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Mangia a ufo

Fiaba di Luigi Capuana

C’era una volta una vedova, non giovane, né vecchia, che aveva una bottega dove faceva da mangiare per la povera gente. Preparava buone minestre di pasta con ceci e fagioli, condite col lardo; verdure d’ogni specie; aveva cacio, ricotta, acciughe, per chi le voleva; e pane e vino e frutta, noci, fichi secchi; quasi sempre le stesse cose, è vero, ma preparate con cura, e tutto senza inganni. Per ciò la clientela abbondava. A ogni avventore, ella sentiva l’obbligo di ripetere la avvertenza fatta agli altri:

– Qui non si fa credenza, lo sapete?

E non era per mancanza di buon cuore. Non voleva ridursi a morir di fame per sfamare gli altri. Doveva pensare all’avvenire della disgraziata figliuola che l’aiutava a servire gli avventori, ed era gobbina. Guadagnava così poco con quel mestiere!

Attenta, servizievole, modesta, era voluta bene e rispettata da tutti, quella povera ragazza. Da principio, quando qualcuno si permetteva di gridare:

– Ehi, gobbina! Un bicchiere di vino! – la mamma protestava fieramente:

– Non vi vergognate di offendere una ragazza, maleducato, che non siete altro?

– Mamma, lascialo dire, non ha detto una bugia.

E la gobbina portava subito all’avventore il bicchiere di vino richiesto, e gli faceva un bell’inchino.

La mamma finalmente capì che molti la chiamavano a quel modo con sentimento di affettuosa compassione; e poiché la ragazza non se ne addolorava, né si vergognava del suo difetto, non protestò più; anzi quel: Gobbina! spesso la faceva sorridere, quasi fosse una carezza per quella creatura, sua unica gioia.

Poverina! Era ammirevole. La mattina, mentre la mamma si affaccendava a scaldar l’acqua, a preparare la minestra, ella faceva la pulizia della stanza dov’erano tavolini e panche e seggiole, spazzando, spolverando sollecitamente, rimettendo ogni cosa al suo posto. Poi si lavava, si pettinava alla lesta, indossava un grembiulone di tela grezza, e si sedeva dietro il banco per riposarsi un po’. E canticchiava una strana canzonetta. Chi gliel’aveva insegnata? Dove l’aveva udita, per caso? Non avrebbe saputo dirlo. La canticchiava perché non ne conosceva altre, sbadatamente:

– Voi che venite da lontani porti,

Facendo passi lunghi e passi corti…

E non andava più avanti, con gli occhi fissi nel vuoto, quasi aspettasse di veder entrare dalla porta colui che doveva venire da lontano, dopo aver fatto passi lunghi e corti. Si riscoteva, e si affacciava all’uscio di cucina:

– Mamma, vuoi che ti aiuti?

– Tutto è pronto, figliuola mia.

E di lì a poco, i tavolini erano occupati e: Gobbina di qua… Gobbina di là… ognuno voleva esser servito a preferenza degli altri. E pareva impossibile che la ragazza trovasse modo di lasciar tutti contenti.

Un giorno, si presenta un giovane alto, robusto, biondo, impolverato da capo a piedi, in maniche di camicia. Guarda attorno: non c’è un posto vuoto.

– Siete stanco? Sedete un momentino qui. Il primo posto libero sarà per voi.

– Grazie, gobbina! – rispose il giovane, quasi la avesse conosciuta da tanto tempo.

Venne la mamma.

– Qui non si fa credenza, lo sapete?

– Volete che paghi prima?

– Oh! No.

– Vorrei lavarmi le mani e la faccia. Si paga anche per questo?

– Non si paga; è vero, mamma?

– Lavato e ravviato, il bel giovane sembrò un altro.

– E ora che desiderate?

– Tutto quel che c’è, gobbina mia.

Alla ragazza faceva impressione sentirsi dire: «Gobbina mia» da uno sconosciuto. Doveva avere una gran fame e uno stomaco da struzzo, se egli replicava le pietanze e faceva due bocconi di ogni pagnotta. La bottiglia col vino però rimaneva intatta.

– Non vi piace?

– Mi piace più l’acqua, gobbina mia.

E la guardava sorridendo. Pareva che la canzonasse.

Ora si sfogava col cacio, con le acciughe, con la frutta secca, bevendovi su bicchieroni di acqua. La povera gente, che aveva preso appena un piatto di minestra, due forchettate di verdura e una pagnotta annaffiati con una bottiglietta di vin nero, indugiava meravigliata di quel divoratore che stava mangiando in una volta quel che ad essi doveva bastare per una settimana. E aspettavano di sentire a quanto ammontasse il conto. Vedendo che la cosa andava per le lunghe, gli avventori pagarono e si affrettarono a uscire.

Si sentì la voce della vedova che gridava:

– Ehi!… Ehi!… Compare!

Il giovane era sparito senza che nessuno se ne fosse accorto.

La vedova strillava davanti la porta della bottega:

– È venuto, ha divorato per quattro ed è scappato senza pagare! Ladro! Ladro!

La gobbina sparecchiava, rassettava le seggiole e, tutto a un tratto, chiamò:

– Mamma! Mamma! – Su la seggiola di quell’omo aveva trovato una moneta d’oro.

Madre e figlia si guardarono in viso stupìte.

– Se ritorna, mamma, dobbiamo rendergli il resto.

– Certamente. Ma non ne diciamo nulla a nessuno, per non aver noie, figliuola mia.

Il giorno dopo, alla stess’ora, il giovane comparve in maniche di camicia, impolverato da capo a piedi. E quando gli dissero:

– Avete dimenticato su la seggiola questa moneta; eccovi il resto del vostro conto… – il giovane fece un gesto di rifiuto:

– Ne parleremo dopo. Vorrei lavarmi le mani e la faccia, se permettete.

Lavato e ravviato, il giovane sembrava un altro. Si era seduto nello stesso posto, e divorava peggio del giorno avanti. Alcuni avventori, più curiosi degli altri, si avvicinarono alla padrona.

– Come? A lui, sì, fate credenza, e a noi no?

– Badate al fatti vostri e non pensate agli altri. Avete paura di lui?

– Non ho paura di nessuno.

– Sapete come si chiama costui? Si chiama Mangia-a-ufo. Se c’è qualcuno che vuol rotto il muso… Un po’ di cacio, gobbina! … due acciughe, gobbina!

E il giovane, serio serio, continuava a divorare, bevendo, di tratto in tratto, bicchieroni d’acqua, senza guardare in viso a nessuno.

– È vero, gobbina. Mi chiamo Mangia-a-ufo. Se c’è qualcuno che vuol rotto il muso… Un’altra pagnotta, gobbina!

Vedendo che la cosa andava per le lunghe, gli altri avventori pagarono, zitti zitti, e si affrettarono ad andar via.

Si sentì la voce della donna:

– Ehi! Ehi!… Compare!

Il compare, come quella lo chiamava, era sparito senza che nessuno se ne fosse accorto.

Ma questa volta la vedova non uscì a strillare su l’uscio.

Madre e figlia avevano guardato su la seggiola di quell’omo.

– Mamma! Mamma! Un’altra moneta di oro. Dobbiamo rendergli il resto anche di questa.

– Certamente. Ma non diciamo nulla a nessuno, per non aver noie, figliuola mia.

Ogni mattina, la ragazza, dopo aver spazzato la bottega e spolverato tavolini panche e seggiole, si lavava, si pettinava alla lesta, indossava il grembiulone di tela grezza, si sedeva dietro il banco per riposarsi un po’ e canticchiava la solita canzone:

– Voi che venite da lontani porti,

Facendo passi lunghi e passi corti…

E si arrestava, con gli occhi fissi nel vuoto, quasi aspettasse di veder entrare dalla porta colui che doveva venir da lontano, dopo di aver fatto passi lunghi e passi corti.

Per un mese di seguito, a ora fissa, il giovane in maniche di camicia e impolverato da capo a piedi ricompariva, e prima di prendere il solito posto:

– Vorrei lavarmi mani e faccia.

– Abbiamo qui il resto messo da parte per voi.

– Ne parleremo dopo, padrona.

– Che desiderate?

– Tutto quel che c’è, gobbina mia!

Ora egli, mangiando, rivolgeva volentieri la parola agli avventori che gli sedevano accanto e stavano a guardarlo a bocca aperta vedendolo diluviare a quel modo.

– Com’è, giovanotti, che nessuno di voi pensa a sposare la gobbina?

– Dobbiamo unirci Niente con Nulla?

E siccome la gobbina era venuta a portargli un fritto di pesce, fatto a posta per lui, egli la prese per una mano, e tastandole la gobba, disse:

– Il tesoro la ragazza l’ha qui.

La mamma lo sgridò:

– Certi scherzi non mi piacciono.

– Ma io non scherzo… Sentite? – Aveva picchiato con le nocche delle dita su la schiena della gobbina e si era udito un rumore di monete smosse.

Tutti si guardarono in viso, allibiti. Un vecchietto si rizzò da sedere:

– Gobbina permettete che picchi io?

E picchiò senza attendere la risposta. Si udì di nuovo un forte rumore di monete smosse.

Intanto la gobbina continuava a servire gli avventori come se niente fosse stato. Parecchi si fermarono più del solito per vedere se quello pagasse, dopo desinato, il suo conto. La vedova andava attorno a raccogliere il danaro e qualche volta doveva leticare con questo o con quello, che cercavano di frodarla, e brontolavano:

– E Mangia-a-ufo non paga, Mangia-a-ufo!

– Se c’è qualcuno che vuol rotto il muso!…

Non era mai accaduto che la mamma e la ragazza non trovassero su la seggiola la solita moneta di oro. Col resto da rendere, tenuto scrupolosamente da parte, avevano riempita una cassetta del banco.

– Non ne diciamo niente a nessuno, per non aver noie, figlia mia.

Ma si era già sparsa la voce in paese che la figlia della bottegaia aveva un tesoro di monete nella gobba. E chi veniva per curiosità, chi per interesse. Un nobile spiantato disse:

-Se è vero, la sposo io. Ma prima voglio vedere e contare.

Mangia-a-ufo si fece avanti:

– Bravo! Bisogna però spaccar la gobba senza farne uscire una sola stilla di sangue. Andiamo in presenza del Re: «Maestà, il patto è questo: senza una stilla di sangue. O voi ordinerete che gli si tagli la testa».

– Com’è possibile senza una stilla di sangue?

– È possibile.

– Ah! Voi volete continuare a mangiare a ufo!

E il nobile spiantato con quattro pugni ebbe rotto il muso. Da qualche settimana, la ragazza si era accorta che la gobba aumentava di volume. Se la sentiva pesare troppo addosso. E lo

disse, piangendo, alla mamma.

– Sentite…

– Mangia-a-ufo… chiamatemi pure così.

– Sentite, Mangia-a-ufo – ma non è vero – questa povera figlia si sente crescere la gobba addosso.

– Meglio! Meglio, padrona!

– E le pesa, le pesa!

– Meglio, padrona! Meglio!

– Povera figlia mia! Piange, si dispera.

– Chiamatela. Voglio dirle due paroline io.

La gobbina venne. Non aveva fatto a tempo di asciugarsi le lacrime. Il giovane la prese per le mani e lentamente disse:

– Sono venuto da lontane parti,

Facendo passi lunghi e passi corti;

Sono venuto, bella, per sposarti,

E liberarti dal peso che porti.

– E… chi siete? – domandò la gobbina sbalordita.

– Già… chi siete? – ripeté la mamma.

– Son quei che venne da lontane parti,

Facendo passi lunghi e passi corti;

Sono venuto, bella, per sposarti,

e liberarti dal peso che porti.

D’altro non ti deve importare, gobbina mia! D’altro non ti deve importare, mammina mia!

La gobbina non sapeva decidersi; quello sconosciuto le metteva paura. Ma pur di essere liberata dal peso della gobba che diveniva sempre più insopportabile… Così, il giorno dopo, gli avventori, contadini, operai, facchini che arrivavano all’ora del desinare, furono maravigliati di vedere sul banco un coltellaccio arrotato di fresco, e su uno sgabello, vuota, la caldaia di rame che serviva per cuocere le minestre. Pareva che Mangia-a-ufo fosse improvvisamente ammattito. Gli videro afferrare il coltellaccio, prendere per un braccio la gobbina, trascinarla presso la caldaia e, prima che qualcuno potesse accorrere, il coltellaccio aveva squarciato la gobba d’alto in basso… Se non che, invece di sangue, cascava rumorosamente nella caldaia un fiotto di monete d’oro, e la riempiva fino all’orlo. Passato il primo sbalordimento, gli avventori si slanciarono attorno alla caldaia, urtandosi, spingendosi, azzuffandosi per prendere manciate di monete e riempirsene le tasche: ma più ne prendevano, più ne sgorgavano dalla gobba. La caldaia era sempre colma.

Gli avventori riempivano le tasche e scappavano via. Scappavano anche dallo stupore di vedere la ragazza non più gobbina, ma ritta come un’asta di bandiera, bella, col sorriso su le labbra e negli occhi. Gli avventori erano scappati con le tasche così pesanti che le reggevano appena. Fatta però una cinquantina di passi, a poco a poco il peso si alleggeriva. Frugavano… Le loro tasche erano piene di gusci di chioccioline; soltanto in fondo, vuotandole, chi trovò una, chi due, chi tre monete d’oro.

Tornarono, arrabbiati, alla bottega. La porta era chiusa. Picchiarono; nessuno rispose… E sfondarono la porta… Pareva che la bottega fosse stata abbandonata da anni. Il banco, i tavolini, le panche, le seggiole erano coperte di polvere; dai muri e dal tetto pendevano larghi ragnateli, come se là non ci fosse mai stata anima viva:

– Padrona! Gobbina! – Nessuna risposta.

– Mangia-a-ufo! – chiamò uno, per chiasso. E si sentì un vocione lontano lontano:

– Se c’è qualcuno che vuol rotto il muso!

Tutti si allontanarono di corsa, compiangendo la mamma e la gobbina.

– Sarà accaduto a loro come a noi. Avranno trovato peggio che gusci di chioccioline!…

– Mangia-a-ufo dev’essere un Orco!

– Mangia-a-ufo dev’essere uno Stregone!

– Com’era bella senza gobba la gobbinal

– Dove sarà a quest’ora la gobbina senza gobba?

– E la padrona che ci preparava quella buona minestra?

Poi, a poco a poco, non ne parlarono più.

Un giorno, però – non si seppe mai come – si sparse la notizia che la ragazza era diventata chi diceva Principessa, chi diceva Regina, e che abitava un castello in cima a un colle circondato da giardini. Nessuno voleva andarci. Soltanto un giovanotto – quello che aveva detto: – Dobbiamo unirci Niente con Nulla? – volle andare ad accertarsi se era vero.

Si mise in cammino, domandando a questo e a quello:

– Dov’è il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo?

La gente gli rideva in viso, prendendolo per scemo.

Una sera, stanco morto dal gran cammino, si buttò a giacere su l’erba di un prato e si addormentò. Quando si svegliò col sole alto, non sapeva se era stato davvero nel castello della gobbina e di Mangia-a-ufo, o se aveva sognato. Ed ora gli pareva che la ragazza e Mangia-a-ufo lo avessero accolto in quelle stanze tutte a specchi con cornici d’oro, lo avessero fatto sedere su seggiole d’oro, lo avessero invitato a desinare in piatti d’oro, cose che avevano l’apparenza della minestra di una volta, ma di un odore, di un sapore, che se li sentiva ancora nelle narici e nella bocca; ed ora, invece, non era ben sicuro che tutto ciò non fosse stato l’inganno di un sogno!…

Con questo dubbio, si rimise in cammino, domandando a chi incontrava:

– Dov’è il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo? La gente gli rideva in viso, prendendolo per scemo.

Scoraggiato, deluso, tornò addietro. Vedendolo, tutti gli domandavano:

– L’hai dunque trovato il castello della gobbina e di Mangia-a-ufo?

Il giovanotto raccontava il suo sogno come cosa vera; e fu tutto quel che si seppe di quei due.

Mangia-a-ufo, Mangia-a-ufo?

State zitti, o vi rompe il muso!

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