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Il tamburino

Una fiaba dei fratelli Grimm

Una sera un giovane tamburino se ne andò a spasso in campagna ed arrivato ad un lago, vide tre pezzetti di tela candida sulla sponda.

— Che tessuto fino! – disse fra sè, osservandoli e se ne mise uno in tasca. Tornato a casa, non vi pensò più e andò a letto. Ma appena stava per addormentarsi, gli parve che alcuno dicesse il suo nome; stette un po’ in ascolto e udì chiaramente una voce sommessa che diceva: — Tamburino, tamburino, svegliati!

Così, al buio non poteva discernere le cose, ma gli sembrò che una figura umana leggermente si muovesse a piedi del suo letto.

— Che vuoi? – domandò senza sapere a chi parlasse.

— Rendimi la mia camicina!… me la portasti via ier sera sulla riva del lago! – rispose la vocina.

— Te la rendo – riprese il tamburino – purchè tu mi dica chi sei.

— Ahimè! – sospirò la voce dolcemente – sono la figlia di un re potente, ma una strega mi ha preso col suo incantesimo tremendo e relegata sul monte di cristallo! Ogni giorno mi devo bagnare con le mie due sorelle nel lago, e senza la camicina non posso rivolar via. Le mie sorelle sono scomparse ed io ho dovuto rimanere. Te ne prego, tamburino, rendimela!

A queste parole, il giovanotto si alzò al buio, a tastoni cercò l’abito, lo palpò, trovò la tasca e ne trasse il pannolino candido, che porse alla principessa incantata.

Essa lo afferrò e volle fuggire, ma egli la trattenne dicendo: — Aspetta un momento: forse ti potrei aiutare a liberarti.

— Mi potresti liberare soltanto se tu riuscissi a salire sul monte di cristallo e vincere il potere della strega. Ma fino a quel monte t’è impossibile di arrivare e quand’anche tu vi giungessi non potresti mai arrampicarti fin su in cima

— Mi riesce tutto quello che voglio. Ho pietà di te e nulla mi fa paura, sai. Insegnami la strada che mena al monte di cristallo, perchè io non la conosco.

— La via passa attraverso il bosco dove abitano i mangiatori d’uomini, i giganti: figurati! Ma non ti posso dir di più! – e dopo queste parole la figura bianca disparve.

Il soldato udì un sospiro ed un leggiero fruscìo, poi non vide più nulla.

Appena spuntò il giorno, il tamburino fu svelto a balzare dal letto, si mise il tamburo alla cintola e s’avviò diritto verso il bosco de’ giganti, senza paura. Come ebbe camminato per un buon tratto senza incontrar nessuno, disse fra sè: — Bisognerà svegliare questi dormiglioni! – e messo il tamburo ad armacollo si dètte a rullare così forte che gli uccelli balzarono spaventati da un ramo all’altro, stridendo.

Non andò molto che si alzò dall’erba, in cui dormiva disteso, un gigante che era alto quanto un abete.

— O scricciolo, chi t’ha detto – gridò – di venir a rompermi il più bel sonno?

— Batto il tamburo – rispose l’altro, volto in su con la testa, tanto da troncarsi il collo – perchè ho dietro migliaia d’uomini che mi seguono e non sanno la strada.

— Che cosa vengono a fare nel mio bosco questi furfanti? – riprese il gigante sdegnato, con voce che pareva rombo di cannone.

— Ti vengono a far la festa, caro mio, e ripulire il bosco dal pezzo di canaglia che sei.

— La vedremo! – gridò l’omone – vi schiaccio come formiche.

— Ah, sì? Credereste di potercene coi nostri? Se ti chini per agguantarli ti scivolano via e si rinascondono, e quando ti distendi e t’addormenti, risbucan fuori per ogni parte e ti sono addosso in un baleno. Ognuno di loro ha un martello d’acciaio attaccato alla cintura e con quello ti dà presto la paga per il male che vai facendo a tutta la gente.

Il gigante lo ascoltava pensoso e diceva fra sè: — Se mi metto a lottare con questo popolo astuto, mi potrebbe andar male. Da volpi e da orsi mi so ben difendere, ma contro i vermi della terra non ce la posso! – e volto in giù verso il tamburino, riprese: – Ascolta, omiciattolo veniamo a patti. Io ti prometto da ora in là di lasciarvi in pace, ma tu torna indietro co’ compagni tuoi. Però se hai un desiderio, dimmelo chè volentieri ti esaudirò prima che tu esca di qui.

— Tu hai le gambe lunghe e mi puoi portare alle falde del monte di cristallo, dal quale voglio fare un segnale al mio esercito perchè retroceda e non ti faccia male alcuno – disse tosto il giovanotto.

— Su, briciolo, monta sulla mia spalla e mettiti a sedere: io ti porterò in pochi passi al luogo ove desideri andare! – Detto ciò il gigante si tolse sull’omero quel giovanotto che in confronto a lui pareva un gingillo; l’altro, per l’allegria si mise a far rullare le bacchette. Il gigante pensò che quello fosse il segnale che doveva tenere addietro le squadre.

Fatto un pezzo di cammino, un altro gigante tolse il tamburino d’addosso al compagno e lo mise all’occhiello della veste. Il giovanotto tenendosi forte al bottone che era grande quanto un vassoio, si guardava intorno, osservando la bella foresta. Dopo questi, un terzo gigante lo prese e lo portò innanzi sulla tesa del cappello, dove egli passeggiava comodamente come se fosse stato sur un terrazzo e guardava la veduta al disopra delle vette degli alberi. Così, vide di lontano nell’azzurro un monte e capì che era il monte di cristallo, al quale era diretto. Il gigante fece ancora un paio di passi e furono ai piedi del monte incantato. Ivi quegli lo depose a terra.

— Portami su fino alla cima! – gridò il tamburino. Ma il gigante brontolò qualcosa dentro la barba, volse le spalle e andò via.

Il povero tamburino stava lì davanti a quella montagna, che era alta come tre monti sovrapposti l’uno all’altro e non sapeva come fare ad arrampicarsi sul cristallo lucente e sdrucciolevole al pari d’uno specchio. Provò, provò, ma sempre ricadeva scivolando. — Fossi un uccello! – pensava, ma non per questo gli spuntavano l’ale.

Ad un tratto vide, non discosto da sè due uomini che parevano altercare. Si accostò ad essi e capì la cagione della disputa essere una sella che giaceva a terra e che ognuno di essi voleva avere.

— Bisogna esser pazzi per litigarsi per una sella quando non si ha cavallo! – disse il tamburino a’ due che questionavano.

— Questa sella ha più valore di quello che tu non pensi – rispose uno di quelli – se uno vi siede e desidera di andare in un posto qualunque, sia pure a capo del mondo, la sella ve lo porta in men che non si dica. La sella è di tutti e due; adesso tocca a me a starci sopra, ma il mio compagno non mi vuol dare il turno.

— Se lasciate fare a me, vi rimetto subito d’accordo, – riprese il tamburino; e allontanatosi d’un tratto, ficcò nel suolo uno stecco bianco che si scorgeva bene tra il verde dell’erba, poi, tornato presso i due litiganti, continuò:

— Correte alla meta e quello di voi che arriva il primo avrà diritto di montar sulla sella fatata.

Piacque ai due il modo di troncare la disputa e subito corsero via, ma non appena essi avevano fatto pochi passi, il tamburino si mise sulla sella e detto: — In cima al monte di cristallo! – vi arrivò in un volo.

Sulla vetta di quel monte era una spianata. Ivi sorgeva una vecchia casaccia di pietra che aveva davanti uno stagno pieno di pesci e dietro una selva cupa.

Il tamburino non vedeva nè gente nè animali in quel luogo solitario, alpestre. Le foglie stormivano mosse dal vento e le nubi che passavano lente gli rasentavano il capo. Andò dritto alla porta e bussò. Quando egli ebbe battuto il terzo colpo, venne ad aprirgli una vecchia che aveva il volto bruno, gli occhi rossi e gli occhiali sul naso lungo, lungo.

— Che cosa vuoi?

— Entrare, mangiare e dormire.

— Ti concederò quanto chiedi, purchè tu faccia tre lavori di cui t’imporrò il compito.

— E perchè no? Non v’è fatica che mi faccia paura.

La vecchia, su queste parole lo fece entrare, lo mise a desco e quando fu sera gli preparò un buon letto. La mattina di poi, ella si tolse dalle dita rigide un anello da cucire e porgendoglielo gli disse:

— Il tuo compito per oggi è questo: ascolta! Anderai là allo stagno, lo vuoterai con questo ditale e prima di notte l’acqua dovrà essere attinta fino all’ultima goccia ed i pesci disposti in ordine sulla sponda a seconda della specie e della misura.

— È un lavoro che non si suol fare tanto spesso! – esclamò il tamburino, ridendo; ma tuttavia se ne andò allo stagno e si pose all’opra. Egli aveva un bell’attingere ditalini d’acqua; lo stagno pareva crescere invece di vuotarsi. A mezzogiorno era stanco e lo colse un abbattimento grande per cui disse fra sè: «È inutile che duri fatica! la strega si è burlata di me» e sedutosi alla riva si volle riposare.

Quand’ecco sopraggiungere una fanciulla che uscita di casa se ne viene a lui, recandogli un canestro con la colazione.

— Che cos’hai che te ne stai lì così triste? – gli domanda. Egli alza gli occhi e resta stupito dalla bellezza di lei, poi mette un lungo sospiro e le risponde, scuotendo la testa: — Non vengo a capo del primo compito, figurarsi degli altri due! Sono venuto qui in cerca d’una principessa reale, ma poichè non l’ho trovata, voglio proseguire il mio viaggio.

— No, rimani; – riprese la ragazza – t’aiuterò io. Intanto, metti il capo in grembo a me e dormi. Vedrai che quando ti risvegli il lavoro è bell’e fatto.

Il tamburino non se lo fa dir due volte ed appena egli ha chiusi gli occhi, la ragazza preme l’anellino magico che ha al dito e girandolo dice: «Acqua, su! Pesci, fuori!». All’istante l’acqua sorge come una nebbia e va a perdersi nelle nubi; i pesci guizzano sulla riva e vanno a mettersi a rango, secondo la specie e la misura, e quando il giovinotto si sveglia sbarra gli occhi per la meraviglia, al vedere sbrigato ogni cosa. Però la fanciulla gli, dice:

— Osserva, un pesce solo non è a posto e se ne sta in disparte. Stasera, quando la vecchia verrà a vedere se questo solo pesce sia rimasto fuori delle file, tu le risponderai «questo è per te, brutta strega», e glielo getterai in faccia.

— Va bene! – risponde il tamburino e mentre la ragazza se ne torna via, egli rimane ad aspettare tranquillo, in riva allo stagno asciutto.

Viene la vecchia alla sera e stupisce al vedere eseguito il suo comando. — Ma – dice – perchè hai lasciato un pesce da parte?

— Questo è per te, brutta strega! – le risponde e le getta il pesce in viso.

Essa fa finta che nulla sia stato, ma dà al giovanotto una guardataccia bieca con gli occhi grifagni.

All’indomani la strega dètte un altro compito al tamburino e gli disse:

— Ieri, caro ragazzo, il lavoro è stato troppo facile. Oggi voglio che tu abbatta tutto il bosco, che tu ne seghi tutti i ceppi e li metta su accatastati. Stasera devi aver finito. – Detto ciò gli porse un’ascia e due seghe; ma l’ascia era di piombo e le seghe di latta. Il povero giovanotto non sapeva come fare con quelli arnesi che si piegavano sotto il colpo ed al contrasto coi tronchi duri. Venne anche allora la bellissima fanciulla a portargli il cibo e lo consolò come la prima volta.

— Mettimi il capo in grembo e fa’ un bel sonno; – gli disse – io penserò al resto.

Al solito, premè, si girò sul dito l’anellino fatato e disse le magiche parole e subito il bosco cadde in un colpo come fosse abbattuto da una mano di gigante. Come il tamburino aprì gli occhi, vide le cataste di legna segate e tutto il lavoro compiuto.

— Vedi quel pezzo di legno lasciato in disparte? – disse la ragazza – quello ti servirà per picchiar la vecchia quando verrà a vedere se hai finito il nuovo compito e ti domanderà perchè un pezzo è rimasto fuori dalle cataste. Tu nel batterla le risponderai «questo è per te brutta strega».

Venne infatti, a sera, la vecchia e quando ebbe il colpo e la risposta del tamburino, come l’altra volta fece le viste che nulla fosse stato. Anzi rise diabolicamente e riprese: — Domattina farai di tutti questi mucchi una catasta sola e vi appiccherai il fuoco.

Il giovanotto all’alba era già in piedi ed alla meglio, come poteva, radunava, ed ammontava la legna. Ma come era possibile che un sol uomo accatastasse la legna di un intero bosco? Egli era impensierito e grondava sudore per la pena e per la fatica. Venne, però, a tempo anche questa volta la bella ragazza con la merenda e gli disse di non perdersi d’animo, chè tra poco avrebbe avuto la ricompensa del suo patire. Il tamburino, ormai, ci aveva preso l’abitudine e senza che la fanciulla gli dicesse altro le pose in grembo il capo e s’addormentò. Come ebbe fatto il sonnellino della digestione, aprì gli occhi e vide l’immensa catasta incendiata. Le fiamme mandavano chiarore più del sole e come tante lingue andavano su alte a lambire la volta azzurra del cielo.

— Ascolta – gli disse prima di tornare a casa la fanciulla – quando verrà la strega, fatti animo: oggi ti darà ordini più severi degli altri e tu eseguiscili senza paura se vuoi vincerla. Guai a te se ti lasci cogliere da timore: le fiamme t’investirebbero e saresti perduto. Hai capito? Il coraggio sarà la tua unica difesa. Dunque fa’ tutto quello che essa ti dirà ed in ultimo agguantala e gettala in mezzo al fuoco.

La ragazza rientrò in casa e la vecchia ne uscì tentennoni dicendo: — che freddo, ohi! ohi! sono tutta intirizzita! Ma quest’è una bella fiammata davvero. Così sì che mi riscaldo le vecchie ossa. Ah! mi sento meglio! Guarda… – soggiunse voltasi al tamburino – c’è però là in mezzo alla catasta, un pezzo di legno che non brucia. Lo vedi? Portamelo e dopo ti lascio libero di andar dove vuoi. Giù allegro, buttati nel fuoco!.

Il giovanotto, che aveva tenuto a mente le istruzioni avute dalla ragazza, non stette in forse, si lanciò in mezzo alle fiamme, afferrò il pezzo di legno ed uscì fuori illeso, senza neppur la minima abbronzatura. Appena ebbe posato il legno in terra, questo si trasmutò nella fanciulla che lo aveva sempre aiutato nelle grandi fatiche, e dalle vesti ricche d’oro e di gemme capì che era appunto quella principessa che egli voleva liberare dall’incantesimo. La strega intanto rideva d’un riso malvagio, gridando «Credi che sia tua? credi di rapirmela? Oh! non l’avrai!». Ma come essa stava per gettarsi sulla fanciulla, il tamburino l’agguantò con le mani forti e la gettò sul rogo. Le fiamme l’inghiottirono e si chiusero su di lei come fossero felici di distruggere una strega.

Quando la vecchia fu tolta di mezzo, la bella principessa dètte un’occhiata al giovanotto e vedutolo bello e riflettendo che a lui doveva la propria salvezza, gli porse la mano e gli disse: — Tutto hai rischiato per me, per me ti sei esposto a tutti i pericoli, ed io voglio corrispondere ai tuoi benefizi. Se mi prometti d’essermi fedele, ti faccio mio sposo. Il nostro regno non avrà bisogno di maggiori ricchezze quando avremo preso ciò che la vecchia ha accumulato quassù.

Detto questo, lo condusse in casa e gli mostrò tante casse e cassette e bauli pieni di tesori. Essi lasciarono l’oro e l’argento; presero soltanto i brillanti e stabilirono di abbandonare quel luogo dove essa era stata relegata per tanto tempo.

— Vieni: – disse egli alla principessa – mettiti con me sulla sella magica, e voleremo via come due uccellini.

— Non mi piace questo brutto arnese vecchio e logoro! E poi, sai, io non ne ho bisogno; mi basta il mio anellino. Gli dò un giro e siamo subito a casa – rispose la fanciulla.

— Sta bene: farò come tu vuoi. Desidera di andar con me alla porta della mia città!

Appena furono uniti nello stesso desiderio, si trovarono dinanzi a quella porta. Subito disse il giovinotto:

— Prima di venir con te nel tuo regno, voglio rivedere i miei genitori, dar loro le mie notizie e l’ultimo addio. Tu aspettami qui, chè torno subito.

— Ahimè! – sospirò la fidanzata. – Promettimi che non li bacerai sulla gota destra, altrimenti ti scorderesti di me che resterei sola ed abbandonata in questa campagna!

— Com’è possibile ch’io ti scordi? – egli riprese e, nel ripeterle la promessa di tornare prestissimo a lei, le strinse la mano.

Come il giovanotto fu giunto a casa, nessuno lo riconosceva, tanto si era mutato. I tre giorni che egli credeva fossero trascorsi mentre stava in casa colla strega erano stati tre anni. Ma ben presto, udite le vicende del suo viaggio straordinario ed avute le prove dell’essere suo e della verità di quei detti, i suoi cari gli si gettarono al collo piangenti per l’improvvisa allegrezza ed egli ne provò tanta dolce commozione che, dimenticando le parole della fidanzata, li baciò teneramente sulle due guance.

Non appena ebbe loro scoccato un bacio sul lato destro del viso, il pensiero di lei svanì in lui del tutto. Trasse di tasca i brillanti che aveva seco e li depose sulla tavola ed i suoi vecchi guardavano stupiti quei tesori senza sapere come servirsene. Quando rinvenne dal primo sbalordimento, cagionato da tanta gioia, il padre del tamburino si fece costruire un castello magnifico, in mezzo a giardini, boschetti e praterie che pareva una dimora da re; e finito che fu di fabbricare questo castello disse la madre al figliuolo:

— Figlio mio, t’ho scelto per moglie una bella e buona ragazza e fra tre giorni faremo le nozze.

Il tamburino era un figliuolo affezionato e docile e si accordò in tutto al volere dei genitori.

La principessa intanto là, nella campagna, aspettava, aspettava invano il ritorno del promesso sposo. Venne la sera ed ella disse in un sospiro: — Il mio diletto ha baciato i suoi cari sulla guancia destra e si è scordato di me! – Nel dolore che le opprimeva il cuore, premè l’anellino e se lo fe’ girar sul dito, desiderando d’essere in una casina solitaria dentro un bosco, chè alla corte magnifica del padre suo, senza il fidanzato, non aveva core di tornare.

Eccola, infatti, nella capanna. Ogni sera va alla città e passa davanti al castello di lui. Egli, talora, la vede passare, ma purtroppo non la riconosce.

Una sera, le venne all’orecchio la voce che correva fra la gente: «Domani – dicevano tutti – si celebran le nozze del bel tamburino».

— S’io provassi a riconquistarmi il suo cuore? – disse la principessa fra sè. Le feste per gli sponsali dovevano durare tre giorni e venuto il primo giorno ella disse, girando sul dito l’anellino «un bel vestito che splenda come il sole» ed il vestito subito le fu posto dinanzi. Com’era bello! pareva intessuto di raggi lucenti. La principessa lo indossò e si diresse tosto alla casa del fidanzato. All’incedere di lei nella sala fra i convitati, in mezzo al giubilo ed agli «evviva», tutti fecero le meraviglie per quell’abbigliamento così luminoso e ricco; la nuova fidanzata del tamburino volle averlo per sè e domandò alla principessa se volesse venderglielo.

— Io non lo dò a prezzo di danaro: – rispose l’altra – se mi lascerete passar la notte accanto all’uscio della stanza dove dorme il vostro promesso sposo, vi darò in cambio il vestito.

Accolse la giovane quella proposta; ma quando, finita che fu la festa, mescè da bere al tamburino, gli versò nel vino un sonnifero per cui egli fu colto da un fortissimo sonno.

Nel silenzio della notte, quando tutti erano andati al riposo, la principessa aprì un fessolino all’uscio del fidanzato e cominciò a sussurrare queste parole:

«O tamburino, dimmi
Perchè m’hai tu scordata?
Son io, son io la vera fidanzata!
Sogni le nozze, il ballo;
Sul monte di cristallo
Più non rammenti che eravamo un dì!
Non ti ricordi più?
Quando eravam lassù
Tu mi salvasti ed io pur ti salvai…
Di me scordarti non dovevi mai!»

Ma tutto era vano. Il giovanotto non si svegliò in tutta la notte e la principessa all’alba dovè tornarsene via. Aspettò che fosse sera e si girò di nuovo l’anellino sul dito, dicendo: «un bel vestito che splenda come la luna!» Quando comparve alla festa, essa spandeva intorno una luce soave come chiaror di luna: la gente l’ammirava abbagliata e la nuova sposa le proponeva di venderle quello stupendo abito. Ma, come l’altra volta, essa rispose di no che non l’avrebbe dato per danari e che solo in cambio del solito favore glielo avrebbe ceduto.

Nel silenzio della notte, la principessa tornò alla porta del tamburino, aprì uno spiraglio e sussurrò di nuovo:

«O tamburino, dimmi
Perchè m’hai tu scordata?
Son io, son io la vera fidanzata!
Sogni le nozze, il ballo;
Sul monte di cristallo
Più non rammenti che eravamo un dì!
Non ti ricordi più?
Quando eravam lassù
Tu mi salvasti ed io pur ti salvai…
Di me scordarti non dovevi mai!»

Sordo a que’ lamenti, alla voce delle memorie, il giovanotto giaceva in potere del sonnifero e non udiva: e la povera fidanzata se ne tornò triste e sola alla capanna nel bosco. Ma intanto la gente di casa aveva udito le parole della sconosciuta e gliele riferì, aggiungendo che egli aveva bevuto ad insaputa sua un sonnifero per cui la voce di lei era caduta nell’ombra senza arrivargli.

Alla terza sera, la principessa che ad ogni costo ormai voleva riconquistar il cuore dell’amato, si girò l’anellino sul dito e disse: «un vestito scintillante come le stelle».

Comparve nella sala e la bellezza di quell’abito era tale che la nuova fidanzata se ne invogliò più che degli altri due che già aveva e disse in cuor suo che a qualunque costo quel vestito meraviglioso le doveva appartenere.

La principessa, propose il solito patto e come tutti andarono a riposo, si mise all’uscio della stanza da letto del promesso sposo. Questa volta il tamburino non aveva bevuto il vino mesciutogli dalla fidanzata, e perchè ella lo credesse, vedendo vuota la coppa, lo aveva versato in terra, dietro il letto parato.

Ecco, nel silenzio della notte aprirsi piano, piano la porta di camera ed una voce lamentevole ed amorosa sussurrare queste parole:

«O tamburino, dimmi
Perchè m’hai tu scordata?
Son io, son io la vera fidanzata!
Sogni le nozze, il ballo;
Sul monte di cristallo
Più non rammenti che eravamo un dì!
Non ti ricordi più?
Quando eravam lassù
Tu mi salvasti ed io pur ti salvai…
Di me scordarti non dovevi mai!»

D’un tratto, ecco si risveglia in lui la memoria del passato. Sì, tutto, tutto ricorda ed il core gli dà balzi di gioia.

— Diletta, diletta mia, – esclama – perdona se ti avevo dimenticata! Fu tale la contentezza che provai nel rivedere i miei vecchi, che detti loro quel bacio fatale! Perdonami: la colpa, vedi, non è mia! – e la chiama e le va incontro; la prende per mano e la conduce presso il letto dei genitori. – Ecco la vera, la sola mia diletta, ecco la mia vera sposa! – dice, vinto dalla commozione. – Oh! non vogliate ch’io tradisca la fede che le ho dato!

Il padre e la madre, come ebbero udita la storia dell’affetto e delle promesse di quei due che tenendosi strette le mani aspettavano di esser benedetti, dettero il consenso per le loro nozze.

Subito furono richiamati gli invitati, riaccese le lumiere e i doppieri nella sala da ballo; ed al chiarore di belle faci gaie e lucenti ed al suono di timpani e di trombe, fra gli evviva dei parenti e degli amici furono festeggiati i veri sposi. Si dice che l’altra fanciulla piangesse qualche lacrimuccia e non volesse subito rinunziare al bel tamburino, ma poi, vanerella come sono tutte le femmine, quando le fu detto che i bei vestiti lucenti non le sarebbero stati ritolti, si consolò al pensiero di far bella figura, e forse anche le fece in cuore capolino la speranza di trovar presto un altro marito.

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