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Il contadino e il diavolo

Una fiaba dei fratelli Grimm

C’era una volta un contadino tanto furbo, tanto astuto che proprio, come suol dirsi, sapeva dove il diavolo tiene la coda. Di lui se ne raccontavano parecchie, chè non v’era nessuno che potesse stargli alla pari per scaltrezza. Ma la più bella fra tutte è la burla che fece al diavolo.

Un giorno il contadino aveva finito il suo lavoro nel campo e, siccome era vicino a sera, si disponeva a rimontare sulla sua carrettella e tornarsene a casa. Ad un tratto si volta e vede là, nel mezzo, un mucchio di carboni ardenti; si avvicina, guarda e scorge un diavoletto nero nero che se ne sta seduto comodamente sulla fiammella, come uno di noi starebbe in poltrona.

— Ah! briccone, – gli dice il contadino con quel sorrisetto furbo di chi la sa lunga – scommetto che te ne stai seduto sopra un tesoro!

Il diavolo che sapeva con chi aveva che fare e che non era il caso di dir bugie, rispose:

— Sicuro! Qui sotto c’è più oro e più argento di quanto tu ne abbia potuto sognare in vita tua.

— Il tesoro è nel terreno mio, sicchè appartiene a me – riprese il villano.

— Sarà tuo purchè per due anni tu mi dia la metà di ciò che cresce sul tuo campo. Io ho abbastanza danaro, ma i prodotti della terra mi fanno gola!

Al contadino piacque il patto.

— Però – riprese – acciò dopo non vi sieno dissensi nè litigi, bisogna che c’intendiamo bene adesso. Tu vuoi la metà di ciò che cresce sul mio campo: ed a me toccherà quello che cresce sotto… va bene? – Il diavolo fu tutto contento; si dimenò sui carboni e battè le mani come fosse stato nell’acqua fresca. Ma il contadino aveva già seminato carote.

Quando fu il tempo della raccolta, il diavolino nero, tutto impettito, a naso ritto entrò nel campo con l’andatura sicura di ton padrone – anzi di un conquistatore – per reclamare la parte sua e rimase con tanto di naso quando non trovò che le foglie mezzo ingiallite ed appassite, giacenti sulla terra smossa, mentre il villano ammonticchiava allegramente le sue brave carote.

— Per questa volta ho avuto la peggio – disse il diavolo – ma, badiamo, quest’altra non t’andrà così. Sarà tuo quel che cresce sul campo ed io prenderò quel che sarà, cresciuto sotto: va bene?

— Benone! – rispose il contadino e rise nelle rughe, chè baffi non aveva.

Come venne il tempo della sementa, non ripiantò carote, ma frumento e quando le spighe furon mature, andò nel campo e tagliò tutti gli steli fino alla radica.

Venne il diavolino nero, arricciando la coda, come un giovanotto spavaldo si arriccerebbe i baffetti e credè di fare una gran raccolta. Invece, quand’ebbe razzolato ben bene non trovò che radiche secche e una risata di chi era più destro di lui.

Tutto rosso dallo sdegno, corse via lontano e saltò dentro un crepaccio.

— Addio, caro! – gli gridò dietro il contadino. – Buon viaggio! Il contadino la sa più lunga del diavolo, sai! Tientelo a mente per la prossima occasione. – Poi andò a scavare il tesoro e se lo tenne stretto.

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