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Fiabe dei fratelli Grimm Fiabe per bambini

Il Principe Ranocchio / Re Rospo

Una fiaba dei fratelli Grimm

C’era una volta una figliuolina di re che si annoiava tanto e non sapeva cosa inventare per ammazzare – come suol dirsi – il tempo. Pensa, pensa, si rammentò di avere una bella palla d’oro; la prese e se ne andò nel bosco a divertirsi.

In mezzo al bosco, però, c’era una polla d’acqua limpida e freschissima; la piccola principessa vi si sedè accosto e cominciò a buttar per aria la palla e farsela ricadere in mano. Questo giochetto andò bene per un poco, ma ad un tratto, quando la palla frullava in alto e stava per ricadere nelle mani che erano protese a riprenderla, battè sul margine della sorgente e rotolò nell’acqua.

La principessina ebbe un bel disperarsi e piangere: la palla d’oro era in fondo, in fondo, e nessuno la poteva riprendere. — Ah! – gridava – chi sa cosa darei per riaverla! I bei vestitini, i brillanti, le perle… perfino la corona d’oro darei, pur di riavere la palla!

Appena essa ebbe detto tutte queste cose, saltò fuori un rospaccio dal fango e le fece questa proposta:

— Senti, carina, io non so cosa farmi dei tuoi vestiti, dei tuoi gioielli e della tua corona… ma se mi prendi a fare i balocchi con te, se mi lasci mangiare nel tuo bel piattino, bere col tuo bicchierino e dormire nel tuo lettino, ti vado subito a ripescare la bella palla d’oro.

La bambina pensava che il rospo faceva per ischerzo, perchè quella brutta bestia non poteva uscire dalla sua mota nè venire a tavola con lei a mangiare nel piatto dorato, a bere al bicchiere cesellato, e molto meno a dormire con lei nel suo bel lettino tutto parato di damasco e che aveva le lenzuola di seta. L’idea sola d’aver quell’animale ghiaccio accanto le metteva i brividi nelle ossa. Ma per riavere la palla che le piaceva tanto, rispose: — Se sei capace di ripescarmela, io ti prometto quello che m’hai domandato, caro rospino! – e in cuor suo gli diceva un sacco d’impertinenze. Brutto rospaccio, rospo schifoso e tante altre male parole che il ribrezzo le suggeriva. Però, non faceva bene a dire il contrario di quel che sentiva perchè non bisogna mai ingannare nessuno, neppure un brutto rospo!

Quando il rospo si ebbe dalla bella bambina in promessa d’esserle compagno sempre, di giorno e di notte, si tuffò nell’acqua e sparì. Poco dopo tornò su con la palla in bocca e la lasciò rotolare sull’erba. La piccola principessa afferrò la sua palla e se ne fuggì come il vento, mentre l’animale soffiando, le ripeteva: — Ohè, reginotta, ricordati i patti… prendimi con te! – Quella era lontana e al povero rospo non pensava più.

Ecco che al giorno di poi, mentre è a tavola col re e tutta la corte, e ha davanti il piattino dorato e il bicchierino lavorato a cesello, le par di udire su per lo scalone di marmo un rumore strano. Tende l’orecchio… scì, scià, scì, scià, c’è qualcosa di viscido e di umidiccio che sale gli scalini: ecco, bussano all’uscio, una voce di fuori gridava: — Reginotta piccina, aprimi!

La bambina corre a vedere, ma appena ha aperto la porta, dà un grido, la richiude con un tonfo e si rimette al posto, tutta spaventata.

— Che cosa hai visto? – le domanda il re che s’avvede della sua paura – c’è un gigante che ti vuol portar via?

— No, re babbino, c’è quel rospaccio orrendo che mi ripescò la palla nella fonte e si fece promettere che lo avrei tenuto a tavola e a letto con me. Io non ci pensava più; ma lui se lo è rammentato e ora è là all’uscio e vuol entrare di riffa! Mi pare un bello sfacciato! – la reginotta era proprio stizzita.

Intanto il rospo, dava capate nella porta e gridava:

«Reginottella, su, vieni ad aprire:
La tua parola non devi disdire.
Accanto, accanto, dobbiamo sedere;
Mangiar dobbiamo allo stesso piattino;
Metter la bocca ad un solo bicchiere;
Dobbiam dormire in un solo lettino.
La gente ammodo mantien la parola
Reginottella, ad aprir vola, vola!»

e il re diceva:

— Se l’hai promesso, lo devi anche mantenere. Va’ ed aprigli!

La piccola principessa dovè aprir l’uscio: il rospo saltò dentro e le fu dietro fino alla sua seggiola. Quando ella si fu seduta, egli gridò, facendo una boccaccia brutta e ridicola: — Tirami su, non vedi che non ci arrivo? – E per quanto essa non ne avesse voglia, dovè prendersi il rospo accanto a sè sulla seggiola, perchè col re non c’era da far per chiasso.

Ma il rospo non si contentava di starsene lì su quell’orlo di sedile; voleva mangiare e bere come l’altra gente ed esser trattato come si conveniva. Col testone grosso ammiccava, dicendo:

— A me, a me il piattino dorato…. più in qua se no non ci arrivo.

Il rospo mangiava e la bimba lo guardava di sottocchi senza aver più voglia di metter nulla in bocca, tanto quella bestia le faceva schifo.

— O non mi dai da bere? – gracidava il rospo al quale i bocconi asciutti erano rimasti tutti raggruppati nella gola.

La bambina dètte una spinta al bicchiere cesellato e si voltò in là per non vedere.

— Ora che ho mangiato e bevuto di gusto – riprese la bestia – portami in camera tua, accomoda per benino il tuo lettuccio di seta e andiamo a dormire

A questo punto, la reginotta che non credeva mai che un rospaccio di quella fatta potesse essere tanto sfacciato, si mise a piangere tutte le lacrime che aveva negli occhioni belli e supplicava e si lamentava, perchè alla sola idea di dover toccare quel corpo freddo e liscio le si accapponava la pelle per il ribrezzo e la paura.

Ma il re le dètte un’occhiataccia e ripetè: — Se l’hai promesso, lo devi mantenere – e bisognò che ubbidisse.

Tremante, lacrimosa, prese il rospo con due dita e se lo portò in camera. Però, come fu a letto invece di prenderlo con sè, lo sbattè nel muro, accompagnando l’atto con aspre parole: — Va’, rospaccio orrendo! ora sarai contento e ti cheterai!

Questo saluto ebbe una gran virtù, poichè quando la reginotta si volse, credendo di vedere in terra un povero animale sfracellato, si vide dinanzi un bel principe che la guardava con benevolenza e le sorrideva. Ed egli, con la benedizione del re padre divenne davvero il suo compagno ed il suo sposo.

All’indomani, quando il sole svegliava quella coppia felice e tutta la corte, si fermò alla porta del palazzo una bella carrozza tirata da quattro pariglie di cavalli bianchi, tutti bardati d’oro e guarniti di piume. Sul sediletto dietro era Enrico il servo fedele del principe.

L’equipaggio doveva condurre gli sposi nel loro regno. Festeggiati partirono. Il servo non capiva in sè per la gioia, e quando ebbero fatto un buon tratto di cammino il re udì un grande schianto e si spaventò, credendo che la carrozza si rompesse.

— No, no – disse Enrico, tutto ridente – sono i cerchi del mio cuore che saltano via per l’allegrezza.

— I cerchi del tuo cuore? – domandò il re meravigliato.

— Sicuro! Quando foste mutato in rospo, io me ne afflissi tanto e tanto singhiozzai che ci dovei mettere tre cerchi di ferro per paura che mi si spezzasse.

Rise il re dalla tenerezza e si udì un altro schianto.

— Enrico… tu mi racconti delle frottole, la carrozza si rompe!

— No, no, maestà; lasciate che i cavalli trottino di buona lena: m’è saltato via un altro cerchio per l’allegrezza.

Andarono trottando e galoppando e si udì un altro schianto.

— Enrico… tu mi, racconti frottole, la carrozza si fracassa e non arriveremo salvi alla corte.

— No, no, maestà: lasciate che i cavalli galoppino senza riprender fiato. M’è schizzato via l’ultimo cerchio per la grande allegrezza che provo nel vedervi liberato dall’incantesimo.

Mentre ridevano tutti di consolazione giunsero sani e festeggiati al palazzo, dove vissero lunghi anni.

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