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	<title>grimm Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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	<title>grimm Archives - Audiofiabe e fiabe per bambini</title>
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		<title>Fiocchin di neve e Rosardente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 10:03:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm Si chiamavano così due bambinelle perchè alla loro mamma pareva che somigliassero alle rose dei due rosai che crescevano e fiorivano là nel giardinetto, davanti alla loro capanna e di cui uno dava rose bianche come neve, l’altro rosse accese: ed una bimba era bianchissima e l’altra aveva appunto le [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>Si chiamavano così due bambinelle perchè alla loro mamma pareva che somigliassero alle rose dei due rosai che crescevano e fiorivano là nel giardinetto, davanti alla loro capanna e di cui uno dava rose bianche come neve, l’altro rosse accese: ed una bimba era bianchissima e l’altra aveva appunto le gotine rosse come bocci di rosa.</p>



<p>La mamma di queste bambine era vedova, e le sue figliuoline le davano consolazione con l’essere buone, diligenti e pie. Rosardente era tutto chiasso e risate; saltava volontieri sui prati, correva pei campi, coglieva fiori selvatici, chiappava farfalle. Fiocchin di neve invece, era contenta quando stava in casa ad aiutar la mamma nelle faccende quotidiane, e leggeva ad alta voce dopo aver tutto rimesso in sesto.</p>



<p>Sebbene fossero differenti di carattere, le due sorelline si volevano un gran bene e quando andavano fuori si tenevano sempre per la mano. Esse non pensavano all’avvenire, nè avevano fretta di crescere per avere le gonnelle lunghe, ma perchè si amavano, qualche volta le coglieva la paura di essere separate ed uscivano in questa domanda:</p>



<p>— Sorellina, dimmi ci lasceremo un giorno?</p>



<p>A che rispondeva sempre la promessa:</p>



<p>— Mai, fin che avremo fiato! – e la mamma che le udiva chiacchierare insieme sempre di buon accordo, aggiungeva:</p>



<p>— Di quel che avrete, farete sempre a mezzo. Due buone sorelle fanno così, non è vero? – Le bambine sorridevano guardandosi con affetto, e la pace era in quella capanna fra quelle tre virtuose creature.</p>



<p>Quando le bimbe andavano a volte a girare per il bosco in cerca di bacche rosse, non v’era pericolo che un animale facesse loro paura o le mordesse; anzi, quasi le bestie sapessero della bontà delle due piccine, parevano avvicinarsi a loro con fiducia. I leprottini mangiavan loro di mano le foglie di cavolo; il capretto pascolava tranquillo accanto ad esse; il cervo saltava loro intorno tutto allegro; e gli uccellini stavan fermi e sicuri sui rami, cantando loro le più belle canzoni. Talvolta, se facevano tardi e la notte le sorprendeva nel bosco, cercavano un cantuccino dove il musco fosse lungo e morbido, vi si sdraiavano l’una accanto all’altra e dormivano fin che non spuntava il giorno. Poi correvano a casa dalla mamma che non era stata in pensiero perchè sapeva che le sue bimbe erano donnine di giudizio e che gli animali stavano volentieri con loro.</p>



<p>Una volta che avevano pernottato nella selva, allo svegliarsi del primo bagliore dell’aurora, videro un bel bambino lucente, vestito di bianco che stava seduto accanto a loro sulla borraccina. Egli si alzò, le guardò sorridendo senza parlare e sparì nel folto degli alberi. Quando Fiocchin di neve e Rosardente furono ben deste e si guardarono intorno, si accorsero con spavento di essersi addormentate sull’orlo di un precipizio, e ci sarebbero cadute di sicuro se nell’oscurità avessero ancora mosso un passo. La mamma al racconto che le fecero le bambine, disse che quel fanciullo lucente dalla veste candida altro non poteva essere che l’angiolo custode il quale veglia sui bambini buoni.</p>



<p>Le due sorelle, per il gran bene che volevano alla mamma, avevano cura della capannina dove abitavano, erano premurose nello sbrigare le faccende di ogni giorno e pulivano e mettevano in sesto ogni cosa con tanta precisione e pulizia che facevano piacere a vederle.</p>



<p>Se era d’estate, toccava all’Ardentina – così chiamava qualche volta la mamma Rosardente – a fare i piccoli servizi mattutini. Si alzava presto, e prima che la mamma fosse sveglia, tutto era fatto. Spesso, quando questa apriva gli occhi trovava accanto al letto un bel mazzolino, dove erano fiori d’ogni rosaio. Nell’inverno Fiocchin di neve, che la mamma chiamava anche Nevarella, accendeva il fuoco, appendeva al gancio dentro il camino il paiuolo di ottone che pareva d’oro, tanto era ben lustrato.</p>



<p>La sera, quando la neve fioccava su tutta la campagna, diceva la madre: — Nevarella, metti il paletto all’uscio – poi tutte e tre si sedevano accanto al fuoco, la madre si metteva gli occhiali e leggeva ad alta voce in un grosso libro, dove, c’erano tante belle cose, mentre le bambine ascoltavano filando e un agnellino stava accucciato a’ loro piedi e un piccioncino appolaiato sopra una bacchetta, nascondeva il capo sotto l’ala.</p>



<p>Così passavano le ore senza che nulla turbasse la loro pace. Ma una sera che se ne stavano sedute, come di solito insieme, tranquille e contente, qualcheduno bussò alla porta.</p>



<p>— Presto – disse la buona donna. – Ardentina, va’ ad aprire. Sarà un viandante che cerca ricovero.</p>



<p>La bambina obbedì; tirò il paletto, credendo di vedere entrare un pover’uomo. Invece, un orso nero cacciò il testacchione nel fesso della porta. Essa die’ un grido e balzò indietro: l’agnellino mise belati lunghi ed acuti: il piccione si dette a svolazzare per la stanza e Nevarella corse ad accovacciarsi dietro al letto della mamma.</p>



<p>Come l’orso vide tutto quello scompiglio, fece un sorrisetto da galantuomo che le tranquillizzò.</p>



<p>— Zitti, zitti, non abbiate paura – disse – io non vengo per farvi del male. Sono un povero orso mezzo morto dal freddo e vi chiedo soltanto il piacere di lasciarmi scaldare un pochino qui con voialtre.</p>



<p>— Povero orso! – rispose la donna. – Vieni, accucciati qui davanti al camino. Ecco: bada però di non ti bruciare la pelliccia! – Poi chiamò le bimbe: – Fuori, care, fuori! È un buon orsacchione, non vuol far male a nessuno, sapete!</p>



<p>Le bimbe si avvicinarono, e come loro, così fecero anche l’agnello e il piccioncino. Quell’orso aveva voglia di discorrere e di farsi servire, perchè chiese alle due sorelle che gli scuotessero la neve addosso: e perchè domandò questo favore con buon garbo, leste quelle presero la granata, e gli pulirono il dorso e le zampe. Egli, intanto, contento d’esser consolato da due belle bambine, si stiracchiava, si allungava presso il fuoco, e mandava grugniti di benessere che significavano anche gratitudine.</p>



<p>A poco alla volta, visto che l’orso era proprio un animale dabbene, Fiocchin di neve e Rosardente presero a scherzar con lui come con un ragazzo. Gli mettevano i piedi addosso e lo facevano rotolare per terra, gli tiravano il pelo, gli davano vergate senza fargli male, e se quello brontolava, gli facevano una risata. La bestia le lasciava fare buona, buona, e se la burla andava un po’ tropp’oltre si contentava di gridare con quella voce grossa «piccine non mi ammazzate!» oppure cantava:</p>



<p>«Nevischio bianco, rosina rossa<br>Ah! non mettete lo sposo nella fossa!»</p>



<p>Ma era tardi e bisognava andarsene a dormire.</p>



<p>— Senti, orso mio, – disse la madre – noialtre andiamo a letto perchè il giorno abbiamo da lavorare; tu rimani lì accanto al fuoco e che Dio ti benedica. Con questo tempaccio non ti voglio mettere fuori di casa. – Buona notte, orso! – Buona notte, orsacchione! – ripeterono le bambine. – Buona notte! – rispose l’orso: e tutti si addormentarono.</p>



<p>Appena cominciò ad albeggiare e le bimbe si furono alzate, apriron l’uscio e l’orso uscì dalla capanna.</p>



<p>— Torna sai, orsacchione, torna presto! – gli gridavano ancora mentre il goffo compare galoppava sulla neve e s’avviava verso la foresta.</p>



<p>Da quella volta, alla stessa ora l’orso veniva ogni sera alla capanna. Entrava, si accoccolava presso il camino, faceva il comodo suo come se fosse stato in casa propria e le bimbe ci si sbizzarrivano. Erano tanto abituate a vedere arrivare quel fagotto nero, che non potevano mettere il paletto prima che fosse venuto il loro ospite.</p>



<p>Ma quando venne la primavera e le piante ricominciavano a germogliare, l’orso disse una mattina a Fiocchin di neve: — Nevarella mia, ora bisogna che mi lasciate andare! – Era proprio come un amico di casa, chiamava perfino le bambine coi nomignoli che aveva inventato l’amore materno.</p>



<p>— O dove vai, bello mio orsacchiotto? – domandò la bimba, battendogli la manina sulla schiena villosa.</p>



<p>— Non lo sai? Bisogna che stia nella foresta a far la guardia a’ miei tesori. Ci sono certi nani birboni&#8230;! – e con la zampa faceva un gesto espressivo che doveva spiegare tante cose.</p>



<p>— Devi sapere – riprese l’orso in tono di lezione – che i nani maligni stanno sotto terra. Fin che c’è il ghiaccio, per forza rimangon chiusi in casa loro, ma appena disgela, scappan fuori e si dànno a scorazzare per tutto, rubando ogni cosa. Quel che capita in mano a loro non si rivede più, non dubitare!</p>



<p>Nevarella non disse altro, ma fu tanto afflitta che quando l’orso volle uscire dalla capanna, aprì la porta a malincuore e non la spalancò, cosicchè l’orso che ci passava a fatica, si strappò la pelle al palettino. Alla bimba parve da quello strappo veder luccicare qualcosa di dorato, ma l’orso scappò via lesto e si cacciò fra gli alberi, ed essa non potè saperne di più.</p>



<p>Passò del tempo. Un giorno la vedova mandò le figliuoline nel bosco a raccattar fuscelli.</p>



<p>Esse uscirono e s’avviarono. Fatto un tratto di strada, trovarono un grand’albero abbattuto, e a loro parve che saltellasse qualcosa fra il tronco e l’erba, ma non distinguevano bene cosa fosse. S’avvicinarono e videro un nanino, poco più grosso di un grillo che saltava e si dibatteva perchè la lunga barba bianca gli era non si sa come rimasta chiappata in uno spacco della scorza. Era così brutto quel nanino dal viso vizzo come un limone andato a male, ed era così buffo che le bambine non poterono a meno di fare una risatina e di mettersi ferme ad osservare.</p>



<p>L’omino come le ebbe viste, spalancò gli occhietti tondi infuocati e si mise a urlare:</p>



<p>— Oh! invece di canzonarmi, non mi potreste venire a aiutare, balorde?</p>



<p>— Che cosa hai fatto, nanino? Come mai sei costi? – domandò Rosardente.</p>



<p>— Non ho bisogno di raccontare i fatti miei a te, oca stupida e curiosa! – rispose il nano rabbioso e impertinente.</p>



<p>— Noi ti aiuteremo volentieri, se ci dici cosa t’è accaduto – soggiunse Fiocchin di neve.</p>



<p>— Pettegole! – gridò il nano tutto stizzito. – Che cosa m’è accaduto! Bisogna essere sceme per non capirlo! Sono venuto a far la legna nel bosco, ma siccome noi non facciamo grossi bocconi come fate voialtri ingordacci che vivete sopra la terra, bisognava che spezzassi il grosso ceffo. La bietta era entrata a dovere ma questo maledetto legno è così liscio che quella è sgusciata via e la mia bella barba è rimasta nello spacco ed io non mi posso muovere di qui.</p>



<p>Le bambine ascoltavano e ogni tanto a veder quell’omiciattolo, all’udire quella vocetta fessa e rabbiosa non potevano trattenere la solita risatina. A quel racconto risero un po’ più forte.</p>



<p>— Guardatele lì come ridono que’ musi scipiti come la ricotta! Credete d’esser belle voialtre scimunite? Siete le più brutte ranocchie ch’io m’abbia mai veduto!</p>



<p>— Non t’arrabbiare, nanino, faremo di tutto per liberarti: aspetta! – e nel dir così le due sorelle si affaticavano per tirar fuori dal fesso dell’albero la barba lunga dell’omino. – Bisognerà chiamar gente&#8230; – soggiunsero come ebbero visto che non vi riuscivano.</p>



<p>— Gente, gente&#8230; Che teste di cavolo che siete! Mi date già noia in due e volete chiamare anche qualchedun altro! Non siete proprio buone a nulla.</p>



<p>— Zitto, nanino; lascia fare a me! – disse Fiocchin di neve e come ebbe riflettuto un poco – ecco: – riprese – ho trovato un rimedio! – Nel dir così, tirò fuori di tasca sue forbicine, e tagliò al nano un bel pezzo di barba. Appena il nanerello si sentì libero, agguantò un sacco che era nascosto tra le radiche dell’albero ed era pieno di oro; se lo caricò sulle spalle e andò via senza neppur dir «grazie» alle bambine, ma masticando fra i denti «Razzaccia senza garbo nè grazia! Mi tagliano un pezzo di barba come se fosse uno straccio!&#8230; Che ve ne ricompensi il diavolo, scimmiotti!»</p>



<p>Un’altra volta, Ardentina e Nevarella vollero andare a pescare del pesce per fare un bel piatto di fritto e s’avviarono presso un rio che scorreva nel bosco. Erano a pochi passi dall’acqua quando videro una specie di cavalletta saltare e far balzi sulla proda. Si accostarono e riconobbero il solito nano.</p>



<p>— O che vuoi fare? – domandò Rosardente – ti salterebbe forse il grillo di buttarti nell’acqua, eh!</p>



<p>— Non sono mica pazzo, io!&#8230; – gridò il nano sempre sgarbato. – Non vedete che c’è un maledetto pesce che mi ci vuol tirar dentro per forza! – Infatti egli era alle prese con un muggine. Ecco com’era andata: egli si era seduto sull’orlo della sponda con la lenza e pescava, quando il vento gli scompigliò la lunga barba e l’intrecciò così bene con la lenza, mentre il muggine restava preso all’amo, che il peso del pesce lo tirava giù. In poche parole, il muggine pescato, pescava lui. E il nano ad aggrapparsi a tutti i fili d’erba, ai giunchi; ma non c’era sforzo che bastasse a salvarlo! Quanti guizzi faceva il pesce, altrettanti ne faceva lui e se non correvano le bimbe a salvarlo, da lì a un momento, affogava. Esse gli stavano intorno, l’una a tenere, l’altra a tentare di sciogliere quello strano viluppo. Ma anche questa volta bisognò tirar fuori le cesoie e tagliare un altro pezzo di barba.</p>



<p>Come il nano vide ciò, ricominciò a strillare:</p>



<p>— Ah! non siete contente d’avermela scorciata una volta ed ora me la sciupate nel punto più bello! Come faccio a tornare a casa, a farmi veder così? Tutti mi canzoneranno! Che possiate camminar tanto da perdere le suole alle scarpe! – imprecò e preso un sacco di perle che stava nascosto nel giuncheto, senza dir più nulla se lo trascinò via, correndo e sparì dietro un sasso.</p>



<p>Poco tempo dopo, la vedova mandò le due bambine alla città vicina a provvedere mercerie per rassettar la roba di casa. Per arrivarvi bisognava che attraversassero una foresta che era tutta seminata di massi grossissimi.</p>



<p>Cammina, cammina, vedono sulla loro testa un grande uccellaccio librarsi nell’aria, roteare lentamente e lasciarsi cadere vicino ad una roccia e subito un grido acuto, disperato esce dalla terra dove egli si è posato.</p>



<p>Guardano, pensano, e vedono un’aquila che ha agguantato con gli artigli il solito nanino, e lo vuol portar via. Esse non vogliono rammentare l’ingratitudine del loro vecchio conoscente, nè le sue sgarberie; prendono l’omiciattolo, lottano con l’aquila che non vuole abbandonare la preda e finalmente, dopo molta fatica, lo liberano.</p>



<p>Appena il nano si fu riavuto, invece di ringraziare le buone bambine che avevano avuto pietà di lui, si diede a strillare con voce pettegola ed agra:</p>



<p>— Avreste potuto fare più per benino! Guardate qui m’avete finito di rovinare il mio povero vestitino che era già tutto logoro. Ora come si fa a rimetterlo in assetto, così bucherellato ed in brandelli? Ah! me l’avete ridotto bene, canaglia screanzata che siete! – poi, prese un sacco pieno di pietre preziose e scivolò sotto la roccia nella sua caverna.</p>



<p>Fiocchin di neve e Rosardente erano ormai abituate a que’ modi brutali e ridicoli, sicchè ripresero il loro cammino andarono alla città vicina e fecero le loro spese; ma quando, ritornando a casa, ripassarono dalla macchia scorsero da lontano il nanino che seduto sur un bel posticino pulito e comodo, aveva rovesciato in terra il famoso sacco con le pietre preziose e senza pensare che a quell’ora qualcuno ancora potesse passar di lì e vederlo, contava, tutto contento, le gemme rubate. Al sole che tramontava quelle brillavano e davano tutta l’iride lucentissima de’ loro colori. Le bambine, naturalmente, si fermarono un pochino ad osservare e quando il nano se ne accorse, subito le salutò coi complimenti del suo vocabolario.</p>



<p>— Scimmie, che cosa state a guardare e curiosare? Non avete da far niente, fannullone? girellone! – e il visetto bigio dell’omino, grande quanto un grillo, divenne di bragia per la rabbia. Il malnato nano avrebbe continuato ad ingiuriare quelle povere creature pazienti e pietose, se non gli fosse venuto addosso correndo un orso nero, che grugniva spaventosamente. Scappare nel suo nascondiglio non poteva oramai, chè l’orso non gliene dètte il tempo; nell’angoscia che lo straziava, supplicava:</p>



<p>— Caro messer orso, non mi ammazzate, lasciatemi, lasciatemi andare! Vi darò tutti i miei tesori. Vedete lì quelle gemme, ve le regalo tutte, lasciatemi! Cosa ve ne fate d’un bocconcino come me? Non mi sentireste neppur sotto le zanne! Su, su, agguantate quelle due birbaccione lì&#8230; quelle son ciccia per i vostri denti&#8230; sono grasse come tordi, pigliatevele, lasciatemi!</p>



<p>Intanto le bambine erano corse vie spaventate: però l’orso fu loro dietro chiamando:</p>



<p>— Nevarella, Ardentina, non abbiate paura! Son io aspettatemi&#8230; vi voglio accompagnare a casa!</p>



<p>Era la voce del buon orsacchione che veniva a veglia ogni sera. Esse lo riconobbero e si fermarono per la strada col loro amico. Ma non appena l’orso le ebbe raggiunte, cadde ad un tratto la folta pelliccia della bestia e ne uscì fuori un bel giovanotto che aveva le vesti d’oro filato.</p>



<p>— Sono il figlio di un re – disse: – il malefico nano che s’era impossessato dei miei tesori, per virtù d’un incantesimo mi aveva mutato in orso selvaggio e condannato a vagare per i boschi fin che per la morte di quel perfido non fosse sciolta la malìa.</p>



<p>Egli si sposò Fiocchin di neve; il suo fratello prese in moglie Rosardente, ed insieme si spartirono i grandi tesori che il nano aveva accumulato nella sua grotta.</p>



<p>La vecchia mamma visse ancora per molti anni tranquilla e felice presso i suoi figli. Ma, abbandonando la capanna, aveva preso seco i due rosai, che messi sul davanzale della sua finestra nel palazzo reale, dettero sempre ad ogni nuova stagione le più belle rose bianche come la neve e i più bei fiori porporini che mai si fossero veduti.</p>



<p>«E là sbocciaron le rosine belle<br>E qui finiscon tutte le novelle».</p>
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		<title>La stufa di ferro</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 10:02:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm A’ be’ tempi in cui bastava desiderare per ottenere, era stato stregato un principe da una vecchia maliarda che lo aveva condannato a stare rinchiuso in una grande stufa di ferro in mezzo ad una selva. Egli vi era già da molti anni, e nessuno lo poteva liberare. Un giorno [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>A’ be’ tempi in cui bastava desiderare per ottenere, era stato stregato un principe da una vecchia maliarda che lo aveva condannato a stare rinchiuso in una grande stufa di ferro in mezzo ad una selva. Egli vi era già da molti anni, e nessuno lo poteva liberare.</p>



<p>Un giorno si smarrì nella macchia la figlia di un re e non sapeva ritrovare la via che menava al regno di suo padre; girava per ogni lato e non vedeva uscita. Così per nove giorni. Finalmente si trovò dinanzi alla grande cassa di ferro. Ecco che le viene all’orecchio una voce soffocata che di dentro domanda:</p>



<p>— Da dove vieni? chi sei? dove vai?</p>



<p>— Sono la figlia di un re ed ho perduto la strada per tornare al regno di mio padre.</p>



<p>La voce continuava:</p>



<p>— Se vuoi, ti posso far ritrovare la buona via in breve purchè tu sottoscriva di accordare quanto chieggo. Io sono un principe, figlio di un re più ricco e potente del padre tuo e ti voglio sposare.</p>



<p>La fanciulla si spaventò e disse in cuor suo: «Come devo fare a sposare questo cassone!» Ma perchè desiderava di tornare a casa del padre, sottoscrisse quanto egli aveva domandato. Egli parlava ancora ed insisteva:</p>



<p>— Tu ritornerai presto da me e porterai un coltello col quale farai un buco nel metallo. – Poi le dette un compagno di viaggio che in silenzio la condusse a casa in breve ora.</p>



<p>Al castello fu una festa il ritorno della principessa che credevano perduta. Il vecchio re le buttò le braccia al collo e la baciò piangendo. Ma essa tristissima disse: — Padre mio, se sapeste cosa m’è avvenuto! Non sarei mai più potuta uscire da quella selva folta se non fossi giunta al gran cassone di ferro e non avessi sottoscritto che tornerò a lui fra breve e che lo sposerò!»</p>



<p>Il vecchio re fu scosso a queste parole che gli dicevano come la figlia sua fosse legata ad un incantesimo, e fu per cadere in deliquio perchè egli era vecchio e la figliuola unica. Consigliatisi fra loro, vennero a concludere che bisognava mandare la figlia del mugnaio che era una ragazza bellissima. Infatti la menarono fuori, le mostrarono la via che doveva seguire per arrivare alla foresta e le dettero un coltello col quale doveva sfondare la stufa di ferro. Quella andò e raschiò sul metallo per ventiquattro ore ma non venne a capo di nulla. Come fu l’alba, la voce di dentro gridò:</p>



<p>— Mi par che fuori sia giorno! – Essa rispose:</p>



<p>— Sembra a me pure! e mi pare anche di sentire il molino del babbo.</p>



<p>— Il molino? – ripetè la voce con stupore, addolorata – vuol dire che sei la figlia d’un mugnaio. Va’ subito al castello e fa venire la figlia del re.</p>



<p>Essa se ne partì e disse al re che quel coso voleva la principessa e non lei.</p>



<p>Il re si angosciò ancora più di prima e la figlia sua cominciò a piangere. Ma pensarono che potevano mandare in vece di lei la figlia del guardiano di porci, che era più bella della mugnaina. A questa promisero una bella moneta se prendeva il posto della principessa, laggiù, presso la stufa di ferro.</p>



<p>Essa andò col coltello e raschiò per ventiquattr’ore ma non riuscì a fare il più piccolo buchino nel metallo.</p>



<p>Quando cominciò a far giorno disse la voce di dentro:</p>



<p>— Mi par che fuori faccia giorno.</p>



<p>— Anche a me pare che albeggi e mi par anche di sentire la cornetta del babbo.</p>



<p>— La cornetta? – ripetè la voce con spavento. – Ma tu dunque, non sei la principessa, sei la figlia d’un guardiano di porci! Va’ subito al castello e di’ alla figlia del re che se non viene qui e non fa quanto mi ha promesso, tutto il regno dovrà andare in precipizio e non rimarrà un sasso sull’altro.</p>



<p>Come la principessa udì il danno che ne verrebbe se essa non andasse al cassone di ferro, pianse più di prima. Ma non c’era rimedio e bisognava che mantenesse la promessa. Prese, quindi, congedo dal padre suo, mise in tasca un coltello e andò nella selva, dalla stufa. Appena vi giunse, si pose a raschiare e come ebbe grattato un poco, il ferro cedè ed aprì un bucolino.</p>



<p>La fanciulla ebbe la curiosità di guardar dentro e data con un sol’occhio una sbirciavtina, vide un bel giovanotto che luccicava per l’oro e di gioielli che lo ricuoprivano e se ne invaghì come una gattuccia. Subito si dètte a raschiare con quanta forza aveva per fare la breccia più grande e finalmente il bel principe uscì dalla stufa, gridando alla fanciulla:</p>



<p>— Mi hai liberato ed io sono il tuo sposo.</p>



<p>Egli la volle tosto condurre nel suo regno, ma ella chiese di andare per l’ultima volta dal padre per accomiatarsi ed egli lo accordò. Però le impose di non dire al re più di tre parole e di tornar subito.</p>



<p>La fanciulla partì, ma le parole che disse furono assai più di tre. La stufa intanto disparve e fu trasportata lontano, al di là dei monti di cristallo, dietro le spade taglienti. Il principe ormai era libero e non poteva più esservi rinchiuso.</p>



<p>La principessa, com’ebbe detto molte più parole di quante gliene erano state concesse, si congedò dal padre, prese un poco di danaro e tornò nella selva, credendo di trovare il principe accanto alla stufa. Invece non vi era più niente. Per nove giorni cercò il suo diletto e soffrì la fame, chè le poche provviste erano consumate. Una sera si arrampicò sopra un albero e vi si sedè alla meglio perchè aveva paura degli animali e come fu vicino a mezzanotte vide lontano, lontano un lumicino, pensò: «là sarei al sicuro!» e scesa s’avviò verso quel lato. Cammin facendo, intanto, mormorava preghiere. Giunse così ad una piccola casuccia guasta dal tempo, a cui l’erba era cresciuta intorno e davanti stava un mucchio di legna. Disse fra sè: «Dove mai sarò capitata?». Guardò dalla finestra e non vide altro che rospi grossi e rospettini piccoli, una tavola bene apparecchiata con arrosto, vino e piatti, e coppe d’argento. Si fece animo e bussò. Tosto il rospo più grosso gracidò:</p>



<p>«Rospettino verdolino,<br>Alza tu lo zampettino,<br>Salta ben, saltarellino<br>Balza di qua,<br>Balza di là,<br>Va’ a vedere chi c’è là!»</p>



<p>a quell’invito sbucò fuori un rospetto piccolo e le aprì.</p>



<p>Quando la principessa entrò, tutte le bestiuole la salutarono, le offrirono da sedere e le chiesero da dove venisse e dove andasse. Essa raccontò di buon grado tutte le sue vicende, ripetendo più volte che voleva ritrovare il suo caro principe, che per disobbedienza aveva perduto.</p>



<p>Prese a dire il vecchio rospo, il più grosso:</p>



<p>«Rospettino verdolino,<br>Alza tu lo zampettino,<br>Salta ben, saltarellino<br>Balza di qua e di là,<br>E quella scatola portami qua».</p>



<p>Il piccolo andò e porse la scatola. Quindi i rospi le dettero da mangiare e da bere e la condussero a un bel letto rifatto da allora, che aveva lenzuoli e coperte di velluto e di seta. Essa vi si distese e dormì tranquillamente come sopra un letto di rose.</p>



<p>Come fu giorno, si alzò ed il rospone le dètte dalla scatola tre spilli, dicendole che li prendesse seco poichè doveva valicare un’alta montagna di cristallo e passare sopra tre lame di spada taglienti, poi attraversare una larghissima distesa d’acqua; dopo di che avrebbe trovato il suo sposo diletto. Oltre gli spilli, le fece ancora due doni di cui doveva tenere molto di conto ed erano: una ruota d’aratro e tre noci.</p>



<p>Con questi regali partì la principessa alla volta della montagna di cristallo che era levigata così che non vi si poteva salire. Essa si appuntò gli spilli dietro le calcagna e andò su, valicandola felicemente e quando l’ebbe oltrepassata appuntò gli spilli in un punto che tenne bene a mente. Giunta alle tre spade taglienti, montò a cavalcioni sulla ruota e le passò, così corse anche sull’acqua e quando l’ebbe attraversata si trovò dinanzi ad un castello.</p>



<p>Andò dentro difilato e chiese di esservi presa come donna di servizio, come fosse stata una povera ragazza che non sapesse dove andare a guadagnarsi un boccone di pane. Ma essa sapeva come ivi fosse il principe che essa aveva liberato dall’incantesimo della vecchia strega. Così fu ammessa nel castello in qualità di sguattera con un piccolo salario.</p>



<p>Il principe intanto aveva a fianco un’altra donna che voleva sposare, credendo lei morta da lungo tempo.</p>



<p>Quando fu sera e la principessa ebbe lavato i piatti ed i bicchieri, mise la mano in tasca e sentì le tre noci che aveva avuto in regalo dal rospone. Ne schiacciò una per mangiarla e invece del frutto vi trovò un vestito principesco. La nuova fidanzata del principe lo venne a sapere e volle comprarlo perchè diceva che quello non era un abito che s’adattasse ad una fantesca. L’altra non lo voleva dare che ad un patto: di passare una notte nella camera dove dormiva il fidanzato. La promessa sposa glielo accordò, perchè il vestito l’ammaliava. Quando fu sera disse al principe, ridendo con disprezzo: — Figurati che quella scema della sguattera vuole passare la notte nella tua camera!</p>



<p>— Se tu ne sei contenta, lo sono anch’io! – egli rispose.</p>



<p>Ma la giovane gli fece bere alquanto vino in cui aveva messo un filtro. Così il principe, appena entrato nella camera da letto s’addormentò profondamente e l’altra non lo potè svegliare, ma pianse tutta la notte dicendo: «Io t’ho liberato dalla stufa di ferro nella foresta; per ritrovarti sono passata sulla montagna di cristallo, sulle spade taglienti, sull’acqua profonda e tu non mi vuoi ascoltare e ti sei scordato di me!»</p>



<p>I servi che sedevano nelle stanze vicine udirono piangere e singhiozzare, ma non intesero le strane parole: ed al mattino lo raccontarono al loro padrone. L’indomani la sguattera, com’ebbe fatta la pulizia della cucina, schiacciò la seconda noce e vi trovò un altro vestito più bello del primo. Anche questa volta, la nuova fidanzata lo seppe e lo volle comprare perchè era vana. L’altra lo cedè in cambio del favore di passare ancora una notte nella camera del principe, da cui sperava farsi riconoscere. Lo ottenne: ma la vanitosa dètte un altro sonnifero potente al fidanzato cosicchè essa non potè esserne udita.</p>



<p>I servi raccontarono il giorno dopo che la sguattera aveva singhiozzato e gemuto tutta la notte, ma non poterono dirgli di più.</p>



<p>La terza sera, la vera fidanzata schiacciò l’ultima noce e vi trovò un vestito più ricco e sfarzoso degli altri due. V’era tanto oro che stava ritto da sè! La nuova promessa sposa vide anche quello e lo volle far suo. Ma la sguattera non lo cedè che a patto di vegliare tutta la notte al capezzale del principe.</p>



<p>Questa volta egli si mise in guardia e non volle bere. Come fu a letto e la fanciulla cominciò a piangere e lamentarsi dicendo:</p>



<p>— Caro tesoro, t’ho liberato dall’orrenda cassa di ferro nella selva paurosa&#8230; – Il principe balzò su ed esclamò:</p>



<p>— Ah! ti riconosco, bella mia! Tu sei la mia vera promessa sposa ed io non voglio altra che te! – Nella stessa notte, piano piano, in punta dei piedi per non essere sorpresi, uscirono dalla stanza, portarono via alla falsa fidanzata le vesti acciò non potesse alzarsi ed inseguirli, e montati in una bella carrozza, fuggirono. Quando giunsero alla grande distesa d’acqua larga e profonda si misero in due a cavalcioni sulla ruota dell’aratro e passarono; sulle tre spade taglienti passarono così come sull’acqua; sulla montagna di cristallo passarono perchè avevano ritrovato gli spilli e così giunsero salvi alla casina dei rospi. Ma come vi furono arrivati, la vecchia catapecchia umida e coperta d’erba era sparita ed ivi sorgeva invece un magnifico castello. I rospi che erano tutti figli di re avevano per mezzo loro ottenuto la liberazione dall’incantesimo.</p>



<p>Finalmente celebrarono le nozze; e gli sposi rimasero nel bel castello che era più grande e più ricco di qualunque altro. Ma il vecchio padre della principessa si lamentò d’essere rimasto solo: essi andarono a prenderlo ed ebbero così due regni invece di uno, in cui vissero lungamente in perfetta pace.</p>
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		<title>L&#8217;acqua della vita</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 10:02:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[grimm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm C’era una volta un re tanto gravemente ammalato che nessuno più gli dava speranza di vita. I suoi tre figli che ne erano molto afflitti, andarono nel parco a piangere dirottamente. Vagando fra le piante, incontrarono un vecchio che domandò loro che cosa avessero: essi raccontarono che il padre loro [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>C’era una volta un re tanto gravemente ammalato che nessuno più gli dava speranza di vita.</p>



<p>I suoi tre figli che ne erano molto afflitti, andarono nel parco a piangere dirottamente. Vagando fra le piante, incontrarono un vecchio che domandò loro che cosa avessero: essi raccontarono che il padre loro era in fine di vita e che non sapevano cosa fare per salvarlo.</p>



<p>Disse il vecchio: — Se bevesse l’acqua della vita risanerebbe subito. Ma è molto difficile di poterla avere.</p>



<p>Il maggiore dei figli rispose: — Voglio provare! – e corso dal padre gli chiese il permesso di mettersi in viaggio.</p>



<p>— Per carità, figlio mio – disse il malato – non ti esporre a questo gran cimento. Preferisco morire che mettere in pericolo la tua vita.</p>



<p>Ma il principe pensava che, se egli guariva il re, sarebbe stato il preferito ed avrebbe ereditato il regno.</p>



<p>Si mise dunque in cammino e come ebbe fatto buon tratto di strada, vide un nano per la via che lo chiamò e gli domandò:</p>



<p>— Dove vai così di carriera?</p>



<p>— Imbecille – rispose il principe con disprezzo – non hai bisogno di saperlo tu, ritagliolino d’uomo! – e spinse avanti il cavallo.</p>



<p>L’omino, intanto, nel suo sdegno aveva scagliato una imprecazione.</p>



<p>Ben presto il cavaliere si trovò serrato in una gola dove i monti si facevano più fitti ed addossati, quanto più egli ne cercava l’uscita. Giunse ad un punto dove era impossibile andare fra i massi senza smontare da cavallo. Scese, ma fu vano; era rinchiuso.</p>



<p>Il re malato aspettò lungo tempo che ritornasse il figliuolo col rimedio, ma non lo rivide. Disse il figlio secondo:</p>



<p>— Padre, lasciate che vada io a cercare l’acqua della vita! e fra sè pensava: «Se mio fratello è morto, tanto meglio! Il regno sarà mio».</p>



<p>Anche a lui il re dapprima non voleva dare il consenso, ma poi dovè rassegnarsi a vederlo partire.</p>



<p>Il secondo figlio prese la stessa via del fratello ed incontrò anch’egli il nano che lo fermò e gli chiese dove andasse.</p>



<p>— Non hai bisogno di saperlo, brutto scorcetto, chè non sei altro! – rispose il cavaliere e tirò innanzi senza neppur voltarsi.</p>



<p>Anche a lui il nano scagliò una maledizione: ed egli corse di galoppo a rinchiudersi fra i massi senza salvezza.</p>



<p>Questa è la sorte che tocca ai superbi.</p>



<p>Come tardava a tornare anche il secondo figliuolo mentre il padre se ne moriva, volle avventurarsi il più giovane alla ricerca dell’acqua della vita, per risanarlo, ed il re dovè lasciarlo fare a suo modo. Allorchè s’imbattè nel solito nano, che gli domandò perchè corresse così e dove andasse, rispose:</p>



<p>— Vado a cercar l’acqua per la vita per mio padre che è moribondo.</p>



<p>— Sai tu però dove la puoi trovare?</p>



<p>— No – disse il principe.</p>



<p>— Ascolta: – riprese l’altro – tu ti sei comportato cortesemente con me come si usa tra gente ammodo, non sei stato superbo come i tuoi cattivi fratelli, voglio darti alcuni schiarimenti e dirti che cosa devi fare per arrivare ad attingere l’acqua che vai cercando. Questa sorgente miracolosa sgorga nel pozzo di un castello incantato: ma tu non vi potresti mai penetrare se non ti dessi uno scudiscio di ferro e due grosse pagnotte. Con lo scudiscio darai tre colpi nel portone di ferro che si spalancherà; dentro, ai due lati vedrai due leoni accucciati che apriranno le fauci ruggendo, tu getta loro il pane e quelli si queteranno. Così passerai senza danno e andrai lesto ad attinger l’acqua prima che battano le dodici; se tu tardassi un solo minuto, il portone si rinchiuderebbe e tu rimarresti rinserrato.</p>



<p>Il principe lo ringraziò, prese lo scudiscio e le pagnotte e si mise sulla via che menava al castello. Trovò tutto come gli aveva predetto il nano. Il portone si spalancò di scatto al terzo colpo dello scudiscio, i leoni si quetarono appena ebbero il pane, ed egli entrò in un salone dove sedevano principi stregati, ai quali tolse dalle dita gli anelli; e raccolse una daga ed un pane giacenti a terra. Andò più avanti e si trovò in una stanza dove sedeva una bellissima fanciulla che gli sorrise quand’egli apparve, lo baciò e gli disse che egli l’aveva liberata dall’incanto, che gli donava il suo regno e se fra un anno fosse andata a ritrovarla, avrebbero celebrate le loro nozze. Poi gli insegnò la via che menava al pozzo dell’acqua meravigliosa e gli rammentò di far presto perchè non battessero le dodici prima che egli uscisse dal castello. Egli continuò a andare di stanza in stanza, di sala in sala, fin che giunto in una camera dove era un bel letto morbido con le lenzuola fini, odoranti, intatte, vi si gettò per riposarsi un poco delle fatiche della lunga via. Appena si fu disteso, si addormentò, e non si risvegliò che quando battevano le undici e tre quarti. Contati i tocchi, balzò con spavento dal letto, corse al pozzo, prese l’acqua con un calice che vide lì vicino e si affrettò ad uscire. Egli era appunto sulla soglia del portone quando scoccarono i dodici tocchi e si chiusero i battenti con tanto impeto che gli spezzarono il tacco di una scarpa.</p>



<p>Felice d’esser salvo e d’aver l’acqua che doveva risanare il padre, ribattè la via di casa e ritrovò il nano dove lo aveva lasciato. Allorchè questi vide la daga ed il pane gli disse:</p>



<p>— Sono tesori che ti porteranno fortuna! Con questa daga sola potrai abbattere eserciti interi e questo pane non si consumerà mai.</p>



<p>Il principe era tanto buono che non voleva tornare dal padre senza i fratelli, e raccontando al nano come essi fossero partiti prima di lui per prendere l’acqua della vita gli domandò se egli sapeva dove quelli fossero rimasti.</p>



<p>— Sono rinchiusi fra due monti. Li ho condannati io a quel tormento in punizione della loro arroganza.</p>



<p>Il principe lo pregò tanto che ottenne per loro la liberazione dell’incanto.</p>



<p>— Guardati da loro, sai! – disse il nano, prima che egli proseguisse il suo cammino. – Bada! Hanno perfido il core.</p>



<p>Allorchè s’incontrò coi fratelli, si rallegrò e fece loro festa. Si dètte a raccontare come gli era andata; che aveva potuto arrivare ad empire con l’acqua della vita un gran calice; che aveva liberato dall’incantesimo una bella principessa, la quale, spirato un anno, lo aspettava per celebrare le nozze con lui e farlo signore d’un vasto regno.</p>



<p>Poi, cavalcando tutti e tre accanto per l’istessa via giunsero in un paese dove erano fame e guerra, ed il re si vedeva perduto col suo popolo. Il giovane principe gli dètte il pane stregato con cui potè saziare tutti i sudditi, e gli porse la daga con la quale sterminò i nemici e riacquistò la pace e la fortuna.</p>



<p>Come tutto fu rimesso in ordine, il principe si fece rendere pane e daga, e i tre fratelli si rimisero insieme in viaggio. Intanto il re padre, moribondo, pazientemente, aspettava che i figli giungessero a portargli la salute.</p>



<p>I figliuoli attraversarono ancora due paesi dove la guerra e la fame facevano strage e che furono salvati con la daga e col pane del castello incantato. Così tre regni e tre popoli furon fatti felici dal principe buono. Usciti da queste terre, i tre fratelli si misero in mare a bordo di una nave. Il padre intanto pazientemente aspettava a morire che i figliuoli fossero tornati a lui.</p>



<p>Durante la traversata i due fratelli maggiori si dettero a fare tra loro un accordo a danno del minore.</p>



<p>— Egli ha trovato l’acqua meravigliosa – dicevano – e noi no. È certo che nostro padre darà a lui il regno a cui abbiamo diritto ed avrà le più belle fortune, mentre noi saremo disprezzati da tutta la gente.</p>



<p>E l’invidia li animò a stringere un patto per rovinarlo. Aspettarono che egli fosse immerso nel sonno, poi vuotarono il suo calice in un recipiente che presero per loro e lo riempirono d’acqua di mare. Come poi furono tornati a casa dopo tante avventure, il più giovane corse al padre e gli fece subito trangugiare l’acqua del suo calice. Ma naturalmente, invece di risanare, stette peggio di prima e fu per morire. E siccome il vecchio si lamentava, sopraggiunsero i due maggiori che gli dissero che il loro fratello aveva tentato di avvelenarlo, e gli portarono la vera acqua della vita, ingannandolo a loro vantaggio. Appena il re ebbe bevuta quell’acqua prodigiosa si sentì meglio: la malattia presto fu vinta ed egli tornò sano e forte come negli anni suoi giovanili più belli. I fratelli malvagi andarono dal fratello minore e presero a canzonarlo, dicendogli:</p>



<p>— Avevi trovato l’acqua della vita, ma tu hai durato la fatica e noi ci siamo goduti la gloria. Dovevi essere più furbo e stare con gli occhi aperti, invece hai dormito, e noi mentre eravamo sulla nave, t’abbiamo vuotato il calice e te lo abbiamo riempito con l’acqua del mare. Così, fra un anno, uno di noi andrà dalla bella principessa che t’aspetta e se la sposerà. Bada però che non t’esca di bocca una parola! Se no ti toccherebbe in ultimo, di rimetterci anche la vita!</p>



<p>Il re che era furente contro il più giovane dei suoi figliuoli, perchè credeva realmente che avesse attentato alla sua vita, chiamò a raccolta la corte e domandò che il colpevole fosse giudicato.</p>



<p>Il principe un giorno se ne era andato alla caccia accompagnato da un cacciatore e non pensava a nessun inganno, quando si accorse ad un tratto che quest’uomo era molto triste e preoccupato.</p>



<p>— Che cos’hai, caro? – gli domandò – certo, qualche gran dispiacere! – Il cacciatore rispose: – Non lo posso dire&#8230; e lo debbo fare!</p>



<p>— Di’ su quel che hai sul cuore; io ti perdonerò qualunque mancanza – riprese l’altro.</p>



<p>— Altezza mia – gridò finalmente il cacciatore – figuratevi che vi devo uccidere ed è stato il re, vostro padre, che me lo ha comandato</p>



<p>Il principe fu molto scosso all’udire queste parole e replicò:</p>



<p>— Ascolta, brav’uomo, io ti dò le mie vesti regali e prendo le tue. Lasciami la vita!</p>



<p>— Ah! volentieri, volentieri! Sento proprio che non avrei potuto darvi la morte.</p>



<p>Scambiati gli abiti, il cacciatore tornò a corte, il principe s’inoltrò nella selva.</p>



<p>Passò del tempo ed un bel giorno giunsero al palazzo del re tre equipaggi, recando oro e gemme per il principe minore da parte dei tre re che avevano debellato i nemici con la sua daga meravigliosa e salvato dalla fame i loro sudditi col suo pane fatato.</p>



<p>Allora soltanto, il re si avvide del valore del suo figliuolo e si desolò al pensiero di averlo fatto morire.</p>



<p>— No, maestà – gridò il bravo cacciatore fedele – il vostro figliuolo è ancora vivo perchè non ebbi cuore di trucidarlo! – e raccontò al re come era andata tutta la faccenda.</p>



<p>Il vecchio si sentì sollevato dal grave peso che gli premeva il core e spedì subito gente in cerca del principe. Intanto la bella principessa aveva fatto fare una strada davanti al suo castello che era tutta dorata e sfolgorava al sole, e aveva detto alle sue genti che quel cavaliere il quale fosse venuto a lei cavalcando in mezzo a quella via sarebbe quello da lei atteso e dovevano lasciarlo entrare, ma chi vi fosse giunto cavalcando sull’orlo dovevano rimandare indietro perchè non era il suo salvatore.</p>



<p>Come fu prossimo il volgere dell’anno, il maggiore dei tre fratelli pensò che fosse tempo di andare a presentarsi alla principessa, dicendo d’essere il suo liberatore per averla in isposa e diventar signore d’un vasto regno.</p>



<p>Montò a cavallo e via di galoppo. Giunto alla strada dorata che sfolgorava al sole disse fra sè:</p>



<p>— Sarebbe peccato di sciuparla e me lo potrebbero fare scontare! – e messo il cavallo sull’orlo, andò così fino alla porta del castello. Ma i valletti che lo videro arrivare, cavalcando sul lato della via, gli dissero: «Tu non sei il salvatore della principessa» e lo fecero retrocedere.</p>



<p>Il secondo fratello fece altrettanto ed ebbe la stessa sorte.</p>



<p>Quando fu il giorno in cui l’anno spirava, il più giovane dei tre principi guidò il suo cavallo fuori dal bosco e lo diresse istintivamente verso il castello della sua fanciulla. — Ho sofferto assai – diceva fra sè – ed ora voglio essere consolato. Pensando a lei, vedendola già nella fantasia, lasciava andare il cavallo avanti, avanti e teneva gli occhi e la mente fissi nella bella immagine dell’amata. Non si accorse così che la via fosse coperta d’oro; vi passò in mezzo fin su in cima e quando giunse al castello, i valletti gli fecero ala, gli aprirono la porta ed egli andò dritto dalla principessa che lo accolse festoso, dicendogli che egli era il suo liberatore. Dopo, fecero le nozze ed il principe reietto divenne signore del vasto regno.</p>



<p>La sposa gli disse poi come il padre lo avesse cercato a tutte le corti, in tutti i paesi e gli avesse perdonato. Il giovane udito ciò, si mise tosto in arcione, andò dal vecchio padre e gli raccontò tutta la storia della sua vita avventurosa, il tradimento dei fratelli, e come egli in silenzio avesse sopportato il gran male che gli avevano fatto.</p>



<p>Il padre gli avrebbe puniti come meritavano, ma quelli, già messi in salvo sopra un bastimento, viaggiavano per l’alto mare, e nessuno mai più li rivide. Chi li avesse incontrati, ce lo venga a dire.</p>
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		<title>Alla ricerca della paura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 10:00:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
		<category><![CDATA[grimm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm C’era una volta un uomo che aveva due figliuoli. Il maggiore era intelligente e furbo; aveva imparato tante cose belle; tutto gli riusciva; a tutto sapeva trovar riparo ed in ogni occasione far buona figura. Ma il secondo era uno scemo: e la gente quando lo vedeva passare col suo [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>C’era una volta un uomo che aveva due figliuoli. Il maggiore era intelligente e furbo; aveva imparato tante cose belle; tutto gli riusciva; a tutto sapeva trovar riparo ed in ogni occasione far buona figura. Ma il secondo era uno scemo: e la gente quando lo vedeva passare col suo babbo diceva: «Quello lì gli vuol dar da fare!»</p>



<p>Avveniva per conseguenza, che se al padre occorreva qualche cosa, sempre chiamava il primogenito. Questi era sempre pronto, purchè però non si fosse trattato di uscir di notte e di passare davanti al camposanto. Per certe cose non aveva coraggio e diceva al padre: — Babbo per carità, mi si accappona la pelle!</p>



<p>Quando la sera a veglia famiglia ed amici si raccoglievano intorno al fuoco, e per tenere allegra la brigata v’era chi raccontava di quelle novelle fantastiche e burlesche in cui spesso capitano scene paurose, gli ascoltatori si facevano tra loro la confidenza che giù per la schiena correva loro un brivido, e interrompevano il narratore dicendo ognuno: «Brrr&#8230;! mi si accappona la pelle!»</p>



<p>Il grullerello che se ne stava per lo più in un canto, ascoltando, ripeteva fra sè queste parole, e almanaccava come si potesse riuscire a farsi accapponar la pelle. E perchè egli non provava nessuna paura ed a lui non si rizzavano i bordoni, concluse che anche ciò fosse una di quelle tante cose che egli non capiva e non avrebbe imparato mai.</p>



<p>Venne un giorno in cui il padre, stanco di aver in casa un fannullone si volse al figlio minore e gli disse così:</p>



<p>— Dammi retta, tu che te ne stai sempre incantucciato e con le mani in mano: ora sei grande, sei sano e bisogna che anche tu pensi a guadagnarti il pane. Vedi il tuo fratello come s’arrabatta da mattina a sera? Ah! purtroppo con te è fiato buttato via!&#8230;</p>



<p>Ma lo scemerello non si sbigottì ed ebbe la risposta pronta:</p>



<p>— Hai ragione babbo: anch’io voglio sapere qualche cosa. Ecco, se fosse possibile vorrei imparare a farmi accapponare la pelle. Lo sento dire a tutti ma non ci capisco nulla!</p>



<p>A queste parole, il fratello si mise a ridere di cuore dicendo fra sè: «Povero ragazzo, quanto è scimunito! Come farà a guadagnarsi da mangiare? Potremo vivere cento anni e non lo vedremo fare una cosa a garbo. Ah! pur troppo, in questo mondo bisogna lavorare e cominciare per tempo. Chi gallo vuol essere, convien che impari a cantare».</p>



<p>Il padre invece sentì una gran pena al cuore e dopo un sospirone tornò a dire allo stupido figliuolo:</p>



<p>— Pur troppo, andando avanti nella vita, ti si rizzeranno i bordoni più d’una volta: ma non per questo guadagnerai il pane!</p>



<p>Quando venne a fargli visita, come suoleva, il sacrestano, esso gli raccontò che quel benedetto ragazzo era la sua croce, che non imparava nulla, che nulla era buono a fare e che gli premeva soltanto di farsi accapponare la pelle!&#8230; Aveva proprio bisogno di uno sfogo, povero uomo!</p>



<p>Il sacrestano credeva di esser furbo e gli propose di dargli il figliuolo per un poco di tempo alla canonica, promettendogli che in breve avrebbe imparato a farsi rizzare i bordoni. Lo scemo andò da lui ed ebbe l’incarico di suonare le campane. Dopo qualche giorno, il sacrestano pensò che fosse bene di fargli un po’ di paura. Lo chiamò a mezzanotte e lo fece salire in campanile a fare una scampanata. Poi nascostosi in alto, nella volta scura della torricella, come vide venir su lo scemo per battere il doppio «ora, ora – disse fra sè – te l’ho fatta, povero grullo! Tu crederai che ci sien gli spiriti quassù e ti si rizzeranno i bordoni coi fiocchi».</p>



<p>L’uno suonava e l’altro aspettava d’esser visto per ridere della stupida paura.</p>



<p>Tranquillamente, come fosse giorno, senza temere nè buio, nè solitudine, nè silenzio, lo stupido se ne veniva su e si metteva a suonar le campane, e quando si fu accorto di quella figura che biancheggiava nella volta della torre «Chi va là?» domandò senza scomporsi. Non avendo risposta, continuò: «Cosa ci vieni a fare qui dentro di notte ohè? O scendi o ti butto di sotto».</p>



<p>Il sacrestano stava chiotto perchè credeva che quell’altro dicesse per ischerzo. Ma il campanaro chiamò per la terza volta e siccome nessuno rispondeva, appoggiò una scala al muro, vi si arrampicò ed agguantato il supposto spettro per il collo, lo buttò giù dalla torre. Poi si rimise a suonar le campane tranquillo e contento come una pasqua e come ebbe finito, ridiscese dal campanile, s’infilò nel letto e riattaccò il sonno interrotto.</p>



<p>La moglie del sacrestano, intanto, aspettava il marito da un bel pezzetto e non vedendolo rientrare in camera e non sapendo che diavol facesse, l’andò a cercare per la casa; finalmente, impaurita, svegliò il ragazzo campanaro e affannosa gliene domandò.</p>



<p>— Non ne so nulla io! – le rispose lo stupido. – Ma, ora che ci penso&#8230; aspettate&#8230; su, nella piccionaia del campanile ho visto qualcuno nascosto. Ho chiamato, ho detto «scendi!», e siccome non c’era verso di avere risposta e quel fagotto bianco non se ne andava, l’ho chiappato e l’ho buttato di sotto. Andate un po’ a vedere se per caso fosse stato il sacrestano!</p>



<p>La donna, spaventata, corse fuori in cerca del marito e lo trovò, infatti, disteso in terra, con le gambe rotte. Naturalmente, come lo ebbe soccorso, andò difilato dal padre del campanaro a raccontargli la cattiva burla del figliuolo: e quegli, cercatolo subito alla canonica, gli dètte una strapazzata ammodo.</p>



<p>— Chi t’insegna, briccone, a far di questi tiri alla gente? Il diavolo, nessun altro che il diavolo! – gridava il povero uomo fuor di sè dal dolore. Ma non c’era verso che quello scimunito rimanesse a bocca chiusa.</p>



<p>— Babbo – disse senza indugio – che ci ho da far io? Chi gl’insegnava a mettersi lì di notte e star duro come un piolo e zitto come l’olio? Io ho creduto che fosse qualche birbante che mi volesse far del male e l’ho levato di mezzo!</p>



<p>E il padre, di rimando, disperatamente:</p>



<p>— Da te non avrò mai altro che dispiaceri e disgrazie! Va’ via, va’ via, che non ti vegga più,</p>



<p>— Sì, babbino, volentieri – riprese il figliuolo con la solita calma. – Aspetta però che faccia giorno per bene e poi vedrai come saprò trovar la strada per andare a farmi accapponar la pelle. Ah! per chi lo sa, dev’essere una gran bella cosa!</p>



<p>— Va’ dove vuoi, chè il cervello ormai lo hai bell’e accapponato, e non c’è più rimedio! – conchiuse il padre. – Tieni questi cinquanta scudi. Te li dò perchè tu vada via lontano e non ritorni più, capisci? Ma bada bene di non dir mai a nessuno nè da dove vieni nè chi è tuo padre, perchè mi fai vergogna, sciagurato!</p>



<p>— Sì babbo, se non vuoi altro che questo sarai obbedito. Son due cose che si tengono facilmente a memoria: non dire chi son io e non dire chi sei tu. Va bene, va bene!</p>



<p>Quando il sole fu alto, lo scemo si mise gli scudi in tasca e se ne andò sulla strada maestra che conduceva lontano. Mentre andava, si strofinava le mani e diceva, discorrendo fra sè: «Ah! se mi riuscirà di farmi accapponar la pelle, sarà una gran bella cosa!»</p>



<p>Un uomo gli passò accanto e udendo sempre ripetere le stesse parole: — Vuoi farti rizzare i bordoni? – gli domandò. Aspetta, ora te lo insegno io. – E come furono andati insieme per un certo tratto e si trovarono in luogo da cui si vedevano le forche, dove pendevano dei giustiziati, – apri bene gli occhi – gli disse – e guarda quei sette penzoloni che hanno fatto le nozze con la morte secca. Li vedi eh? Ebbene ti devi mettere a sedere lì sotto e aspettar che si faccia buio. Non dubitare, appena sarà notte, la pelle ti s’accapponerà senza fatica.</p>



<p>— Davvero? Oh! che bella cosa! Senti: io ci vado e faccio quanto m’hai detto. Ma tu ritorna domattina, chè se i bordoni mi si sono rizzati, ti regalo i miei cinquanta scudi! – Detto ciò, prese la via delle forche e si mise a sedere sotto quei sette impiccati, aspettando la notte.</p>



<p>Intanto lo colse il freddo ed egli pensò che fosse bene fare una buona fiammata. Ma quando fu verso mezzanotte il vento soffiava così forte ed era tanto gelato, che lo stupido per quanto stesse al fuoco non si scaldava.</p>



<p>— Che freddo! – diceva fra sè: e al vedere quei poveretti penzolar così e sbattersi l’uno contro l’altro: – Povera gente! – cominciò a brontolare – quelli lassù devono sentire anche più freddo di me, perchè stanno più in vetta! – Era grullo, ma si vede che non aveva il cuore cattivo perchè mise una scala al castello della forca e salì su per staccare gli impiccati dal palco e metterli in giro intorno al falò che rischiarava quella scena strana. Bisognava vederlo come si affaccendava a soffiar sulle fiamme, acciò quelli infreddoliti si potessero riscaldare. Ma essi rimanevano immobili e freddi e le vesti loro pigliavan fuoco. – Oh! – gridava lo scemo – non vedete, imbecilli, che vi bruciate la roba che avete addosso? Se non badate a’ vostri cenci, vi rimpicco!</p>



<p>I morti stavano sempre fermi e zitti, e le vesti si abbrustolivano.</p>



<p>— Sapete un po’ che cosa v’ho da dire? – riprese quel grullo – se non siete buoni a nulla, io non vi posso far altro. Non voglio mica pigliar fuoco per far comodo a voialtri! – e rimontato sui pioli della scala, riattaccò i cadaveri sulla forca.</p>



<p>Quando fu giorno e l’uomo che gli aveva dato il buon consiglio per farsi finalmente rizzare i bordoni, fu tornato in quel luogo, nella certezza di avere i cinquanta scudi, non voleva credere nè agli occhi nè agli orecchi suoi nel veder il compagno di viaggio così tranquillo e nell’udire come la pelle non gli si fosse accapponata per niente.</p>



<p>— Come vuoi che sappia cosa si fa perchè si rizzino i bordoni? – continuava lo scemo meravigliato – non me l’ha mica insegnato nessuno! Quei sette citrulli sono sempre rimasti a bocca chiusa. Li ho staccati di lassù perchè ho creduto avessero più freddo di me; li ho scaldati; ho fatto per loro tutto quello che ho potuto. Lo crederesti? Sono sempre stati a muso duro; non m’hanno neppur detto «crepa!» Si sono lasciati bruciare que’ po’ di stracci che avevano addosso, e se non era lesto a rimetterli sulla forca, volevi vedere che bell’arrosto!</p>



<p>L’uomo vide bene che per quella volta i cinquanta scudi non gli venivano in tasca, e, voltate le spalle, si rimise per la sua via, dicendo fra sè che un tipo di quella fatta non gli era mai capitato.</p>



<p>Il giovanotto riprese anch’egli il suo cammino, e come prima ricominciò a dire ad alta voce:</p>



<p>— Ah! quando mi si accapponerà la pelle sarà una gran bella cosa.</p>



<p>C’era un carrettiere che se ne veniva dietro a lui col barroccio e udito lo strano desiderio di quello sconosciuto, lo chiamò e gli chiese chi fosse.</p>



<p>— Io? non lo so – fu la risposta.</p>



<p>— Da dove vieni?</p>



<p>— Uhm! non lo so.</p>



<p>— O&#8230; il tuo babbo come si chiama?</p>



<p>— Ah questo non lo posso dire!</p>



<p>— O che diavolo masticavi costì fra i denti?</p>



<p>— Eh! dicevo che vorrei farmi accapponar la pelle: ma nessuno mi vuole insegnare come si fa.</p>



<p>— Non ti confondere. Vieni, vieni: te lo insegnerò io, povero figliuolo!</p>



<p>I due si accompagnarono. Quando fu sera, arrivarono ad un’osteria e vi dovevano pernottare. Era appena entrato il giovanotto che ricominciò a brontolare fra sè il solito ritornello: «Ah! se mi s’accapponasse la pelle&#8230; che bella cosa!» Lo udì l’oste e fece una risata. Poi: — Se non vuoi altro, gli disse, – io ci ho da proporti una buona occasione, sai!</p>



<p>— Sta’ zitto – gli gridò la moglie – non far brutti scherzi. Non vedi che belli occhi ha questo ragazzo? Sai bene che quanti vi sono passati, sono anche morti dallo spavento. Sarebbe un peccato se morisse questo bel figliuolo, se quelli occhi non si avessero più da vedere!</p>



<p>— Anzi, benone! – esclamò il giovanotto – se ci vuol fatica, tanto meglio! Sono andato via di casa apposta, sapete, per imparare a farmi rizzare i bordoni. Non c’è mica da ridere, nè da far chiasso! – E si diede ad assediare di domande l’oste, acciò gli raccontasse quanto aveva promesso. Questi gli disse come di lì non molto discosto fosse un castello maledetto, dove avrebbe presto imparato a farsi rizzare i bordoni chiunque vi avesse passato tre notti. Il re che dimorava là dentro prometteva in isposa la figlia sua all’uomo coraggioso che lo deliberasse, vegliando per tre notti nel suo castello: e questa figliuola era bellissima. Tra quelle mura paurose si trovavano anche molti tesori, che i fantasmi custodivano e che sarebbero in tal modo liberati.</p>



<p>Quanti finora si erano presentati per porsi alla prova non erano più tornati fuori.</p>



<p>L’indomani, quando fu giorno, lo scemo si presentò a quel re e gli disse:</p>



<p>— Vorrei che mi fosse concesso di vegliare per tre notti nel vostro castello.</p>



<p>A che l’altro lo guardò un poco e visto che non era brutto ragazzo e che pareva buono, gli rispose:</p>



<p>— Va bene. Mi puoi chiedere tre cose, cioè tre oggetti che desideri d’aver presso di te durante queste nottate.</p>



<p>— Domando un po’ di fuoco; un banco da tornio; una tavola da intagliatore con la sua brava sgorbia.</p>



<p>Il re fece provvedere tutto ciò prima di sera. E tosto che fu vicina la notte, il nostro giovanotto tornò su al castello, accese un bel fuoco in una camera, portò la tavola da intagliatore con la sgorbia presso il camino e si sedè sul banco da tornio, aspettando. «Ah! – brontolava intanto fra sè – se mi si accapponasse la pelle che bella cosa! Ma vedo già che anche qui non ne verrò a capo!»</p>



<p>Verso mezzanotte si mise a riattizzare il fuoco e mentre vi stava davanti a soffiare, udì grida e parole che uscivano da un canto della stanza:</p>



<p>— Miau, miau, ohimè che freddo, che freddo abbiamo, miau, brr!&#8230;</p>



<p>— Cosa c’è da urlare! – esclamò lo stupido senza voltarsi. – Questa è roba da pazzi. Chi ha freddo si mette a sedere accanto al fuoco e si scalda e non perde tempo a far tutto questo fracasso!</p>



<p>In quella, due gatti neri, grossi e selvaggi, col pelo irto e gli occhi come tizzi saltaron fuori, in un lancio gli furono accanto da un lato e dall’altro e si misero a guardarlo a bocca spalancata e baffi ritti. Egli rimaneva pacifico e seguitava a scaldarsi. Lì, davanti al camino acceso, si scaldavano insieme come fossero tre buoni amici! Poco dopo, i due gatti uscirono in questa domanda:</p>



<p>— Compagno, vogliamo fare una partitina a carte?</p>



<p>— Sicuro! Ma, scusate, fatemi vedere le vostre zampe.</p>



<p>I gatti misero fuori certe grinfie che parevano di tigre.</p>



<p>— Chè, chè! – esclamò lo scemo – queste unghie non sono da giuocatori. Se volete far la partita, bisogna che ve le lasciate un po’ scorciare.</p>



<p>Detto, fatto. Ghermì i gatti per il collo, li portò sulla tavola da intagliatore, e con la morsa li avvitò per le quattro zampe tutti e due così forte che non si poteron più muovere.</p>



<p>— Credevate di farmela, eh? – continuò ridendo. – No, cari amici, per questa volta la partitina la lasceremo stare. Me n’è passata la voglia dacchè v’ho guardato le grinfie. – E ammazzati, i gatti che prigionieri a quel modo non si poteron difendere, andò a buttarli in un fosso.</p>



<p>Però, come si fu liberato da quei due e si volle rimettere a scaldarsi accanto al fuoco, incominciarono a saltar fuori da tutti i cantucci frotte di gatti neri, di cani neri, dal collare di fiamme, tanti e tanti che egli non poteva più nè fare un passo, nè alzare un dito. Tutte queste bestiacce facevano un chiasso indiavolato; saltavano sul fuoco, lo scompigliavano urlando, volevano spegnerlo.</p>



<p>Egli li lasciò fare per un poco, senza inquietarsi, nè sbigottirsi; poi, quando gli parve che fosse ora di finirla, prese la sgorbia e dètte dentro alla cieca in quel mucchio di animali.</p>



<p>— Fuori, fuori di qui, canaglia – gridava, mentre quelli si sbandavano, fuggivano, cadevan morti sotto il ferro tagliente.</p>



<p>Come aveva fatto coi primi due, anche questi prese e buttò là fuori, in fondo al fosso; poi tornò nella stanza si rimise ad attizzare il fuoco e scaldarsi. E lo colse il sonno e cercò se vi fosse un giaciglio dove coricarsi. Scorse, infatti, un letto laggiù nell’angolo, e vi si buttò stanco a dormire; ma appena egli vi si fu disteso per bene, allungando le gambe, il letto cominciò a muoversi e lo condusse in giro per tutto il castello.</p>



<p>— Bene, bene, benone! – gridava lo scemo. – Questo è un bello scarrozzare. Più lesti, avanti, benone&#8230; così! –il letto andava via come lo tirassero tante pariglie, su e giù per scalette e scaloni, via, attraversando stanze, saltando soglie e gradini, fin che dètte balda e lo buttò di sotto. Ma egli non si perdette d’animo; raccolse coperte e guanciali e dicendo: – Ora viaggi pure chi ne ha voglia! – tornò nella sua stanza, si fece una cucetta davanti al camino e dormì fin che non fu giorno.</p>



<p>La mattina, venne il re e come lo ebbe veduto disteso in terra a quel modo immobile e silenzioso, credè che gli spiriti lo avessero ucciso e si diede a dire compassionandolo: «Che peccato che sia morto! era un bel ragazzo». A che l’altro, che s’era svegliato, rispose:</p>



<p>— Adagino&#8230; non siamo ancora tanto avanti!</p>



<p>Il re tutto meravigliato si fece raccontare come gli era andata.</p>



<p>— Bene – rispose tranquillo il giovanotto – una nottata l’ho già fatta, così passerò quell’altre.</p>



<p>E quando tornò dall’oste, più che mai questo fece le meraviglie, sgranando gli occhi e dicendogli:</p>



<p>— Non avrei mai creduto di rivederti, sai. E&#8230; dimmi&#8230; ora lo sai cosa si fa perchè si rizzino i bordoni?</p>



<p>— Io?&#8230; non lo so davvero. Non me l’ha mica insegnato nessuno!</p>



<p>Di nuovo venne la notte e daccapo lo scemo andò su al castello, brontolando fra sè: «Quando mi s’accapponerà la pelle, sarà una gran bella cosa!»</p>



<p>Egli sedeva, come la prima volta davanti al camino acceso, quando verso mezzanotte cominciò un rumore che divenne un diavoleto d’inferno e tutto a un tratto, dalla cappa del camino cadde giù strillando un uomo tagliato a mezzo.</p>



<p>— Buonasera – disse lo scemo. – Ma così è troppo poca roba, ce ne vuole un altro mezzo. – E ricominciato il fracasso, cadde giù anche l’altro pezzo.</p>



<p>Il buon ragazzo si strofinò le mani e si mise a soffiar sui carboni per far alzare una bella fiamma.</p>



<p>— Aspetta, – diceva intanto – ora ti scalderai.</p>



<p>E, quando si volse, vide le due parti umane che si erano ricongiunte, e un uomo orrendo sedeva sul banco del tornio.</p>



<p>— No, no: – disse allo sconosciuto – questi, carino mio, non sono i patti. Il posto è mio.</p>



<p>E siccome l’altro faceva orecchi da mercante e restava duro, piantato lì a sedere, che cosa fece il ragazzo? Gli dette uno spintone e si sedè dove stava prima, tranquillo come un papa. In quel punto venner giù dalla cappa tanti uomini i quali avevano in mano nove tibie e due teschi e si misero a giuocare con quelli a birilli. Al giovanotto venne il capriccio di giocare con loro e: — Scusate, – domandò – non potrei essere dei vostri?</p>



<p>— Purchè tu abbia danaro – risposero.</p>



<p>— Ce n’ho assai. Ma prima bisogna che veda queste palle. Non mi paiono rotonde e levigate a dovere! – e presi i teschi, si pose al tornio e li arrotondò.</p>



<p>— Adesso sì che gireranno bene! Adesso sì che ci divertiremo!</p>



<p>Giuocarono tutti insieme ed egli perdè qualche moneta. Ma come battè la mezzanotte, tutto era scomparso, ed egli disteso nel letto dormiva pacifico come se niente fosse stato.</p>



<p>Alla mattina di poi, venne il re di nuovo a vedere come erano andate le cose.</p>



<p>— Dunque? – domandò.</p>



<p>— Mah!&#8230; ho giuocato ai birilli e perso un po’ di danaro.</p>



<p>— I bordoni si son rizzati?</p>



<p>— Se mi si fosse accapponata la pelle sarei più allegro di quel che mi vedete!</p>



<p>Quando fu alla terza nottata, si sedè al solito posto, nella solita camera, tutto imbroncito e noiato, brontolando fra sè: «Se almeno la facessi questa famosa pelle di cappone!».</p>



<p>Quando fu tarda l’ora e fitto il buio, entrarono sei uomini grandi e forti che portarono una bara e la deposero in terra.</p>



<p>— Bravi! – esclamò il giovinotto – un po’ di compagnia fa sempre piacere. O vediamo, che c’è di nuovo. Dev’essere il mio cuginetto che morì due giorni fa. – Con un dito faceva atto di chiamare, e invitava: – Vieni fuori, caro, vieni! – e perchè questi non si muoveva, scuoprì la bara.</p>



<p>Infatti vi giaceva un uomo morto. Egli incominciò a toccarlo sul viso e sulle mani e perchè lo sentiva ghiaccio, gli andava dicendo che aspettasse un momento, che a scaldarlo avrebbe pensato lui. Andò, infatti, davanti al fuoco, si scaldò ben bene le mani e tornato dal morto gliele posò sulle due guancie. Ma l’altro era sempre gelato.</p>



<p>Visto, allora, che così non era ben fatto se lo tolse in grembo e gli fece delle fregagioni alle braccia perchè gli si rimettesse in circolazione il sangue. Ma non ottenendo nessun resultato si pose a riflettere: — Quando due stanno insieme a letto, si scaldano – e preso il morto in collo, si mise a letto con lui, rincalzando anche le coperte. Dopo un momento quel corpo freddissimo parve farsi a mano a mano tiepido e poi caldo, fin che cominciò a muoversi.</p>



<p>— Ah! lo vedi, cugino – esclamò il giovanotto – se non t’avessi scaldato io!&#8230;</p>



<p>Il morto però non parve soddisfatto e rispose:</p>



<p>— Ora ti voglio sgozzare.</p>



<p>— Ah! si? – riprese l’altro – sarebbe questa la ricompensa che mi daresti? Se è così ti rimetto subito nella tua scatola. – E lo afferrò, lo sollevò; lo gettò nella bara e ne chiuse il coperchio a colpo. Dopo di che, tornarono i sei uomini grandi e forti e si ripresero la bara col morto dentro, mentre lo scemo brontolava fra sè imbroncito e noiato:</p>



<p>— Pare impossibile che non mi riesca di farmi accapponar la pelle. Potrei stare qui dentro tutta la vita e non mi riuscirebbe d’imparare come si fa!</p>



<p>In quella entrò un uomo che era ancora più grande e più forte degli altri sei, ed aveva una faccia spaventosa. Era vecchio e la barba bianca lunghissima gli scendeva a terra. Appena entrato gli fece un complimento:</p>



<p>— O scellerato, o furfante&#8230; – gli gridò con voce da far rizzar i bordoni per davvero – ora t’insegno io come si fa a farsi accapponar la pelle. Tu devi morire.</p>



<p>— Davvero? – disse l’altro con la solita calma e con un risolino che poteva farlo credere un furbo. – Piano, piano&#8230; ci dovrò essere anch’io!</p>



<p>E il vecchione:</p>



<p>— Ora t’agguanto!</p>



<p>— Staremo a vedere. Non far tanto lo spavaldo, chè se tu sei forte, anch’io lo sono e magari anche più di te.</p>



<p>— Proviamo! – replicò il barbuto – se sarò io il più debole nella lotta, me ne andrò e ti lascerò in pace. Se son più forte, guai! Avanti&#8230; provati!</p>



<p>Dicendo ciò, lo condusse per anditi scuri e vôlte nere ad una fucina dove il fuoco ardeva. Lì, ghermita un’ascia, con un solo colpo spezzò l’incudine, che cadde in frantumi a terra.</p>



<p>— Se non è che questo, io lo faccio meglio di te! – disse il giovanotto, ed andato ad un’altra incudine, impugnò l’ascia e come ebbe spezzato quella in due, vi strinse dentro il lungo barbone del vecchio misterioso.</p>



<p>— Ora t’ho in mano, bello mio, e a morire tocca a te! – gli disse, e presa una sbarra di ferro, gli lasciò cadere addosso un bel colpo. Il vecchio non morì ma si dètte a supplicarlo che rinunziasse a misurar la forza con lui e in cambio della propria vita gli promise molti regni. Il giovanotto gli dètte ascolto, liberò la lunga barba dalla stretta dell’incudine e menato dal vecchio, andò in una cantina dove questi gli fece vedere tre cassette piene d’oro.</p>



<p>— Di quest’oro, vedi, una parte appartiene ai poveri, una è del re, la terza è tua, – disse il vecchio dal barbone bianco.</p>



<p>Ma ecco che battè la mezzanotte e lo spettro scomparve lasciando il giovanotto solo nelle tenebre.</p>



<p>— Con un po’ di pazienza – pensò – ritroverò la strada. – A tastoni, con la solita calma, piano piano, se ne tornò nella sua stanza, al caldo di un bel fuoco, entrò a letto e russò fino alla mattina.</p>



<p>Quando all’indomani venne il re e gli chiese se finalmente gli si fossero rizzati i bordoni, egli rispose tutto sgomento che non gli riusciva di sapere che cosa fossero!</p>



<p>— È venuto mio cugino: – diceva stringendosi nelle spalle – c’è stato anche un signore con una barba lunga che non finiva mai: un vecchio m’ha fatto vedere molto danaro, ma nessuno m’ha saputo dire come si faccia per avere la pelle accapponata!</p>



<p>A questo racconto semplice, il re disse:</p>



<p>— Ebbene, lo vuoi sapere?&#8230; Tu hai sciolto il castello dall’incantesimo e la mia figliuola avrai in isposa.</p>



<p>— Sta tutto bene, – rispose il giovanotto – ma come si faccia ad avere la pelle accapponata non lo so ancora. Non so cosa siano questi benedetti bordoni!</p>



<p>Fu preso l’oro nella cantina e furono celebrate le nozze. Ma per quanto il nuovo re fosse felice con la sua compagna continuava a mormorare fra sè: «Ah! se mi s’accapponasse la pelle sarebbe una gran bella cosa!»</p>



<p>Alla regina, a lungo andare, venne a noia questo discorso e seriamente si accuorò di vedere come il marito non fosse pienamente contento vicino a lei ed avesse ancora qualcosa da desiderare.</p>



<p>— Aspettate maestà: – le disse la sua cameriera più fida – se lasciate fare a me, lo guarisco io il vostro sposo!</p>



<p>La regina acconsentì.</p>



<p>L’altra, allora, mandò a prendere un secchio d’acqua e lo fece riempire al rio che attraversava il giardino e di cui l’acqua era freddissima e piena di pesciolini; e quando fu notte entrò pianissimo nella camera da letto del re e della regina.</p>



<p>— Maestà sussurrò all’orecchio di lei la cameriera – tirate via le coperte al re e lasciatemi fare, ma zitto, mi raccomando!</p>



<p>La regina tolse le coperte e l’altra, senza indugio, giù rovesciò il secchio addosso al re che dormiva la grossa. Questi si svegliò di soprassalto al sentirsi dappertutto quell’acqua fredda e quei pesciolini guizzanti che gli facevano il solletico, cominciò a gridare:</p>



<p>— Ohi, ohi!&#8230; mi si accappona la pelle, mi si rizzano i bordoni! Finalmente lo so anch’io cosa ci vuole per farsi venire la pelle di cappone! Sposina mia, ti ringrazio!</p>



<p>E fecero tutti una risata. Anzi, se non sbaglio, ridono ancora.</p>
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		<title>Il tamburino</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:58:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm Una sera un giovane tamburino se ne andò a spasso in campagna ed arrivato ad un lago, vide tre pezzetti di tela candida sulla sponda. — Che tessuto fino! – disse fra sè, osservandoli e se ne mise uno in tasca. Tornato a casa, non vi pensò più e andò [&#8230;]</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>Una sera un giovane tamburino se ne andò a spasso in campagna ed arrivato ad un lago, vide tre pezzetti di tela candida sulla sponda.</p>



<p>— Che tessuto fino! – disse fra sè, osservandoli e se ne mise uno in tasca. Tornato a casa, non vi pensò più e andò a letto. Ma appena stava per addormentarsi, gli parve che alcuno dicesse il suo nome; stette un po’ in ascolto e udì chiaramente una voce sommessa che diceva: — Tamburino, tamburino, svegliati!</p>



<p>Così, al buio non poteva discernere le cose, ma gli sembrò che una figura umana leggermente si muovesse a piedi del suo letto.</p>



<p>— Che vuoi? – domandò senza sapere a chi parlasse.</p>



<p>— Rendimi la mia camicina!&#8230; me la portasti via ier sera sulla riva del lago! – rispose la vocina.</p>



<p>— Te la rendo – riprese il tamburino – purchè tu mi dica chi sei.</p>



<p>— Ahimè! – sospirò la voce dolcemente – sono la figlia di un re potente, ma una strega mi ha preso col suo incantesimo tremendo e relegata sul monte di cristallo! Ogni giorno mi devo bagnare con le mie due sorelle nel lago, e senza la camicina non posso rivolar via. Le mie sorelle sono scomparse ed io ho dovuto rimanere. Te ne prego, tamburino, rendimela!</p>



<p>A queste parole, il giovanotto si alzò al buio, a tastoni cercò l’abito, lo palpò, trovò la tasca e ne trasse il pannolino candido, che porse alla principessa incantata.</p>



<p>Essa lo afferrò e volle fuggire, ma egli la trattenne dicendo: — Aspetta un momento: forse ti potrei aiutare a liberarti.</p>



<p>— Mi potresti liberare soltanto se tu riuscissi a salire sul monte di cristallo e vincere il potere della strega. Ma fino a quel monte t’è impossibile di arrivare e quand’anche tu vi giungessi non potresti mai arrampicarti fin su in cima</p>



<p>— Mi riesce tutto quello che voglio. Ho pietà di te e nulla mi fa paura, sai. Insegnami la strada che mena al monte di cristallo, perchè io non la conosco.</p>



<p>— La via passa attraverso il bosco dove abitano i mangiatori d’uomini, i giganti: figurati! Ma non ti posso dir di più! – e dopo queste parole la figura bianca disparve.</p>



<p>Il soldato udì un sospiro ed un leggiero fruscìo, poi non vide più nulla.</p>



<p>Appena spuntò il giorno, il tamburino fu svelto a balzare dal letto, si mise il tamburo alla cintola e s’avviò diritto verso il bosco de’ giganti, senza paura. Come ebbe camminato per un buon tratto senza incontrar nessuno, disse fra sè: — Bisognerà svegliare questi dormiglioni! – e messo il tamburo ad armacollo si dètte a rullare così forte che gli uccelli balzarono spaventati da un ramo all’altro, stridendo.</p>



<p>Non andò molto che si alzò dall’erba, in cui dormiva disteso, un gigante che era alto quanto un abete.</p>



<p>— O scricciolo, chi t’ha detto – gridò – di venir a rompermi il più bel sonno?</p>



<p>— Batto il tamburo – rispose l’altro, volto in su con la testa, tanto da troncarsi il collo – perchè ho dietro migliaia d’uomini che mi seguono e non sanno la strada.</p>



<p>— Che cosa vengono a fare nel mio bosco questi furfanti? – riprese il gigante sdegnato, con voce che pareva rombo di cannone.</p>



<p>— Ti vengono a far la festa, caro mio, e ripulire il bosco dal pezzo di canaglia che sei.</p>



<p>— La vedremo! – gridò l’omone – vi schiaccio come formiche.</p>



<p>— Ah, sì? Credereste di potercene coi nostri? Se ti chini per agguantarli ti scivolano via e si rinascondono, e quando ti distendi e t’addormenti, risbucan fuori per ogni parte e ti sono addosso in un baleno. Ognuno di loro ha un martello d’acciaio attaccato alla cintura e con quello ti dà presto la paga per il male che vai facendo a tutta la gente.</p>



<p>Il gigante lo ascoltava pensoso e diceva fra sè: — Se mi metto a lottare con questo popolo astuto, mi potrebbe andar male. Da volpi e da orsi mi so ben difendere, ma contro i vermi della terra non ce la posso! – e volto in giù verso il tamburino, riprese: – Ascolta, omiciattolo veniamo a patti. Io ti prometto da ora in là di lasciarvi in pace, ma tu torna indietro co’ compagni tuoi. Però se hai un desiderio, dimmelo chè volentieri ti esaudirò prima che tu esca di qui.</p>



<p>— Tu hai le gambe lunghe e mi puoi portare alle falde del monte di cristallo, dal quale voglio fare un segnale al mio esercito perchè retroceda e non ti faccia male alcuno – disse tosto il giovanotto.</p>



<p>— Su, briciolo, monta sulla mia spalla e mettiti a sedere: io ti porterò in pochi passi al luogo ove desideri andare! – Detto ciò il gigante si tolse sull’omero quel giovanotto che in confronto a lui pareva un gingillo; l’altro, per l’allegria si mise a far rullare le bacchette. Il gigante pensò che quello fosse il segnale che doveva tenere addietro le squadre.</p>



<p>Fatto un pezzo di cammino, un altro gigante tolse il tamburino d’addosso al compagno e lo mise all’occhiello della veste. Il giovanotto tenendosi forte al bottone che era grande quanto un vassoio, si guardava intorno, osservando la bella foresta. Dopo questi, un terzo gigante lo prese e lo portò innanzi sulla tesa del cappello, dove egli passeggiava comodamente come se fosse stato sur un terrazzo e guardava la veduta al disopra delle vette degli alberi. Così, vide di lontano nell’azzurro un monte e capì che era il monte di cristallo, al quale era diretto. Il gigante fece ancora un paio di passi e furono ai piedi del monte incantato. Ivi quegli lo depose a terra.</p>



<p>— Portami su fino alla cima! – gridò il tamburino. Ma il gigante brontolò qualcosa dentro la barba, volse le spalle e andò via.</p>



<p>Il povero tamburino stava lì davanti a quella montagna, che era alta come tre monti sovrapposti l’uno all’altro e non sapeva come fare ad arrampicarsi sul cristallo lucente e sdrucciolevole al pari d’uno specchio. Provò, provò, ma sempre ricadeva scivolando. — Fossi un uccello! – pensava, ma non per questo gli spuntavano l’ale.</p>



<p>Ad un tratto vide, non discosto da sè due uomini che parevano altercare. Si accostò ad essi e capì la cagione della disputa essere una sella che giaceva a terra e che ognuno di essi voleva avere.</p>



<p>— Bisogna esser pazzi per litigarsi per una sella quando non si ha cavallo! – disse il tamburino a’ due che questionavano.</p>



<p>— Questa sella ha più valore di quello che tu non pensi – rispose uno di quelli – se uno vi siede e desidera di andare in un posto qualunque, sia pure a capo del mondo, la sella ve lo porta in men che non si dica. La sella è di tutti e due; adesso tocca a me a starci sopra, ma il mio compagno non mi vuol dare il turno.</p>



<p>— Se lasciate fare a me, vi rimetto subito d’accordo, – riprese il tamburino; e allontanatosi d’un tratto, ficcò nel suolo uno stecco bianco che si scorgeva bene tra il verde dell’erba, poi, tornato presso i due litiganti, continuò:</p>



<p>— Correte alla meta e quello di voi che arriva il primo avrà diritto di montar sulla sella fatata.</p>



<p>Piacque ai due il modo di troncare la disputa e subito corsero via, ma non appena essi avevano fatto pochi passi, il tamburino si mise sulla sella e detto: — In cima al monte di cristallo! – vi arrivò in un volo.</p>



<p>Sulla vetta di quel monte era una spianata. Ivi sorgeva una vecchia casaccia di pietra che aveva davanti uno stagno pieno di pesci e dietro una selva cupa.</p>



<p>Il tamburino non vedeva nè gente nè animali in quel luogo solitario, alpestre. Le foglie stormivano mosse dal vento e le nubi che passavano lente gli rasentavano il capo. Andò dritto alla porta e bussò. Quando egli ebbe battuto il terzo colpo, venne ad aprirgli una vecchia che aveva il volto bruno, gli occhi rossi e gli occhiali sul naso lungo, lungo.</p>



<p>— Che cosa vuoi?</p>



<p>— Entrare, mangiare e dormire.</p>



<p>— Ti concederò quanto chiedi, purchè tu faccia tre lavori di cui t’imporrò il compito.</p>



<p>— E perchè no? Non v’è fatica che mi faccia paura.</p>



<p>La vecchia, su queste parole lo fece entrare, lo mise a desco e quando fu sera gli preparò un buon letto. La mattina di poi, ella si tolse dalle dita rigide un anello da cucire e porgendoglielo gli disse:</p>



<p>— Il tuo compito per oggi è questo: ascolta! Anderai là allo stagno, lo vuoterai con questo ditale e prima di notte l’acqua dovrà essere attinta fino all’ultima goccia ed i pesci disposti in ordine sulla sponda a seconda della specie e della misura.</p>



<p>— È un lavoro che non si suol fare tanto spesso! – esclamò il tamburino, ridendo; ma tuttavia se ne andò allo stagno e si pose all’opra. Egli aveva un bell’attingere ditalini d’acqua; lo stagno pareva crescere invece di vuotarsi. A mezzogiorno era stanco e lo colse un abbattimento grande per cui disse fra sè: «È inutile che duri fatica! la strega si è burlata di me» e sedutosi alla riva si volle riposare.</p>



<p>Quand’ecco sopraggiungere una fanciulla che uscita di casa se ne viene a lui, recandogli un canestro con la colazione.</p>



<p>— Che cos’hai che te ne stai lì così triste? – gli domanda. Egli alza gli occhi e resta stupito dalla bellezza di lei, poi mette un lungo sospiro e le risponde, scuotendo la testa: — Non vengo a capo del primo compito, figurarsi degli altri due! Sono venuto qui in cerca d’una principessa reale, ma poichè non l’ho trovata, voglio proseguire il mio viaggio.</p>



<p>— No, rimani; – riprese la ragazza – t’aiuterò io. Intanto, metti il capo in grembo a me e dormi. Vedrai che quando ti risvegli il lavoro è bell’e fatto.</p>



<p>Il tamburino non se lo fa dir due volte ed appena egli ha chiusi gli occhi, la ragazza preme l’anellino magico che ha al dito e girandolo dice: «Acqua, su! Pesci, fuori!». All’istante l’acqua sorge come una nebbia e va a perdersi nelle nubi; i pesci guizzano sulla riva e vanno a mettersi a rango, secondo la specie e la misura, e quando il giovinotto si sveglia sbarra gli occhi per la meraviglia, al vedere sbrigato ogni cosa. Però la fanciulla gli, dice:</p>



<p>— Osserva, un pesce solo non è a posto e se ne sta in disparte. Stasera, quando la vecchia verrà a vedere se questo solo pesce sia rimasto fuori delle file, tu le risponderai «questo è per te, brutta strega», e glielo getterai in faccia.</p>



<p>— Va bene! – risponde il tamburino e mentre la ragazza se ne torna via, egli rimane ad aspettare tranquillo, in riva allo stagno asciutto.</p>



<p>Viene la vecchia alla sera e stupisce al vedere eseguito il suo comando. — Ma – dice – perchè hai lasciato un pesce da parte?</p>



<p>— Questo è per te, brutta strega! – le risponde e le getta il pesce in viso.</p>



<p>Essa fa finta che nulla sia stato, ma dà al giovanotto una guardataccia bieca con gli occhi grifagni.</p>



<p>All’indomani la strega dètte un altro compito al tamburino e gli disse:</p>



<p>— Ieri, caro ragazzo, il lavoro è stato troppo facile. Oggi voglio che tu abbatta tutto il bosco, che tu ne seghi tutti i ceppi e li metta su accatastati. Stasera devi aver finito. – Detto ciò gli porse un’ascia e due seghe; ma l’ascia era di piombo e le seghe di latta. Il povero giovanotto non sapeva come fare con quelli arnesi che si piegavano sotto il colpo ed al contrasto coi tronchi duri. Venne anche allora la bellissima fanciulla a portargli il cibo e lo consolò come la prima volta.</p>



<p>— Mettimi il capo in grembo e fa’ un bel sonno; – gli disse – io penserò al resto.</p>



<p>Al solito, premè, si girò sul dito l’anellino fatato e disse le magiche parole e subito il bosco cadde in un colpo come fosse abbattuto da una mano di gigante. Come il tamburino aprì gli occhi, vide le cataste di legna segate e tutto il lavoro compiuto.</p>



<p>— Vedi quel pezzo di legno lasciato in disparte? – disse la ragazza – quello ti servirà per picchiar la vecchia quando verrà a vedere se hai finito il nuovo compito e ti domanderà perchè un pezzo è rimasto fuori dalle cataste. Tu nel batterla le risponderai «questo è per te brutta strega».</p>



<p>Venne infatti, a sera, la vecchia e quando ebbe il colpo e la risposta del tamburino, come l’altra volta fece le viste che nulla fosse stato. Anzi rise diabolicamente e riprese: — Domattina farai di tutti questi mucchi una catasta sola e vi appiccherai il fuoco.</p>



<p>Il giovanotto all’alba era già in piedi ed alla meglio, come poteva, radunava, ed ammontava la legna. Ma come era possibile che un sol uomo accatastasse la legna di un intero bosco? Egli era impensierito e grondava sudore per la pena e per la fatica. Venne, però, a tempo anche questa volta la bella ragazza con la merenda e gli disse di non perdersi d’animo, chè tra poco avrebbe avuto la ricompensa del suo patire. Il tamburino, ormai, ci aveva preso l’abitudine e senza che la fanciulla gli dicesse altro le pose in grembo il capo e s’addormentò. Come ebbe fatto il sonnellino della digestione, aprì gli occhi e vide l’immensa catasta incendiata. Le fiamme mandavano chiarore più del sole e come tante lingue andavano su alte a lambire la volta azzurra del cielo.</p>



<p>— Ascolta – gli disse prima di tornare a casa la fanciulla – quando verrà la strega, fatti animo: oggi ti darà ordini più severi degli altri e tu eseguiscili senza paura se vuoi vincerla. Guai a te se ti lasci cogliere da timore: le fiamme t’investirebbero e saresti perduto. Hai capito? Il coraggio sarà la tua unica difesa. Dunque fa’ tutto quello che essa ti dirà ed in ultimo agguantala e gettala in mezzo al fuoco.</p>



<p>La ragazza rientrò in casa e la vecchia ne uscì tentennoni dicendo: — che freddo, ohi! ohi! sono tutta intirizzita! Ma quest’è una bella fiammata davvero. Così sì che mi riscaldo le vecchie ossa. Ah! mi sento meglio! Guarda&#8230; – soggiunse voltasi al tamburino – c’è però là in mezzo alla catasta, un pezzo di legno che non brucia. Lo vedi? Portamelo e dopo ti lascio libero di andar dove vuoi. Giù allegro, buttati nel fuoco!.</p>



<p>Il giovanotto, che aveva tenuto a mente le istruzioni avute dalla ragazza, non stette in forse, si lanciò in mezzo alle fiamme, afferrò il pezzo di legno ed uscì fuori illeso, senza neppur la minima abbronzatura. Appena ebbe posato il legno in terra, questo si trasmutò nella fanciulla che lo aveva sempre aiutato nelle grandi fatiche, e dalle vesti ricche d’oro e di gemme capì che era appunto quella principessa che egli voleva liberare dall’incantesimo. La strega intanto rideva d’un riso malvagio, gridando «Credi che sia tua? credi di rapirmela? Oh! non l’avrai!». Ma come essa stava per gettarsi sulla fanciulla, il tamburino l’agguantò con le mani forti e la gettò sul rogo. Le fiamme l’inghiottirono e si chiusero su di lei come fossero felici di distruggere una strega.</p>



<p>Quando la vecchia fu tolta di mezzo, la bella principessa dètte un’occhiata al giovanotto e vedutolo bello e riflettendo che a lui doveva la propria salvezza, gli porse la mano e gli disse: — Tutto hai rischiato per me, per me ti sei esposto a tutti i pericoli, ed io voglio corrispondere ai tuoi benefizi. Se mi prometti d’essermi fedele, ti faccio mio sposo. Il nostro regno non avrà bisogno di maggiori ricchezze quando avremo preso ciò che la vecchia ha accumulato quassù.</p>



<p>Detto questo, lo condusse in casa e gli mostrò tante casse e cassette e bauli pieni di tesori. Essi lasciarono l’oro e l’argento; presero soltanto i brillanti e stabilirono di abbandonare quel luogo dove essa era stata relegata per tanto tempo.</p>



<p>— Vieni: – disse egli alla principessa – mettiti con me sulla sella magica, e voleremo via come due uccellini.</p>



<p>— Non mi piace questo brutto arnese vecchio e logoro! E poi, sai, io non ne ho bisogno; mi basta il mio anellino. Gli dò un giro e siamo subito a casa – rispose la fanciulla.</p>



<p>— Sta bene: farò come tu vuoi. Desidera di andar con me alla porta della mia città!</p>



<p>Appena furono uniti nello stesso desiderio, si trovarono dinanzi a quella porta. Subito disse il giovinotto:</p>



<p>— Prima di venir con te nel tuo regno, voglio rivedere i miei genitori, dar loro le mie notizie e l’ultimo addio. Tu aspettami qui, chè torno subito.</p>



<p>— Ahimè! – sospirò la fidanzata. – Promettimi che non li bacerai sulla gota destra, altrimenti ti scorderesti di me che resterei sola ed abbandonata in questa campagna!</p>



<p>— Com’è possibile ch’io ti scordi? – egli riprese e, nel ripeterle la promessa di tornare prestissimo a lei, le strinse la mano.</p>



<p>Come il giovanotto fu giunto a casa, nessuno lo riconosceva, tanto si era mutato. I tre giorni che egli credeva fossero trascorsi mentre stava in casa colla strega erano stati tre anni. Ma ben presto, udite le vicende del suo viaggio straordinario ed avute le prove dell’essere suo e della verità di quei detti, i suoi cari gli si gettarono al collo piangenti per l’improvvisa allegrezza ed egli ne provò tanta dolce commozione che, dimenticando le parole della fidanzata, li baciò teneramente sulle due guance.</p>



<p>Non appena ebbe loro scoccato un bacio sul lato destro del viso, il pensiero di <em>lei</em> svanì in lui del tutto. Trasse di tasca i brillanti che aveva seco e li depose sulla tavola ed i suoi vecchi guardavano stupiti quei tesori senza sapere come servirsene. Quando rinvenne dal primo sbalordimento, cagionato da tanta gioia, il padre del tamburino si fece costruire un castello magnifico, in mezzo a giardini, boschetti e praterie che pareva una dimora da re; e finito che fu di fabbricare questo castello disse la madre al figliuolo:</p>



<p>— Figlio mio, t’ho scelto per moglie una bella e buona ragazza e fra tre giorni faremo le nozze.</p>



<p>Il tamburino era un figliuolo affezionato e docile e si accordò in tutto al volere dei genitori.</p>



<p>La principessa intanto là, nella campagna, aspettava, aspettava invano il ritorno del promesso sposo. Venne la sera ed ella disse in un sospiro: — Il mio diletto ha baciato i suoi cari sulla guancia destra e si è scordato di me! – Nel dolore che le opprimeva il cuore, premè l’anellino e se lo fe’ girar sul dito, desiderando d’essere in una casina solitaria dentro un bosco, chè alla corte magnifica del padre suo, senza il fidanzato, non aveva core di tornare.</p>



<p>Eccola, infatti, nella capanna. Ogni sera va alla città e passa davanti al castello di lui. Egli, talora, la vede passare, ma purtroppo non la riconosce.</p>



<p>Una sera, le venne all’orecchio la voce che correva fra la gente: «Domani – dicevano tutti – si celebran le nozze del bel tamburino».</p>



<p>— S’io provassi a riconquistarmi il suo cuore? – disse la principessa fra sè. Le feste per gli sponsali dovevano durare tre giorni e venuto il primo giorno ella disse, girando sul dito l’anellino «un bel vestito che splenda come il sole» ed il vestito subito le fu posto dinanzi. Com’era bello! pareva intessuto di raggi lucenti. La principessa lo indossò e si diresse tosto alla casa del fidanzato. All’incedere di lei nella sala fra i convitati, in mezzo al giubilo ed agli «evviva», tutti fecero le meraviglie per quell’abbigliamento così luminoso e ricco; la nuova fidanzata del tamburino volle averlo per sè e domandò alla principessa se volesse venderglielo.</p>



<p>— Io non lo dò a prezzo di danaro: – rispose l’altra – se mi lascerete passar la notte accanto all’uscio della stanza dove dorme il vostro promesso sposo, vi darò in cambio il vestito.</p>



<p>Accolse la giovane quella proposta; ma quando, finita che fu la festa, mescè da bere al tamburino, gli versò nel vino un sonnifero per cui egli fu colto da un fortissimo sonno.</p>



<p>Nel silenzio della notte, quando tutti erano andati al riposo, la principessa aprì un fessolino all’uscio del fidanzato e cominciò a sussurrare queste parole:</p>



<p>«O tamburino, dimmi<br>Perchè m’hai tu scordata?<br>Son io, son io la vera fidanzata!<br>Sogni le nozze, il ballo;<br>Sul monte di cristallo<br>Più non rammenti che eravamo un dì!<br>Non ti ricordi più?<br>Quando eravam lassù<br>Tu mi salvasti ed io pur ti salvai&#8230;<br>Di me scordarti non dovevi mai!»</p>



<p>Ma tutto era vano. Il giovanotto non si svegliò in tutta la notte e la principessa all’alba dovè tornarsene via. Aspettò che fosse sera e si girò di nuovo l’anellino sul dito, dicendo: «un bel vestito che splenda come la luna!» Quando comparve alla festa, essa spandeva intorno una luce soave come chiaror di luna: la gente l’ammirava abbagliata e la nuova sposa le proponeva di venderle quello stupendo abito. Ma, come l’altra volta, essa rispose di no che non l’avrebbe dato per danari e che solo in cambio del solito favore glielo avrebbe ceduto.</p>



<p>Nel silenzio della notte, la principessa tornò alla porta del tamburino, aprì uno spiraglio e sussurrò di nuovo:</p>



<p>«O tamburino, dimmi<br>Perchè m’hai tu scordata?<br>Son io, son io la vera fidanzata!<br>Sogni le nozze, il ballo;<br>Sul monte di cristallo<br>Più non rammenti che eravamo un dì!<br>Non ti ricordi più?<br>Quando eravam lassù<br>Tu mi salvasti ed io pur ti salvai&#8230;<br>Di me scordarti non dovevi mai!»</p>



<p>Sordo a que’ lamenti, alla voce delle memorie, il giovanotto giaceva in potere del sonnifero e non udiva: e la povera fidanzata se ne tornò triste e sola alla capanna nel bosco. Ma intanto la gente di casa aveva udito le parole della sconosciuta e gliele riferì, aggiungendo che egli aveva bevuto ad insaputa sua un sonnifero per cui la voce di lei era caduta nell’ombra senza arrivargli.</p>



<p>Alla terza sera, la principessa che ad ogni costo ormai voleva riconquistar il cuore dell’amato, si girò l’anellino sul dito e disse: «un vestito scintillante come le stelle».</p>



<p>Comparve nella sala e la bellezza di quell’abito era tale che la nuova fidanzata se ne invogliò più che degli altri due che già aveva e disse in cuor suo che a qualunque costo quel vestito meraviglioso le doveva appartenere.</p>



<p>La principessa, propose il solito patto e come tutti andarono a riposo, si mise all’uscio della stanza da letto del promesso sposo. Questa volta il tamburino non aveva bevuto il vino mesciutogli dalla fidanzata, e perchè ella lo credesse, vedendo vuota la coppa, lo aveva versato in terra, dietro il letto parato.</p>



<p>Ecco, nel silenzio della notte aprirsi piano, piano la porta di camera ed una voce lamentevole ed amorosa sussurrare queste parole:</p>



<p>«O tamburino, dimmi<br>Perchè m’hai tu scordata?<br>Son io, son io la vera fidanzata!<br>Sogni le nozze, il ballo;<br>Sul monte di cristallo<br>Più non rammenti che eravamo un dì!<br>Non ti ricordi più?<br>Quando eravam lassù<br>Tu mi salvasti ed io pur ti salvai&#8230;<br>Di me scordarti non dovevi mai!»</p>



<p>D’un tratto, ecco si risveglia in lui la memoria del passato. Sì, tutto, tutto ricorda ed il core gli dà balzi di gioia.</p>



<p>— Diletta, diletta mia, – esclama – perdona se ti avevo dimenticata! Fu tale la contentezza che provai nel rivedere i miei vecchi, che detti loro quel bacio fatale! Perdonami: la colpa, vedi, non è mia! – e la chiama e le va incontro; la prende per mano e la conduce presso il letto dei genitori. – Ecco la vera, la sola mia diletta, ecco la mia vera sposa! – dice, vinto dalla commozione. – Oh! non vogliate ch’io tradisca la fede che le ho dato!</p>



<p>Il padre e la madre, come ebbero udita la storia dell’affetto e delle promesse di quei due che tenendosi strette le mani aspettavano di esser benedetti, dettero il consenso per le loro nozze.</p>



<p>Subito furono richiamati gli invitati, riaccese le lumiere e i doppieri nella sala da ballo; ed al chiarore di belle faci gaie e lucenti ed al suono di timpani e di trombe, fra gli evviva dei parenti e degli amici furono festeggiati i veri sposi. Si dice che l’altra fanciulla piangesse qualche lacrimuccia e non volesse subito rinunziare al bel tamburino, ma poi, vanerella come sono tutte le femmine, quando le fu detto che i bei vestiti lucenti non le sarebbero stati ritolti, si consolò al pensiero di far bella figura, e forse anche le fece in cuore capolino la speranza di trovar presto un altro marito.</p>
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		<title>Gli scarpini da ballo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:57:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm C’era una volta un re che aveva dodici figlie, una più, bella dell’altra. Esse dormivano insieme in una sala dove i letti erano disposti tutti in fila: e la sera, quando si erano coricate, il re ne chiudeva a chiave la porta. Quando alla mattina, la riapriva, osservava che gli [&#8230;]</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>C’era una volta un re che aveva dodici figlie, una più, bella dell’altra.</p>



<p>Esse dormivano insieme in una sala dove i letti erano disposti tutti in fila: e la sera, quando si erano coricate, il re ne chiudeva a chiave la porta. Quando alla mattina, la riapriva, osservava che gli scarpini delle principesse erano arrotati dal ballo e nessuno sapeva spiegargliene la ragione. C’era un mistero che egli non poteva discuoprire.</p>



<p>Il re pensò di pubblicare un bando e stabilì che chi avesse scoperto dove andassero le dodici fanciulle a ballare nella notte e come si liberassero da tutti i chiavistelli, avrebbe avuta una di esse in isposa e sarebbe stato fatto re dopo la morte di lui; chi però non fosse venuto a capo di nulla, vi avrebbe rimesso la vita.</p>



<p>Non andò molto che un bel principe si presentò per mettersi alla prova pericolosa. Fu condotto a sera nella stanza attigua alla sala dove dormivano le dodici bellissime figlie del re ed ebbe ordine di spiarle e seguirle se mai fossero uscite dal castello: e perchè quelle non potessero far niente in segreto nè fuggirsene da un’altra parte, pensò il re che fosse prudente di lasciare aperta la porta del loro camerone da letto.</p>



<p>Al baldo principe, tosto che si fu messo nel giaciglio dove doveva far finta di dormire, invigilando, divennero pese le palpebre come fossero state di piombo. Egli dormì saporitamente e come alla mattina riaprì gli occhi, le dodici fanciulle erano state a ballare tutta la notte e gli scarpettini di raso trapunti erano tutti bucherellati nelle suole. La seconda e la terza sera avvenne lo stesso. Appena era a letto, il principe attaccava un sonno così forte che neppure il cannone lo avrebbe svegliato. Così, perchè dormisse meglio e più a lungo, gli fu mozzato il capo senza remissione. Dopo di lui vennero molti altri che non ebbero fortuna migliore.</p>



<p>Accadde che un povero soldato, che aveva una ferita impiagata e non poteva più prestare servizio d’armi, passò per caso per la via dove era il palazzo reale ed incontrò una vecchia che gli domandò dove andasse.</p>



<p>— Non lo so neppur io! – rispose, e siccome era di umor gaio nonostante il malanno che lo aveva colto, soggiunse: – Avrei voglia di scuoprire dove vanno a ballare la notte le nostre belle principesse! Così diventerei un bel re con tanto di corona sulla testa e potrei godermi la vita mangiando e bevendo senza durar fatica.</p>



<p>— Non è cosa tanto difficile! – riprese a dire la vecchia. – Basta che tu non beva il vino che ti porteranno la sera prima che tu ti addormenti. Quando verranno col bicchiere, tu farai le viste d’aver già attaccato sonno – detto ciò gli dètte un mantellino e continuò:</p>



<p>— Se te lo metterai addosso, sarai invisibile e potrai seguire le dodici fanciulle senza che esse ti vedano.</p>



<p>Il soldato riflettè un momento, poi, fattosi animo, andò dal re e si fece annunziare come un cavaliere. Fu accolto come i predecessori, con onore ed ebbe vesti regali. Quando fu sera, lo condussero nella stanza attigua al dormentorio principesco e non tardò a venire a lui la maggiore delle dodici ragazze e portargli un calice di vino. Egli lo prese di buon grado, ma versò con destrezza il liquido sotto il mento, dove aveva legato appositamente una spugna che doveva suzzarlo. Così non gliene andò in gola neppure una stilla. Dopo si coricò e cominciò a russar tanto forte che le principesse ne risero fra loro dicendo: — Anche questo poteva fare a meno di venire a rimettere la vita per noi!</p>



<p>— E tu – soggiungeva un’altra – non avevi bisogno di dargli il solito sonnifero. Questo mammalucco dormiva la grossa anche senza!</p>



<p>Scherzando e burlandosi di chi doveva vegliare su di loro, presto si dettero ad aprire cassoni e bauli e metter fuori abiti da ballo. Si vestivano, si adornavano, davanti agli specchi, in fretta, giulive, facendo passi cadenzati e giravolte come se già fossero state al ballo. Tutte erano allegre meno la più giovinetta che, pur vestendosi anch’essa, se ne stava melanconica in disparte e sospirava</p>



<p>— Voialtre fate il chiasso e siete contente, ma io ho una tristezza che mi scoraggia! Mi par di presentire una disgrazia.</p>



<p>— Sei come l’oche che hanno paura di ogni cosa! – le rispondeva la sorella maggiore. – E pure lo sai che quanti son venuti a scoprire il nostro segreto hanno dovuto lasciare la testa a palazzo! Cosa vuoi che ci faccia questo contrabbasso? – e rise più forte dopo essere stata in ascolto, facendo gesti burleschi, mentre il soldato russava sulla gamma sonora.</p>



<p>Come furono pronte tutte, dettero un’occhiatina al cavaliere dormente, il quale aveva già richiuse le palpebre ed era immobile come fosse morto, e credutesi sicure si disposero alla fuga.</p>



<p>La maggiore di esse, si avvicinò al proprio letto e battè alcuni colpi: quello sprofondò nel pavimento e dall’apertura improvvisa se la svignarono l’una dopo l’altra, seguendo la sorella. Il soldato che aveva tutto veduto, non indugiò un attimo a mettersi addosso il mantello fatato e correr dietro alle fuggenti. Scendevano esse per una scala rapidamente, ed egli nella fretta pestò leggermente il vestito alla più giovane.</p>



<p>— Cosa c’è? – gridò tosto la fanciulla spaventata. – Chi mi tira per la veste? – Ma la sorella maggiore, che si precipitava innanzi a tutte, le rispose:</p>



<p>— Non far la stupida! Sei rimasta attaccata a un chiodo.</p>



<p>Appena furono in fondo, uscirono in un viale meraviglioso dove gli alberi avevano un fogliame d’argento che brillava come fosse in un plenilunio magico. Il soldato era furbo e, siccome alla propria testa portava una certa affezione, disse fra sè: — Sarà prudente ch’io presenti le prove che attestino la verità, – e ruppe un ramoscello da un albero. Ciò produsse un forte schianto.</p>



<p>— Le cose non vanno bene, stanotte – gridò la più giovane – avete udito questo rumore? – e la maggiore rispose: — Sono colpi di gioia perchè fra poco avremo liberato i nostri principi.</p>



<p>Poi percorsero un altro viale dove le fronde degli alberi erano d’oro, e dopo quello un terzo in cui le foglie erano di brillanti lucentissimi. Ne’ due viali colse il soldato altri due ramoscelli che schiantarono e la giovane principessa gridò ancora «sventura!», mentre la sorella si spingeva innanzi leggiera, contenta, dicendo che erano mortaletti di gioia per la prossima liberazione dei loro fidanzati&#8230;.</p>



<p>Adesso erano sulle rive di una grande estensione d’acqua, e dodici navicelli in cui sedevano dodici bei cavalieri le attendevano. Ognuno di essi tolse una principessa nella propria barchetta. Il soldato scese in quella dove sedeva la sorella minore col promesso sposo.</p>



<p>— Come mai la barchetta è tanto pesa? – disse quel principe – stanotte duro fatica a vogare e per portarla avanti farò un bagno di sudore!</p>



<p>— Non è il vogare, è la stagione che ti spossa. Anch’io ho un gran caldo – essa rispose.</p>



<p>Sull’altra sponda si ergeva un castello illuminato da cui venivano gai suoni di timpani e di trombe.</p>



<p>Approdarono; ed appena entrate nella sala si dettero le principesse a danzare spensieratamente coi loro diletti. Il soldato invisibile, avvolto nel mantello fino della vecchierella, ballava anch’egli ed ogni volta che una delle fanciulle teneva in mano una coppa piena di vino, egli si divertiva a vuotarla, sicchè l’altra non vi trovava più una stilla quando se la accostava alle labbra. La principessa minore era allarmata da questo scherzo, e con le altre se ne lagnava, ma la sorella maggiore trovava risposte piccanti che la mortificavano e l’obbligavano a tacere.</p>



<p>La danza durò fino alle tre del mattino, chè gli scarpini erano consumati ed uscivano loro di piede.</p>



<p>I principi ricondussero con le loro barchette le principesse alla riva da cui erano venute, e questa volta il soldato si sedè a fianco della maggiore. Quando furono scese a terra, le fanciulle si accomiatarono dai fidanzati cui dettero promessa di tornare nella notte seguente.</p>



<p>Giunte alla reggia, salirono la scala mollemente nella stanchezza e intanto furono precedute dal soldato il quale corse avanti e s’infilò nel proprio letto; lì, quando esse entrarono nel camerone e si avvicinarono al dormiente che russava, fecero una risatina di gusto e batterono le mani dicendo sottovoce: — Con questo siamo più che sicure! – Poi, si spogliarono, riposero le vesti nei cassoni e le gemme ed ogni ornamento, si lasciarono cader di piede gli scarpini sotto il letto e si abbandonarono al sonno sui morbidi guanciali.</p>



<p>Alla mattina, il soldato non volle ancora dir nulla. Gli erano concesse tre notti per venire a capo del mistero. Così nelle notti seguenti tornò al ballo nel castello de’ principi, al di là della grande distesa d’acqua.</p>



<p>La terza notte, le principesse tornarono a casa con gli scarpini sfondati ed il soldato portò seco anche una coppa. Come fu giunta l’ora dell’interrogatorio, egli prese i tre ramoscelli ed il calice e si presentò al re, mentre le principesse stavano dietro le porte ad origliare.</p>



<p>— Dove hanno ballato in queste tre notti le mie figliuole? — domandò il sovrano.</p>



<p>— Hanno danzato con dodici principi in un gran castello che è sottoterra – rispose il soldato e narrò per filo e per segno ogni cosa e dètte le prove di quanto diceva.</p>



<p>Il re si fece comparir dinanzi le principesse e le interrogò: ed esse, come si videro scoperte e capirono che la difesa a nulla avrebbe valso, non ardirono di mentire.</p>



<p>— Tu hai scoperto il gran mistero che teneva in angoscia il mio cuore ed io terrò la mia promessa. Dimmi quale delle mie figlie ti scegli in isposa – disse al soldato il re.</p>



<p>Quegli rispose:</p>



<p>— Non sono più tanto giovane e mi contento della maggiore.</p>



<p>Quel giorno stesso furono celebrate le nozze ed il soldato ebbe formale promessa di possedere il regno dopo la morte del vecchio re.</p>



<p>Ma ai principi fu prolungato l’incantesimo per altrettanti giorni quante erano state le notti che avevano ballato di soppiatto con le dodici bellissime principesse.</p>
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		<title>Il ramoscello di nocciuòlo (leggenda)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:56:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm Una volta in un bel pomeriggio, Gesù bambino s’era adagiato da sè nella cullina e addormentato. Entrò la Madonna e vedutolo, lo guardò con tenerezza e tutta sorridente, inclinata su di lui gli sussurrò: — Eri stanco? hai cercato riposo, bimbo mio? Dormi, dormi, soavemente! Io andrò nel bosco e [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>Una volta in un bel pomeriggio, Gesù bambino s’era adagiato da sè nella cullina e addormentato. Entrò la Madonna e vedutolo, lo guardò con tenerezza e tutta sorridente, inclinata su di lui gli sussurrò:</p>



<p>— Eri stanco? hai cercato riposo, bimbo mio? Dormi, dormi, soavemente! Io andrò nel bosco e coglierò fravole per te. Quando sarai sveglio ed io te ne avrò portato un bel mucchio, tu riderai di gioia e batterai le manine.</p>



<p>Poi s’era avviata nel bosco.</p>



<p>Guardava, cercava, non vedeva i belli acini vermigli. Ecco scorge di lontano un posticino tra l’erbe dove ne occhieggiano tanti e così freschi e maturi. Va e si china per farne la raccolta al bambinello, ma appena allunga la mano, salta fuori una vipera. La Vergine ha paura, lascia star le fravole e fugge. Il rettile l’insegue, essa, come ognuno può pensare, sa trovare riparo e si nasconde dietro un nocciuòlo giovane che ha molta frasca. La vipera non la vede più e va a nascondersi in un altro buco. Allora torna la Madonna a cogliere i bei frutti vermigli e quando ne ha fatto raccolta e vuol tornare a casa, saluta la frasca di nocciuòlo con queste parole:</p>



<p>— Così come sei stata la difesa mia, lo dovrai essere anche per tutti gli altri uomini.</p>



<p>Infatti, da vecchissimi tempi, le fronde di nocciuòlo sono riconosciute come sicuro riparo contro le serpi, le vipere e tutti gli animali nocivi che strisciano sul terreno.</p>
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		<title>Le tre fronde (leggenda)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:56:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm C’era una volta un eremita che viveva in un bosco ai piedi di un alto monte passando le ore in preghiere e buone opere. Ogni sera, per fare un sacrifizio ad onore di Dio, empiva d’acqua due grandi secchi e li portava su, in vetta al monte per inaffiarvi le [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>C’era una volta un eremita che viveva in un bosco ai piedi di un alto monte passando le ore in preghiere e buone opere. Ogni sera, per fare un sacrifizio ad onore di Dio, empiva d’acqua due grandi secchi e li portava su, in vetta al monte per inaffiarvi le piante che il sole ed il vento inaridivano e perchè trovassero da bere le aquile e tanti animali che abitano le alture e per paura della gente non scendono a cercarsi l’acqua nella pianura.</p>



<p>Questo solitario era tanto pio, che ogni sera veniva visibilmente un angiolo ad accompagnarlo nella salita faticosa, e dopo che tutto era finito gli portava da mangiare.</p>



<p>Quando l’eremita era già in età avanzata, gli avvenne di scorgere di lontano in campagna un uomo che era condotto alla forca per esservi impiccato.</p>



<p>— Ecco: – disse fra sè – quello lì ha quel che si è meritato.</p>



<p>Allorchè fu sera e s’avviò coi secchi d’acqua su per l’erta del monte per dar sollievo agli animali ed alle piante, l’angelo non comparve, nè gli recò il cibo. Egli ne fu turbato fortemente e si dette ad esaminare la propria coscienza per discuoprire in qual cosa avesse offeso il Signore. Ma non trovò nulla. Triste, senza toccar nè cibo, nè bevanda, si gettò in ginocchio sulla nuda terra e notte e giorno pregò. E mentre una volta era appunto prostrato nel bosco e piangeva con molta amaritudine, il canto di un uccellino lo commosse nell’imo e gli fece piangere lacrime ancora più dolorose.</p>



<p>— Ah! tu canti così, tutto allegro perchè Dio con te non è sdegnato. Se con quel canto almeno tu mi dicessi qual’è la mia colpa e con qual penitenza posso espiarla!</p>



<p>A quella domanda, l’uccellino cessò dal canto e prese a parlare.</p>



<p>— Tu hai peccato perchè hai giudicato un altro uomo. Solo Dio è giudice e perchè tu, al vedere il tuo simile andare a scontar con la morte la pena di una colpa, non ti sei sentito intenerire il cuore, si è sdegnato con te. Però se farai penitenza in isconto di questo peccato, egli ti perdonerà.</p>



<p>Ecco, di nuovo, l’angelo gli sta accanto. Ha in mano un arboscello secco e gli dice così:</p>



<p>— Tu dovrai portare con te questo arboscello fin che da lui non spuntino tre fronde; e la notte, quando andrai a riposo, te lo metterai sotto la testa. Il pane lo chiederai in elemosina battendo alle porte, e se qualcuno ti alloggerà per misericordia, non albergherai da lui più d’una sola notte. Questa è la penitenza che Dio ti impone se vuoi il suo perdono.</p>



<p>Ed ecco il romito che se ne va a ramingare per il mondo, portando sempre con sè l’arido arboscello. Egli non beve, non mangia, se non quello che la gente gli dà in elemosina. Ma non sempre quando bussa gli è aperto nè sempre quanto chiede gli vien dato. Passa sovente lunghi giorni senza toccar cibo, e lunghe notti senza ricovero. Un giorno che dalla mattina fino a sera aveva invano picchiato alle porte e invano cercato chi lo ristorasse dopo il lungo digiuno, se ne andò in un bosco e trovò alla fine un antro dove ripararsi. Ma v’era dentro seduta una vecchia.</p>



<p>— Buona donna – si dette a supplicare – lasciate ch’io mi ripari per questa notte qui dentro! – Ella rispose che non glielo poteva concedere per quanto ella lo volesse.</p>



<p>— Ho tre figliuoli – diceva – che sono selvaggi e malvagi. Se quando rincasano, dopo aver fatto le loro corse di rapina, vi trovassero qui, ammazzerebbero me e voi.</p>



<p>— Lasciatemi stare – ripeteva l’altro – non faranno male nè a voi, nè a me.</p>



<p>La donna, mossa a pietà, gli concesse di rimanere.</p>



<p>Egli si distese sotto un avanzo di scala e si mise l’arboscello arido sotto la testa. Come la vecchia vide quell’atto, ne chiese la ragione ed egli le raccontò la storia della sua colpa e della sua penitenza. A quelle parole, la madre si diede a piangere sul pervertimento dei figli suoi ed a lamentare per essi il giudizio di Dio.</p>



<p>— Se il Signore punisce voi così per una parola detta, come potranno i miei figli ottenere misericordia? Come presentarsi al giudizio eterno?</p>



<p>A mezzanotte tornarono i briganti facendo fracasso. Accesero un gran fuoco e quando alla luce della fiamma che si allargava per tutta la caverna videro lì un uomo disteso in terra, pieni d’ira domandarono alla madre chi egli si fosse, gridando: — Non ve lo abbiamo tante volte proibito di prender gente in casa?</p>



<p>La donna mite, rispose dolcemente:</p>



<p>— Lasciatelo stare; è un povero peccatore che sconta il suo peccato.</p>



<p>— Che cosa ha fatto? Sentiamo un po! – si diedero a schiamazzare i tre giovanotti: – Vecchio barbone, raccontaci i tuoi peccati! – e lo svegliarono.</p>



<p>Egli si alzò e disse come per una sola parola detta senza pietà, Dio si fosse tanto sdegnato contro di lui che egli ne doveva scontare la pena per un tempo infinito.</p>



<p>I briganti ad un tratto commossi in fondo al cuore si sentirono rinnovati, ed esaminando la loro coscienza e la loro vita, cominciarono a far penitenza col versare largo pianto di pentimento.</p>



<p>Il vecchio era tornato a dormire sotto la scala. Allo spuntar del nuovo giorno fu trovato morto, ma dall’arido arboscello erano cresciuti tre rami con la fronda verde.</p>



<p>Iddio gli aveva perdonato perchè con la sua penitenza aveva ricondotto a lui tre anime perdute.</p>
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		<title>La tazzettina della Madonna (leggenda)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:55:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm Un povero barocciaio se ne andava per la strada maestra con un gran carico di vino, e per il peso soverchio il carro aveva affondato le ruote nel suolo senza poterne uscire. Egli era lì, sulla lunga via solitaria e gocciolava larghe stille di sudore per la fatica inutile che [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>Un povero barocciaio se ne andava per la strada maestra con un gran carico di vino, e per il peso soverchio il carro aveva affondato le ruote nel suolo senza poterne uscire. Egli era lì, sulla lunga via solitaria e gocciolava larghe stille di sudore per la fatica inutile che durava e la pena che molto lo affannava.</p>



<p>Ad un tratto, quando proprio egli sentiva mancarsi le forze e si vedeva perduto, passò una donna bellissima, dall’occhio sereno e pietoso e con voce soave gli domandò da bere, dicendogli che aveva fatto lungo cammino.</p>



<p>Il brav’uomo tutto sgomento non sapeva dove versare il vino e come porgerlo alla donna.</p>



<p>— Lo vedete, signora, non ho bicchiere. Quanto volentieri vi darei del vino perchè vi levaste il tormento della sete! – rispose con sincerità!</p>



<p>Ella sorrise, si chinò verso l’erba che cresceva lunga all’orlo della via e colse una bella campanula bianca che aveva appunto la forma di una coppa. Poi con semplicità piena di grazia, porse quel fiore di campo all’uomo, che subito, spillando il vino dal barile, glielo colmò.</p>



<p>— Grazie! – disse la donna bellissima. – Ora, frusta i cavalli e rimettiti in cammino.</p>



<p>Egli fu stupito, ma fece quanto la creatura soave gli ordinava: e mentre essa beveva dal fiore candido, il carro si rimise in movimento senza che il barocciaio dovesse fare sforzo alcuno.</p>



<p>Ai primi passi delle bestie, ai primi giri delle ruote, egli dètte un grido di gioia e volle domandare alla sua liberatrice chi essa si fosse e per qual virtù lo avesse liberato, ma quella figura di donna era una parvenza celeste. La Madonna era scomparsa.</p>



<p>La campanula candida che fiorisce dal suolo selvatico è detta ancora oggi «la tazzettina della Madonna».</p>
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		<title>I tre omini del bosco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Walter Donegà]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 23 Jan 2022 09:53:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Fiabe dei fratelli Grimm]]></category>
		<category><![CDATA[Fiabe per bambini]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una fiaba dei fratelli Grimm Una volta avvenne che ad un uomo morisse la moglie e ad una donna il marito. Entrambi avevano una figlia. Le due fanciulle erano in relazione, andavano a spasso assieme e talvolta la figliuola del vedovo faceva visita alla madre dell’amica. Un giorno questa disse alla ragazza: — Se tuo [&#8230;]</p>
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<h2 class="wp-block-heading">Una fiaba dei fratelli Grimm</h2>



<p>Una volta avvenne che ad un uomo morisse la moglie e ad una donna il marito. Entrambi avevano una figlia. Le due fanciulle erano in relazione, andavano a spasso assieme e talvolta la figliuola del vedovo faceva visita alla madre dell’amica. Un giorno questa disse alla ragazza:</p>



<p>— Se tuo padre mi volesse sposare, tu saresti più fortunata poichè a te darei ogni mattina latte per lavarti e vino da bere, mentre la figliuola mia non dovrebbe aver che acqua per lavarsi e per bere.</p>



<p>La fanciulla riferì al babbo il discorso della donna, ed egli perplesso la interrogò.</p>



<p>—Il matrimonio per taluni è un piacere, ma per molti un tormento! – diceva e non sapeva cosa che risolvere. Finalmente si sfilò uno stivale e porgendolo alla ragazza, soggiunse: – Prendilo! Vedi, nella suola c’è un buchino, lo devi portare in soffitta e attaccarlo a quel grosso arpione che è conficcato nel muro, poi empirlo d’acqua. Se lo stivale la regge, riprenderò moglie: se versa, rimango come sono e vorrà dire che è destino così.</p>



<p>La ragazza fece quanto il padre le aveva detto, e siccome l’acqua fece restringere il buchino nel cuoio, lo stivale s’empì fino all’orlo. Essa ridiscese e disse al padre l’esito del tentativo. Egli volle salire in soffitta ad accertarsi da sè del fatto; poi visto che non v’era scampo, si recò dalla vedova, la chiese in isposa e furono celebrate le nozze.</p>



<p>L’indomani, quando le ragazze si alzarono, la figlia del marito trovò pronto il latte per lavarsi e il vino per bere, mentre quella della moglie non trovò che acqua. L’altra mattina davanti alla porta di ognuna stavano recipienti d’acqua per lavarsi e per bere. La mattina dipoi, all’uscio della figliuola del vedovo stava acqua per bere ed acqua per lavarsi, alla porta dell’altra ragazza, latte per lavarsi, vino per bere: e così fu anche per il seguito. Poi venne l’odio della matrigna verso la figliastra; poi l’accordo tra madre e figlia contro di essa e le gelosie poichè questa era brutta e sgarbata: l’altra bella e gentile.</p>



<p>La vita divenne per lei ogni giorno più dura, e le due non le risparmiavano asprezze, dispetti e tormenti.</p>



<p>Una volta – era d’inverno: il suolo per il gelo si era indurito come la pietra: monti e valli erano ricoperti di neve – la donna fece un vestito di carta, chiamò la figliastra e le disse così:</p>



<p>— Su, presto, infilati questo vestito e va’ nel bosco a cogliermi tante fravole fin che non me n’hai ripieno un cestino. Ne ho tanta voglia!</p>



<p>— Ma&#8230; – rispose esitando la ragazza – come posso fare?&#8230; le fravole non ci sono d’inverno, e la neve ha coperto ogni cosa! E poi&#8230; Dio mio, con un vestito di carta&#8230; i pruni me lo strapperebbero&#8230; il vento ghiaccio ci soffia attraverso ed oggi fa un freddo che mozza il fiato!</p>



<p>— Sentite questa pettegola quante osservazioni ha da farmi! – disse tutta stizzosa la matrigna e soggiunse: – Esci subito di qui e non ardire di ricomparirmi davanti senza il canestrino delle fravole! Tieni: questo te lo puoi prendere con te per mangiarlo nella giornata, – e le dètte un seccherello di pane. Intanto fra sè diceva: «Va’, va’, bella mia, va’ là fuori tesoro, chè presto o il freddo o la fame ti sistemeranno ed io non t’avrò più davanti agli occhi!»</p>



<p>La povera fanciulla fu obbediente; indossò il vestito di carta, prese il cestino ed uscì. Fuori, per ogni lato non si vedeva che neve quant’era lunga e quanto era larga la campagna e non faceva capolino neppure un filino di erba. Quando si fu inoltrata nel bosco scorse una piccola casetta e tre omini vi stavano affacciati guardando. Li salutò con bel garbo e timidetta bussò alla loro porta. Essi le dissero graziosamente: «Avanti!» la fecero entrare perchè si ripossase e potesse fare la sua merenda, stando seduta accanto alla stufa. Poi, come essa mangiava, le dissero:</p>



<p>— Ci fai assaggiare la tua colazione? – ed essa:</p>



<p>— Volontieri! – e spezzato il seccherello ne dètte via la metà. Cominciarono, di poi, ad interrogarla perchè non capivano cosa volesse fare d’inverno nel bosco; con quel vestitino di foglio.</p>



<p>— Ah! – rispose ella mettendo un sospirone lungo – devo per forza portare a casa questo canestro pieno di fragole. M’hanno detto che se non ne trovassi, non facessi inutilmente la strada, chè non mi vogliono più rivedere.</p>



<p>Come ebbe finito di rosicare il pezzetto di pan secco, gli ominini le dettero una granata e le dissero:</p>



<p>—&nbsp; Fa’ il piacere di spazzar via la neve davanti la nostra porta!</p>



<p>Ella, senza esitare, si mise tosto a quella faccenda. Gli ominini, intanto, sottovoce tenevano consiglio.</p>



<p>— Cosa regaleremo a questa brava ragazza in ricompensa d’aver spartito il suo seccherello con noi e d’avere obbedito al nostro comando?</p>



<p>— Io – prese a dire il primo – farò che diventi più bella ogni giorno.</p>



<p>Disse il secondo:</p>



<p>— Io farò che ad ogni parola che pronunzia le cada di bocca una moneta d’oro.</p>



<p>Ed il terzo:</p>



<p>— Io farò che venga un re, il quale la sposi e se la meni via.</p>



<p>La ragazza non appena ebbe smosso la neve, vide sotto quel candore occhieggiare tante belle fragole color sanguigno, grosse e mature. Lesta le colse e se ne empì il canestrello e ringraziati i buoni ominini, stese loro la mano e corse a casa a portare alla matrigna i frutti che desiderava.</p>



<p>Arrivata a casa disse: «Buonasera» e subito le cadde di bocca una moneta d’oro. Poi si dètte a raccontare quello che le era accaduto, e giù le monete le piovevano in grembo e sul pavimento. In un momento la stanza ne fu piena.</p>



<p>— Che scialo, che pretesa d’ambiziosa seminare così il denaro per la terra! – disse la sorellastra per l’invidia che la rodeva dentro e pensò: «Anch’io voglio andare nel bosco a cercare le fragole»; e piu tardi confidò il suo pensiero alla mamma.</p>



<p>— No, figliuola mia: – rispose l’altra – col freddo che fa mi moriresti gelata!</p>



<p>Ma quella non le dètte pace fin che non le ebbe cucito una bella pelliccia e non se la fu messa addosso e non si vide sulla via, col canestrino pieno di buona roba per la merenda.</p>



<p>Quando fu davanti alla casina dei nani, dove essi stavano come l’altra volta affacciati alla finestra, essa, da quella sgarbatona che era, senza bussare, senza voltarsi a salutarli, spinse l’uscio ed entrò. Si sedè comoda, comoda, accanto al fuoco col fare di padrona, come avrebbe potuto in casa sua, sciorinò sulla panca il pane imburrato e le paste dolci di cui la mamma l’aveva provvista, e si mise a mangiare.</p>



<p>— Non ci offri nulla? – gridarono tosto gli ominini. – Facci assaggiare almeno qualche bocconcino!</p>



<p>— Sarebbe bella che ne dessi a voi altri quando non basta neppure a me! – rispose la brutta ragazza con una scrollata di spalle.</p>



<p>Tacquero essi e come videro che ella aveva finito di far merenda, le dettero la granata dicendole che facesse il piacere di spazzar via la neve davanti alla porta di casa.</p>



<p>Ma essa con cattiva maniera rispose:</p>



<p>— Se volete veder pulito, spazzate da voi dove vi pare e dove più vi accomoda. Non sono mica la vostra serva, sapete! – e vedendo che i nani non le facevano regali indispettita volse le spalle ed uscì.</p>



<p>Intanto i nani si consigliarono.</p>



<p>— Cosa diamo a questa brutta villana che ha tanto cattivo cuore da portare a tutti invidia e cerca ogni mezzo per far dispetto e dispiacere alla gente?</p>



<p>Disse il primo:</p>



<p>— Io farò che ogni giorno diventi più brutta che mai.</p>



<p>Il secondo soggiunse:</p>



<p>— Io farò che ad ogni parola le salti fuori di bocca un rospo:</p>



<p>Concluse il terzo:</p>



<p>— Io voglio che incontri una mala morte.</p>



<p>La ragazza ebbe un bel cercare e farsi gonfiare le mani nella neve! Non trovò neppure una fravola e tornò a casa con la faccia oscura e la rabbia alla gola.</p>



<p>Appena aprì la bocca e cominciò il brutto racconto delle vicende che le erano capitate in quella gita senza fortuna, lesto un rospo le saltò fuori di bocca. Quanto più parlava, più i rospi schizzavano via e si mettevano a ballare per la stanza, facendo a tutti ribrezzo.</p>



<p>La madre giurò in cuor suo di vendicarsi sulla figliastra, di cui tutt’i giorni la bellezza aumentava.</p>



<p>Pensa, pensa, le parve di aver trovato un buon espediente per levarla di mezzo. Mise al fuoco un gran paiuolo e vi scottò una quantità di filato; poi, così bollente, lo cacciò sulle spalle alla figliastra, quindi le dètte una mazza e ordinò che andasse fino al fiume che era tutta una lastra di ghiaccio, con l’arnese vi facesse un’apertura e giù, sbattesse ben bene il filato nell’acqua.</p>



<p>Essa, come di solito, obbedì. Mentre se ne stava coi piedi sul ghiaccio a fare la rude faccenda, passò lungo il fiume un equipaggio magnifico nel quale sedeva un re. Questi, ordinato di fermare i cavalli, domandò alla bellissima figliuola chi essa si fosse e perchè si affaticasse a quel modo.</p>



<p>— Sono una ragazza povera e infelice! M’hanno comandato di sciacquare questo filato.</p>



<p>Il re ne sentì compassione e vedendola così bella le disse:</p>



<p>— Verresti con me?</p>



<p>— Magari!</p>



<p>Andar via col re per lei significava fuggire dalla matrigna e dalla sorellastra: voleva dire vivere ed aver pace. Salì, dunque, nel cocchio rilucente e si sedè al fianco del re. Appena essi giunsero al castello, furono celebrate le nozze senza por tempo in mezzo, chè le cose buone è bene farle subito o niente.</p>



<p>Al volgere di un anno, alla regina nacque un bambino e la felicità era al colmo. Ma la matrigna a cui, col tempo, tutte queste novelle erano arrivate all’orecchio, pensò di andare dalla regina colla figliuola. Vi andarono infatti facendo le viste di recarvisi in visita e tornar via. Invece, appena il re fu uscito dalla camera da letto dove la giovane sposa giaceva col reuccio e le tre donne rimasero sole, le due perfide afferrarono insieme per la testa e pei piedi la giacente e la gettarono fuor dalla finestra, nel fiume che sotto scorreva. Fatto ciò, la brutta ragazza entrò nel letto della regina e la vecchia le tirò su le lenzuola fin sopra la testa.</p>



<p>Come il re tornò al castello e venne subito a salutar la moglie, la suocera col dito sulla bocca gli fe’ cenno di star zitto, dicendo che la regina era in gran sudore e che non bisognava eccitarla col farla parlare, ma lasciarla quieta.</p>



<p>Egli non ebbe sospetti e tornò via. L’indomani s’avvicinò e le parlò e provò una strana meraviglia nel vedere come le saltassero fuori dalla bocca tanti rospi mentre prima ne uscivano monete d’oro. Volto alla vecchia le manifestò il suo stupore e quella rispose che era effetto della malattia ma che presto, cessato il sudore, questo sintomo sarebbe scomparso.</p>



<p>Però, alla sera, lo sguattero in cucina vide un’anatrina venir nuotando giù per il canaletto dell’acquaio.</p>



<p>Dissi l’anatra:</p>



<p>«Dolce mio re, dove sei?<br>Dormi oppur vegli con lei?»</p>



<p>e come il giovanotto non rispondeva, essa tornò a domandare:</p>



<p>«Gli ospiti cosa fanno?»</p>



<p>ed egli:</p>



<p>«Tranquilli dormiranno»</p>



<p>e la bestiola ancora:</p>



<p>«Che fa il mio bel bambino?»</p>



<p>ed egli:</p>



<p>«Dorme nel suo lettino».</p>



<p>Detto ciò, l’anatra, riassumendo le forme della bella regina che le malvage donne avevano fatto annegare, salì su, si accostò al reuccio, gli dètte il latte, sprimacciò i guanciali della culla, rincalzò le copertine e ripresa la forma di anatra, tornò via, nuotando nell’acqua corrente che passava per l’acquaio della cucina.</p>



<p>Così fece per due sere. Alla terza disse allo sguattero:</p>



<p>— Va’ a dir subito al re che prenda la sua spada e la passi tre volte sopra di me, mentre sono qui nell’acqua.</p>



<p>Lo sguattero corse a riferire al padrone quanto l’anatra gli aveva ordinato, ed egli venne senza indugio a fare sul fantasma lo scongiuro. Mentre librava per la terza volta la spada sulla bestia, riapparve fresca e florida la vera sposa.</p>



<p>Il re provò una gran gioia; ma tenne la regina nascosta nella propria camera fino alla domenica nella quale si doveva battezzare il principino. Come il principino fu battezzato, il re disse:</p>



<p>— Che castigo merita colui che toglie una creatura umana dal letto e la getta nel fiume?</p>



<p>La vecchia di cui era finito il potere e non poteva intendere che si trattasse di lei e della figliuola, non esitò a rispondere</p>



<p>— Merita d’esser chiuso in una botte nella quale all’interno sieno stati conficcati tanti chiodi acuminati e taglienti e d’esser rotolato giù dal monte nell’acqua.</p>



<p>— Va bene: – rispose il re – tu hai pronunziato la tua condanna. La botte fu tosto preparata: le due malvagie femmine vi furono messe dentro: e quando il coperchio vi fu ben solidamente inchiodato, la botte rotolò giù dal poggio e fece un tonfo sonoro, scomparendo nel fondo del fiume</p>
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