunse:

– Comandate, ordinate; fate come se foste in casa vostra.

– Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri.

– Altro che pane, Reuccio! E mandò la donna a far spesa larga.

A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato.

Più Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.

– Ti ha detto niente? domandava il padre.

– Niente. E a te? Aspettiamo!

– Aspettiamo!

Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d’occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava.

Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire.

La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio:

– Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito.

– Ah! Ah! Ah!

Reuccio si contorceva dalle risa.

– Perché ridete, Reuccio?

– Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure!

– Così, con codesti cenci?

– Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah!

Reuccio rideva come un matto.

Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava. La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia.

Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più:

– Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale?

– Quando voi volete, moglie mia.

La prese sotto il braccio e la condusse davanti ai palazzo reale.

– Non entriamo?

– Non s’entra, ci sono le guardie.

– E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse?

– Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio.

– Non siete Reuccio? Ah furfante!

E gli si gettò addosso, per accopparlo.

Ma Reuccio le assestò certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano:

– Che cosa è stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!

Tornò a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno.

– Questa è una infamità di mia sorella Cingallegra!

– Non era il Reuccio?

– No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m’impicco a una trave!

Il padre che ora, vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo.

Dopo un giorno e una notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore.

– Non proseguite, buona gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna.

– Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci?

– Venite con me. Starete bene.

Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov’era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso?

Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialità, che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:

– Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso.

Quel che avvenne dopo, e perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un’altra volta, se vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito:

Larga la foglia, stretta la via

Dite la vostra che ho detto la mia.

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