<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>andersen Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
	<atom:link href="https://audiofiabe.it/tag/andersen/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://audiofiabe.it/tag/andersen/</link>
	<description>Audiofiabe e fiabe per bambini</description>
	<lastBuildDate>Sat, 22 Jan 2022 21:01:05 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	

<image>
	<url>https://audiofiabe.it/wp-content/uploads/2020/01/cropped-walter_podcast_image-32x32.jpg</url>
	<title>andersen Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
	<link>https://audiofiabe.it/tag/andersen/</link>
	<width>32</width>
	<height>32</height>
</image> 
<site xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">69280481</site>	<item>
		<title>Il rospo</title>
		<link>https://audiofiabe.it/il-rospo/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/il-rospo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 21:01:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2634</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Il pozzo era profondo: per ciò bisognava che la corda fosse lunga; e non era poca fatica il girare la ruota sin tanto che la secchia piena venisse su all&#8217;orlo del pozzo. Benchè l&#8217;acqua fosse chiara, il sole non guardava mai abbastanza in fondo al pozzo, da specchiarvisi; sin dove [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-rospo/">Il rospo</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Il pozzo era profondo: per ciò bisognava che la corda fosse lunga; e non era poca fatica il girare la ruota sin tanto che la secchia piena venisse su all&#8217;orlo del pozzo. Benchè l&#8217;acqua fosse chiara, il sole non guardava mai abbastanza in fondo al pozzo, da specchiarvisi; sin dove però i suoi raggi arrivavano, cresceva per tutto un po&#8217; di verde tra le commessure delle pietre.</p>



<p>Giù, in fondo, abitava una famiglia di rospi. Veramente, erano andati a stabilirvisi a precipizio, arrivando nel pozzo a capofitto, nella persona della vecchia mamma, tutt&#8217;ora vivente. I ranocchini verdi, che ci abitavano da lungo tempo, e nuotavano qua e là per l&#8217;acqua, li riconobbero, sì, per cugini, ma li chiamavano «Ospiti carissimi». I nuovi venuti, però, sembravano ben resoluti a rimanere dov&#8217;erano, perchè trovavano molto piacere a vivere «all&#8217;asciutto», come chiamavano le pietre bagnate.</p>



<p>Mamma Ranocchia, una volta, aveva fatto un viaggio. Le era avvenuto di trovarsi per caso nella secchia quando la tiravano su: la luce però era troppo intensa per lei, e si era buscata il mal d&#8217;occhi. Fortunatamente, era riuscita a scappare fuor della secchia; ma cadendo nell&#8217;acqua aveva preso una così terribile spiaccicata, che le era poi toccato starsene malata tre giorni, coi dolori alla schiena. Certo, non poteva raccontare gran che delle cose di lassù; ma questo almeno sapeva, ed anche tutti i ranocchi lo sapevano: che il pozzo non era tutto il mondo. Mamma Rospo avrebbe pur potuto dire questo e dell&#8217;altro, se avesse voluto; ma siccome non rispondeva mai alle domande, finirono per non domandarle più nulla.</p>



<p>«È grossa, grassa e brutta,» — dicevano le giovani ranocchie verdi: «ed i suoi figliuoli saranno per l&#8217;appunto come lei.»</p>



<p>«Può anche darsi,» — ribatteva mamma Rospo: «ma uno di essi ha un gioiello nel capo; o se no, il gioiello, l&#8217;ho io.»</p>



<p>Le rane giovani ascoltavano e sbarravano tanto d&#8217;occhi fuori del capo; e siccome a loro questa novità poco garbava, facevano le boccacce e si tuffavano sott&#8217;acqua. Ma i piccoli rospi tiravano calci all&#8217;aria con le zampe di dietro, per pura superbia, perchè ciascuno di essi si credeva di avere il gioiello; poi, si mettevano a sedere, e tenevano il capo fermo fermo. Una volta, però, domandarono di che avessero ad andare tanto superbi, e che roba fosse veramente un gioiello.</p>



<p>«Oh, è cosa tanto splendida e preziosa, che non posso descriverla!» disse mamma Rospo: «È un oggetto che si porta in giro per proprio piacere, e che fa arrabbiare gli altri. Ma non fatemi altre domande, perchè non vi risponderei.»</p>



<p>«Bene, quanto a me, non ho gioielli di certo!» — disse il rospo più vicino, ch&#8217;era una femminetta, brutta, ma brutta, quanto mai può essere una rospina: «Che me ne farei di una cosa tanto preziosa? E se facesse arrabbiare gli altri, non potrebbe dare a me alcun piacere. No, io non desidero altro, se non di arrivar su, sino all&#8217;orlo del pozzo e di potermi affacciare a guardar fuori: dev&#8217;essere tanto bello lassù!&#8230;»</p>



<p>«Farai meglio a rimanere dove sei,» — disse la vecchia, «perchè qui conosci tutti e puoi dire anche tu la tua. Guardati dalla secchia, più tosto; altrimenti ti spiaccicherà ed anche se arrivi ad andarci dentro sana e salva, puoi ricader fuori: non è da tutti il cadere con tanta abilità quanta ne ho avuta io, che ne ho saputo riportare le ossa e le ova sane ed intatte.</p>



<p>«Quak!» — fece Rospina, proprio come se uno di noi dicesse: «Ahimè!»</p>



<p>Aveva immenso desiderio di giungere all&#8217;orlo del pozzo, e di guardare al di là: si struggeva tanto di vedere il verde, il verde di lassù&#8230; E la mattina dopo, quando avvenne che la secchia, già riempita, si fermasse un momento proprio rimpetto alla pietra sulla quale stava il piccolo rospo, il cuore dell&#8217;animaluccio diede un balzo, e la nostra Rospina ne diede un altro, dentro alla secchia, — la quale fu subito tirata su, e vuotata.</p>



<p>«Uh, che bestiaccia!» — disse l&#8217;uomo che vuotava la secchia, quando scorse il rospo. «In vita mia, non ho mai veduto una bruttura simile!» E col pesante zoccolo di legno fece per calpestare il rospo, il quale fu appena in tempo a scansarsi, per non essere sfracellato, e andò a rifugiarsi tra mezzo alle ortiche, che crescevano alte intorno al pozzo. Le esaminò minutamente a stelo a stelo; ma guardò anche in su, verso l&#8217;alto: il sole brillava a traverso alle foglie, ed essa provò l&#8217;impressione che suscita in una persona l&#8217;entrare ad un tratto in una grande foresta, dove il sole faccia capolino tra il fogliame.</p>



<p>«Ah, è molto più bello qui, che giù nel pozzo! Mi piacerebbe star qui tutta la vita!» — disse Rospina. E lì stette per un&#8217;ora, anzi per due ore. «Chi sa che cosa ci sarà poi, lassù? Da che sono venuta sin qui, tant&#8217;è che vada ancora un po&#8217; più innanzi!» E così strisciò, più presto che potè, e arrivò sulla strada maestra, dove il sole splendeva sopra il suo capo, e la polvere la incipriò tutta appena fece per traversare la strada.</p>



<p>«Qui sì, che sono arrivata per davvero all&#8217;asciutto! Qui, non c&#8217;è da sbagliare!» disse il rospo. «Si sta sin troppo bene, se mai! Questa polvere fa un certo solletico&#8230;»</p>



<p>Arrivò al fossato: là crescevano i non-ti-scordar-di-me e i rosolacci; e lungo il fossato correva una siepe di biancospino, e più là cespugli di sambuco e convolvoli e viluppi di piante d&#8217;ogni sorta. Ah, che bei colori! E una farfalla svolazzava lì vicino. Rospina la credette un fiore, che si fosse liberato dallo stelo, per guardarsi meglio attorno nel mondo, — voglia ben naturale, del resto, in un fiore.</p>



<p>«Ah, poter viaggiare con la rapidità di quel fiore!&#8230;» — disse Rospina: «Quak! che bellezza sarebbe!»</p>



<p>Per otto giorni e per otto notti, rimase nelle vicinanze del fossato; nè mai ebbe penuria di provvigioni. Il nono giorno pensò: «Avanti! sempre avanti!» Ma che cosa avrebbe mai potuto trovare di più bello, di più incantevole? Forse, un piccolo rospo o qualche ranocchino verde&#8230; Durante la scorsa notte, in fatti, la brezza aveva portato certi suoni, come se nel vicinato si trovasse qualche famiglia di cugini suoi.</p>



<p>«Ah, è bello vivere! È bello uscire dal pozzo, e starsene tra mezzo alle ortiche, e strisciare sulla polvere della strada maestra, e riposare sul margine umido e freddo del fossato! Ma avanti, avanti ancora, sempre avanti! sin che troveremo qualche rana od un piccolo rospo. Non possiamo farne senza: la natura tutta non fa per uno!» E proseguì il suo viaggio.</p>



<p>Giunse nell&#8217;aperta campagna, presso ad un grande stagno, intorno al quale crescevano i giunchi flessibili, di un bel verde tenero; e tra quelli entrò per continuare le sue ricerche.</p>



<p>«Sarà troppo umido per voi qui», — dissero i ranocchi: «ma siate il benvenuto! Siete un signor Rospo od una signorina Rospina? Ma non fa nulla: sarete ugualmente gradito.»</p>



<p>E fu invitata al concerto che si dava la sera — concerto di famiglia: grandi entusiasmi e vocine esili: conosco questa sorta di roba. Non fu servito rinfresco; ma da bere ce n&#8217;era quanto si voleva, perchè tutto lo stagno era a disposizione!</p>



<p>«Bisogna che riprenda il mio viaggio!» — disse Rospina; perchè dentro aveva sempre una specie di struggimento, per qualche cosa di meglio.</p>



<p>Vedeva le stelle che scintillavano, così grandi e lucenti; vedeva raggiare la luna, spandendo il suo bianco chiarore; vedeva il sole sorgere, e levarsi sempre più alto, sempre più alto.</p>



<p>«Ma forse, sono sempre in un pozzo; soltanto, ch&#8217;è un pozzo più grande, ecco tutto. Bisogna che vada ancora più su: provo una grande inquietudine, uno struggimento&#8230;» E quando la luna divenne rotonda e piena, la povera bestiola pensò: «Chi sa che non sia quella la secchia, che han da calare, e nella quale debbo ficcarmi per poter andare più su? O forse che la secchia grande sarà il sole? Com&#8217;è grande! E com&#8217;è ben tenuta, lucida che par d&#8217;oro! Quella può raccoglierci tutti addirittura. Bisogna che stia attenta, per non perdere la buona occasione di saltarci dentro. Oh, come sembra splendermi sul capo! Non credo che il gioiello possa brillare di più. Tanto, il gioiello, io non ce l&#8217;ho. Non che mi disperi per questo&#8230; No, debbo andare più su, nello splendore e nella gioia! Mi sento così piena di fiducia, e pure una strana paura mi coglie, una specie di angoscia&#8230; È una risoluzione difficile da prendere, e pure bisogna decidersi. Avanti, dunque, avanti diritta, per la strada maestra!»</p>



<p>E resolutamente riprese a camminare, come può camminare un povero animaletto strisciante, e si trovò ben presto in una strada che passava tra l&#8217;abitato: là c&#8217;erano giardini fioriti ed orti; e presso una cavolaia per l&#8217;appunto si fermò, per riposare.</p>



<p>«Che infinità di creature c&#8217;è al mondo, creature tutte differenti, di cui nemmeno sospettavo l&#8217;esistenza! E com&#8217;è bello il mondo, e com&#8217;è grande! Ma bisogna guardarsi attorno, e non rimanere sempre fermi in un posto.» E saltò dentro all&#8217;orto: «Com&#8217;è tutto verde qui! Com&#8217;è bello!»</p>



<p>«Lo so bene!» — disse il bruco dalla sua foglia di cavolo: «La mia foglia è la più grande tra tutte quante sono qui. Mi nasconde una buona metà del mondo: ma poco m&#8217;importa del mondo.»</p>



<p>«Chiò! Chiò!» — e vennero alcune galline, che gironzolavano per la cavolaia. Quella che marciava innanzi a tutte era prèsbite, e per ciò aveva la vista lunga, e vide subito il bruco sulla foglia verde; lo beccò, ed il bruco cadde a terra, e là rimase a contorcersi ed a raggomitolarsi.</p>



<p>La gallina lo guardò, prima con un occhio e poi con l&#8217;altro, perchè non sapeva a che volessero conchiudere tutti quei gesti.</p>



<p>«Non li fa mica a fin di bene, veh!» — pensò la gallina; e alzò il capo per beccarsi il bruco.</p>



<p>Rospina n&#8217;ebbe tanto orrore, che venne strisciando difilato contro la gallina.</p>



<p>«Ah ah! ci sono anche gli alleati!» — osservò questa: «Guarda un po&#8217; quel brutto coso che striscia!» E la gallina si voltò per andarsene. «Che m&#8217;importa di quel bocconcino verde? Mi farebbe prudere la gola.» Le altre galline giudicarono la cosa dal medesimo punto di vista, e tutte se ne andarono insieme.</p>



<p>«A forza di contorcermi, son riuscito a liberarmi!» — disse il bruco: «Gran buona cosa la presenza di spirito! Ma il più riman da fare, ed è il tornarmene sulla mia foglia. Dov&#8217;è ora?»</p>



<p>Rospina gli si avvicinò e gli espresse la propria simpatia. Era ben contenta che la sua bruttezza avesse spaventato le galline.</p>



<p>«Che intendete dire con ciò?» — gridò il bruco: «Io mi son contorto, io, da me solo, sin tanto che m&#8217;è riuscito di liberarmi dalla gallina. E voi siete davvero orribile a vedere. Che non si possa mai lasciarmi in pace nella mia proprietà? Sento odor di cavolo: la mia foglia dev&#8217;essere vicina. Non c&#8217;è nulla di bello come il proprio podere. Ma debbo salire più su&#8230;»</p>



<p>«Sì, più su!» disse Rospina: «Più su! Prova anch&#8217;esso quel che provo io; ma non è di buon umore oggi, povero bruco! Sarà effetto della paura. Già; tutti si desidera di salire più su.» E guardò quant&#8217;alto potè guardare.</p>



<p>Papà Cicogna stava nel suo nido, sul tetto della fattoria: batteva il becco, e mamma Cicogna faceva altrettanto.</p>



<p>«Com&#8217;è alto lassù, dove abitan loro!» — pensò il rospo: «Ah, poter andare alti a quel modo!&#8230;»</p>



<p>Nella fattoria vivevano due giovani studiosi; l&#8217;uno era poeta, l&#8217;altro era scienziato, e frugava i secreti della natura. L&#8217;uno cantava e scriveva lietamente di tutte le cose create da Dio, e del modo in cui si rispecchiavano dentro al suo cuore. Cantava il suo canto limpido, breve, armonioso, in versi bene sonanti, mentre l&#8217;altro sviscerava la stessa materia creata, e la squarciava, e la sminuzzava, persino, se ce n&#8217;era bisogno. Il giovane naturalista considerava la creazione di Dio come un grande totale aritmetico; sottraeva, moltiplicava, provava e riprovava, per conoscerlo dentro e di fuori, e per poterne parlare dottamente. E il partito era savio, in fatti; ed egli parlava dottamente e serenamente. Erano buoni giovanotti, in fondo, e allegri tutti e due.</p>



<p>«Ecco un buon tipo di rospo!» — disse il naturalista: «Bisogna che lo metta in un vaso di spirito.»</p>



<p>«Ne hai già due!» — disse il poeta: «Lascia che quella povera bestia si goda in pace la vita!»</p>



<p>«Ma è così meravigliosamente brutto&#8230;» — insistette il primo.&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>



<p>«Sì, se potessimo trovargli la gemma nel capo,» — disse il poeta, «anch&#8217;io ci starei, e ti aiuterei, anzi, a farlo a pezzi!»</p>



<p>«La gemma!» — esclamò il naturalista: «Davvero sembri saperne molto in fatto di storia naturale!»</p>



<p>«E pure, c&#8217;è molta poesia nella credenza popolare che giusto il rospo, il più brutto degli animali, debba spesso avere nel capo la gemma più preziosa! Non accade forse lo stesso per gli uomini? Che gemma era quella di Esopo, e, meglio ancora, quella di Socrate!»</p>



<p>Rospina non udì altro, e nemmeno comprese, del resto, la metà di quel che aveva udito. I due amici si allontanarono passeggiando, e così essa sfuggì alla sorte di finire in un barattolo di spirito.</p>



<p>«Anche quei due lì parlavano della pietra preziosa!» — disse tra sè: «Fortuna che non ce l&#8217;ho! Se no, avrei potuto trovarmi a mal partito.»</p>



<p>Si sentì un gran batter di becchi sul tetto della fattoria.</p>



<p>Papà Cicogna teneva un discorso alla famiglia, e tutti guardavan giù a&#8217; due giovanotti, che passeggiavano nell&#8217;orto.</p>



<p>«L&#8217;uomo è l&#8217;animale più presuntuoso,» — diceva papà Cicogna: «Sentite come battono il becco, eh? E con tutto ciò, non sanno nemmeno arrotarlo come si deve. Si vantano della loro eloquenza e della loro lingua! Sì, bella lingua davvero! Ma se cambia ad ogni giornata del nostro viaggio, e l&#8217;uno più non intende l&#8217;altro! Noi, almeno, possiamo parlare la nostra lingua in tutta la terra — su, in Danimarca, come in Italia od in Egitto. E poi, gli uomini non sanno volare<a href="#_ftn1">[1]</a>. Quand&#8217;hanno fretta, corrono a precipizio per mezzo d&#8217;un ritrovato, che chiamano ferrovia; ma tante volte, poi, con quella si rompono il collo. Mi sento venire il becco freddo a pensarci. Il mondo potrebbe perfettamente tirare innanzi senza uomini. Quanto a noi, potremmo farne senza benissimo, sin che ci saranno ranocchi e bruchi.»</p>



<p>«Ecco un discorso magistrale!» — pensò Rospina: «Che personaggio è mai quello, e in che posizione elevata! Non ho ancora mai veduto alcuno tanto in alto. E come nuota!» esclamò, quando la Cicogna volò via per l&#8217;aria ad ali spiegate.</p>



<p>Mamma Cicogna, nel nido, incominciò a sua volta a parlare: raccontò dell&#8217;Egitto, e delle acque del Nilo, e di quell&#8217;impareggiabile mota, che si trova in quello strano paese; e tutto ciò suonava nuovo ed incantevole al piccolo rospo.</p>



<p>«Bisogna che vada anch&#8217;io in Egitto!» — disse «Pur che babbo Cicogna od uno dei cicognini mi ci volesse portare&#8230; In cambio, andrei in servizio da lui sino a che facesse nido da sè. Sì, arriverò sino in Egitto, perchè mi sento così felice&#8230; Tutti i desiderii ed i piaceri che provo, sono ben più che avere una gemma nel capo!»</p>



<p>Ed in vece, la gemma, per l&#8217;appunto, l&#8217;aveva lei. La gemma era quel continuo sforzo, quell&#8217;aspirazione a salire, a salire sempre più in alto. Brillava nel suo capo, brillava nella sua gioia, raggiava vivida ne&#8217; suoi desiderii.</p>



<p>A un tratto, capitò la cicogna. Aveva veduto il rospo tra l&#8217;erba, e calò a terra, ed afferrò la bestiola tutt&#8217;altro che garbatamente. Il becco della cicogna la feriva, il vento fischiava: veramente era ben poco piacevole; ma si sentiva andar su, su verso l&#8217;Egitto; lo sapeva, ed ecco perchè gli occhi le brillavano, sì che una scintilla parve uscirne per l&#8217;aria a volo.</p>



<p>«Quak!&#8230; Ah!»</p>



<p>Il corpo era morto; il rospo ucciso! Ma la scintilla che gli era uscita dagli occhi? Che cosa n&#8217;era avvenuto, di quella?</p>



<p>Il raggio del sole la raccolse; il raggio del sole portò via la gemma dal capo del rospo. Ma dove la portò?</p>



<p>Non lo domandare al naturalista: domandalo più tosto al poeta. Egli te lo dirà sotto il velo della novella; ed il bruco sulla foglia di cavolo, e la famiglia delle cicogne, fanno parte anch&#8217;essi della novella. Pensa! Il bruco si trasforma e diventa una magnifica farfalla; la famiglia delle cicogne vola al di là dei mari, al di là dei monti, sino alla remota Africa; e sa poi trovare la via più breve per tornare allo stesso paese, anzi allo stesso tetto. Ebbene: tutto ciò sembra una favola sin troppo inverosimile; e pure è vero. Puoi domandarlo al naturalista, ed egli dovrà ammetterlo; e poi, lo sai anche tu, perchè l&#8217;hai veduto.</p>



<p>Ma la gemma nel capo del rospo?</p>



<p>Cercala nel sole, e fa&#8217; di vederla se ti riesce.</p>



<p>Lo splendore là è troppo abbagliante. Gli occhi nostri non sono per anco capaci di penetrare gli splendori creati da Dio: ma diverranno, col tempo; e quella sarà la novella più bella di tutte, perchè tutti allora ci avremo la nostra parte.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"></a>([1]) 1845.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-rospo/">Il rospo</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/il-rospo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2634</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il vecchio fanale</title>
		<link>https://audiofiabe.it/il-vecchio-fanale/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/il-vecchio-fanale/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 21:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2632</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Sai la novella del vecchio fanale? Non è gran che; ma, per una volta, si può starla a sentire. Era un vecchio onesto fanale a olio, che aveva fatto il suo dovere per anni ed anni, e che ora doveva andare in pensione. Pendeva per l&#8217;ultima sera al suo posto, [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-vecchio-fanale/">Il vecchio fanale</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Sai la novella del vecchio fanale? Non è gran che; ma, per una volta, si può starla a sentire.</p>



<p>Era un vecchio onesto fanale a olio, che aveva fatto il suo dovere per anni ed anni, e che ora doveva andare in pensione. Pendeva per l&#8217;ultima sera al suo posto, e rischiarava la strada. Gli pareva d&#8217;essere una vecchia ballerina di teatro, che ballasse per l&#8217;ultima volta, sapendo che da domani in poi sarebbe rimasta dimenticata nella sua soffitta. Del domani, il fanale aveva grande paura, perchè sapeva di dover comparire dinanzi alla Camera di Consiglio per essere esaminato dall&#8217;Ispettore municipale, che aveva a giudicare se fosse atto o no a prestare qualche altro servizio. Sarebbe allora deciso se in avvenire avesse a far luce per gli abitanti di qualche sobborgo, o a rimanere in città, in qualche fabbrica; o se dovesse esser portato subito alla fonderia, e fuso. In quest&#8217;ultimo caso, potevano far di lui qualunque cosa; ma il dubbio se nella nuova vita ricorderebbe o no di essere stato un lampione, sulla pubblica via, lo torturava crudelmente. Checchè avvenisse, questo, in tanto, era certo: che sarebbe separato per sempre dal guardiano e dalla moglie di lui, con i quali era abituato oramai a considerarsi come di famiglia. Il fanale era stato acceso la prima volta per l&#8217;appunto la prima sera che il guardiano era entrato in carica. Ah, ne era passato, del tempo, da quand&#8217;erano divenuti lampione e lampionaio! La moglie, allora, era un po&#8217; orgogliosetta: soltanto la sera, passando, degnava il fanale d&#8217;un&#8217;occhiata; il giorno, mai. Ma ora, in questi ultimi anni, in cui s&#8217;eran fatti vecchi tutti e tre, il lampione, il lampionaio e la moglie, ella ne aveva preso cura molte volte, l&#8217;aveva ripulito, ci aveva messo l&#8217;olio. I due vecchi erano brava gente, scrupolosamente onesta; non avevano mai defraudato il lucignolo d&#8217;una sola goccia dell&#8217;olio che gli spettava.</p>



<p>Era dunque l&#8217;ultima notte che il fanale passava nella via, e domani doveva comparire alla Camera di Consiglio: due preoccupazioni, queste, e nere tutt&#8217;e due. Non c&#8217;è da stupire se non mandava una luce tanto viva! Ma molti altri pensieri gli si affacciavano. Su quanti e quanti avvenimenti non aveva gettato luce! Forse, il Sindaco e tutti i Consiglieri presi insieme non ne sapevano quanto lui! Ma si guardava bene dall&#8217;esprimere un tal pensiero, perch&#8217;era un buon fanale onesto, che non avrebbe offeso volontariamente nessuno al mondo — e tanto meno l&#8217;autorità costituita. Molte cose gli tornavano alla memoria, e tal volta un lampo sembrava traversarlo. In quei momenti, aveva un presentimento che di lui pure qualcuno almeno serberebbe ricordo.</p>



<p>«C&#8217;era un volta un bel giovanotto&#8230; (eh, sì: n&#8217;è passato, del tempo, da allora!&#8230;) Teneva in mano una lettera, un foglietto rosso col taglio dorato, e la scritturina era elegante e sottile&#8230; La lesse, la rilesse, la baciò, — e poi guardò me, con certi occhi che dicevano chiaro: «Sono il più felice di quanti vestano panni!» Soltanto lui ed io sapevamo quel che stava scritto nella prima lettera della sua fidanzata&#8230; — Già; e ricordo anche un altro par d&#8217;occhi. Sembra incredibile come voli il pensiero! Ci fu un trasporto magnifico nella contrada: una bella giovane signora giaceva nella bara tutta coperta di fiori e di ghirlande, sul carro parato di velluto nero; ed una infinità di torce oscurava la mia luce. La gente si affollava lungo le case, e tutti seguivano il corteo. Ma quando le torce mi furono tutte sfilate dinanzi, ed io mi guardai attorno, uno solo rimaneva, e si appoggiava alla mia asta, e piangeva disperatamente. Mai dimenticherò quegli occhi dolenti, che si alzarono a me!»</p>



<p>Questi pensieri ed altri simili occupavano il vecchio fanale, che dava luce quella sera per l&#8217;ultima volta. La sentinella che smonta la guardia, sa almeno chi le succederà, e può sussurrare due parole a chi prende il suo posto; ma il fanale non conosceva il proprio successore. E pure gli avrebbe potuto dare qualche consiglio, riguardo alla pioggia ed alla nebbia, qualche utile informazione sull&#8217;ora in cui la luna illumina il marciapiede, sulla direzione in cui il vento spira ordinariamente, e molt&#8217;altre cose di questo genere.</p>



<p>Sul tombino della chiavica stavano tre personaggi, i quali desideravano essere presentati al fanale, credendo forse che spettasse a lui designare il proprio successore. Il primo era una testa di aringa, che al buio aveva una certa fosforescenza, e pensava che, se mettevan su lei, sarebbe stato un grande risparmio d&#8217;olio. Il secondo era un pezzetto di legno imporrito, che all&#8217;oscuro mandava anch&#8217;esso un certo luccichìo, — in ogni caso, sempre più della testa di aringa. Si vantava di scendere da un antico ceppo, e che il suo albero fosse un tempo l&#8217;orgoglio della foresta. Il terzo era una lucciola. Di dove poi fosse capitata, in quella stagione, il fanale non sapeva davvero: ma venuta era, in ogni modo, e sapeva anche dar luce. Il legno imporrito, però, ed il capo d&#8217;aringa giuravano e spergiuravano, per tutto quanto c&#8217;è di meglio a questo mondo, ch&#8217;essa non dava luce se non in certi tempi, e che non poteva essere un serio concorrente.</p>



<p>Il vecchio fanale osservò che nessuno d&#8217;essi mandava chiarore bastante, da poter coprire l&#8217;officio di lampione sulla pubblica via; ma nessuno dei tre volle persuadersene. Quando poi sentirono che il fanale non aveva facoltà di nominare il successore, ne furono contentissimi, e dichiararono che infatti era troppo vecchio e rimmelensito per poter fare una buona scelta.</p>



<p>Proprio in quel momento, il Vento svoltò l&#8217;angolo a rotta di collo, e soffiò nello sfiatatoio del vecchio fanale in modo da ravvivarlo.</p>



<p>«Ma è vero quello che mi dicono?» — domandò: «È vero che domani te ne vai? che ti vedo per l&#8217;ultima volta al tuo posto? Ma allora bisogna che ti faccia il mio dono, prima che ci separiamo. Ti soffierò nella cipolla, per modo che in avvenire, non solo saprai rammentare tutto quello che hai veduto e udito, ma avrai facoltà di vederti vivo e vero dinanzi tutto quanto si legge o si descrive in tua presenza.»</p>



<p>«Ah, sì, quest&#8217;è davvero un bel dono, un bellissimo dono!» — esclamò il vecchio fanale. «Ti ringrazio di tutto cuore! Ora mi basterebbe che non mi mandassero alla fonderia&#8230;»</p>



<p>«Non è probabile, almeno per subito,» — disse il Vento. «Ora ti spirerò dentro la facoltà di ricordare: se tu ricevessi parecchi di questi regali, potresti passare molto piacevolmente i tuoi ultimi anni.»</p>



<p>«Pur ch&#8217;io non abbia ad essere fuso!&#8230;» — ripetè il fanale. «O che serberei la memoria anche in quel caso?»</p>



<p>«Ufff! Non dire scioccherie!» — fece il Vento; e incominciò a soffiare, e nello stesso momento la luna si sbarazzò dalle nuvole.</p>



<p>«E tu che cosa doni al vecchio fanale?» — le domandò il Vento.</p>



<p>«Io? nulla!» — rispose la Luna: «Vado calando, e nessun fanale mi ha mai aiutata; io, più tosto, ho rinforzata spesso la luce dei fanali!»</p>



<p>E, così dicendo, la Luna si nascose di nuovo dietro le nubi, al riparo dall&#8217;importunità dei seccatori.</p>



<p>Una gocciola cadde sopra il lucignolo, un gocciolone come quelli che vengono dall&#8217;orlo del tetto; ma spiegò che veniva in vece dalle nuvole, e ch&#8217;era un dono — forse il più bel dono possibile.</p>



<p>«Ti penetrerò tutto così completamente,» — disse, «che ti infonderò la facoltà di arrugginire, se vuoi, in una sola notte, e di ridurti in polvere.»</p>



<p>Al fanale questo parve un brutto regalo; e così parve al Vento.</p>



<p>«Uh! nessuno dà di meglio? Nessuno dà di meglio?» — urlò, più forte che potè.</p>



<p>Cadde una stella, segnando una lunga striscia luminosa nel cielo.</p>



<p>«Che cos&#8217;è stato?» — gridò il capo di aringa: «Non è caduta una stella? Sbaglio, o andò proprio a cadere nel fanale? Certo che se concorrono al posto personaggi così altolocati, noi possiamo ritirarci senz&#8217;altro, e buona notte!»</p>



<p>E così fecero, tutti e tre.</p>



<p>Il vecchio fanale intanto mandava un bellissimo chiarore, intenso e sostenuto.</p>



<p>«Questo sì, che fu un dono magnifico davvero!» disse: «Le stelle lucenti, che ho sempre tanto ammirate, e splendono come io non ho mai potuto risplendere, quantunque mi ci mettessi con tutte le mie forze, le stelle hanno degnato avvedersi di me, povero vecchio fanale, e mi hanno mandato un dono. D&#8217;ora in poi, tutto quanto rammenterò e vedrò chiaro dinanzi come se mi fosse realmente presente, sarà veduto anche da quelli che amo. Questa è la vera gioia, perchè quel godimento che non si può dividere con gli altri, non è godimento.»</p>



<p>«Questi sentimenti dimostrano il tuo buon cuore!» — disse il Vento: «Ma per ciò sono necessarie le candele di cera. Se non ti accendono dentro una candela di cera, tutte le tue rare facoltà non gioveranno che a te solo. Vedi, le stelle non ci hanno pensato: a loro tutti i lumi, su per giù, sembrano eguali; ed hanno preso anche te per una candela! Ma sono stanco: vado a riposare.» E se ne andò.</p>



<p>Il giorno dopo&#8230; Ma, già, è meglio che saltiamo a piè pari la giornata, e che arriviamo alla sera dopo. La sera dopo il fanale riposava tranquillamente su di un seggiolone impagliato. E indovinate un po&#8217; dove? Per l&#8217;appunto nella casa del lampionaio. Egli aveva domandato per favore al signor Ispettore di poter tenere il fanale per sè; la domanda aveva dapprima fatto ridere l&#8217;Ispettore; ma poi, in vista dei lunghi e fedeli servigi, il piccolo favore gli era stato accordato.</p>



<p>Ecco dunque il vecchio fanale sul seggiolone, accanto al fuoco. Pareva persino divenuto più grande, ora che occupava un seggiolone tutto per sè! I due vecchi, che stavano cenando, lo guardavano affettuosamente e gli avrebbero volentieri fatto posto alla loro tavola. Quantunque abitassero una specie di cantina, due braccia al disotto del livello della strada, e per arrivare alla camera bisognasse traversare un andito di pietra, dentro si stava bene, e ben riparati, perchè sulla porta erano inchiodate le sue brave cimosse di panno, per impedire gli spifferi. Tutto spirava l&#8217;ordine e la nettezza; il letto aveva il parato, e le piccole finestre, le tende. Su uno dei davanzali, stavano due curiosi vasi da fiori, che Cristiano, un marinaio amico, aveva portato dalle Indie. Erano di semplice creta e rappresentavano due elefanti; il dorso dei due animali era cavo, e fuor dalla terra, di cui erano ripieni, spuntavano nell&#8217;uno certi bei porri — e quello era l&#8217;orto: nell&#8217;altro, un bel geranio — e quello era il giardino. Dalla parete, pendeva una grande stampa colorita, rappresentante il Congresso di Vienna; e lì avevate, tutti in una volta, tutti i Re e gli Imperatori del mondo. Un orologio con grandi pesi di ottone faceva sempre tic-tac! — e veramente correva sempre un po&#8217; troppo; ma i due vecchi dicevano ch&#8217;era molto meglio così, più tosto che se fosse rimasto a dietro. Essi cenavano, ed il fanale se ne stava, come vi ho detto, sul vecchio seggiolone, vicino al fuoco. Gli pareva che tutto il mondo fosse andato a soqquadro. Ma quando il vecchio lampionaio lo guardò, e parlò di tutto quanto avevano sopportato insieme, alla pioggia, alla nebbia, nelle brevi chiare notti d&#8217;estate, e nelle lunghe notti d&#8217;inverno, quando la neve cadeva a falde, ed egli non vedeva il beato momento di tornarsene a casa, nella cantina ben riparata, — allora il fanale si sentì riavere, si raccapezzò di nuovo, e vide tutto chiaro e presente, come accadesse proprio in quel momento. Sì, il Vento gli aveva accesa dentro una preziosa fiammella!</p>



<p>I due vecchi erano ingegnosi ed attivi: non perdevano in ozio nemmeno un&#8217;ora. Nel pomeriggio della domenica, capitava sempre nella stanzuccia un libro o l&#8217;altro — un libro di viaggi per lo più; ed il vecchio leggeva forte, dell&#8217;Africa e delle vaste foreste, dove gli elefanti corrono a frotte; e la vecchia ascoltava attenta attenta, e dava un&#8217;occhiata senza parere ai due elefanti di terracotta che servivano da vasi.</p>



<p>«Mi par quasi di vederli» — diceva.</p>



<p>Il fanale si struggeva che portassero lì una candela di cera, e gliel&#8217;accendessero dentro, perchè allora la vecchia avrebbe potuto vedere ogni cosa, sin nei più minuti particolari, per l&#8217;appunto come li vedeva lui: i grandi alberi, col fitto viluppo di rami, e i negri nudi, a cavallo, e le torme di elefanti, che si facevano strada tra i cespugli, fracassando i rami e le canne con le grosse zampe.</p>



<p>«A che giovano tutti i miei doni, se non posso avere una candela di cera?» — sospirava il fanale: «Non hanno che lumi a olio e candele di sego; e quelle non servono!»</p>



<p>Un giorno capitò nella cantina un bel mucchietto di mozziconi di cera, avanzo di non so quale illuminazione: i più lunghi furono consumati, e i più corti servirono alla buona donna per incerare le agugliate. Candele di cera, dunque, ora ce n&#8217;erano; ma nessuno pensò a metterne una nel fanale.</p>



<p>«Che me ne faccio, di tutte le mie preziose facoltà?» — pensava il fanale: «Mi tengo tutto dentro e non posso farne parte a loro! Nemmeno sospettano, poveri vecchi, che potrei ricoprire queste quattro pareti dei più magnifici arazzi, o pure tramutarle in boschi solenni, o in quant&#8217;altro mai sapessero desiderare!»</p>



<p>Il fanale, però, era tenuto in ordine, e ben ripulito, e stava tutto lucente in un angolo, dove attirava gli sguardi di ognuno. Agli estranei sembrava, veramente, un&#8217;anticaglia inutile; ma i due vecchi non lo volevano sentir dire, perchè gli erano affezionati.</p>



<p>Un giorno — era il natalizio del lampionaio — la vecchia si accostò alla lanterna, sorridendo tra sè, e disse:</p>



<p>«Voglio fare una bella illuminazione, oggi, in onore del mio vecchio!»</p>



<p>Il fanale ebbe un brivido di gioia lungo il metallo, pensando: «Oh bene! Finalmente, avrò anch&#8217;io la mia fiamma dentro!» Ma non gli toccò che olio; e niente candela di cera. Il fanale rimase acceso tutta la sera, ma dovette persuadersi che il dono delle stelle, il dono più bello, era destinato a restarsene un tesoro nascosto, in tutta questa vita. Allora fece un sogno. (Per chi possedeva tante preziose facoltà, sognare non doveva esser difficile!) Gli pareva che i due vecchi fossero morti, e ch&#8217;egli stesso fosse capitato alla fonderia, per essere fuso. Si sentiva altrettanto inquieto di quella sera in cui doveva comparire alla Camera di Consiglio e subire l&#8217;ispezione. Ma quantunque gli fosse conferita la facoltà di arrugginire e di cadere in polvere appena lo avesse voluto, non pensò nemmeno di usare tale facoltà. Nella fornace gli fu data la forma di un candeliere, e riuscì un magnifico candeliere di ferro, il più artistico, il più elegante tra quanti mai abbiano contenuto una candela di cera. Gli avevano data la forma di un angelo che reggeva un giglio, e la candela andava infilata nel calice del fiore.</p>



<p>Il candeliere fu collocato su una grande tavola da scrivere, coperta di panno verde. La stanza era molto comoda e piacevole; gli scaffali, che correvano lungo le pareti, erano pieni zeppi di libri, e al di sopra degli scaffali pendevano quadri bellissimi: era la stanza di un poeta. Tutto quanto pensava o scriveva, gli appariva sempre vivo e presente. La stanza gli si tramutava ora in una fitta foresta tenebrosa, ora in un prato freschissimo, dove la cicogna passeggiava gravemente; ora in una nave cullata dall&#8217;Oceano spumeggiante, o in un limpido cielo azzurro, sparso di stelle vivide e tremolanti.</p>



<p>«Ah, che doni preziosi sono celati dentro di me!» — disse il vecchio fanale, destandosi. «Quasi quasi desidererei di andare alla fonderia! Ma no; sarei ingrato desiderandolo, sin tanto che i miei vecchietti sono al mondo. Mi vogliono bene così come sono, mi trattano come un figliuolo, mi ripuliscono, mi dànno l&#8217;olio. Nemmeno un re, di quelli del Congresso che i miei amici si divertono a guardare, sta meglio di me!</p>



<p>Da quel giorno in poi, il vecchio onesto fanale godette più intima pace; e, del resto, lo meritava.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-vecchio-fanale/">Il vecchio fanale</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/il-vecchio-fanale/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2632</post-id>	</item>
		<item>
		<title>La diligenza da dodici posti</title>
		<link>https://audiofiabe.it/la-diligenza-da-dodici-posti/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/la-diligenza-da-dodici-posti/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:59:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2630</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Faceva un freddo intenso, pungente: il cielo luccicava tutto di stelle: non tirava un alito di vento. Pum! Ecco che una vecchia stagna da petrolio venne a colpire l&#8217;uscio di una casa. Pim! Pam! fecero i mortaretti di rimando, perchè si festeggiava l&#8217;anno nuovo. Era la notte di San Silvestro, [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/la-diligenza-da-dodici-posti/">La diligenza da dodici posti</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Faceva un freddo intenso, pungente: il cielo luccicava tutto di stelle: non tirava un alito di vento.</p>



<p><em>Pum! </em>Ecco che una vecchia stagna da petrolio venne a colpire l&#8217;uscio di una casa. <em>Pim! Pam!</em> fecero i mortaretti di rimando, perchè si festeggiava l&#8217;anno nuovo. Era la notte di San Silvestro, e l&#8217;orologio della chiesa aveva sonato allora allora dodici tocchi.</p>



<p><em>Troc troc! Troc troc! Teretee! </em>Il carrozzone della diligenza arrivava, pesante, mezzo sconquassato; e si fermò alla porta della città. Dentro c&#8217;erano dodici passeggieri, nè di più avrebbe potuto portarne: tutti i posti erano presi.</p>



<p>«Evviva, evviva!» — gridava la gente in tutte le case della città, perchè era l&#8217;ultima sera dell&#8217;anno; e allo scoccar della mezzanotte tutti riempirono i bicchieri, e bevettero alla fortuna dell&#8217;anno nuovo.</p>



<p>«Buon anno, buon anno!» — era l&#8217;augurio di tutti: «Salute, pace, felicità&#8230; figli maschi e quattrini in quantità!»</p>



<p>Tutti ripetevano l&#8217;augurio, i bicchieri si toccavano, tintinnavano&#8230; e proprio in quel momento, alla porta della città si fermava il carrozzone con i dodici forestieri.</p>



<p>Chi erano quei viaggiatori? Ciascuno aveva il suo passaporto ed il suo bagaglio; e portavano persino dei regali, per te, per me, per tutta la gente della città. Ma chi erano? Che volevano? Che cosa portavano poi?</p>



<p>«Buon anno!» — gridarono alla sentinella, ch&#8217;era di guardia alla porta della città.</p>



<p>«Buon anno!» — rispose la sentinella; e al primo che scese dalla diligenza: «Il suo nome e la professione?» — domandò.</p>



<p>«Veda lei, nel passaporto!» — rispose l&#8217;uomo: «Io son chi sono!» — Ed era un bel tipo davvero, tutto ravvolto in una pelliccia d&#8217;orso e con gli scarponi col pelo: «Sono colui su cui tanti e tanti concentrano le speranze. Venga da me domani, e le darò una bella strenna di capo d&#8217;anno. Spargo per tutto mance e doni, e faccio inviti a balli e a feste; ma più di trentuna non ne posso dare. Le mie navi sono in mezzo ai ghiacci; ma nel mio scrittoio è caldo e si sta bene. Sono negoziante all&#8217;ingrosso: il mio nome è Gennaro, e porto con me una quantità di conti e di polizze.»</p>



<p>Scese a terra il secondo: era un allegro camerata, impresario di teatri, direttore di balli figurati, anima di tutti i divertimenti possibili e immaginabili. Tutto il suo bagaglio consisteva in un grosso barile.</p>



<p>«Quando c&#8217;è questo, l&#8217;allegria non manca mai!» — diss&#8217;egli: «Voglio far divertire, ma voglio anche divertirmi, poi che ho poco tempo da vivere: di tutta la famiglia, sono quello che vive meno — ventotto giorni solamente. Tutt&#8217;al più, ogni tanto, mi buttan là un giorno per soprammercato; ma non ci conto molto, e faccio buon sangue egualmente. Evviva!»</p>



<p>«Non tanto chiasso!» — fece la sentinella.</p>



<p>«Posso fare quanto chiasso mi pare e piace!» — ribattè il viaggiatore: «Sono il Principe Carnevale, e viaggio incognito sotto il nome di Febbraio.»</p>



<p>Scese il terzo. Era magro come la quaresima, ma camminava col naso all&#8217;aria, perch&#8217;era parente dei Quaranta Cavalieri danesi, e del nostro Pescatore di Chiaravalle, di Maranguelone da Tuorgna e dello Schiesone: faceva lunarii e prediceva il tempo e le stagioni. Il mestiere, però, non era troppo lucroso, ed ecco perchè consigliava tanto i digiuni. Portava all&#8217;occhiello un mazzolino di violette, ma piccine piccine e stente.</p>



<p>«Don Marzo, Don Marzo!» — gli gridò il viaggiatore sceso dopo di lui, e gli battè sulla spalla: «Non senti un buon odorino? Va&#8217; subito nella saletta dei doganieri: stanno bevendo un ponce, la tua bevanda prediletta. L&#8217;ho sentita subito alla fragranza. Corri, corri, Don Marzo!»</p>



<p>Ma non era vero niente; colui che parlava non voleva se non fargli una chiapperella, uno de&#8217; suoi famosi pesci, perchè aveva nome Aprile, e col primo pesce cominciava la sua carriera nella città. Sembrava molto allegro; lavorava poco, ma perchè aveva più vacanze di tutti.</p>



<p>«Basterebbe che ci fosse un po&#8217; più di stabilità a questo mondo!» — disse: «Ma tal volta siamo di umore gaio, tal&#8217;altra uggioso, secondo le circostanze. Ora piove, ora fa sole; ora si sgombera, ora si torna. Io tengo una specie di agenzia di collocamenti, fitti e vendite, ed ho anche l&#8217;impresa dei trasporti funebri. Rido o piango, a seconda del momento. In questa valigia ho i miei vestiti da estate, ma non sono tanto sciocco da mettermeli. Eccomi qui! La domenica vado alla messa con le calze di seta a trafori e col manicotto!»</p>



<p>Dopo di lui, scese una giovinetta. Aveva nome Maggiolina, portava un leggero vestito da estate, d&#8217;un verde tenero, e, sopra le scarpette, un paio di galosce. Nei capelli aveva un mazzolino di anemoni, ed era tanto profumata di timo, che la sentinella starnutì.</p>



<p>«Dio vi benedica!» — esclamò la fanciulla; e quello fu il suo saluto.</p>



<p>Com&#8217;era bella! E come sapeva cantare! Non era cantatrice da teatro, nè da camera; era cantatrice di bosco, perchè andava errando lietamente per la verde foresta e cantava per suo piacere. Nella borsetta da lavoro, aveva due libriccini, uno di poesie, uno di fiabe.</p>



<p>«Largo, che scende la signora!» — disse il conduttore della diligenza.</p>



<p>Scese a terra una giovane dama, un po&#8217; altera nella sua delicata bellezza. Si vedeva subito ch&#8217;era una dama, la dama di Giugno, abituata ad essere servita dai Sette Dormienti. Dava una grande festa nel giorno più lungo dell&#8217;anno, perchè gli ospiti avessero tempo di approfittare di tutti i piatti della sua ricchissima tavola. Veramente, ella teneva carrozza per conto suo; ma viaggiava in diligenza con gli altri, perchè non avessero a dire ch&#8217;era boriosa. Non viaggiava però sola, nè senza protezione. Aveva con sè il suo fratello minore, Luglio.</p>



<p>Era questi un giovanotto grassoccio, vestito da estate, con un grande cappello Panama. Non aveva che poco bagaglio, perchè col caldo tutto dà noia; per ciò, non portava con sè che le mutandine da bagno, e quelle poco ingombro gli davano.</p>



<p>Veniva poi mamma Agostina, venditrice di frutta all&#8217;ingrosso, proprietaria di una grande quantità di valli da pesca, e coltivatrice di vasti terreni. Aveva una crinolina molto rigonfia, era grassa e accaldata; sapeva lavorare con le sue mani, e portava ella stessa il mezzovino nei campi ai lavoratori.</p>



<p>«Ti guadagnerai il pane col sudore della fronte,» — diceva: «È scritto nel Libro. E soltanto dopo vengono le gite, le scampagnate, i balli, i giochi nei boschi e le feste del messidoro.»</p>



<p>È una brava massaia mamma Agostina.</p>



<p>Dopo di lei, scese dalla diligenza un pittore, il grande colorista Prof. Settembre. Tutta la foresta lo conosce! Le foglie mutano colore, — e con che magnificenza! — al solo suo cenno: ben presto il bosco splenderà di rosso acceso, di giallo, di bruno dorato. Il maestro zufola come un merlo, lavora spedito, e intreccia i verdi viticci del lupolo intorno al suo boccale di birra. Così ornato, il boccale ha un bellissimo aspetto, ed in verità il Prof. Settembre ha per l&#8217;ornamentazione un gusto squisito. Era arrivato con i suoi tubetti di colore, che formavano tutto il suo bagaglio.</p>



<p>Lo seguiva un signore di campagna, uno che non si occupa se non di seminare, di arare e di dissodare, ed ha la passione dei cavalli e della caccia. Il conte Ottobre aveva con sè il cane ed il fucile, e la carniera piena di noci, che facevano un rumorino secco quando camminava. Tra suoi innumerevoli bagagli, aveva persino un aratro di fabbrica inglese; e non parlava che di agricoltura, ma a mala pena si sentiva quel che diceva, per la gran tosse e le rumorose soffiate di naso del suo vicino.</p>



<p>Quegli che tossiva così era Novembre, molto seccato da una tremenda infreddatura: già, a lui, diceva, fruttava più il naso della tasca. E a mal grado dell&#8217;infreddatura, gli toccava andar in giro con le nuove cuoche e le domestiche, per condurle a far le provviste ed insegnar loro il servizio d&#8217;inverno. Diceva che si sarebbe liberato de&#8217; suoi malanni andando al bosco a far legna: doveva spaccarla e segarla, perchè era Gran Guardiano nella Confraternita dei segantini e fornitore del focolare. Passava la sera a intagliare suole di legno per i pattini, perchè sapeva bene, diceva, che tra poche settimane ci sarebbe grande richiesta di quel genere di calzature.</p>



<p>Finalmente, comparve l&#8217;ultimo viaggiatore, il vecchio nonno Decembre, con lo scaldino in mano. Era tutto intirizzito, ma gli occhi gli brillavano vividi come due stelle e teneva tra le braccia un vaso da fiori, dove cresceva un piccolo abete.</p>



<p>«Avrò cura di quest&#8217;alberello, perchè cresca bene, e per la sera di Natale possa arrivare con la vetta a toccare il soffitto, a ad ornarsi di cento candeline colorate, e di mele d&#8217;argento e di figurine una più bella dell&#8217;altra. Questo scaldino manda un calore, che pare una stufa&#8230; Caverò di tasca il libro delle novelle e leggerò forte, per far che tutti i bambini di casa stieno buoni buoni. E allora le figurine dell&#8217;albero di Natale diverranno vive, e il piccolo angelo di cera spiegherà le alucce di stagnola dorata e volerà giù dalla vetta dell&#8217;albero, e bacerà grandi e piccini, tutti quelli che sono nel salotto caldo, ed anche i poveri bambini che stanno fuori in istrada, e cantano la canzone della stella di Betlemme.»</p>



<p>«Bene; ora la diligenza può andare!» — disse la sentinella: «Tutti i dodici passeggieri sono scesi. Frusta, cocchiere!»</p>



<p>«Prima bisogna che i dodici viaggiatori vengano qui da me!» — disse il Gabelliere. «Uno per volta! I passaporti restano a me. Ognuno è valido per un mese; finito il mese, scriverò sul passaporto le generalità e le note a seconda della loro condotta. Don Gennaro, abbia la bontà di venir qui.»</p>



<p>E Don Gennaro si presentò al Gabelliere.</p>



<p>Di qui a un anno, credo che sarò in grado di dirvi quello che i dodici viaggiatori avranno portato in dono a me, a voi, a tutti. Ora, non lo so, parola d&#8217;onore; e sto per dire che forse non lo sanno nemmeno loro. Si vive in certi tempi così curiosi&#8230;</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/la-diligenza-da-dodici-posti/">La diligenza da dodici posti</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/la-diligenza-da-dodici-posti/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2630</post-id>	</item>
		<item>
		<title>&#8220;Vero verissimo!&#8221;</title>
		<link>https://audiofiabe.it/vero-verissimo/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/vero-verissimo/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:58:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2628</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen «Ah, che cosa orribile!» disse una gallina; e lo disse all&#8217;altro capo del villaggio, non in quella parte dove la cosa era accaduta. «Che orrore fu quello, laggiù, nel pollaio! Stanotte non mi arrischierei di certo a dormire sola! Buon per me che siamo in tanti, qui appollaiati!» E raccontò [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/vero-verissimo/">&#8220;Vero verissimo!&#8221;</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>«Ah, che cosa orribile!» disse una gallina; e lo disse all&#8217;altro capo del villaggio, non in quella parte dove la cosa era accaduta. «Che orrore fu quello, laggiù, nel pollaio! Stanotte non mi arrischierei di certo a dormire sola! Buon per me che siamo in tanti, qui appollaiati!» E raccontò una storia, che fece rizzare le penne a tutti i presenti, e il gallo, a sentirla, lasciò cadere la cresta, floscia floscia. Ma era una storia vera verissima!</p>



<p>Noi, però, la principieremo dal principio, e il principio, fu in quell&#8217;altro pollaio, a quell&#8217;altro capo del villaggio.</p>



<p>Il sole era al tramonto, e gli abitatori del pollaio erano entrati per mettersi a dormire. Era tra loro una gallina bianca, con le zampine corte corte, che deponeva il suo numero regolare di ova, — una gallina rispettabilissima, sotto ogni riguardo. Quando si fu appollaiata nel suo cantuccio, si ripulì leggermente col becco, ed una piccola piuma bianca le si staccò dal petto.</p>



<p>«Eccola andata!» — fece la gallina. «Più mi becco, e più bella divento!» — e lo disse per ischerzo, perchè era sempre di buon umore e le piaceva scherzare, sebbene fosse, come ho detto, una gallina per bene e veramente rispettabile. Poi si addormentò.</p>



<p>Tutto all&#8217;intorno era buio: le galline erano lì l&#8217;una accanto all&#8217;altra; ma quella che nella fila veniva subito appresso alla gallina bianca, non dormiva: udiva e non udiva, come si dovrebbe far sempre a questo mondo, se si vuol vivere in quiete; ma non potè trattenersi dal ripeterlo alla sua vicina.</p>



<p>«Hai sentito quel che fu detto poco fa? Io non faccio nomi, nè voglio farne; ma c&#8217;è una gallina qua dentro, la quale dice che si strappa le penne puramente per parere più bella. Se fossi io il gallo, la disprezzerei!»</p>



<p>Giusto sopra al pollaio abitava la Civetta, col marito e i figliuoli: la famiglia aveva buoni orecchi, e tutti sentirono quello che la comare Gallina aveva detto, e sgranarono tanto d&#8217;occhi; e mamma Civetta si fece vento con le ali:</p>



<p>«Non date ascolto a queste brutte cose! Ma pur troppo, già, le avrete udite. Le ho udite io stessa con i miei proprii orecchi&#8230; e davvero che se ne senton di belle, prima di mutarli, gli orecchi! C&#8217;è tra quelle galline una civettuola svergognata, che dimentica le regole della convenienza al punto da spogliarsi di tutte le penne, per parere più bella!»</p>



<p>«Badiamo! <em>il tetto è basso!</em>&#8230;» — disse babbo Gufo, accennando ai piccini che stavano ad ascoltare.</p>



<p>«Bisogna che lo racconti alla nostra vicina: è una civetta così a modo&#8230;» — E volò via.</p>



<p>«Uh, uuh! Uh, uuh!» fecero le due civette, ferme dinanzi alla piccionaia, chiamando i piccioni che stavano dentro: «Avete sentito? Uh, c&#8217;è una gallina che s&#8217;è strappata tutte le penne per amore del gallo. È tutta gelata&#8230; Morirà d&#8217;infreddatura, se non è già morta ora che parliamo. Uh!»</p>



<p>«Uh, uh!» — fecero i piccioni: «Dove? dove? dove?»</p>



<p>«Nel pollaio di contro. Posso dire che l&#8217;ho quasi veduta co&#8217; miei occhi. È una storia che nemmeno sarebbe da ripetere; ma è vera verissima.»</p>



<p>«Uh, certo, certo! Non c&#8217;è sillaba che non sia vera!» — dissero i piccioni; e tubarono la notizia nel pollaio ch&#8217;era sotto la loro piccionaia: «C&#8217;è stata una gallina (e chi dice che fossero due&#8230;) che si spennò tutta, per apparire diversa dalle altre ed attirare l&#8217;attenzione del gallo. Ma è un gioco pericoloso, perchè c&#8217;è da buscarsi un colpo d&#8217;aria, e da morire di febbre reumatica. In fatti, tutte e due sono morte!»</p>



<p>«Chicchirichiii! Su, destatevi!» — cantò il gallo, e volò sullo steccato; aveva ancora gli occhi imbambolati dal sonno, ma cantava egualmente: «Tre galline sono morte d&#8217;amore, d&#8217;una passione infelice per un gallo. Si sono strappate tutte le penne ad una ad una. Ah, è una storia terribile! Non posso tenerla per me solo: bisogna portarla in giro.»</p>



<p>«Bisogna diffonderla!» — strillarono i pipistrelli; e le galline schiamazzarono, e i galli cantarono. «Diffonderla! diffonderla! Chicchirichiii!» E la notizia si diffuse di pollaio in pollaio, e alla fine tornò a quel primo pollaio dond&#8217;era partita.</p>



<p>«Cinque galline,» dicevasi, «s&#8217;erano tutte spennate, a fine di vedere quale tra loro si fosse ridotta più magra e consunta dal grande amore per il gallo: poi avevano leticato tra loro, e s&#8217;erano beccate a sangue, ed eran cadute a terra morte, a grande vergogna e sventura delle loro povere famiglie, a grande danno del proprietario.»</p>



<p>La gallina bianca, che aveva perduta una piccola penna dal petto, non riconobbe, naturalmente, la propria storia; e poi che era, come abbiamo detto, una gallina molto rispettabile; ne fu indignata:</p>



<p>«Per me, le giudico spregevoli!» — disse: «Ma, pur troppo, di quel genere lì ce n&#8217;è molte più che non si creda. Non bisognerebbe che una storia simile passasse sotto silenzio. Per conto mio, farò tutto quanto posso perchè sia stampata sui giornali, e diffusa per tutto il paese. Tanto le galline, quanto le loro famiglie, non avranno se non quello che si meritano.»</p>



<p>La storia, infatti, fu stampata e pubblicata sui giornali; — e che una piccola penna possa gonfiarsi, allungarsi, metter le frangie, sino a divenir cinque galline&#8230; questo, ve lo assicuro, è vero verissimo.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/vero-verissimo/">&#8220;Vero verissimo!&#8221;</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/vero-verissimo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2628</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il piccolo Tuk</title>
		<link>https://audiofiabe.it/il-piccolo-tuk/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/il-piccolo-tuk/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:58:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2626</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Sì, proprio il piccolo Tuk. Il suo nome, veramente non era Tuk; ma, quando non sapeva ancora parlare ben chiaro, s&#8217;era chiamato così da sè. Voleva dire Carletto; e, del resto, fa lo stesso: tutto sta intendersi. Quel giorno, Tuk doveva badare alla sua sorellina Gustava, ch&#8217;era molto più piccina [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-piccolo-tuk/">Il piccolo Tuk</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Sì, proprio il piccolo Tuk. Il suo nome, veramente non era Tuk; ma, quando non sapeva ancora parlare ben chiaro, s&#8217;era chiamato così da sè. Voleva dire Carletto; e, del resto, fa lo stesso: tutto sta intendersi.</p>



<p>Quel giorno, Tuk doveva badare alla sua sorellina Gustava, ch&#8217;era molto più piccina di lui; e, nello stesso tempo, doveva imparare la lezione: ma le due cose non andavano troppo bene insieme.</p>



<p>Il povero ragazzo era lì seduto, con la sorellina sulle ginocchia, e, per chetarla, le cantava tutte le canzoncine che sapeva: di tratto in tratto dava anche un&#8217;occhiata al libro di geografia, che teneva aperto dinanzi&#8230; Per domani, doveva sapere a memoria tutte le città dell&#8217;isola di Seeland, ch&#8217;è la più grande e la più fertile delle isole danesi; e di quelle città doveva poi sapere tutto quanto si può onestamente sapere, di tutte, una per una.</p>



<p>Finalmente, la mamma, ch&#8217;era uscita, tornò a casa, e prese in collo la piccola Gustava. Tuk corse subito accanto alla finestra, e lesse e lesse, sin che quasi si cavò gli occhi, perchè s&#8217;era fatto sempre più buio, e la mamma non aveva danaro per comprare candele.</p>



<p>«Ecco la vecchia lavandaia che sbuca dal vicolo,» — disse la mamma, guardando fuori dalla finestra: «Povera donna! Pena a reggersi in piedi, e le tocca portare la secchia piena dalla fonte&#8230; Fammi vedere che sei un bravo figliuolo, Tuk; corri ad aiutarla, povera vecchia! Vero che ci vai?»</p>



<p>Tuk fece una corsa sino in fondo al vicolo, e aiutò la vecchia; ma quando tornò, la stanza era completamente buia. Di candele, non c&#8217;era da parlare; e così andò a letto, nel suo lettino formato di una vecchia panca. Là disteso, pensava alla sua lezione di geografia, all&#8217;isola di Seeland, ed a tutto quello che aveva detto il maestro. Sarebbe bisognato che la leggesse almeno un&#8217;altra volta: sì, ma come fare? Mise il libro di geografia sotto il guanciale, perchè aveva sentito dire ch&#8217;è un buonissimo metodo per imparare la lezione; ma non è metodo in cui ci si possa proprio fidare.</p>



<p>Stava quieto quieto, e pensava&#8230; A un tratto, gli parve di sentire un bacio leggero leggero, sugli occhi e poi sulla bocca. Dormiva&#8230; e pure no, non dormiva: gli pareva che la vecchia lavandaia lo guardasse, con i suoi occhi affettuosi, e dicesse:</p>



<p>«Ah, sarebbe davvero peccato che tu non sapessi la lezione! Tu mi hai aiutato, ed io voglio aiutar te, e la Provvidenza penserà poi ad aiutarci tutti e due.»</p>



<p>In quella il libro incominciò a grattare, a strisciare sotto il guanciale di Tuk.</p>



<p>«Chiò, chiò! Cluc, cluc!» — Era un gallina, che veniva schiamazzando e razzolando, e veniva dà Kjöge. «Sono una gallina di Kjöge!» — disse.</p>



<p>E gli disse quanti abitanti ci sono nella città, e gli raccontò della battaglia che fu combattuta a Kjöge<a href="#_ftn1">[1]</a> — quantunque sia meglio non parlarne.</p>



<p>«Cribl, cribl, pum!» Qualche cosa cadde giù: era un uccello di legno, un pappagallo del tiro al bersaglio di Prästoe. Disse che c&#8217;erano per l&#8217;appunto tanti abitanti, lassù, quanti erano i tiri di cui portava il segno sul corpo. E andava molto orgoglioso: «Thorvaldsen, l&#8217;altissimo scultore, viveva vicino a me! Pum! È una bella posizione la mia!»<a href="#_ftn2">[2]</a>.</p>



<p>Ma ora il piccolo Tuk non era più a letto: tutt&#8217;ad un tratto, s&#8217;era trovato a cavallo. E galoppa, galoppa, hop! hop! — Un cavaliero splendidamente vestito, con le piume ondeggianti al cimiero, lo teneva sul dinanzi della sua sella; e così di galoppo traversarono il bosco ch&#8217;è vicino alla vecchia città di Wordingborg; e Wordingborg gli parve molto grande e piena di movimento. Sul castello del Re si ergevano alte le torri, e da ogni finestra veniva un torrente di luce; dentro, si sentivano suoni e canti, e il Re Waldemaro, e le giovani damigelle d&#8217;onore con i ricchi vestiti di broccato dai vivaci colori, ballavano allegramente. Venne la mattina, e, appena sorto il sole, tutta la città ed il castello del Re rovinarono improvvisamente; le torri precipitarono una dopo l&#8217;altra, e alla fine non ne rimase ritta che una sola, sul poggio dov&#8217;era un tempo il castello<a href="#_ftn3">[3]</a>. La città apparve allora molto piccola e povera: i ragazzi di scuola, che passavano con i loro quaderni sotto il braccio, dicevano: «Duemila abitanti!» — ma non è vero, perchè la città non ne conta nemmeno tanti.</p>



<p>Il piccolo Tuk stava nel suo lettino: gli pareva di sognare, e pure no, non sognava; e qualcuno gli stava accosto accosto.</p>



<p>«Piccolo Tuk! piccolo Tuk!» — diceva la voce. Era un marinaio — oh, un omettino piccino, che pareva quasi un ragazzo, un mozzo; ma non era un mozzo. «Ti porto un saluto da Corsör, è una città, questa, che è in grande progresso; una città piena di vita, dove ci son battelli a vapore e tramvie. Un tempo la dicevano brutta; ma ora non si può più dire davvero!»<a href="#_ftn4">[4]</a>.</p>



<p>«Sono vicina al mare,» — diceva Corsör, «sono fornita di belle strade larghe e di giardini pubblici, e ho dato i natali ad un poeta pieno di spirito e divertentissimo&#8230; e non di tutti i poeti si può dire altrettanto!<a href="#_ftn5">[5]</a>. Una volta, volevo costruire un bastimento che avesse a fare il giro del mondo; poi non feci nulla, quantunque avessi potuto farlo benissimo. Ma ho uno squisito profumo, perchè proprio vicino alle mie porte crescono le più belle rose.»</p>



<p>Il piccolo Tuk sbarrava tanto d&#8217;occhi e vedeva le rose; ma tutto gli si confondeva in un colore rosso, da prima, e poi verde. Quando la confusione dei colori fu un po&#8217; passata, si mutò a un tratto in un declivio boscoso, vicino ad un piccolo golfo; e su in alto, in cima al declivio, stava una magnifica chiesa antica, con due torri aguzze. Fuori da questo colle, sgorgavano masse d&#8217;acqua in grandi colonne, così che c&#8217;era un continuo fragore; e lì, proprio accanto, stava un vecchio Re con la corona d&#8217;oro sui lunghi capelli canuti: era il Re Hroar (ch&#8217;è quanto dire il Re Fragore) <em>Hroar</em> delle cascate vicino alla città di Roeskilde<a href="#_ftn6">[6]</a>, com&#8217;è ora chiamata. E su per il colle e dentro all&#8217;antica chiesa andavano tutti i Re e le Regine di Danimarca, tenendosi per mano, tutti con la corona d&#8217;oro in capo; e l&#8217;organo sonava, e le cascate rumoreggiavano. Il piccolo Tuk vedeva e sentiva tutto.</p>



<p>«Non ti dimenticare l&#8217;Assemblea degli Stati!» — disse il Re Hroar.</p>



<p>In un baleno, tutto era svanito: ma dove mai? Gli sembrava di assistere ad un gioco di prestigio. Ed ecco ora una vecchia contadina col sarchiello in mano per sarchiare le male erbacce: veniva da Soröe, dove l&#8217;erba cresce persino sulla piazza del mercato. Aveva un grembiale di cotonina grigia gettato sul capo e sulle spalle, e il grembiale era tutto bagnato. Doveva esser piovuto.</p>



<p>«Se è piovuto!&#8230;» disse la contadina; e sapeva tante belle cosine delle commedie del Holberg, e sapeva di Wlademaro e di Assalonne. Ma tutto a un tratto, si accoccolò e incominciò a tendere il collo, come se volesse spiccare un salto. «Quac!» — diss&#8217;ella: «Quant&#8217;acqua, quant&#8217;acqua! C&#8217;è un silenzio di morte a Soröe!»<a href="#_ftn7">[7]</a>. — E si tramutò in una ranocchia: «Quac!» — e poi tornò da capo una vecchia contadina. «Bisogna mutar veste secondo il tempo,» — disse: «Ah, quant&#8217;acqua, quant&#8217;acqua! La mia città è per l&#8217;appunto come una bottiglia: si va dentro per il collo e per il collo bisogna tornar fuori. Una volta, ci avevo certi ranocchini; ed ora in fondo alla bottiglia ho i miei ragazzi con le guance bianche e rosse, i miei ragazzi che imparano la saviezza, e il greco e l&#8217;ebraico. Quant&#8217;acqua, quant&#8217;acqua! Quac!»</p>



<p>Il verso somigliava tal quale il verso delle rane, e quel rumorino che fan gli stivaloni di uno che cammini in un pantano: era sempre la stessa nota, così monotona e noiosa, che il piccolo Tuk si addormentò placidamente: e del resto, il dormire non gli faceva male di sicuro!</p>



<p>Ma anche nel sonno, ebbe un sogno — o se non era un sogno, gli somigliava assai. La sua sorellina Gustava, dagli occhi azzurri e dai riccioli biondi, era divenuta ad un tratto una giovinetta alta e snella; e, senz&#8217;aver le ali, pur sapeva volare. E volavano insieme sopra l&#8217;isola di Seeland, sopra le verdi foreste e i laghi azzurrini.</p>



<p>«Senti il gallo che canta, piccolo Tuk? Chicchirichiiii! Le galline spiccano il volo dalla città di Kjöge. Avrai un bel pollaio, un bel pollaio grande grande: non patirai, no, la fame; non ti mancherà nulla. Quando tirerai, colpirai nel segno, come nel bersaglio di Prästoe, e diverrai ricco, e sarai felice. La tua casa si alzerà come la torre del Re Waldemaro, e sarà adorna magnificamente di statue di marmo, come quelle del grande Thorvaldsen. Chi ha orecchi da intendere intenda. Il tuo nome volerà sull&#8217;ali della fama, e farà il giro del mondo, come la nave che doveva salpare da Corsör.»</p>



<p>«Non dimenticare il nome delle città!» — raccomandò Re Hroar: «Parla bene e con buon senso, piccolo Tuk; e quando alla fine scenderai nella tomba, dormirai placidamente&#8230;»</p>



<p>«Come se fossi a Soröe, nella piccola città del silenzio!» — disse Tuk e si destò. Il sole era già alto, ed egli non ricordava nulla nulla del suo sogno. Ma non era punto necessario, perchè non c&#8217;è bisogno di sapere quello che ci accadrà poi.</p>



<p>Balzò in fretta dal letto, e rilesse il suo libro&#8230; e tutt&#8217;ad un tratto si avvide che sapeva la lezione dalla prima parola all&#8217;ultima. Anche la vecchia lavandaia fece capolino all&#8217;uscio, salutò con un cenno affettuoso, e disse:</p>



<p>«Grazie, caro bambino buono, dell&#8217;aiuto che mi hai dato ieri. Faccia Iddio che tutti i tuoi sogni più belli divengano realtà!»</p>



<p>Il piccolo Tuk non sapeva davvero quel che avesse sognato; ma c&#8217;è Uno lassù, che sa tutto.<br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"></a>([1]) A Kjöge, piccola città sulla baia dello stesso nome, l&#8217;esercito danese fu battuto dagli Inglesi (1809). Quando fanno per sollevar da terra i bambini, mettendo loro le due mani aperte ai lati del capo, le mamme danesi dicono: «Che fan vedere ai piccoli le galline di Kjöge».</p>



<p><a href="#_ftnref2"></a>([2]) Prästoe è città ancora più piccola di Kjöge. Poco discosto è la terra di Nysoe, dove Bertel Thorvaldsen (1770-1844) abitò negli ultimi anni, presso il Barone Stampe, mentre lavorava alle magnifiche sculture per la cattedrale di Copenaghen, inaugurate nel 1839. Il Thorvaldsen fu uno dei più grandi scultori che sieno mai stati al mondo. Avendo vinto il gran premio di Roma, venne in Italia nel 1796 e vi rimase molti anni. Sono opere sue, tra moltissime altre, il monumento di Pio VII a Roma e quello del chirurgo Vacca nel cimitero di Pisa. Nel 1811, gli fu ordinato da Napoleone I per il Palazzo del Quirinale il grande bassorilievo rappresentante l&#8217;ingresso trionfale di Alessandro in Babilonia.</p>



<p><a href="#_ftnref3"></a>([3]) Wordinborg sino al tempo di. Re Waldemaro IV (1315-1375) era città di qualche importanza: ora non ha altro di notevole che quell&#8217;unica torre solitaria, e pochi avanzi di un muro smantellato, nel luogo dov&#8217;era il castello.</p>



<p><a href="#_ftnref4"></a>([4]) Corsör sul Gran Belt era detta un tempo, prima dell&#8217;invenzione dei piroscafi, la più noiosa città della Danimarca, perchè i viaggiatori dovevano spesso trattenersi colà in attesa del vento favorevole.</p>



<p><a href="#_ftnref5"></a>([5]) Il famoso poeta Jens Baggesen (ch&#8217;era tra i commensali del Siboni quando il giovane Andersen andò a supplicare il maestro italiano d&#8217;insegnargli a cantare) nacque appunto a Corsör nel 1764; morì nel 1826 ad Amburgo, senza poter tornare nella sua Danimarca, che tanto si struggeva di rivedere.</p>



<p><a href="#_ftnref6"></a>([6]) Roeskilde — da <em>Rose-Kilde</em>, fonte delle rose, corrotto poi in Rothskild — era un tempo capitale della Danimarca. La città prese nome dal Re Hroar e dalle molte sorgenti vicine. Nella magnifica cattedrale sono i sepolcri di molti re danesi. In Roeskilde aveva luogo l&#8217;Assemblea degli Stati Danesi, e per ciò ivi fu stretto il trattato del 1668, col quale la Danimarca cedette alla Svezia tanta parte del suo territorio.</p>



<p><a href="#_ftnref7"></a>([7]) Soröe è una tranquilla cittadina, circondata da foreste e da laghi, ma molto umida. Lodovico Holberg, il Goldoni della Danimarca, creatore del teatro nazionale, storico, poeta satirico ed epico, morto nel 1754, vi fondò un&#8217;accademia, dove insegnarono anche i due poeti amici dell&#8217;Andersen, Giovanni Hauch e Bernardo Ingemann.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-piccolo-tuk/">Il piccolo Tuk</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/il-piccolo-tuk/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2626</post-id>	</item>
		<item>
		<title>L&#8217;ombra</title>
		<link>https://audiofiabe.it/lombra/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/lombra/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:57:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2624</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Ci sono paesi caldi, dove il sole brucia tanto, che la gente diventa bruna come il mogano; ci sono poi paesi caldissimi, dove la popolazione è negra addirittura. Ma l&#8217;uomo dotto di cui voglio parlarvi s&#8217;era contentato, partendo dalle sue fredde regioni del Nord, di andare nei paesi caldi; e [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/lombra/">L&#8217;ombra</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Ci sono paesi caldi, dove il sole brucia tanto, che la gente diventa bruna come il mogano; ci sono poi paesi caldissimi, dove la popolazione è negra addirittura. Ma l&#8217;uomo dotto di cui voglio parlarvi s&#8217;era contentato, partendo dalle sue fredde regioni del Nord, di andare nei paesi caldi; e laggiù pensava di poter girare a tutte le ore, come soleva in patria. Ben presto, però, ebbe a ricredersi. Imparò a fare come tutte le persone di buon senso, che rimangono tappate durante la giornata, con le imposte e le porte chiuse, sì da parere che tutti di casa dormano o sieno andati in campagna. Lo stretto vicolo dov&#8217;egli abitava era in tale posizione, che il sole vi batteva da mattina a sera con forza proprio insopportabile. Lo scienziato venuto dal Nord era un giovanotto, e un bravo giovanotto; ma gli pareva sempre di stare a sedere su di una stufa infocata, e se ne sentiva spossato. Era divenuto magro magro, e persino la sua ombra s&#8217;era rimpicciolita, da quel che era in patria: il sole consumava anche lei, e tutti e due non si riavevano che a sera, dopo il tramonto.</p>



<p>Era un piacere vederli. Appena portavano un lume nella stanza, l&#8217;ombra si stirava per bene sulla parete, e tal volta si allungava tanto, che doveva ripiegarsi contro il soffitto: bisognava che si stirasse un poco, per riprender forza. Lo scienziato usciva sul terrazzino, per isgranchirsi un po&#8217; anche lui, e appena le stelle apparivano nel bel cielo sereno, si sentiva tutto ristorare. Nei varii terrazzi della contrada — e, nei paesi caldi, ogni finestra ha il suo terrazzino, — apparivano allora tutti gli abitanti delle case, perchè il bisogno di respirare un po&#8217; d&#8217;aria fresca si prova anche quando si è abituati ad avere il viso bruno come il mogano. Allora tutta la strada si animava: calzolai, sarti, donne, vecchi, fanciulli si mettevano a sedere davanti agli usci; portavano fuori tavole e sedie, accendevano candele, chiacchieravano, cantavano; la gente passeggiava su e giù; passavano le carrozze, trottavano i muletti: <em>cling, cling, cling!</em> — perchè avevano i bubbolini ai finimenti, — e i monelli facevano un chiasso indiavolato: si seppellivano i morti con solenni salmodie, le campane delle chiese sonavano, e la strada era tutta un brusìo, e da per tutto si vedevano lumi accesi. Soltanto in una casa, giusto di contro a quella abitata dallo scienziato, tutto era quiete e silenzio; e pure qualcuno doveva viverci, perchè sui terrazzini c&#8217;erano piante che fiorivano meravigliosamente nel sole caldo, come non avrebbero potuto se alcuno non le avesse annaffiate. Dunque, nella casa, qualcuno doveva esserci. Verso sera, la porta si socchiudeva: ma non si vedeva che buio, almeno nelle stanze verso strada; da quelle più interne, in vece, giungeva una musica, che lo scienziato straniero giudicava deliziosa. Non c&#8217;è da fidarsi molto, però, al giudizio di lui, perchè nei paesi caldi tutto gli sarebbe sembrato delizioso, pur che non ci fosse stato quel sole implacabile. Il padrone della locanda dove alloggiava, gli aveva detto che non sapeva chi fosse venuto ad abitare la casa di contro: non ci si vedeva mai alcuno, e quanto alla musica, gli sembrava terribilmente monotona.</p>



<p>«Pare uno» — diceva «che si metta lì per ore ed ore a studiare un pezzo, e non riesca mai ad arrivare in fondo senza intoppi; sempre lo stesso pezzo, sempre lo stesso. Tal volta sembra dire: Ci riuscirò, non dubitate, prima del Giudizio universale! E non ci riesce mai, per quanto pesti.»</p>



<p>Una notte lo scienziato si destò: (lasciava sempre aperta la vetrata che dava sul terrazzino, ed il vento ne agitava la tenda;) gli parve che una grande luce venisse dalla casa di contro: tutti i fiori sembravano fiamme de&#8217; più splendidi colori; e in mezzo ai fiori era una snella figura di giovinetta, che appariva anch&#8217;essa raggiante di luce. Gli occhi gliene rimasero abbagliati, ma forse li aveva strofinati troppo forte, destandosi così, all&#8217;improvviso. D&#8217;un balzo saltò il letto, strisciò pianino dietro la tenda&#8230; ma la bella giovinetta era sparita, sparito lo splendore: i fiori non fiammeggiavano più, ma erano lì, belli e freschi come prima. La porta del terrazzo di contro era socchiusa, e dall&#8217;interno giungeva una musica così soave, così deliziosa, che solo all&#8217;udirla ci si abbandonava ad una dolce fantasticheria. Sembrava proprio opera di magia. Ma chi viveva là dentro? Quale era il vero ingresso di quella casa? Perchè, tanto verso la strada quanto verso il vicolo di fianco, tutto il pianterreno era occupato da botteghe, l&#8217;una accanto all&#8217;altra; nè la gente poteva passar sempre dalle botteghe.</p>



<p>Una sera, lo scienziato era seduto nel suo terrazzino: nella stanza, dietro a lui, ardeva una lucerna, ed era più che naturale quindi che la sua ombra andasse a cadere sul muro della casa di contro; l&#8217;ombra era per l&#8217;appunto seduta tra i fiori del terrazzino misterioso, e quando lo scienziato si moveva, anche l&#8217;ombra, naturalmente, si moveva.</p>



<p>«Io credo che la mia ombra sia l&#8217;unica cosa viva in tutta quella casa!» — disse l&#8217;uomo dotto: «Guarda come s&#8217;è messa a sedere per benino tra i fiori! La vetrata è socchiusa; se fosse un&#8217;ombra un po&#8217; accorta, dovrebbe avere il buon senso di entrare, di dare un&#8217;occhiata, e poi di venire a raccontarmi quello che ha veduto. Sì, ti renderesti almeno un po&#8217; utile,» — soggiunse scherzando, «se tu entrassi. Su via! Vuoi andare?» E fece un cenno all&#8217;ombra, e l&#8217;ombra fece un cenno di rimando. «Va&#8217; dunque! ma non rimanere troppo!» Lo scienziato si alzò, ed anche l&#8217;ombra nel terrazzino di contro si alzò; e lo scienziato si volse, per rientrare in casa, e chi avesse guardato attentamente, avrebbe notato come anche l&#8217;ombra entrasse per la vetrata socchiusa della casa di contro, proprio nell&#8217;istante medesimo in cui lo scienziato rientrava in casa, lasciando ricadere la tenda dietro di sè.</p>



<p>La mattina dopo, l&#8217;uomo dotto uscì per andare a prendere il caffè e latte ed a leggere i giornali: «Che faccenda è questa?» — esclamò, quando arrivò nella strada soleggiata: «Non ho più ombra! Sta&#8217; a vedere che ieri a sera se n&#8217;è andata davvero e non è più tornata! Sarebbe una bella seccatura!»</p>



<p>E questo non tanto lo angustiava perchè l&#8217;ombra se ne fosse andata, quanto perchè sapeva che c&#8217;era già una storia di un uomo senz&#8217;ombra, e che tutti lassù, ne&#8217; paesi nordici, la conoscevano<a href="#_ftn1">[1]</a>. Se fosse tornato a casa ed avesse raccontato la sua, avrebbero detto che non era se non un plagio, e ciò non gli garbava. Risolvette dunque di non farne parola, ed era in fatti il partito migliore.</p>



<p>La sera andò di nuovo sul terrazzino: s&#8217;era collocato la lucerna alle spalle, perchè sapeva che all&#8217;ombra piace che il padrone le faccia schermo; ma non gli riuscì di adescarla. Si fece piccolo piccolo, e poi lungo lungo; ma sì! neppur l&#8217;ombra di un&#8217;ombra! Chiamò: «Qua, ombra, qua!» — ma non servì.</p>



<p>Era una seccatura; ma nei paesi caldi tutto cresce tanto rapidamente, che dopo una settimana si avvide, con grande gioia, di una nuova ombra che gli spuntava dalle gambe quando camminava al sole. Si vede che la radice doveva essergli rimasta. In tre settimane, aveva un&#8217;ombra decentissima; quando partì per tornarsene al suo paese, l&#8217;ombra crebbe sempre più, e durante il viaggio divenne tanto lunga, che metà sarebbe potuto benissimo bastare.</p>



<p>Quando l&#8217;uomo dotto fu tornato a casa, scrisse molti libri su quello che c&#8217;è al mondo di vero, e su quello che c&#8217;è di buono e di bello; e passarono i giorni, e passarono gli anni — molti anni.</p>



<p>Una sera, stava seduto nel suo studio, quando udì picchiare discretamente all&#8217;uscio. «Avanti!» — disse; ma nessuno entrò. Allora andò egli stesso ad aprire, e si trovò dinanzi un uomo così magro, così magro e sottile, che a vederlo ci si sentiva quasi a disagio. Era, del resto, un uomo vestito molto elegantemente, e sembrava una persona per bene.</p>



<p>«A chi ho l&#8217;onore di parlare?» — domandò lo scienziato.</p>



<p>«Ah!» — esclamò il visitatore: «Me lo immaginavo che non mi avrebbe riconosciuto! Mi son fatto un po&#8217; troppo materiale: sono così ingrassato, che son persino in carne, e vesto panni. Scommetto che ella non avrebbe mai immaginato di avermi a vedere in queste condizioni. Non riconosce la sua vecchia ombra? Ella non pensava di certo che avessi a tornare! Gi affari mi sono andati abbastanza bene, da che ci siamo lasciati. Mi son fatto ricco, in molti sensi; e se volessi comprare la mia libertà, oramai potrei darmi anche questo lusso!»</p>



<p>E fece tintinnare un mazzetto di ciondoli preziosi che aveva all&#8217;orologio, e passò le dita, con una cert&#8217;aria di noncuranza, nella pesante catena d&#8217;oro che portava al collo. Magnifici anelli gemmati gli scintillavano alle dita. E non è a dire che fosse roba falsa!</p>



<p>«Davvero che non mi raccapezzo!» — esclamò lo scienziato: «Ma che significa tutto ciò?»</p>



<p>«A dir vero, è cosa abbastanza fuor del comune, — disse l&#8217;ombra: «ma del resto nemmen lei è il primo capitato! Com&#8217;ella ben sa, ho seguìto a passo a passo le sue orme, da bambino in su. Appena mi parve di avere bastante esperienza, da poter fare da me la mia strada nel mondo, me ne andai. Ora sono in posizione abbastanza brillante; ma una smania mi colse, di rivederla una volta ancora prima ch&#8217;ella muoia, — perchè anche lei, già, un giorno ha da morire. E poi volevo visitare ancora queste fredde regioni; la patria è sempre la patria&#8230; So ch&#8217;ella s&#8217;è presa un&#8217;altra ombra. Debbo pagare qualche cosa a cotest&#8217;ombra nuova od a lei? Non ha che a dirmelo.»</p>



<p>«Ma sei proprio tu?» esclamò l&#8217;uomo dotto: «Ah, questa è meravigliosa! Non avrei mai pensato davvero di aver a rivedere la mia vecchia ombra fatta uomo!»</p>



<p>«Mi dica dunque quanto debbo pagare,» — ripetè l&#8217;ombra, «perchè non mi piace aver debiti.»</p>



<p>«Ma che discorsi!» fece lo scienziato: «Che debiti ci possono mai essere tra te e me! Goditi la tua libertà come qualunque altro! Mi rallegro di tutto cuore della tua buona fortuna! Siedi, vecchio amico, e dimmi un po&#8217; come sono andate le cose, e che hai veduto nei paesi caldi, e in quella casa misteriosa di contro alla nostra.»</p>



<p>«Oh, glielo dirò volentieri,» — rispose l&#8217;ombra; e sedette. «Ma in cambio ella deve promettermi di non dir mai ad alcuno in questa città di avermi veduto in altri tempi, e tanto meno che io sia stato la sua ombra. Ho intenzione di prender moglie, poi che ho mezzi più che sufficienti per mantenere una famiglia.»</p>



<p>«Sta&#8217; pur tranquillo,» rispose lo scienziato, «ch&#8217;io non dirò ad alcuno chi tu sia realmente. Qua la mano; te ne do la mia parola d&#8217;uomo onorato.»</p>



<p>«E in cambio, si abbia la parola di un&#8217;ombra d&#8217;onore!» — disse quella: nè meglio di così poteva parlare.</p>



<p>Del resto, era proprio una meraviglia vedere che uomo in tutto punto fosse divenuta. Era vestita completamente di nero, ma del panno più fino: stivaletti verniciati, un cappello che in un attimo si poteva spianare come un foglio, senza parlare poi del mazzetto dei ciondoli, della catena d&#8217;oro e degli anelli di brillanti. L&#8217;ombra era davvero elegante: e l&#8217;abito, checchè ne dicano, faceva l&#8217;uomo.</p>



<p>«Ora, le dirò&#8230;» — fece l&#8217;ombra; e appoggiò le scarpe verniciate, quanto più fortemente potè, sulle braccia della nuova ombra, che giaceva come un can barbone ai piedi dello scienziato. Forse lo fece per superbia; forse, per tentare se mai le riuscisse d&#8217;accaparrarsela; ma l&#8217;ombra prostrata a terra rimase immobile: le stava troppo a cuore di ascoltar bene, per imparare come si riesca a liberarsi e a divenire padroni di sè.</p>



<p>«Sa chi dimorava nella casa di contro alla nostra?» — disse l&#8217;ombra. «Ah, questo è il più bello di tutto. Ci abitava la Poesia. Rimasi in casa sua tre settimane, ed è come se fossi vissuto mille anni e avessi letto tutto quanto fu scritto ed inventato. Per ciò posso dire, ed è vero, che ho veduto tutto e che so tutto.»</p>



<p>«La Poesia!» — gridò lo scienziato: «È vero vive sovente come un eremita nelle grandi città. La Poesia! Sì, io stesso l&#8217;ho intravveduta una sera, per un breve istante; ma il sonno mi oscurava ancora gli occhi: stava sul terrazzo, raggiante come la luce del Settentrione, e intorno ad essa ogni fiore sembrava una fiamma viva. Dimmi, dimmi! Tu sei andato su quel terrazzo; sei entrato per la vetrata socchiusa e poi&#8230;»</p>



<p>«Poi, mi trovai nel vestibolo,» — continuò l&#8217;ombra, «ed ella rimase seduto di contro, e guardava sempre al vestibolo. Non v&#8217;era lume; una semioscurità regnava là dentro; ma tutte le porte di una lunga fila di stanze e di sale erano spalancate, e là ce n&#8217;era, sì, luce! La gran luce mi avrebbe annientato, anzi, se avessi osato penetrare sin dove stava la Vergine. Ma io andai cauto: guadagnai tempo — e così bisogna far sempre del resto&#8230;»</p>



<p>«E che cos&#8217;hai veduto?» — domandò lo scienziato.</p>



<p>«Ho veduto tutto, e le dirò tutto; ma&#8230; Non è questione di orgoglio da parte mia, la prego di crederlo; però, quale uomo libero, e con le cognizioni che posseggo, per non parlare della mia nuova posizione e del mio vistoso patrimonio, desidererei ch&#8217;ella mi desse del lei.»</p>



<p>«Le domando perdono!» — disse subito l&#8217;uomo dotto: «Il tu è una vecchia abitudine, e le vecchie abitudini sono difficili da smettere. Ha tutte le ragioni, e farò di ricordarmene. Ma mi dica, la prego, tutto quello che ha veduto.»</p>



<p>«Tutto!» — disse l&#8217;ombra: «Perchè tutto ho veduto, e so tutto.»</p>



<p>«Com&#8217;erano quelle stanze più interne?» — domandò lo scienziato: «Come la verde foresta, fresca e silenziosa? O come un sacro tempio? O si provava forse in quelle sale l&#8217;impressione d&#8217;essere su di un&#8217;alta montagna e di avere sul capo il cielo stellato?»</p>



<p>«C&#8217;era tutto là dentro!» — disse l&#8217;ombra. «Io veramente non entrai proprio sin dentro. Rimasi nella penombra, ma avevo un ottimo posto, e vidi tutto e so tutto, poi che sono stato alla corte della Regina Poesia, nel vestibolo.»</p>



<p>«Ma che cosa ha ella veduto? Forse che tutti gli antichi Dei pagani passeggiavano per le sale? E gli antichi Eroi combattevano forse là dentro? E i più bei bambini rosei e paffuti giocavano e raccontavano i loro sogni?»</p>



<p>«Le dico che ci sono stato, e quindi ella deve convincersi che ho veduto tutto quanto c&#8217;era da vedere. Se ci fosse andato lei, non sarebbe rimasto un uomo come gli altri; ma io in vece mi feci uomo appunto là dentro, ed imparai a comprendere la mia intima essenza e la parentela che hanno le ombre con la Poesia. Sì, quando stavo con lei, non pensavo a queste cose; ma ella sa che, quando il sole sorge o tramonta, io divento meravigliosamente grande. Al chiaro di luna, faccio quasi più buona figura di lei. Allora io non intendeva la mia intima essenza; nel regno della Poesia essa mi fu rivelata. E così mi feci uomo, ed uscii di là maturo. Ma ella non era più nei paesi caldi, e, fatto uomo, io mi vergognava di andare in giro nello stato in cui mi trovava: avevo bisogno di vestiti, di scarpe, di tutta quella vernice da cui si conosce l&#8217;uomo. Mi nascosi: sì, a lei posso confidare il secreto, senza tema che me lo metta in un libro. Mi nascosi sotto le gonne della donna che vende i pasticcini: la donna nemmeno sospettò di avermi così protetto. Non ne uscii che la sera: corsi le strade al lume della luna; mi stirai, su su alto, lungo il muro, e ciò mi sgranchì piacevolmente la schiena. Corsi su e giù, guardai dentro nelle case, affacciandomi alle più alte finestre, spiai per entro ai comignoli e giù dai tetti, dove nessuno poteva vedere, e vidi ciò che nessuno vedere doveva. In complesso, questo nostro è un brutto mondo: non vorrei davvero esser uomo, se il poter dire: «sono un uomo» non fosse sempre una specie di passaporto. Vidi commettere le cose più assurde, tanto da uomini, quanto da donne e da ragazzi. Vidi tutto quello che nessuno sa, ma che tutti sarebbero molto contenti di sapere, — vale a dire, le sciocchezze che commettono i loro vicini. Se avessi pubblicato un giornale, sarebbe andato a ruba! Ma io scrissi soltanto a quelli cui le cose riguardavano da vicino, e quindi, nelle città dove capitavo, c&#8217;era un vero terrore. Avevano tale uno spavento di me, che mi dimostravano singolare affezione. I professori mi davano diplomi, i sarti mi facevano vestiti nuovi; (il mio guardaroba è molto ben provveduto;) i sopraintendenti della zecca coniavano monete apposta per me; le donne dichiaravano ch&#8217;ero bello; e così divenni quello che sono. Ed ora, addio! Eccole il mio biglietto da visita. Sto nelle contrade solatìe, e nei giorni di pioggia non esco mai.»</p>



<p>E l&#8217;ombra se ne andò.</p>



<p>«È veramente un caso strano!» — disse l&#8217;uomo dotto.</p>



<p>Passarono i giorni, passarono gli anni, e l&#8217;ombra tornò a vederlo.</p>



<p>«Come va?» — domandò allo scienziato.</p>



<p>«Oh,» — rispose quegli: «sto scrivendo intorno al vero, al buono ed al bello; ma nessuno si cura di questi argomenti. Sono proprio disperato, perchè a me, in vece, stanno a cuore.»</p>



<p>«E a me, nè punto nè poco!» — disse l&#8217;ombra. «E per ciò vo diventando grasso e allegro, e tutti dovrebbero ingegnarsi a fare altrettanto. Ella non sa prendere il mondo come viene, e ammalerà. Dovrebbe viaggiare. Io farò un viaggio quest&#8217;estate: vuol venire con me in qualità d&#8217;ombra? Sarei felicissimo di avere la sua compagnia, e pagherei le spese per tutti e due.»</p>



<p>«Questa passa tutti i confini!» — esclamò l&#8217;uomo dotto.</p>



<p>«Eh, le cose son come si prendono!» — rispose pacatamente l&#8217;ombra. «Ma un viaggio le farebbe molto bene, e la rimetterebbe in forze. Vuol essere la mia ombra? A questo modo, il viaggio non le costerà un soldo.»</p>



<p>«Ah in verità che è troppo!» — esclamò lo scienziato.</p>



<p>«Ma è il modo in cui vanno le faccende di questo mondo,» — disse l&#8217;ombra, «e non sarà lei che le muterà!» E se ne andò.</p>



<p>Lo scienziato non ebbe punto fortuna.. Dolori e guai lo perseguitavano, e quello che diceva del bello, del buono e del vero era tanto poco apprezzato dalla maggioranza quanto sarebbe stata una rosa da un vitellino di latte. Alla fine ammalò gravemente.</p>



<p>«Sei proprio ridotto l&#8217;ombra di quel che eri!» — gli dicevano gli amici; ed a quelle parole un brivido lo prendeva, perch&#8217;egli vi annetteva un significato particolare.</p>



<p>«Dovrebbe andare in luoghi di bagni,» — gli disse l&#8217;ombra, ch&#8217;era venuta a fargli visita: «Non c&#8217;è altro mezzo di cura per lei. La prenderò con me in memoria dell&#8217;antica nostra amicizia. Pagherò le spese del viaggio, ed ella in cambio ne farà una relazione, e s&#8217;ingegnerà a rendermi il tempo meno noioso. Voglio andar anch&#8217;io a far la cura delle acque. La barba non mi cresce come dovrebbe, ed anche questa è una specie di malattia, poi che una barba bisogna pure che l&#8217;abbia. Sia dunque ragionevole, ed accetti la mia offerta: viaggeremo come camerati.»</p>



<p>E si misero in viaggio. Ora l&#8217;ombra faceva da padrone, e il padrone da ombra: andavano insieme in carrozza, a cavallo, camminavano l&#8217;uno dietro o a lato dell&#8217;altro, a seconda della posizione del sole. L&#8217;ombra sapeva accaparrarsi al momento giusto il posto d&#8217;onore, ma lo scienziato nemmeno vi poneva mente: era così buono, così semplice, mite, modesto!&#8230; Un giorno, anzi, disse all&#8217;ombra:</p>



<p>«Poi che siamo compagni di viaggio, e cresciuti insieme da bambini in su, non le parrebbe meglio che ci dessimo del tu ? È più confidenziale.»</p>



<p>«Ella dice una cosa,» — rispose l&#8217;ombra, la quale era oramai il vero padrone, «inspirata certo a benevolenza ed a franchezza. Io le risponderò con altrettanta franchezza e benevolenza. Ella, ch&#8217;è uomo dotto, sa meglio di me quanto sia capricciosa la natura. Ci sono uomini che non possono sentir l&#8217;odore della carta bollata senza dar di stomaco; altri rabbrividiscono sentendo strisciare un coltello contro un piatto; ed io, per conto mio, provo la stessa identica impressione quand&#8217;ella mi dà del tu; mi par di sentirmi opprimere, calpestare, tale e quale come quand&#8217;ero nella mia antica posizione presso di lei. Vede ch&#8217;è questione d&#8217;impressione, non di superbia. Non posso lasciarmi dar del tu da lei, ma le darò molto volentieri io del tu; e così il suo desiderio sarà almeno in parte sodisfatto.»</p>



<p>E da allora in poi l&#8217;ombra diede del tu al suo antico padrone.</p>



<p>«Questa è un po&#8217; grossa!» — pensò l&#8217;uomo dotto: «Che io abbia a dargli del lei, e ch&#8217;egli abbia a darmi del tu!&#8230;» Ma dovette chinar il capo.</p>



<p>Giunsero in un luogo di bagni, dov&#8217;erano molti stranieri, e tra questi una giovane principessa bellissima, la quale aveva questa sola malattia, che vedeva troppo chiaro — ed anche questa procura molte noie.</p>



<p>Ella notò subito come il nuovo arrivato fosse un personaggio molto diverso dagli altri: «Dicono sia venuto qui per farsi crescere la barba; ma io vedo bene la ragione vera: egli non può proiettare ombra.»</p>



<p>Una grande curiosità la prese, e per ciò intavolò subito conversazione con lo straniero, alla passeggiata. Come principessa, non era obbligata a far cerimonie; e per ciò gli disse addirittura, per prima cosa: «La vostra malattia consiste nel non saper proiettare ombra.»</p>



<p>«L&#8217;Altezza Vostra dev&#8217;essere oramai molto migliorata!» — rispose pronta l&#8217;ombra: «So che la malattia di Vostra Altezza era il vedere troppo chiaro ma la sua vista non mi sembra più tanto acuta. Ho un&#8217;ombra molto fuor del comune, anzi: non vede l&#8217;Altezza Vostra la persona che mi segue da per tutto? Gli altri hanno un&#8217;ombra ordinaria; ma io non amo quello ch&#8217;è ordinario. Tante volte diamo ai domestici, per la loro livrea, panni anche più fini di quelli che portiamo noi stessi; e così io ho permesso alla mia ombra di vestirsi come una persona a parte; già, Vostra Altezza può vedere che le ho concesso persino di tenersi un&#8217;ombra per suo conto. A dir vero, è un lusso che mi costa salato, ma mi piace di avere qualche cosa che gli altri non abbiano.»</p>



<p>«Come!» — disse tra sè la principessa: «Fossi davvero guarita? Ma questo è il miglior luogo di bagni che sia al mondo. L&#8217;acqua, già, al giorno d&#8217;oggi fa veri miracoli. Però non me ne voglio andare subito, perchè il bello viene ora. Quel forestiero mi piace assai. Pur che la barba non gli cresca&#8230; Perchè se gli cresce, se ne andrà&#8230;»</p>



<p>La sera, la principessa e l&#8217;ombra ballarono insieme nel grande salone dello stabilimento. La dama era leggera, ma il cavaliere era più leggero ancora; mai aveva ella incontrato un simile ballerino. La principessa gli raccontò di che paese veniva, ed egli conosceva quel paese; ci era stato, mentre ell&#8217;era assente. Dalle finestre aveva guardato dentro al castello di lei, tanto dal basso quanto dall&#8217;alto, e sapeva molti particolari curiosi; potè per ciò fare certe allusioni e dare certe risposte, che meravigliarono grandemente la principessa. Ella pensò che doveva essere l&#8217;uomo più intelligente e più dotto del mondo, e tanta scienza le inspirò il maggior rispetto. Quando poi ballò di nuovo con lui, se ne innamorò perdutamente, e l&#8217;ombra se ne avvide subito, perchè ella lo guardava in un certo modo, che quasi lo passava da parte a parte con gli occhi. Ballarono insieme un&#8217;altra volta, e per poco ella non gli rivelò il suo amore; ma era una ragazza seria, e pensò al suo paese, ed alla numerosa popolazione che doveva governare.</p>



<p>«Ingegno, ne ha di certo,» — disse tra sè, «e questo è molto; e balla mirabilmente, ed anche questo è qualche cosa; ma la sua cultura sarà poi profonda? Questo è l&#8217;importante, e bisogna venirne in chiaro.»</p>



<p>Immediatamente, gli pose un problema così difficile, ch&#8217;ella stessa non avrebbe saputo risolverlo; e l&#8217;ombra fece una smorfia.</p>



<p>«A questo, non sapete rispondere!» — disse la principessa.</p>



<p>«Oh, l&#8217;ho imparato ch&#8217;ero bambino ancora!» — esclamò il forestiero: «Io credo che la mia stessa ombra, ch&#8217;è là presso all&#8217;uscio, saprebbe rispondere!»</p>



<p>«La vostra ombra!» — esclamò la principessa: «Questa sarebbe bella!»</p>



<p>«Badi l&#8217;Altezza Vostra: non posso affermare per sicuro ch&#8217;ella risponda,» — disse l&#8217;ombra, «ma starei quasi per crederlo: da tanti anni mi appartiene, e segue tutti i miei passi!&#8230; Ma l&#8217;Altezza Vostra deve permettermi di rammentarle che la mia ombra ha la debolezza di voler passare per un uomo, che bisogna secondarla nella sua fantasia se si vuol vederla di buon umore; e quindi, perchè risponda a tono, bisogna trattarla come un uomo vero.»</p>



<p>«Mi piace questo!» — disse la principessa.</p>



<p>Si avvicinò allo scienziato, ch&#8217;era presso all&#8217;uscio, e parlò con lui del sole e della luna, dei popoli vicini e dei lontani, del fisico e del morale degli uomini: lo scienziato rispose a tutto, benissimo e con molto acume.</p>



<p>«Che uomo dev&#8217;essere costui, per avere un&#8217;ombra così intelligente!» — pensò la principessa: «Sarebbe una vera benedizione per il mio paese e per il mio popolo se scegliessi lui; e lui sceglierò!»</p>



<p>In quattro e quattr&#8217;otto, principessa ed ombra s&#8217;intesero, ma nessuno doveva saperne sillaba sin che la principessa non fosse tornata nel suo regno.</p>



<p>«Nessuno, nemmeno la mia ombra!» — promise il fidanzato; ed aveva per ciò le sue buone ragioni.</p>



<p>Andarono dunque al paese sul quale la principessa, quand&#8217;era in casa, soleva regnare.</p>



<p>«Ascolta, amico mio,» — disse l&#8217;ombra allo scienziato: «Ora che sono fortunato e potente quanto mai si può al mondo, farò per te qualche cosa di speciale. Vivrai con me nel mio palazzo, verrai con me nel cocchio reale, ed avrai uno stipendio di centomila scudi l&#8217;anno; ma dovrai lasciare che tutti ti chiamino ombra, nè dirai ad alcuno mai di essere stato prima un uomo; e una volta all&#8217;anno, quando mi presenterò sul balcone del palazzo reale, dovrai distenderti a terra, a&#8217; miei piedi, com&#8217;è dovere di ogni ombra. Perchè hai da sapere che sposo la principessa e che le nozze avranno luogo questa sera.»</p>



<p>«Ah, questo poi è troppo!» — gridò lo scienziato. «E non ne voglio sapere; no, no e poi no! Sarebbe quanto ingannare tutto il paese, e la principessa per giunta. Svelerò tutta la verità: che io sono un uomo di carne ed ossa, che tu non sei se non la mia ombra, e che d&#8217;uomo non hai se non la veste!»</p>



<p>«Nessuno ti crederebbe!» — disse l&#8217;ombra: «Da&#8217; retta: sii ragionevole, o chiamo le guardie!»</p>



<p>«Che guardie e non guardie! Andrò difilato dalla principessa, io!» — gridò lo scienziato.</p>



<p>«Ma io ci andrò prima,» — gridò l&#8217;ombra, «e tu sarai cacciato in prigione!»</p>



<p>E così fu: perchè le guardie obbedirono a colui ch&#8217;esse sapevano fidanzato alla principessa.</p>



<p>«Tremi tutto!» — disse la principessa quando l&#8217;ombra si recò da lei: «Che cos&#8217;hai? Che cos&#8217;è accaduto? Per carità, non ammalare proprio oggi, che si debbono far le nozze!»</p>



<p>«Mi è toccata la cosa più terribile che mi potesse capitare!» — disse l&#8217;ombra: «Ma pensa! Oh, una povera testa leggera come quella non poteva reggere a tanti mutamenti! Figurati che la mia ombra è impazzita, e s&#8217;immagina d&#8217;esser divenuta un uomo di carne ed ossa, e che io — figurati! — sia la sua ombra!»</p>



<p>«Ah, ma è terribile davvero!» — disse la principessa: «E spero bene che l&#8217;avranno rinchiusa.»</p>



<p>«Certamente. Temo pur troppo che non guarisca più!»</p>



<p>«Poveretta!» — esclamò la principessa: «È proprio una sventura. Sarebbe quasi opera pietosa liberarla da quest&#8217;ombra di vita. Anzi, più ci penso e più mi convinco della necessità di metterla fuor di questione alla chetichella.»</p>



<p>«È veramente un grande dolore per me: mi ha servito fedelmente per tanti anni&#8230;» disse l&#8217;ombra, e finse di sospirare.</p>



<p>«Tu hai un nobile carattere!» — disse la principessa al suo promesso sposo.</p>



<p>La sera tutta la città fu illuminata: furono tirati cento e cento colpi di cannone — <em>bum! bum!</em> — e i soldati presentarono le armi. Quelle furono feste di nozze! La principessa e l&#8217;ombra si affacciarono al balcone di mezzo del palazzo, per ricevere il saluto del popolo con un&#8217;altra salva di applausi.</p>



<p>Ma l&#8217;uomo dotto nulla sentì di quelle feste, di quella allegria; perchè, senza tanti discorsi, la mattina presto lo avevano impiccato.<br></p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><a href="#_ftnref1"></a>([1]) Allude a «Peter Schlemith» il romanzo d&#8217;un uomo che corre dietro alla propria ombra, pubblicato nel 1814 da L. C. Chamisso, poeta e naturalista tedesco (1781-1838).</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/lombra/">L&#8217;ombra</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/lombra/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2624</post-id>	</item>
		<item>
		<title>C&#8217;è differenza</title>
		<link>https://audiofiabe.it/ce-differenza/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/ce-differenza/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:56:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2622</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Era il mese di maggio. Il vento spirava, sì, ancora freddo e tagliente; ma alfine la primavera era giunta anche in Danimarca, dove il suo carro arriva tirato dalle tartarughe: cespugli ed alberi, campi e prati, tutti lo dicevano: ecco la primavera! C&#8217;era abbondanza di fiori da per tutto, persino [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/ce-differenza/">C&#8217;è differenza</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Era il mese di maggio. Il vento spirava, sì, ancora freddo e tagliente; ma alfine la primavera era giunta anche in Danimarca, dove il suo carro arriva tirato dalle tartarughe: cespugli ed alberi, campi e prati, tutti lo dicevano: ecco la primavera! C&#8217;era abbondanza di fiori da per tutto, persino sulle siepi; e la Primavera faceva in persona i suoi affari, predicando da un piccolo melo, che non aveva messo se non un unico ramoscello. Ma il ramoscello era fresco, coperto di fiorellini rosei, lì lì per aprirsi, e sapeva benissimo di esser bello, perchè tale coscienza è nella foglia come nel sangue. Per conseguenza non fu punto sorpreso quando una carrozza di gran casa si fermò proprio di contro a lui, sulla strada maestra, e la giovane contessa disse che un ramoscello di melo in fiore è la più bella cosa che si possa vedere, vero simbolo della primavera nella sua forma più gentile. Il ramoscello fu colto con ogni cura, ed essa lo tenne nella mano delicata, e gli parò il sole col suo ombrellino di seta, mentre la carrozza tornava al castello. Quivi gli atrii spaziosi e le lunghe file di stanze si apersero per accogliere la castellana. Le candide tende erano mosse dall&#8217;aria: dentro a grandi vasi di puro cristallo stavano i più splendidi fiori; e in uno di questi vasi, che sembrava scolpito nella neve appena caduta, fu collocato il ramoscello di melo tra alcune verdi fronde di betulla. Era proprio un piacere vederlo.</p>



<p>Ma il ramoscello mise superbia; il che, del resto, è molto umano.</p>



<p>Capitò nel salotto gente di varia specie, e ognuno esprimeva la sua ammirazione secondo l&#8217;indole sua. Alcuni non dicevano nulla, ed altri dicevano troppo; e così il ramoscello imparò che c&#8217;è differenza tra uomo e uomo, tale e quale come tra pianta e pianta: «Alcune sono create per la bellezza, altre per l&#8217;utilità; e ce n&#8217;è parecchie di cui si può far senza benissimo,» — pensava il ramoscello di melo. E poi che stava giusto di contro alla finestra aperta, dalla quale poteva vedere il giardino, e i campi, al di là della cancellata, non gli mancavano fiori e piante da contemplare e da prendere per oggetto di meditazione. V&#8217;erano piante di lusso e piante umili, alcune umilissime davvero.</p>



<p>«Povere erbe disprezzate!» diceva il ramoscello di melo: «Sicuro che c&#8217;è differenza! E come debbono sentirsi infelici&#8230; se pure quella specie di individui sente come me e come i miei pari. Sicuro che c&#8217;è differenza, e che bisogna distinguere tra gli uni e gli altri; se no, si sarebbe tutti eguali.»</p>



<p>Il ramoscello guardava con una certa pietà sopra tutto ad una specie di fiori, i quali crescono in grandissima copia nei campi e sul margine dei fossati. Nessuno li raccoglie in mazzo perchè son troppo comuni: si trovano persino tra le commessure del selciato, spuntano da ogni buco, come le peggiori erbacce; e poi hanno un brutto nome: si chiamano soffioni o denti di leone.</p>



<p>«Povere piante disprezzate!» — diceva il ramoscello di melo: «Non è colpa vostra se siete tante, e se vi hanno messo un così brutto nome. Ma è delle piante come degli uomini: bisogna che ci sia differenza!</p>



<p>«Differenza?» — disse il raggio di sole; e baciò il ramoscello in fiore, e baciò anche l&#8217;umile soffione giallo dei campi; e tutti i raggi suoi fratelli baciarono egualmente i fiori poveri come i fiori di lusso.</p>



<p>Ma il ramoscello di melo non aveva mai pensato alla infinita, alla provvida carità del Signore nella sua creazione, verso ogni cosa che ha vita e moto; non aveva mai pensato che bellezza e bontà possono rimanere, sì, nascoste, ma non dimenticate. Anche il non pensarci, del resto, è umano.</p>



<p>Il raggio di sole, il raggio di luce, ne sapeva più di lui: «Tu non vedi più lontano di una spanna, e non vedi chiaro. Quale è dunque la pianta negletta che ti inspira così grande compassione?»</p>



<p>«Il dente di leone,» — rispose il ramoscello. «Ce n&#8217;è troppi, ecco il male. Sono calpestati, non entran mai in alcun mazzo, e quando vanno in seme, van dispersi come bioccolini di lana per le strade, e si appiccicano qua e là ai vestiti della gente. Non sono che semi, è vero; ma anche i semi ci vogliono, no? Oh, ringrazio proprio il Signore, che non mi fece simile ad uno di questi fiori!»</p>



<p>Ma ecco che venne nel campo tutta una lieta schiera di bimbi, il minore dei quali era tanto piccino, che gli altri lo portavano. E quando fu deposto a terra, sull&#8217;erba, rise forte, tutto contento, e sgambettò, e si rotolò di qua e di là, e colse i fiori gialli, e, nella sua cara ingenuità, li baciò. Gli altri bambini ne piegarono ad anello i gambi, cavi come cannucce, e, infilandone i capi l&#8217;un dentro l&#8217;altro, formarono lunghe catene; i più grandicelli colsero i lucidi steli, dai quali pendeva la pallina bianca, leggera e soffice, del fiore ch&#8217;era andato in seme; e tennero dinanzi alla bocca il fragilissimo fiore, che è tanto bello e somiglia ad una fine peluria candida, e si provarono a soffiar via la piccola sfera lanuginosa con un soffio solo; perchè chi vi riesce, aveva detto la nonna, è sicuro di avere in dono entro l&#8217;anno una muta di panni nuovi. In questo caso, dunque, il negletto fiorellino era assunto all&#8217;onorifico officio di profeta od àugure.</p>



<p>«Vedi?» — disse il raggio di sole: «Vedi se hanno la loro bellezza? vedi se sono tenuti in pregio?»</p>



<p>«Sì&#8230; dai bambini!» — rispose il ramoscello fiorito.</p>



<p>Capitò nel campo una vecchina, e cominciò a scavare, con una lama di coltello spuntato e senza manico, intorno alla radice delle piante di soffioni e le sbarbò da terra. Voleva adoprarne alcune per farsene un infuso; altre ne voleva vendere al semplicista, per guadagnare qualche soldo.</p>



<p>«Ma la bellezza è qualchecosa di più alto!» — disse il ramo di melo: «Soltanto i pochi eletti sono ammessi nel regno della bellezza. C&#8217;è differenza tra pianta e pianta, per l&#8217;appunto come c&#8217;è differenza tra uomo e uomo.</p>



<p>Allora il raggio di sole parlò dell&#8217;infinito amore del Creatore per tutte le cose create, e della giusta ripartizione del tutto, nel tempo e nell&#8217;eternità.</p>



<p>«Sì, sì; tu la pensi così&#8230;» — e il ramoscello scrollò i fiori.</p>



<p>Ma in quel momento entrarono nel salotto parecchie persone, ed apparve la giovane contessa, che aveva posto il ramoscello fiorito nel vaso. Aveva tra le mani un fiore, o non so che altro, celato da tre o quattro grandi foglie, ravvolte intorno ad esso a guisa di riparo, perchè nessun urto, nessun soffio di vento potesse offenderlo. Il ramoscello di melo non era mai stato trattato con tante cure. Molto delicatamente, le grandi foglie furono scostate, — e&#8230; vedi un po&#8217;! — Ecco che apparve la pallina piumata del disprezzato soffione. Ecco che cosa aveva colto la signora, che cosa aveva portato a casa con tanti riguardi, per modo che nemmeno uno dei delicatissimi filamenti, che formano la sfera lanuginosa avesse a volar via. Lo cavò fuori sano e intatto, e ne ammirò la forma perfetta, la curiosa fattura, tutta la delicata bellezza, che doveva poi andar dispersa al vento.</p>



<p>«Guardate come il Signore lo ha fatto bello!» — disse. «Lo voglio dipingere insieme col ramoscello di melo fiorito, di cui tutti ammirarono la bellezza: quest&#8217;umile fiore ne ha ricevuta altrettanta dal Cielo, alla sua maniera, e, diversi come sono, tutti e due appartengono al regno della bellezza.»</p>



<p>Il raggio di sole baciò l&#8217;umile soffione, e baciò i petali del ramoscello, soffusi di un leggero rossore.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/ce-differenza/">C&#8217;è differenza</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/ce-differenza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2622</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il gorgo della campana</title>
		<link>https://audiofiabe.it/il-gorgo-della-campana/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/il-gorgo-della-campana/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:56:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2620</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen «Din don, din don!» — si sente risonare dal gorgo della campana, in fondo al piccolo fiume di Odense. Che fiume è questo, tu dici? Ma non v&#8217;è bambino, nella vecchia città di Odense, che non lo conosca, perchè esso bagna tutti i giardini dei dintorni, e scorre sotto ai [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-gorgo-della-campana/">Il gorgo della campana</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>«Din don, din don!» — si sente risonare dal gorgo della campana, in fondo al piccolo fiume di Odense. Che fiume è questo, tu dici? Ma non v&#8217;è bambino, nella vecchia città di Odense, che non lo conosca, perchè esso bagna tutti i giardini dei dintorni, e scorre sotto ai ponti di legno, dalla chiusa sino al molino. Nel fiume crescono le ninfee gialle e le canne dalle bacche brune e vellutate; vi crescono i giunchi scuri, alti e folti, e certi vecchi salici intisichiti, contorti, coi tronchi tutti spaccature, si sporgono sovra il fiume, dalla Palude dei Monaci e dal Prato delle Lavandaie. Di contro alla palude, ci sono giardini e giardini, e tutti differenti gli uni dagli altri; alcuni ben ravviati, con bei fiori e villette che sembrano casine di bambole; altri coltivati soltanto a cavoli; e qua e là i giardini non si vedono più, celati dai folti gruppi dei sambuchi, che stendono le rame lungo la riva e s&#8217;incurvano sulle acque correnti, tanto profonde, in certi punti, che il remo non giunge a toccare il fondo. Rimpetto al vecchio monastero, però, è il luogo più profondo, che si chiama il Gorgo della Campana, e lì abita l&#8217;antico Spirito delle acque, «l&#8217;Uomo del fiume.». Lo Spirito dorme durante il giorno, mentre il sole brilla sulle acque, ma si mostra nelle notti stellate, al lume della luna. È molto molto vecchio: la nonna dice che ne ha sentito parlare (immagina tu quanti anni or sono!) dalla sua nonna: dicono che meni una vita solitaria, e che non abbia alcuno con cui conversare, all&#8217;infuori del vecchio campanone della chiesa. Un tempo la campana pendeva dal campanile: ma ora del campanile non rimane più traccia, e nemmeno della chiesa, ch&#8217;era detta di Sant&#8217;Albano.</p>



<p>«Din don, din don!» — faceva la campana, quando la torre sorgeva ancora là; ed una sera, mentre il sole tramontava, e la campana s&#8217;era data lo slancio più forte, ecco che la corda si ruppe, ed essa venne giù volando per l&#8217;aria, col lucido bronzo che scintillava nella luce rossa del tramonto.</p>



<p>«Din dan do, din dan do! A letto, a letto vo!» — cantava la campana, e volò giù nel fiume, dov&#8217;è più profondo; ed ecco perchè il luogo si chiama il Gorgo della Campana. Ma non trovò riposo nè sonno. Giù, nella dimora dell&#8217;Uomo del fiume, essa suona e chiama, così che i rintocchi tal volta arrivano a traverso alle acque, sino alla superficie; e molti vogliono che quei rintocchi presagiscano la morte di alcuno; ma non è vero. Non significano altro, se non che la campana sta parlando con l&#8217;Uomo del fiume, il quale ora non è più solo.</p>



<p>E che cosa va raccontando la campana? È tanto vecchia, tanto vecchia&#8230; Come ti dicevo, c&#8217;era già prima che la nonna della nonna nascesse; e pure, essa non è che una bambina a paragone dell&#8217;Uomo del fiume, il quale è un vecchio personaggio posato, un tipo originale, con le sue ghette di pelle d&#8217;anguilla e la giacca tutta scaglie, che ha i bottoni formati da ninfee, con la corona di giunchi sul capo e le alghe tra la barba; — e questo, a dir vero, non gli dà un aspetto troppo elegante.</p>



<p>A ripetere tutto quanto la campana racconta, ci vorrebbero giorni ed anni; perchè parla, parla senza posa; spesso e volentieri ripete la stessa storia, tal volta breve, tal volta lunga, secondo la fantasia; racconta dei vecchi tempi, dei tempi difficili e tenebrosi, e dice così:</p>



<p>«In cima alla torre di Sant&#8217;Albano, dov&#8217;io stava, veniva un monaco. Era giovane e bello, ma sempre chiuso ne&#8217; suoi pensieri. Dalla stretta finestra, presso alla gabbia di noi, campane, guardava giù al fiume, — il letto del quale era largo allora, — e al lago che era dove in oggi è la palude, e, al di là della prateria, al Poggio delle Suore, dove si vedeva il monastero, con le finestre illuminate delle celle. Egli aveva ben conosciuta, un tempo, una delle giovinette ch&#8217;era suora al monastero, e al ricordo il cuore gli martellava forte forte. — Din don, din don!»</p>



<p>Sì, così racconta la campana.</p>



<p>«Nella torre salì una volta il servo scemo del Vescovo; e quand&#8217;io, campana fusa nel bronzo duro e pesante, prendevo lo slancio, avrei potuto sfracellargli il capo. Ei s&#8217;era posto a sedere proprio accosto a me, e si baloccava con due pezzetti di legno, come suonasse il violino, e cantava: — Quello che ignorano tutti i viventi, io qui lo grido forte: posso cantarlo adesso ai quattro venti, il secreto di morte! Niun lo sa, ch&#8217;essa è là, niun lo sa!&#8230; Non sanno com&#8217;è freddo laggiù e umido: laggiù raggio di sole non arriva; non san che i topi se la mangian viva&#8230; Non senton — Din don dan&#8230; Non senton, non lo san, il secreto di morte; chè la campana suona troppo forte&#8230; Din don dan! Din don dan! —</p>



<p>«C&#8217;era una volta un Re, di nome Knud, che s&#8217;inchinava al Vescovo ed ai monaci, ma siccome imponeva tasse gravosissime e non aveva che parole dure, il popolo afferrò armi e marre e lo cacciò, come fosse un animale selvaggio. Egli si rifugiò nella chiesa, e sbarrò porte e portoni; e la massa del popolo insorto si accampò intorno alla chiesa, ed io lo sentiva rumoreggiare. Le gazze, le cornacchie, persino i corvi si spaventarono alle grida ed al frastuono: volarono dentro alla torre, e poi fuori di nuovo, guardarono giù alla moltitudine, spiarono a traverso alle finestre della chiesa, e gridarono forte quello che videro. Il Re Knud stava dinanzi all&#8217;altare e pregava, i fratelli di lui Erik e Benedikt, con le spade sguainate stavano a guardia della sua persona; ma il servo del Re, il falso Blake, tradì il suo signore. Si venne a risapere di fuori d&#8217;onde lo si poteva colpire; qualcuno lanciò una pietra per entro ad una finestra, e il Re fu ucciso. La turba selvaggia urlò e gridarono gli stormi di uccelli, ed io gridai con essi, e cantai e squillai — Din don dan! Din don dan!</p>



<p>«La campana della torre sta lassù in cima, vede da lunge, riceve la visita degli uccelli e comprende il loro linguaggio; ed il vento viene a lei sussurrando, spira per ogni finestra, per ogni feritoia della torre, per ogni screpolatura delle muraglie, e il vento sa tutto; l&#8217;aria gli dice tutto quanto vive, penetra sino nei polmoni degli uomini, sa tutto quanto si può udire, ogni parola ed ogni sospiro. L&#8217;aria lo sa, il vento lo racconta, la campana ne intende il linguaggio e lo diffonde poi per tutto il mondo — Din don dan! Din don dan!</p>



<p>«Ma sentire tutto ciò, tutto sapere, era troppo; non ebbi più forza di ripetere tante e tante cose; mi sentii stanca stanca, e così pesante, che la trave, dalla quale pendevo, si ruppe, ed io volai giù per l&#8217;aria scintillante, sino nel gorgo più profondo del fiume, dove abita lo Spirito solitario. A lui narro, ogni giorno, ogni mese, ogni anno, tutto quanto ho sentito, tutto quanto so — Din dan do, din dan do!»</p>



<p>Così si sente risonare in fondo al Gorgo della Campana, nel fiume Odense; così ha raccontato la nonna.</p>



<p>Ma il maestro di scuola dice: «Non v&#8217;ha alcuna campana che suoni laggiù, perchè suonare non potrebbe! Ne v&#8217;ha alcuno Spirito del fiume laggiù, perchè non ci sono maghi nei fiumi!» Quando tutte le campane delle chiese suonano tanto lietamente, allora egli dice che non sono le campane, ma l&#8217;aria propriamente che suona, l&#8217;aria che porta in giro i suoni. E questo, dice la nonna, l&#8217;ha raccontato anche la campana. In una cosa, almeno, sono dunque d&#8217;accordo; e dev&#8217;essere perciò cosa certa e sicura. «Bada, bada, sta&#8217; in guardia!»&nbsp;&nbsp; dicono tutti e due: «Bada a quel che dici, bada a quel che fai!»</p>



<p>L&#8217;aria sa tutto! E intorno a noi, è dentro di noi, parla dei nostri pensieri e delle nostre azioni, e più a lungo della campana, laggiù nel profondo Gorgo di Odense; ne parla nella profonda volta del cielo, su su, lontano lontano, sempre sempre, sin che le campane del Regno dei Cieli suonino per noi — Din don dan! Din don dan!</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-gorgo-della-campana/">Il gorgo della campana</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/il-gorgo-della-campana/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2620</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Il folletto serralocchi</title>
		<link>https://audiofiabe.it/il-folletto-serralocchi/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/il-folletto-serralocchi/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:55:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2618</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen Nessuno al mondo sa tante novelle quante ne sa Serralocchi. Quello sì, ne sa di belle! E come le racconta! Verso sera, quando i bambini sono ancora seduti a tavola, composti, o pure quieti quieti sui loro panchettini, capita Serralocchi. Sale la scala senza far rumore, perchè ha le scarpe [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-folletto-serralocchi/">Il folletto serralocchi</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>Nessuno al mondo sa tante novelle quante ne sa Serralocchi. Quello sì, ne sa di belle! E come le racconta!</p>



<p>Verso sera, quando i bambini sono ancora seduti a tavola, composti, o pure quieti quieti sui loro panchettini, capita Serralocchi. Sale la scala senza far rumore, perchè ha le scarpe di feltro; apre la porta pian pianino&#8230; e <em>sssst!</em> Spruzza negli occhi dei bambini un po&#8217; di latte dolce: — oh, uno spruzzettino appena, ma quanto basta perchè non possano più tener gli occhi aperti. Per ciò non lo vedono mai. Poi guizza dietro ad essi, soffia loro dolcemente sul collo, e allora incominciano a sentire il capino pesante. Ma non fa già loro alcun male, perchè Serralocchi vuol molto bene ai bambini. Soltanto, vuole che stiano quieti, come bisogna per ascoltare le novelle; e quieti non istanno sin che non sono a letto.</p>



<p>Quando i bambini dormono, Serralocchi siede sul loro lettino. È un follettino elegante Serralocchi: ha una giubba di seta, ma è impossibile dire di che colore sia, perchè cangia dal rosso al verde al turchino, a seconda dei movimenti. Sotto ogni braccio porta un ombrello: l&#8217;uno, tutto dipinto a figurine, lo apre sopra ai bambini buoni, e allora sognano tutta la notte le più stupende novelle; sull&#8217;altro, non c&#8217;è dipinto niente del tutto; e Serralocchi lo apre sopra ai bambini che hanno fatto le bizze, e questi dormono come sassi, stupidamente, e quando si destano la mattina non hanno sognato nulla di nulla.</p>



<p>Ora sentiremo come il folletto. Serralocchi venisse ogni sera, per tutta la settimana, a trovare un bambino, che aveva nome Hjalmar, e che cosa gli raccontasse. Sono sette novelline, perchè sette sono i giorni della settimana.</p>



<p>lunedì</p>



<p>«Senti,» — disse Serralocchi la sera, quand&#8217;ebbe messo Hjalmar a letto: «ora darò mano agli addobbi.»</p>



<p>Tutti i fiori che erano nei vasi divennero grandi alberi, alti alti, e intrecciarono i rami sotto al soffitto della stanza e lungo le pareti, così che la stanza parve trasformata in un bellissimo boschetto. Tutti, anche i più piccoli ramoscelli, erano coperti di fiori, ed ogni fiore era più bello di una rosa, ed aveva un profumo così dolce, così dolce, che faceva venir l&#8217;acquolina in bocca, tale e quale come la marmellata. Gli aranci e i mandarini luccicavano come l&#8217;oro, e c&#8217;erano torte tanto piene di frutta, ch&#8217;erano lì lì per iscoppiare. Ah, che bellezza! Ma proprio in quel momento, un gemito straziante uscì dal cassetto del tavolino, dov&#8217;era il quaderno di scuola di Hjalmar.</p>



<p>«Che mai può essere?» — disse Serralocchi; andò al tavolino, ed aperse il cassetto. Era la lavagna presa da convulsioni, perchè nel problema s&#8217;era ficcata un&#8217;operazione sbagliata, e i numeri cercavano di scappar via. Povera lavagna! pareva che volesse farsi in pezzi; e la pietra romana, attaccata al cordoncino, spiccava certi salti e dava certi strattoni, da sembrare un piccolo can barbone che volesse correre in aiuto del problema. Ma aiutarlo non poteva. Un gran piangere e lamentarsi faceva anche il quaderno di calligrafia di Hjalmar: era proprio una pena sentirlo! In ogni pagina, le maiuscole stavano l&#8217;una sotto l&#8217;altra, in capo linea, ed ognuna teneva per mano la sua minuscola: quelli erano i modelli. Dopo venivano alcune altre lettere, che pretendevano di somigliare tal quali alle prime; e queste, le aveva scritte Hjalmar; ma pendevano tutte da un lato, come se inciampassero nella linea segnata a matita, sulla quale dovevano star ritte, e parevano lì lì per cadere.</p>



<p>«Vedete?» — diceva il modello: «Così dovreste stare, inclinate da quella parte. Su via! datevi lo slancio per bene!»</p>



<p>«Magari potessimo!» — rispondevano le maiuscole di Hjalmar: «Ma non abbiamo forza, siamo troppo stente, troppo deboli&#8230;»</p>



<p>«E allora bisogna prendere l&#8217;olio di merluzzo!» — disse Serralocchi.</p>



<p>«Oh, no, l&#8217;olio! no, l&#8217;olio!» — gridarono; e subito si tennero ritte, dure dure, in posizione militare, ch&#8217;era una bellezza vederle.</p>



<p>«Oggi non ho tempo di raccontare novelle,» — disse Serralocchi: «bisogna che comandi loro gli esercizii. Uno, due! Uno, due!» — e così fece marciare allineate tutte le lettere, che sfilarono belle diritte, in posizione impeccabile, come dev&#8217;essere lo stato maggiore di un quaderno di calligrafia. Parevano tanti modelli!&#8230; Ma quando Serralocchi andò via, e Hjalmar, la mattina dopo, guardò il quaderno, eran tornate stente e rattrappite come prima.</p>



<p>martedì</p>



<p>Appena Hjalmar fu a letto, Serralocchi lanciò sui mobili della stanza il suo spruzzettino magico, e immediatamente i mobili cominciarono a chiacchierare tra loro; parlavano tutti insieme e tutti parlavano di sé, eccettuata la sputacchiera, la quale taceva, irritata che fossero tutti così pieni di vanità, da non parlare che di se stessi, da non pensare che a se stessi, senza alcun riguardo per lei, che se ne stava modestamente in un canto, pronta a servire il primo che capitasse.</p>



<p>Sopra il cassettone era appeso un quadro in cornice dorata, rappresentante un paesaggio. C&#8217;erano vecchi alberi alti alti, e fiori che smaltavano il prato, e un largo fiume che scorreva lungo la foresta e passava dinanzi a molti castelli, sin che poi sarà andato a gettarsi nel mare.</p>



<p>Serralocchi spruzzò leggermente il quadro col suo spruzzettino magico, e gli uccelli incominciarono a cantare, i rami degli alberi ad agitarsi, e le nuvole a rincorrersi a traverso il cielo, così che si vedevano passare sul paesaggio le loro ombre.</p>



<p>Allora Serralocchi alzò il piccolo Hjalmar sino all&#8217;altezza della cornice, mise i piedi del bambino nel quadro, proprio dove l&#8217;erba era più folta, e là lo lasciò. Il sole gli splendeva sul capo, a traverso ai rami degli alberi, e Hjalmar corse in riva al fiume e andò a sedere in una barchetta ch&#8217;era alla riva. La barchetta era dipinta di bianco e di rosso, con le vele che scintillavano come l&#8217;argento; e sei cigni, ognuno dei quali aveva al collo una collana d&#8217;oro ed una bella stellina azzurra in fronte, la trascinarono lungo la grande foresta, dove gli alberi raccontavano di ladroni e di streghe, e i fiori ripetevano quello che le farfalle e i piccoli elfi loro amici avevano detto.</p>



<p>Magnifici pesci con le squame d&#8217;oro e d&#8217;argento nuotavano dietro alla barchetta; tal volta davano un balzo e spruzzavano l&#8217;acqua dentro; e uccelli rossi e turchini, piccoli e grandi, correvano dietro alla barca in due lunghe file; i moscerini danzavano, e i maggiolini facevano: <em>Zum! zum! zum!</em> Tutti correvano dietro a Hjalmar, perchè tutti avevano qualche storia da raccontargli.</p>



<p>Quello era un vero viaggio di piacere! In certi punti, il bosco era fitto e tenebroso; in altri, sembrava un magnifico giardino, pieno di sole e di fiori. C&#8217;erano grandi palazzi di cristallo e di marmi preziosi, e su di ogni terrazzo stava una principessina; e tutte erano bambine che Hjalmar conosceva benissimo, perchè aveva giocato tante volte con loro.</p>



<p>Ciascuna gli tendeva la mano e gli porgeva il più bel cuoricino di zucchero candito che il pasticciere abbia mai venduto; e Hjalmar, passando, afferrava tutti quei cuoricini. La principessina teneva forte, e a ciascuno ne restava un pezzetto: alla principessa, il più piccino; a Hjalmar, il più grande. In ogni palazzo stava di guardia un principino. Bastava che sguainasse la piccola spada d&#8217;oro, perchè piovesse uva passa e soldatini di stagno: quelli erano principi!</p>



<p>Talora Hjalmar passava a traverso boschi e giardini; tal altra a traverso ampii mercati o città popolose. Arrivò anche alla città dove stava la sua balia, quella che lo aveva portato in collo quand&#8217;era piccino piccino, e ch&#8217;era stata sempre tanto buona con lui; e la balia lo salutò con la mano e col capo, e gli cantò la canzoncina ch&#8217;ella stessa aveva composta e mandata a Hjalmar:</p>



<p>Io t&#8217;ho voluto tanto bene e tanto,</p>



<p>che a venir via mi s&#8217;è spezzato il core.</p>



<p>La notte ti ho cullato col mio canto,</p>



<p>e il giorno t&#8217;ho allevato col mio amore.</p>



<p>L&#8217;amor t&#8217;ho dato e il sangue delle vene,</p>



<p>pensa, bambino, se ti voglio bene!</p>



<p>T&#8217;ho dato il latte e tutto l&#8217;amor mio,</p>



<p>oh, pensa se per te non prego Iddio!</p>



<p>E tutti gli uccelli cantavano insieme, e tutti i fiori danzavano sullo stelo; e i vecchi alberi scotevano il capo, come se il folletto Serralocchi avesse raccontato anche a loro le sue novelle!</p>



<p>mercoledì</p>



<p>Come scrosciava la pioggia! Hjalmar la sentiva anche nel sonno; e quando Serralocchi aperse una finestra, l&#8217;acqua arrivava sino al davanzale. Fuori, s&#8217;era formato tutto un lago, e una nave maestosa era ancorata proprio dinanzi alla casa.</p>



<p>«Se vuoi salpare con me, mio piccolo Hjalmar,» — disse Serralocchi, «questa notte possiamo viaggiare in paesi stranieri, ed essere di ritorno per domattina.»</p>



<p>E Hjahnar si trovò improvvisamente sulla tolda della magnifica nave, vestito coi panni della domenica. Il tempo si fece subito bello: salparono per le vie della città, svoltarono all&#8217;angolo della cattedrale&#8230; e finalmente si trovarono nel mare aperto. Avanti avanti&#8230; Perdettero di vista la terra, e raggiunsero un branco di cicogne, che venivano anch&#8217;esse dal paese di Hjalmar e viaggiavano verso i paesi caldi: le cicogne volavano tutte in fila, una dietro l&#8217;altra, ed eccole già lontane lontane! Una, però, era così stanca che quasi le ali non la reggevano più; era l&#8217;ultima l&#8217;ultima della fila: ben presto rimase a dietro di un buon tratto, e alla fine cadde, ad ali aperte, sempre più giù, sempre più giù: scosse le penne altre due o tre volte, ma non servì. Oramai, toccava con le zampe il sartiame del bastimento: scivolò giù lungo una vela, e <em>pum!</em> — cadde sulla tolda.</p>



<p>Il cameriere delle cabine la prese e la mise nella stia con i polli, le anitre e i tacchini. La povera cicogna si trovava imbarazzatissima in quella compagnia.</p>



<p>«Ma guarda che tipo!» — dicevano i polli.</p>



<p>Il tacchino si gonfiò tutto, più che potè, e domandò alla cicogna chi fosse; le anitre camminarono all&#8217;indietro, dicendo tra loro: «Qua qua ci ha da capitare! qua qua!»</p>



<p>La cicogna raccontò loro dell&#8217;Africa infocata, e delle piramidi, e dello struzzo che corre il deserto come un cavallo selvaggio; ma le anitre non capivano nulla di tutto ciò, e si dicevano l&#8217;una all&#8217;altra:</p>



<p>«Siamo o no tutte d&#8217;accordo che è una testa vuota?»</p>



<p>«Ah, sì, sì! È una testa vuota, proprio!» — disse il tacchino, e fece la ruota. La povera cicogna rimase in silenzio, pensando alla sua Africa.</p>



<p>«Che gambe lunghe e magre son mai codeste vostre! Come stecchi, sono davvero perfette!» esclamò il tacchino: «Ditemi, in cortesia, quanto vi costano al metro?»</p>



<p>«Qua, qua! senti qua!» — ghignarono tutte le anitre; ma la cicogna fece mostra di non udire.</p>



<p>«Fareste bene a ridere anche voi, in vece,» disse il tacchino, «perchè l&#8217;uscita era delle mie, e non mancava di spirito. Ma forse era troppo astrusa per voi. Sì, non ha l&#8217;intelligenza molto pronta,» — disse poi, vòlto ai polli ed alle anitre: «Faremo meglio a divertirci tra noi.»</p>



<p>Fece la ruota, ingoiò e gridò: «Glu, glu, glu!» — e le anitre risposero: «Qua qua! gheg, gheg, gheg!» — e le galline schiamazzarono. Giudicavano così spiritosi i proprii scherzi!&#8230;</p>



<p>Ma Hjalmar andò alla stia; aperse la porticina dietro, e chiamò la cicogna; e la cicogna lo seguì, saltellando, sulla tolda. Oramai, s&#8217;era riposata, e fece un cenno a Hjalmar come per ringraziarlo. Poi spiegò le ali, e prese il volo verso i paesi caldi; ma le galline razzolarono, le anitre schiamazzarono e il tacchino divenne rosso paonazzo dalla rabbia.</p>



<p>«Quanto a voialtri, saprete domani a vostre spese quel che bolle in pentola!» — disse Hjalmar; e così dicendo si destò, e si trovò disteso nel suo lettino. Ah, che viaggio gli aveva fatto fare Serralocchi quella notte!&#8230;</p>



<p>Giovedì</p>



<p>«Ti dirò una cosa:» — fece Serralocchi «non devi aver paura se ti faccio vedere un topino,» — e avanzò la mano con la bella bestiola. «È venuto ad invitarti a nozze. Questa notte due topini sposano. Abitano sotto il pavimento della dispensa di casa tua. Si dice che sieno alloggi molto ricercati quelli.»</p>



<p>«Ma come potrò passare per il buchino che mena alla casa dei topi, sotto il pavimento?» — domandò Hjalmar.</p>



<p>«Per questo, lascia fare a me!» — disse Serralocchi: «Ti farò diventar piccino.»</p>



<p>Toccò Hjalmar con il solito spruzzetto magico, e il fanciullo cominciò a restringersi, a rattrappirsi sin che divenne lungo un dito appena, più tosto meno che più.</p>



<p>«Ora, ti puoi far prestare la divisa di un soldatino di stagno: credo che ti andrà benissimo, e la divisa fa sempre buon effetto in società.»</p>



<p>«Sì, certo!» — disse Hjalmar.</p>



<p>E in un baleno fu vestito come il più azzimato soldato di stagno.</p>



<p>«Se la signoria vostra degnasse prender posto nel ditale della sua signora mamma, io avrei l&#8217;onore di tirarla,» — disse il topo.</p>



<p>«Oh, che dice mai? Vuol prendersi tanto disturbo?» — esclamò Hjalmar.</p>



<p>E così andarono in carrozza alla festa di nozze. Prima arrivarono in un lungo andito, sotto all&#8217;assito, ch&#8217;era alto appena tanto da passarci nel ditalino-carrozza; e tutto l&#8217;andito era rischiarato da pezzi di legno imporrito.</p>



<p>«Non è delizioso questo profumo?» — disse il topolino che li tirava: «Tutta la strada fu passata con cotenne e lardo: nè conosco davvero profumo più squisito.»</p>



<p>Giunsero nella gran sala delle cerimonie. A sinistra, stavano tutte le topine, e sussurravano tra loro e sogghignavano, come se si prendessero beffe l&#8217;una dell&#8217;altra; a destra, stavano tutti i signori topini, arricciandosi i baffi con le zampe davanti; e nel mezzo della sala, dentro ad una nicchia scavata in una crosta di formaggio, si vedevano seduti gli sposi, che si baciavano allegramente dinanzi a tutti, senza un riguardo al mondo; perchè questa era la festa della scritta, ed il matrimonio doveva seguire immediatamente.</p>



<p>Gli invitati continuavano ad affollarsi, sempre più, sempre più, tanto che si stava così pigiati da soffocare; e per giunta, la coppia felice si era messa proprio sulla soglia dell&#8217;uscio, sicchè non si poteva più nè entrare nè uscire. Come il corridoio, così pure la sala era stata lucidata con le cotenne di maiale, e in ciò consisteva tutto il banchetto; ma alle frutta fu portato un pisello, sul quale un topo appartenente alla famiglia aveva segnato coi denti il nome degli sposi — vale a dire, la iniziale dei due nomi; non era poco!</p>



<p>Tutti i topi dissero poi che le nozze erano state splendide e la conversazione divertentissima.</p>



<p>Hjalmar tornò a casa nella solita carrozzina-ditale. Era stato, è vero, in una società molto aristocratica, ma gli era toccato strisciare, e farsi piccino piccino, e prendere a prestito la divisa di uno de&#8217; suoi soldatini di stagno&#8230;</p>



<p>venerdì</p>



<p>«Tu sapessi quanti e quanti <em>grandi</em>, quanti che non sono più bambini, vorrebbero avermi!» — disse Serralocchi: «Specialmente, poi, tra quelli che hanno fatto qualche cosa di male&#8230; Caro follettino, mi dicono: non siamo più capaci di chiuder occhio; stiamo svegli tutta la notte, e ci vediamo davanti le nostre cattive azioni, che si appendono al parato del letto come piccoli diavoletti maligni, e ci spruzzano d&#8217;acqua bollente: non vorresti venire a scacciarli, perchè dessimo una volta una buona dormita? — e sospirano profondamente: Guarda, pagheremmo volentieri qualunque somma!&#8230; Buona notte, Serralocchi: il danaro è sul davanzale della finestra&#8230; Ma io nulla faccio per danaro!» — disse Serralocchi.</p>



<p>«Che faremo questa sera?» — domandò Hjalmar.</p>



<p>«Non so se t&#8217;importa di andare ad un&#8217;altra festa di nozze, questa sera. È di un genere tutto diverso dalla festa di ieri. La bambola grande di tua sorella quella col viso da uomo, che si chiama Ermanno, prende in moglie la bambola che ha nome Berta. Di più, siccome oggi è il natalizio delle due bambole, i doni non mancheranno.»</p>



<p>«Oh, lo so!» rispose Hjalmar: «Ogni volta che le bambole hanno bisogno di un vestito nuovo, mia sorella usa festeggiare il loro natalizio o celebrare qualche matrimonio. Mi ci ha già invitato cento volte!»</p>



<p>«Sì, ma questo è il centesimoprimo matrimonio, e quando ne son passati cento e uno, non se ne fanno più; per ciò è così splendido. Ma guarda!»</p>



<p>Hjalmar si volse a guardare la tavola. C&#8217;era la casina di cartapesta, con tutte le finestre illuminate, e dinanzi ad essa tutti i soldatini di stagno presentavano le armi. Gli sposi sedevano a terra, molto pensierosi, — e ne avevano di che! — e si appoggiavano contro una gamba della tavola. Serralocchi, che aveva indossato il vestito di seta nera della nonna, li sposò. Finita la cerimonia, tutti i mobili intonarono insieme questa bellissima canzone, che la matita aveva scritta apposta per la circostanza, adattandola alla fanfara dei soldatini di stagno:</p>



<p>Vola vola, canzone giuliva,</p>



<p>Agli sposi sull&#8217;ali del vento!</p>



<p>Se son muti, è pur muto il contento,</p>



<p>Se son ciechi, è pur cieco l&#8217;Amor.</p>



<p>Agli sposi felici un evviva!</p>



<p>Se stan lì duri in un canto,</p>



<p>E la loro una pelle di guanto</p>



<p>Che non freme nè sente dolor.</p>



<p>Poi gli sposi ricevettero una quantità di doni, ma avevano pregato gli amici di risparmiare l&#8217;invio di commestibili, perchè erano resoluti a vivere di solo amore.</p>



<p>«Dobbiamo prendere una villa per l&#8217;estate o partire per un bel viaggio?» — domandò lo sposo.</p>



<p>Consultarono in proposito la rondine, ch&#8217;era viaggiatrice di lungo corso, e la chioccia anziana del cortile, che aveva allevato cinque covate di pulcini. La rondine parlò dei deliziosi climi caldi, dove l&#8217;uva pende dalle viti in bei grappoli pesanti e l&#8217;aria è tiepida e i monti prendono certe tinte azzurre e purpuree, come nei paesi del Settentrione non se n&#8217;ha nemmeno un&#8217;idea.</p>



<p>«Ma cavoli neri come quassù, là non se ne trovano!» — osservò la chioccia: «Sono stata una volta in campagna con i miei piccini, per passarvi l&#8217;estate. C&#8217;era una cava di sabbia, in cui andavamo a passeggiare e dove potevamo razzolare a nostro bell&#8217;agio; e avevamo libero ingresso in una cavolaia. Ah, che gradazioni di verde e di violetto avevano quei cavoli! Non so immaginare nulla di più bello.»</p>



<p>«Sì sì, ma ogni cavolo somiglia all&#8217;altro!» — disse la rondine: «E qui abbiamo poi certe stagionacce&#8230;»</p>



<p>«Oh, ma ci siamo abituati da un pezzo!» — disse la chioccia.</p>



<p>«E poi fa così freddo, qui! Si gela&#8230;»</p>



<p>«Clima eccellente per i cavoli, vi dico!» — ribattè la chioccia: «Del resto, anche da noi alle volte fa caldo. Non abbiamo avuto, quattr&#8217;anni or sono, cinque settimane di estate, che a mala pena si respirava? E poi, da noi non abbiamo tutti gli animali velenosi che infestano codesti vostri paesi caldi, e non abbiamo ladroni. Chi dice che il nostro non è il più bel paese del mondo, è un furfante, che nemmeno merita di esserci nato.» — E qui la chioccia s&#8217;intenerì; poi soggiunse, singhiozzando: «Sì, sì, anch&#8217;io ho viaggiato, che cosa credete? Ho fatto dodici miglia e più dentro a una stia: bel sugo che c&#8217;è a viaggiare!»</p>



<p>«Sì, la chioccia è una massaia di buon senso!» — disse la bambola Berta: «Non m&#8217;importa nulla di viaggiare in montagna, perchè bisogna sempre salire, per poi scendere di nuovo. No, no; sarà meglio trovarci una buona cava di sabbia, e andar a passeggiare nel nostro bravo orto di cavoli.»</p>



<p>E così fu combinato.</p>



<p>sabato</p>



<p>«È sera di novelle, questa?» — domandò Hjalmar, appena Serralocchi l&#8217;ebbe messo a dormire.</p>



<p>«Questa sera non abbiamo tempo!» — rispose Serralocchi, e spiegò sopra il letto il più bello de&#8217; suoi ombrelli: «Guarda, più tosto, questi Cinesi!»</p>



<p>Tutto l&#8217;ombrello sembrava un grande piatto cinese, con alberelli turchini, e ponti acuminati su cui camminavano certi piccoli Cinesi, che scrollavano il capo, serii serii.</p>



<p>«Per domattina bisogna parare a festa il mondo intero,» — disse Serralocchi, «perchè domani è vacanza; domani è domenica. Andrò sul campanile, a vedere se gli spiritelli della chiesa hanno ripulito bene le campane; perchè domani lo squillo sia proprio argentino. E poi andrò pei campi, a vedere se la brezza ha spolverato per bene l&#8217;erbe e le foglie; finalmente, mi toccherà il lavoro più lungo: tirar giù le stelle, e lustrarle una per una. Me le prendo tutte nel grembiale; ma prima bisogna contarle, ed anche i buchi, dove poi bisogna rimetterle, vanno numerati a riscontro, perchè rientrino tutte nel loro incavo: altrimenti, non sarebbero assicúrate ben salde, e ci sarebbero troppe stelle cadenti, perchè verrebbero tutte giù, una dopo l&#8217;altra.»</p>



<p>«Dia retta, signor Serralocchi! Lo sa lei,» — disse un vecchio ritratto, che pendeva dalla parete nella cameretta di Hjalmar: «Lo sa lei che io sono il nonno del nonno di Hjalmar? La ringrazio delle novelle che racconta al ragazzo; ma non bisogna confondergli le idee, però. Le stelle non si possono tirar giù e lustrare, intendiamoci! Sono mondi, come questa nostra terra, ed è per l&#8217;appunto questo il loro maggior pregio.»</p>



<p>«Grazie, vecchio Trisavolo!» — disse Serralocchi: «Ti ringrazio tanto! Tu sei il capo della famiglia, il vecchio antenato, e sta bene; ma io sono più vecchio di te! Io sono un antico pagano, e i Greci e i Romani mi chiamavano il Dio dei sogni. Ho frequentato le più nobili case, e sono ammesso dovunque, per tua regola, ancora adesso. Guarda tu se non mi saprò regolare tanto su quello che va detto ai grandi, quanto su quello che va detto ai piccini! Libero a te, del resto, di prendere il mio posto e di raccontare quello che più ti piace!» — E Serralocchi prese il suo ombrello e se ne andò pei fatti suoi.</p>



<p>«Oh, quanta furia!» — brontolò il vecchio ritratto: «Al giorno d&#8217;oggi, nemmeno si può fare un&#8217;osservazione, a quanto pare!»</p>



<p>In quella, Hjalmar si destò.</p>



<p>domenica</p>



<p>«Buona sera!» — disse Serralocchi; e Hjalmar rispose al saluto, ma corse subito a voltare contro il muro il ritratto dell&#8217;antenato, perchè non gli saltasse il ticchio di interromperli, come aveva fatto la sera innanzi.</p>



<p>«Ora, devi raccontarmi le novelle; sai, quella dei cinque piselli che vivevano in un baccello, e quella della zampa di gallo che faceva la corte alla zampa di gallina, e quella dell&#8217;ago da stuoie, che si dava tante arie perchè si credeva un ago da cucire.»</p>



<p>«Oh, ma anche delle cose belle, quando son troppe, si dice: troppa grazia!» — esclamò Serralocchi. «Sai che io preferisco farti vedere qualche cosa, in vece. Ti presenterò mia sorella. Si chiama anche lei Serralocchi, come me, ma da nessuno va mai più di una volta. E allora prende in groppa del suo cavallo colui ch&#8217;ella ha visitato, e lo porta con sè, e gli racconta una novella. Non ne sa che due. Una è così stupendamente bella, che nessuno al mondo può immaginarla; l&#8217;altra così orribile e tremenda, che le parole non bastano a ridirla.»</p>



<p>E Serralocchi alzò il piccolo Hjalmar sino alla finestra, dicendo:</p>



<p>«Ora, ti farò vedere mia sorella. Di casato è anch&#8217;essa Serralocchi; ma di nome la chiamano Morte. Vedi che non è così terribile come la dipingono nei libri illustrati, dove non è che uno scheletro. No, no; quei ricami, sulla sua veste, son ricami d&#8217;argento; vedi che splendida veste nera cosparsa di diamanti? Vedi che magnifico manto di velluto nero ondeggia dietro al suo cavallo? E come galoppa!»</p>



<p>Hjalmar vide come quest&#8217;altra Madonna Serralocchi galoppasse in gran furia, prendendo in groppa tanto i giovani quanto i vecchi. Alcuni se ne metteva dinanzi, altri dietro; ma a tutti domandava prima: «Come stiamo col libro dei punti?» — «Bene!» — rispondevano tutti. «Sì, ma lasciate vedere a me!» — ribatteva lei. E allora ciascuno doveva farle vedere il libro; e quelli che ci avevano scritto «Benissimo» o «Molto bene», sedevano sul dinanzi della sella, e udivano la novella più deliziosa; quelli che ci avevano scritto «Male» o «Insufficiente», dovevano star ritti dietro e ascoltare una storia davvero tremenda. Tremavano e piangevano e volevano balzar giù dal cavallo; ma non potevano: pareva che ci avesser messo radici.</p>



<p>«Ma la Morte è una bellissima Madonna Serralocchi!» — disse Hjalmar. «Io non ho paura di lei.»</p>



<p>«E non c&#8217;è in fatti da averne paura,» — rispose Serralocchi, «basta stare attenti e portarle un libro con buoni punti&#8230;»</p>



<p>Oh, bene! Qui, almeno, c&#8217;è qualche cosa da imparare!» — brontolò il ritratto del Trisavolo: «Oggi non ha raccontato più tante frottole come ieri. Anche un&#8217;osservazione fatta a tempo, tal volta giova.» E parve più sodisfatto.</p>



<p>* *</p>



<p>Ecco: questa è la mia novella di Serralocchi, e io non ne so altre; ma se questa sera viene, puoi fartene raccontare una da lui.</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/il-folletto-serralocchi/">Il folletto serralocchi</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/il-folletto-serralocchi/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2618</post-id>	</item>
		<item>
		<title>Cinque in un baccello</title>
		<link>https://audiofiabe.it/cinque-in-un-baccello/</link>
					<comments>https://audiofiabe.it/cinque-in-un-baccello/#respond</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 22 Jan 2022 20:54:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe di Hans Christian Andersen]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[andersen]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://audiofiabe.it/?p=2616</guid>

					<description><![CDATA[<p>Fiaba di Hans Christian Andersen C&#8217;erano una volta cinque piselli nello stesso baccello: erano tutti verdi, il baccello era verde, e perciò credevano che tutto il mondo fosse verde. Sin qui, bisogna dirlo, avevano un po&#8217; di ragione. Il baccello cresceva, i piselli crescevano; e adattandosi alle circostanze, s&#8217;eran messi a sedere tutti in fila. [&#8230;]</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/cinque-in-un-baccello/">Cinque in un baccello</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Fiaba di Hans Christian Andersen</h2>



<p>C&#8217;erano una volta cinque piselli nello stesso baccello: erano tutti verdi, il baccello era verde, e perciò credevano che tutto il mondo fosse verde. Sin qui, bisogna dirlo, avevano un po&#8217; di ragione.</p>



<p>Il baccello cresceva, i piselli crescevano; e adattandosi alle circostanze, s&#8217;eran messi a sedere tutti in fila. Fuori, il sole splendeva e riscaldava la scorza verde, che la pioggia rendeva lucida e trasparente. Ci si stava bene, là dentro, in quel calduccino, al chiaro di giorno, al buio di notte; e così andava come doveva andare. Anche la canzone lo dice:</p>



<p>Com&#8217;è bello, com&#8217;è bello,</p>



<p>Stare in cinque in un baccello!</p>



<p>I piselli, stando lì a sedere, s&#8217;eran fatti grossi, e sempre più s&#8217;impensierivano, perchè qualche cosa bisognava pur che facessero.</p>



<p>«S&#8217;ha a star qui eternamente?» — domandò uno: «Ho paura che diverremo duri duri, a forza di star a sedere. Che volete? Mi pare che fuori di qui ci abbia ad essere qualche altra cosa. Ho una specie di presentimento.»</p>



<p>E le settimane passavano. I piselli erano divenuti gialli e giallo il guscio.</p>



<p>«Tutto il mondo pende al giallo,» — dissero; e, dal loro punto di vista, non avevano torto.</p>



<p>Un bel giorno, sentirono uno strattone. Il baccello fu colto, passò per mani d&#8217;uomo, e scivolò nella tasca di una giacca, insieme a parecchi altri.</p>



<p>«Ora ci metteranno in libertà! Ora andremo all&#8217;aperto!» — dissero; e una grande smania di novità li prese.</p>



<p>«Mi piacerebbe sapere chi di noi farà più strada!» — disse il più piccolo dei cinque: «Ma, già, presto si vedrà.»</p>



<p>«Accadrà quel che deve!» — ammonì il più grosso.</p>



<p><em>Crac! </em>Il baccello scoppiò, e tutti e cinque i piselli ruzzolarono fuori alla luce del sole. Si trovarono in una mano di bimbo. Un ragazzino stava sgusciandoli e diceva che, così duri, parevano fatti apposta per servire di munizione al cannoncino della sua fortezza. Anzi, ne mise subito uno nella bocca del cannone, e sparò.</p>



<p>«Ora sì, che mi slancio in capo al mondo! Mi segua chi può!» — Ed eccolo bell&#8217;e andato.</p>



<p>«Io» — disse il secondo, «volerò diritto sino al sole. Quello è un baccello che merita d&#8217;esser veduto: proprio quel che ci vuole per me.» — E via se n&#8217;andò.</p>



<p>«E noi, appena arrivati, andremo a dormire,» — dissero i due che venivano appresso, «in qualunque luogo ci avessimo a trovare. Ma prima s&#8217;ha a ruzzolare un poco!» — E in fatti ruzzolarono, e caddero a terra prima di entrare nel pezzo. Ciò non impedì che venissero raccattati e messi dentro al piccolo cannone. «Faremo più strada di tutti!» dissero.</p>



<p>«Quel che deve accadere, accadrà!» — pensò l&#8217;ultimo, mentre usciva dalla bocca del cannone e volava su alto. Volò contro una vecchia asse, ch&#8217;era sotto al davanzale della finestra di una soffitta, e per l&#8217;appunto in una fenditura, tappata con un po&#8217; di musco e di terriccio molle. Il musco gli si richiuse attorno e lo tenne caldo; e là rimase, nascosto, ma non dimenticato dalla provvida madre natura.</p>



<p>«Accadrà quel che deve!» — disse.</p>



<p>Dentro, nella soffitta, abitava una povera donna, che andava attorno per le famiglie a far le faccende più gravose — ripulire i forni, tagliare la legna minuta, lavare, — perchè era forte e piena di buon volere. Ma era sempre rimasta povera; e a casa, nella misera soffitta, ci aveva una figliuola debole debole e mingherlina, costretta a letto da un anno intero, e ridotta così male, che pareva non avesse forza nè di vivere nè di morire.</p>



<p>«Vuol andarmi a trovare la sua sorellina!» — diceva la povera donna. «Non avevo che queste due figliuole, e Dio sa che non era facile guadagnare tanto da sostentarle; e per una ha provveduto Lui, prendendola con sè. Questa, però, vorrei che me la lasciasse&#8230; Ma forse non permetterà che abbiano a rimanere separate; e così la mia malatina andrà a trovare la sua povera sorella in Cielo.»</p>



<p>Ma la malatina rimase dov&#8217;era. Stava tutto il giorno distesa, quieta e rassegnata, mentre la madre andava fuori a guadagnarsi quei pochi soldi.</p>



<p>Era venuta la primavera, e una mattina presto, la madre stava per andare al lavoro; il sole splendeva tiepido e benigno a traverso al misero finestrino, e segnava un rettangolo di luce sul pavimento. La malata guardava fisso al vetro più basso della finestra.</p>



<p>«Che cos&#8217;è quel verde che spunta di sotto al davanzale? Pare che il vento lo mova.»</p>



<p>La madre andò alla finestra, e l&#8217;aperse a mezzo. «Oh!» fece: «In fede mia, che questo è un pisello, che ha messo le radici qui, ed ora butta le foglioline! Come mai può essere capitato in questa fenditura? Ecco che ora hai anche tu il tuo giardinetto, per passare il tempo!»</p>



<p>Il lettino della malata fu accostato alla finestra, perchè potesse vedere bene la pianticella di pisello; e la madre andò al suo servizio.</p>



<p>«Mamma, mi pare quasi di poter guarire!» — disse la sera la piccola malata: «Il sole oggi mi ha riscaldata così bene!&#8230; Anche il pisellino cresce a meraviglia; ed anch&#8217;io starò bene, e mi alzerò e uscirò all&#8217;aperto, a riscaldarmi al sole.»</p>



<p>«Dio ti ascolti!» — disse la madre; ma ci sperava poco. Perchè il vento non l&#8217;avesse a spezzare, ebbe però cura di sostenere con un giunco la pianticella, che aveva inspirato alla sua figliuola lieti pensieri di guarigione e di vita; e legò un grosso filo dal davanzale alla parte più alta del telaio della finestra, affinchè il piccolo fusto trovasse un appoggio per arrampicarsi quando fosse divenuto alto. E alto divenne davvero, sì che poteva proprio dirsi che crescesse ogni giorno a vista d&#8217;occhio.</p>



<p>«Ma sai che sta per fiorire?» — disse un giorno la donna; e le parve buon augurio. Anch&#8217;essa accarezzava ora la speranza che la figliuola avesse a guarire. Rammentò che negli ultimi tempi la bambina aveva parlato molto più lietamente d&#8217;una volta, che negli ultimi giorni si era alzata a sedere sul letto, da sè, senza che glielo dicesse, ed era rimasta così, tutta lieta, a guardare il suo giardinetto dove c&#8217;era una pianta sola. La settimana dopo, la malata si levò per la prima volta, e rimase levata un&#8217;ora. Rimase lì a sedere, felice, al sole; la finestra era aperta e di fuori c&#8217;era un bel fiore roseo, tutto sbocciato. La bambina si chinò e baciò leggermente i petali delicati. Quel giorno fu proprio giorno di festa per lei!</p>



<p>«Il Signore Iddio stesso ha piantato quel pisellino, e lo ha fatto prosperare, affinchè fosse una gioia ed una speranza per te — e per me pure, cara bambina mia!» — disse la madre tutta consolata; e sorrise al fiore, come fosse stato un buon angelo mandato dal Signore.</p>



<p>Ma, e gli altri piselli?</p>



<p>Già! Hai ragione! Quello che si slanciò in capo al mondo, gridando: «Mi segua chi può!» — andò a cadere nella grondaia del tetto e trovò la sua fine nel gozzo di un piccione, dove rimase come Giona in corpo alla balena; e i due pigri, che volevano andar a dormire, fecero per l&#8217;appunto altrettanta carriera, perchè furono mangiati dai piccioni, e così almeno riuscirono utili a qualcuno. Il quarto, poi, quello che voleva arrivare sino al sole&#8230; andò a finire nella fogna, e rimase nell&#8217;acqua sudicia per giorni e giorni, e gonfiò spaventosamente.</p>



<p>«Come cresco! Ora son proprio bello grasso!» — diceva il pisello: «Finirò per iscoppiare, e più di così, direi, nessun pisello di questo mondo può fare, nè ha fatto mai! Ah, di cinque che eravamo nello stesso baccello, son io quello che ha fatto più splendida carriera.»</p>



<p>E la fogna gli dava ragione.</p>



<p>Ma, presso la finestra della soffitta, una fanciulla dagli occhi lucenti, col roseo colore della salute sulle guance, parava con le manine diafane il suo bel fiore di pisello, e ringraziava il Signore di averglielo mandato.</p>



<p>«A me,» — disse la fogna, «piace più il mio.»</p>
<p>The post <a href="https://audiofiabe.it/cinque-in-un-baccello/">Cinque in un baccello</a> appeared first on <a href="https://audiofiabe.it">Audiofiabe e fiabe per bambini</a>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://audiofiabe.it/cinque-in-un-baccello/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>0</slash:comments>
		
		
		<post-id xmlns="com-wordpress:feed-additions:1">2616</post-id>	</item>
	</channel>
</rss>
