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Fiabe di Luigi Capuana Fiabe per bambini

Farfallino

Fiaba di Luigi Capuana

C’era una volta un contadino che dietro la sua casetta aveva un piccolo orto. Vi coltivava cavoli, lattughe, sedani, cipolle; parte ne vendeva, parte ne adoprava in famiglia.

Sua moglie, giovanissima, lavorava quanto lui. Filava, tesseva, cuciva. E di quel che tutt’e due guadagnavano non spendevano neppur la metà. Pensavano all’avvenire della loro unica figliola che cresceva bella e buona, quasi covata dagli occhi amorosi dei genitori. Aveva sette anni.

La bambina passava molte ore della giornata nell’orto dove lei, in un cantuccio, coltivava dei fiori.

Ora, da pochi giorni in qua, accadeva questo. Tutt’a un tratto, mentre parlava col babbo o con la mamma, le pareva di sentirsi chiamare dall’orto. Rispondeva:

– Vengo! Vengo! – e accorreva di corsa.

– Chi ti ha chiamato?

– Non so. Non ho trovato nessuno. E la voce veniva dall’orto?

– Dall’orto, certamente.

– Dev’essere uno scherzo di qualche vicino.

E il padre si mise alle vedette, con un grosso bastone in mano. La chiamata avveniva sempre poco prima di mezzogiorno. Ed ecco la bambina che accorreva di corsa:

– Vengo! Vengo !

– Non ti ha chiamato nessuno!

– Sì, babbo! Due volte.

– Ti è parso.

Infatti egli, che stava in agguato, non aveva sentito niente. La bambina si mise a piangere dalla stizza di non esser creduta. Così parecchie volte di seguito. Il padre e la madre ne erano impensieriti. La madre consultò una vecchia vicina creduta mezza fattucchiera.

– Si sente chiamare, dall’orto; accorre e non trova nessuno. Che può essere? Che significa?… Queste due uova pel vostro scomodo.

– Grazie. Sentirsi chiamare, vuol dire grande fortuna!

Il marito, da parte sua, era andato a consultare un vecchio che passava per Stregone.

– Si sente chiamare, dall’orto; accorre e non trova nessuno. Che può essere? Che significa?… Questi pochi soldi pel vostro scomodo.

– Grazie. Sentirsi chiamare, vuol dire grande fortuna!

Quando marito e moglie si comunicarono la risposta ricevuta, si sentiron salire le lacrime agli occhi dalla contentezza. Ma alla bambina non dissero niente.

Era andata nell’orto di buon’ora per innaffiare una pianta di rose carica di bottoni, qualcuno dei quali cominciava ad aprirsi; e su un ramo di foglie vide un bruco, grosso quanto il mignolo delle sue mani, che spasseggiava da una foglia all’altra contraendosi, allungandosi, rizzando la testa e muovendola quasi per guardare attorno. Era di colore verde scuro con puntini rossi e gialli lungo i fianchi e la schiena; il ramo delle foglie si piegava sotto il suo peso.

Ella non aveva mai visto un bruco simile.

– Babbo, babbo! Guarda, che bel bruco!

Il contadino stava per dargli un colpo con la mano per farlo cascare giù e calpestarlo.

– No, babbo!… Voglio allevarlo!

– Ma i bruchi non si allevano.

– Lasciami fare; voglio allevarlo. Mamma, vieni a vedere anche te. Che bel bruco! Voglio allevarlo.

Dopo quelle risposte della vicina e dello Stregone, marito e moglie non osavano più di contrariare nessun capriccio della bambina. Si guardarono in viso, si strinsero nelle spalle, e il padre rispose:

– Lo alleverai. Ma, bada, i bruchi càmpano poco. Chi fa il bozzolo, chi la crisalide, e si trasformano in farfalla.

– Bene! Alleverò poi la farfalla che nascerà da esso.

– Neppure le farfalle si allevano. Scappano, volano, non si lasciano afferrare.

– Tenterò. Vo’ divertirmi.

Stava intere giornate a osservarlo, a sorvegliarlo mentre andava da un ramo all’altro; e gli parlava quasi esso potesse intenderla:

– Bruchino mio! non te n’andare. – E gli domandava: -Che farai? Un bozzolo? Una crisalide?

Per poco non attendeva la risposta.

I movimenti del bruco diventavano lenti, la sua pelle si corrugava. Si era ridotto sul ramo più folto di foglie.

– Sai, babbo, che fa? Si lega con un filo.

– Sta per formare la crisalide.

E quando la bambina si accorse che la pelle, inaridita, era cascata per terra, e che sul ramo era rimasto, legato da parecchi fili attorno, il guscio duro della crisalide, fu presa da grande impazienza: voleva vedere uscir fuori la farfalla.

– Presto, babbo! Chi sa come sarà bella, mamma!

Ogni settimana che passava le pareva un secolo.

Finalmente, una mattina, trovò che la farfalla aveva già bucato la crisalide, e faceva dei conati per liberarsi dell’involucro.

– Su! Su! Farfallino mio, su! Su!

Le era venuto inconsapevolmente questo nome su le labbra, e continuava a chiamarlo così, mentre esso si sforzava a rizzare le antenne del capo e distendere le ali umide che a poco a poco si spiegavano per asciugarsi all’aria aperta. Impaziente, ella scosse con gran delicatezza il ramo su cui Farfallino era posato, se lo fece cadere su la palma di una mano e lo portò subito al sole perché distendesse e facesse asciugare le ali più presto. E non sospettava che, appena in condizione di volare, Farfallino potesse volar via.

Diè un grido, allungò una mano per afferrarlo, ma Farfallino era lontano. Faceva il giro dell’orto, si posava su una pianta, sfiorava col volo i cesti di lattuga e dei cavoli, risaliva in su, quasi sdegnato di essersi potuto abbassare fino a quelle meschine verdure, e volteggiava in alto con ebbrezza, senza curarsi della bambina che gli correva dietro per afferrarlo e gli gridava:

– Farfallino! Farfallino mio!

Stanca, ansante dalla corsa, si era fermata per riprender fiato, ed ecco che Farfallino le gira attorno, si avvicina, si allontana, torna ad accostarsi e finalmente le si posa sul dorso di una mano, come per baciargliela.

Ella cercò di avvicinare cautamente l’altra mano ed afferrarlo, ma Farfallino era già lontano, in fondo all’orto scapricciandosi a volare su e giù, andando a fermarsi su la pianta della rosa che l’aveva accolto da bruco.

Allora la bambina gli tese la mano per rassicurarlo e invitarlo, e Farfallino, compiacente, andò a posarvisi di nuovo, aprendo e socchiudendo le belle ali screziate.

Da quel momento in poi, la bambina e Farfallino furono indivisibili. Ella lo portava attorno posato sui capelli quasi fosse uno spillone, posato su una spalla come un uccellino ammaestrato; posato su l’indice della mano quasi fosse un anello da mettere in mostra.

Poi, improvvisamente, Farfallino scappava via nell’orto, volteggiando da un punto all’altro, sparendo di là del muro di cinta, spingendosi in alto, in alto, sui tetti delle case vicine, e tornando giù precipitosamente, facendo mille scherzi di volo attorno alla bambina che lo sgridava:

– Basta, Farfallino! Non farmi arrabbiare, Farfallino!

Era sparito? Dov’era andato il cattivo? E correva a guardarsi nello specchio per convincersi se le si era posato sui capelli. Era là, proprio, tra la scriminatura rasente alla fronte; e lei sorrideva, inorgoglita, vedendogli aprire e chiudere le alucce ritte; sembrava dirle, ridendo:

– Son qui!… Sei contenta?

Non erano però molto contenti i genitori. La bambina cresceva, sì, facendosi ogni giorno più bellina, più aggraziata. Non sembrava figlia di contadini, con quella fine carnagione del viso, con quelle manine bianche, piccole, affusolate che, con la scusa di Farfallino, non facevano più nessun lavoro manuale. Ma questo divertimento quanto doveva durare? E la grande fortuna annunciata dalla fattucchiera e dallo Stregone non accennava ad arrivare!

– Come fare, marito mio?

– Abbozziamo ancora, moglie mia!

– Certamente quel che ci accade non è cosa ordinaria.

– Ma ogni bel gioco dovrebbe durar poco. Finirà che con una manata accopperò Farfallino, un giorno o l’altro.

Si udì di là una gran risata: Ah! Ah! Ah!

Il contadino, indispettito, corse a vedere. Non c’era nessuno.

Rimase male, ed ebbe paura. Ragionava di questo con la moglie, quando vide presentarsi un messo del Re.

– Ordine di Sua Maestà! Dice che vostra figlia ha una farfalla meravigliosa, sconosciuta.

– È vero.

– La famiglia reale vuol vederla. Venite tutti con me.

– Ma la farfalla è libera: va e viene capricciosamente.

– Non voglio saper nulla. Ordine di Sua Maestà!

La moglie disse al marito:

– Sarà, forse, il principio della gran fortuna!

Quando comunicarono alla figlia: Ordine di Sua Maestà, la ragazza si rivolse a Farfallino:

Sai, Farfallino? Vuol vederti il Re.

Farfallino, che le stava posato su l’indice, diè un balzo e volò lontano.

– Avete visto? – disse il padre al messo.

– Non voglio saper nulla. Ordine di Sua Maestà! Vò a chiamare le guardie per farvi legare.

Non occorse. Farfallino era già tornato posandosi sui capelli della ragazza.

– Grazie, Farfallino. Ora andiamo dal Re.

La famiglia reale e i Ministri erano raccolti nel salone delle udienze, in attesa.

– Oh, bella! Oh, bella!

Tutti ammiravano la farfalla che apriva e chiudeva irrequietamente le ali su i capelli della contadinella.

La Reginotta allungò la mano per prenderla, ma diè un grido: era rimasta col braccio teso, irrigidito.

Allungò la mano anche il Reuccio, e diè un grido pure lui: era rimasto col braccio teso, irrigidito.

Così il Re, così la Regina, che si provarono uno dietro all’altra.

Alla vista delle quattro braccia tese a quel modo, la ragazza scoppiò in una matta risata, e Farfallino si diè a danzarle davanti allegramente; per poco non sembrava che facesse matte risate anche lui.

Il Re disse:

– Se fra cinque minuti tutto questo non sarà cessato, marito, moglie e figliuola avrete tagliata la testa!

– Ah, Farfallino! Abbi pietà di noi!

Alla preghiera della ragazza, Farfallino svolazzò, sfiorando le quattro braccia tese, irrigidite, ed esse si piegarono a poco a poco e tornarono allo stato naturale.

Il Reuccio e la Reginotta però cominciarono a strillare, a battere i piedi:

– Vogliamo la farfalla! Vogliamo la farfalla!

Ma, che è, che non è, guarda qua, cerca là, Farfallino era sparito! E il Re, che si credeva burlato da quei contadini, ordinò:

– Stiano in carcere a pane e acqua, finché la farfalla non torna.

Marito e moglie, quasi al buio, in quella fetida cella, si lamentavano piangendo:

– Ecco la gran fortuna che doveva toccarci!

Non avevano finito di parlare, che la stanza s’illuminò. Pareti e pavimento di marmo finissimo, e nel centro una tavola apparecchiata, con vivande fumanti. In un canto la ragazza diceva, sottovoce, carezzevoli parole a Farfallino, che pareva stesse seriamente ad ascoltarla.

Dopo che ebbero allegramente desinato, la luce disparve; pareti e pavimento tornarono allo stato di prima; ma il carceriere entrato con la lanterna in mano per l’ispezione, fu meravigliato non solamente di trovare intatti il pane e l’acqua che dovevano sostentare i prigionieri, ma di scoprire in un canto ossa di pollo, croste di pane bianchissimo, bucce di frutta e briciole di torta.

– Come mai?

E corse ad avvertire il Re.

Il Re trovò marito, moglie e figliuola stesi per terra addormentati; se non che nella cella si sentiva un odore – di gelsomini? di rose? di garofani? non si distingueva bene – a confronto del quale l’aria delle stanze reali diventava nauseabonda. Tornò indietro, senza svegliarli, e disse alla Regina:

– Maestà, ci troviamo davanti a un mistero. Se sentiste che odore c’è in quella cella rimarreste incantata. Ho paura di attirarmi addosso qualche malanno, tenendo ancora in carcere quei tre.

– Sempre pauroso, Maestà.

– Dite piuttosto: prudente.

– Dovrà vincerla, dunque, quella contadinaccia? Pare impossibile! E il Reuccio e la Reginotta non dovranno neppur vedere la famosa farfalla?

– Ce n’è tante pei prati!

– Ma non sono… «quella»!

– Tentate voi, Maestà, per la farfalla. Se riuscite, tanto meglio.

La ragazza venne condotta al cospetto della Regina.

– Dov’è la farfalla?

– È andata via pei fatti suoi, Maestà.

– È ammaestrata?

– Si è ammaestrata da sé, Maestà.

– Te la cambierei con un bel marito: un sergente delle guardie.

– Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.

– O un capitano delle guardie, giovane e bello anch’esso…

– Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà. La Regina, spazientita, disse:

– O che vorresti per marito il Reuccio?

– Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.

La Regina non si contenne più e spinse la mano per darle un gran schiaffo. A mezza strada, la mano si staccava dal polso e andava a cadere in un angolo della stanza. La Regina, allibita, atterrita, vide la ragazza chinarsi, raccogliere la mano, ungerla, nel punto dell’attacco, con un po’ di saliva e riunirla al polso come se niente fosse stato.

– Ah! Ti darò anche… il Reuccio! – esclamò in un impeto di gratitudine.

– Grazie, Maestà! Ho qualcosa di meglio in vista, Maestà.

La Regina, mortificata, non fiatò più, e disse al Re:

– Si, è forse meglio scarcerare quei tre.

La ragazza credeva di trovare a casa, o nell’orto, Farfallino che, da due giorni, non si faceva vedere.

Ne passarono otto, ne passarono dieci, e di Farfallino nessuna notizia. La ragazza piangeva, rifiutava di prender cibo, andava a letto e non riusciva a chiuder occhio. Padre e madre se la vedevano dimagrire davanti, pallida, muta. Il padre minacciava:

– Se lo trovo, con una manata lo accoppo!

La madre soggiungeva, scusandolo:

– Chi sa che gli è accaduto, poverino!

E tornò a consultare la fattucchiera:

– Ah, comare! Comare! Mi avete ingannata! La grande fortuna dov’è?

– Spesso, quel che ci pare una disgrazia è una fortuna. Tenetelo a mente, comare!,

Anche il marito tornò dal vecchio che passava per Stregone:

– Ah, compare! Compare! Mi avete ingannato! La grande fortuna dov’è?

– Quel che ci pare una disgrazia, spesso spesso è una fortuna. Che ne sappiamo, compare?

La ragazza continuava a piangere, rifiutava di prender cibo, andava a letto e non riusciva a chiuder occhio. E una mattina fu trovata stesa supina nel lettuccio, bianca bianca, con le braccia conserte sul seno; pareva placidamente addormentata… ed era morta!

E sul suo corpicino irrigidito si vedeva straluccicare, da capo a piedi, un lieve strato delle impalpabili scaglie delle ali di Farfallino, quasi polvere di oro, di diamanti, di ametiste, di smeraldi, di rubini da lui venuta a spargere, invece di fiori, sul cadavere dell’amica diletta. Marito e moglie piangevano zitti zitti, confortandosi alquanto con le parole di quei due:

– Spesso, quel che ci pare una disgrazia è una fortuna. Che ne sappiamo?

Stretta la foglia, larga la via,

Ogni disgrazia fortuna sia!

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