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Fiabe di Gian Dàuli Fiabe per bambini

Il reuccio intrepido

Fiaba di Gian Dàuli

C’era una volta un Reuccio che si annoiava terribilmente a starsene tutto il santo giorno in ozio, e siccome era anche un giovane sano e gagliardo e senza paura, pensò di andare per il mondo in cerca d’avventure.

Detto fatto, salutò il Re suo padre e la Regina sua madre e partì per il mondo.

Cammina, cammina, cammina, giunse alla casa di un Gigante e siccome era stanco sedette davanti al cancello per riposarsi, quando, guardando nell’interno del cortile, vide che c’erano per terra dei birilli alti quanto un uomo e delle bocce enormi. Allora pensò di mettersi a giocare un poco. Entrò nel cortile, drizzò i birilli e cominciò a tirarvi addosso le bocce divertendosi un mondo.

Giocava da un pezzo quando il Gigante, attratto dal rumore si affacciò alla finestra e rimase meravigliato che un giovane non più alto e più grosso d’un suo braccio possedesse tanta forza di giocare con i suoi birilli: e tra il compiaciuto e l’irritato gli disse:

— O, tu, insetto, chi ti ha dato il permesso di giocare con roba che non ti appartiene? E come mai possiedi tanta forza?

E il Reuccio di rimando:

— O, omone, credi che la forza sia un tuo appannaggio? Io posso fare tutto quello che mi piace: tanto per tua norma e regola.

Il Gigante diede una risataccia di scherno e scese giù.

— Allora, mentre sei buono a tutto, va a prendermi il pomo della vita.

— E che ne vuoi fare?

— Voglio regalarlo alla mia promessa sposa che lo desidera.

— Se è per lei ci andrò – rispose il -Reuccio.

— E ti sembra impresa tanto facile? Non sai che il giardino dove si trova l’albero che porta il pomo della vita, è circondato da una cancellata di ferro, e custodito da milioni di belve?

— Non importa: vi entrerò lo stesso.

— Ma non è tutto – disse ancora il Gigante – perchè seppur ti riesce di entrare, per cogliere il pomo, devi prima passare la mano entro un bracciale e ciò non l’ha potuto mai nessun cavaliere.

— Ed a me riuscirà – e senza aggiungere altro il Reuccio partì.

Cammina, cammina, cammina, passò monti, mari, laghi, fiumi, deserti, e giunse al giardino incantato. Senza esitare scavalcò la cancellata di ferro e si inoltrò per i viali del giardino. Ad ogni passo incontrava una belva feroce ma, meraviglia, invece di avventarglisi contro se ne stava accucciata a sonnecchiare.

Dopo aver girato un po’ ecco, in mezzo ad un’aiuola, il famoso albero della vita con dei bei frutti splendenti come l’oro. Anche questa volta il Reuccio invece di esitare spiccò un salto e cominciò ad arrampicarsi per il fusto, quando, alzando la testa, vide il pomo che cercava e il bracciale di cui gli aveva parlato il Gigante. Senza perdere tempo in riflessioni inutili il bracciale gli si strinse intorno al polso aderendo perfettamente come fosse stato fabbricato apposta per lui, mentre, contemporaneamente, una smisurata forza entrava a irrobustire il suo corpo.

Sicuro ormai del fatto suo, il Reuccio scese dall’albero e invece di uscire saltando dalla cancellata, con un colpo della mano tolse via una sbarra e fu fuori: ma il suo stupore maggiore fu quando voltatosi indietro vide che era seguito da un leone mansueto e docile come un cagnolino.

Quando giunse dal Gigante, questi, in tono di scherno, gli disse:

— E il pomo?

— Eccolo: io mantengo le promesse!

Il Gigante prese il prezioso frutto e corse contento dalla sua promessa sposa.

Era, questa, una fanciulla bellissima e intelligentissima la quale, come s’accorse che il Gigante non aveva il bracciale che doveva restare a chi coglieva il frutto, gli domandò:

— E il bracciale dov’è? Per credere che tu abbia veramente compiuto questa mirabile impresa devi mostrarmi il bracciale.

E il Gigante con la più grande faccia tosta di questo mondo:

— Vado subito a prenderlo a casa e ritorno, – e corse difilato dal Reuccio, con fare prepotente.

— Tu mi hai dato il pomo ma non il bracciale: caccialo subito fuori o ti faccio vedere io.

Ma il Reuccio da quell’orecchio non ci sentiva e preferì lottare con l’omone il quale, con suo stupore non riusciva ad abbattere quel giovane tanto più piccolo di lui e capì che tutto avveniva per via del bracciale, e ricorse all’inganno:

— Senti Reuccio, se smettessimo un poco e andassimo a farci un bagno, dopo lotteremmo con più lena, non ti pare?

Il Reuccio che era forte, ma ingenuo e leale, rispose di sì e se ne andarono al fiume ch’era poco distante; ma appena il Reuccio si tolse i vestiti e il bracciale il Gigante, lesto come il vento, afferrò quest’ultimo e fuggì via. Ma aveva fatti i conti senza il leone che seguiva il suo padrone come l’ombra il corpo. Infatti la brava bestia con quattro salti raggiunse il fuggitivo, gli strappò il bracciale e lo riportò al Reuccio.

Però il malvagio non si diede per vinto e nascosto dietro una macchia folta aspettò che di lì passasse il Reuccio e quando gli fu vicino gli saltò addosso e gli strappò gli occhi. E non fu contento di tanto, ma presolo per mano lo accompagnò all’orlo d’un burrone sperando che vi precipitasse dentro. E il malcapitato Reuccio, stava davvero per ruzzolare in fondo al profondo burrone, se il leone non lo avesse trattenuto per la giacca.

Appena il Gigante si avvide che il suo piano non era riuscito, ritornò di nuovo alla carica e trascinò la sua vittima all’orlo d’un altro burrone più terribile del primo: ma anche questa volta il leone intervenne a tempo e non solo salvò il Reuccio, ma, inferocito, si avventò contro il malvagio Gigante e lo mandò a capofitto giù per il precipizio poi, per un viottolo fece scendere piano piano il suo padrone al piano, lo accompagnò all’orlo di una fontana limpida dove, inzuppata una zampa nell’acqua, gliela spruzzò nelle occhiaie vuote che subito acquistarono il dono della vista.

La gioia del Reuccio è impossibile a descriversi; non sapeva se ballare o cantare, poi ringraziò Dio del gran dono concessogli; abbracciò il fido leone e si pose di nuovo in cammino.

Cammina, cammina, cammina, giunse in un castello incantato senza finestre nè balconi, con un piccolo portone davanti al quale stava, piangente, una bella ragazza, dalla testa ai piedi nera più dell’inchiostro nero.

— Che hai? Perchè piangi? – le domandò il Reuccio.

— Non vedi come sono ridotta? – gli rispose la fanciulla. – Se tu potessi sciogliere l’incantesimo che mi lega!

— E che dovrei fare?

— Perchè io possa essere liberata, un cavaliere deve passare tre notti nel salone del castello senza avere paura e senza lamentarsi alle sevizie a cui le streghe lo sottoporranno.

— Va bene, proverò – rispose il Reuccio – e senza aggiungere altro entrò nel castello incantato.

Fino alla mezzanotte tutto andò per il meglio, ma appena scoccata l’ora fatale, eccoti un nugolo di streghe, brutte quanto più brutte non è possibile immaginare, invadere il salone. Prima cominciarono a fare di tutto per impaurirlo, ma vedendo che il Reuccio se ne stava tranquillo, lo assalirono e si diedero a batterlo come un tappeto pieno di polvere. E con ferocia batterono fino all’alba senza che per nulla riuscissero a strappare di bocca al coraggioso giovane, il più piccolo lamento.

Appena fu giorno, eccoti la fanciulla con una bottiglia di unguento miracoloso, ungere il corpo piagato del Reuccio che riacquistò per incanto tutte le sue forze: e non fu tutto; con meraviglia crescente si accorse che la tinta nera del corpo della fanciulla si era leggermente schiarita. Questo fatto gli diede ancora più intrepidezza e la notte quando vennero le streghe sopportò i loro tormenti con più forza; ma l’alba lo sorprese addirittura sfinito: ma eccoti la fanciulla con l’unguento miracoloso a rimetterlo su come se nulla fosse stato: intanto la carnagione della donna era diventata più chiara ancora. Se il Reuccio avesse resistito l’ultima notte, l’incantesimo sarebbe stato spezzato del tutto. Ma che notte, questa terza ed ultima! Le streghe, inferocite, quando a mezzanotte sopraggiunsero, si scagliarono sul malcapitato con tale furia e tale furore che pareva volessero addirittura sbranarlo: ma un lamento non riuscirono a strapparlo dalle labbra del generoso cavaliere, e all’alba dovettero abbandonare per sempre il campo.

Appena spuntò il sole, ecco la fanciulla con l’unguento spalmare il corpo straziato del povero Reuccio il quale, appena rimessosi, rimase allocchito dallo stupore: davanti a lui c’era una Reginotta mai vista per bellezza e splendore di gemme, tante ne aveva addosso, la quale, con voce melodiosa, gli disse:

— Mio prode cavaliere, ora con la spada batti tre colpi su la scala, chè solo allora l’incantesimo sarà rotto del tutto.

Il Reuccio non se lo fece ripetere due volte, e d’un subito il nero castello si trasformò in una meravigliosa reggia preparata da un esercito di paggi, scudieri, maggiordomi, servi: e la sera, tra il tripudio di tutti, vennero celebrate le nozze del Reuccio e della Reginotta.

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