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Fiabe di Gian Dàuli Fiabe per bambini

Buona sera, Zaccaria

Fiaba di Gian Dàuli

C’era una volta, tanti e tanti anni fa, un bosco fitto e buio come la notte. In quel, bosco sorgeva un castello; in quel castello abitava una strega.

Di giorno girava per il mondo senza che nessuno potesse riconoscerla perchè si trasformava ora in un gufo, ora in un gatto nero, ora in una grossa civetta, e così trasformata molestava la gente.

A notte essa ridiventava la solita strega grifagna, e metteva paura a tutti.

Attirava in casa con mille moine conigli, lepri, uccelli, faceva loro mille finezze finchè quelli le giravano intorno fiduciosi. Allora li prendeva, li strozzava e li cuoceva con l’arte di una cuoca perfetta. Poi se li mangiava con un gusto da non dirsi.

Si divertiva anche ad ammaliare le persone che avevano la sventura di passare nelle vicinanze del castello, e le faceva stare immobili finchè non le fosse piaciuto di rompere l’incantesimo. Se si trattava di una ragazza la mutava in un uccello di grande bellezza, la chiudeva in una gabbia d’oro, e la portava nella sala grande dove ne aveva già raccolte altre settemila tutte trasformate in uccelli.

Poco lontano dal castello viveva una fanciulla chiamata Dora, promessa sposa a un bel giovanotto per nome Doro.

I due fidanzati si volevano un gran bene, e non vedevano l’ora di sposarsi per poter stare sempre insieme.

Spesso, dopo aver lavorato tutto il giorno, andavano a fare qualche passeggiatina per i sentieri fra i campi, mentre il sole al tramonto tingeva d’oro il cielo.

Una volta, dopo una giornata afosa, si lasciarono attrarre dalla frescura del bosco, dal canto melodioso degli uccelli e si addentrarono fra gli alberi le cui chiome erano mosse da un venticello delizioso.

Ma Doro che sapeva quale pericolo nascondesse la vaghezza di quel recesso ombroso, disse: – Per carità non avviciniamoci troppo al castello, potrebbe incogliercene male.

Intanto il sole calava dietro le piante e mandava riflessi d’oro che erano una meraviglia. I due giovani, senza più pensare alla cattiva maga, girarono qua e là gustando la delizia dell’aria fresca e profumata, nè si accorsero che, a poco a poco, sparito il sole, calavano le ombre della sera fondendo tutte le tinte poco prima così meravigliose in un solo colore grigiastro e uniforme.

Ma d’un tratto, presi da una grande tristezza, si sedettero per terra e cominciarono a piangere con tanta angoscia da impietosire anche un cuore di sasso.

Poi, visto che si faceva sempre più buio, furono presi da spavento e decisero di tornare a casa. Si alzarono per mettersi in cammino, ma… avevano perduta la strada.

Guarda di qua, guarda di là, Doro scorse fra le cime degli alberi un pinnacolo del castello. Gettò un grido, e fece per scappare, ma non potè muoversi. La strega aveva ormai gettato su di lui la sua magia. Intanto, lì vicino un usignolo modulava un canto dolcissimo: era Dora che piangeva il suo amore perduto. La sorte li separava per sempre.

— Hu, hu… – gemette una civetta, starnazzando le ali nere come la notte.

Improvvisamente si udì un gran fruscìo, e la civetta si trasformò in una brutta vecchia, dal naso adunco, dagli occhi rossi ed infossati, dalle unghie ad artiglio.

Con esse ghermì l’usignolo e scomparve lasciando il povero Doro nell’impossibilità di muoversi, di piangere, di gridare. Sentiva e capiva tutto ma era inchiodato al suolo, incapace di fare qualsiasi movimento. Che martirio! Rimase là sul posto parecchie ore, poi, d’un tratto udì una voce roca:

— Buona sera, Zaccaria!

— Zaccaria! – pensò il giovane – chissà perchè mi chiama così. – E fece per gettarsi su di lei, per strozzarla… ma si riprese subito. Nessuno poteva fare alcunchè contro quella orribile vecchiaccia. Si gettò quindi ai suoi piedi implorandola che gli rendesse Dora.

Ma quella gli fece una risata in viso, e con voce che pareva il sibilo della tramontana, gli rispose:

— Mettiti il cuore in pace, non te la renderò mai.

Doro uscì dal bosco piangendo come una vite tagliata. Infilò la prima strada che vide, tanto nulla più gli importava, e cammina, cammina, cammina, arrivò ad un villaggio.

Là si mise a fare il pastore; ma aveva sempre il pensiero fisso: Dora, e si stillava il cervello per trovare un mezzo atto a liberarla.

Una notte fece un sogno. Gli pareva di trovarsi in un praticello sul fondo di una vallata; fra l’erba umida e verde si ergeva un fiore rosso sangue che aveva nel bel mezzo della corolla una perla. Gli sembrò di cogliere quel fiore e di andare con esso al castello della strega. Oh, miracolo! tutto ciò che quel fiore toccava riacquistava la vita perduta, le creature colpite dall’incantesimo, se ne liberavano in un battibaleno, gli uccelli nelle gabbie dorate si trasformavano in fanciulle dai dolci sembianti…

Ma Doro si svegliò, e ritrovandosi solo, nella sua squallida stanzetta, pianse di rabbia e di dolore.

Tuttavia, ripensandoci bene, disse fra sè: – chissà che il sogno non sia un’aspirazione del cielo. – E si mise in cammino per trovare il fiore miracoloso.

Varcò valli e monti, attraversò fiumi e torrenti, gole paurose, boschi sterminati, senza tregua, senza pace.

Finalmente giunse in una valletta chiusa fra i poggi, e in un prato verde scorse un fiore rosso. Si avvicinò a quel fiore e scorse nel suo calice una goccia di rugiada simile ad una perla.

Doro lo colse, e col suo tesoro si mise in cammino verso il castello della strega.

Passò di nuovo per valli e monti, traversò fiumi, torrenti, gole paurose, boschi sterminati, e finalmente raggiunse la mèta.

Toccò col fiore il portone del castello, ed esso si aperse come per incanto.

Doro si trovò in un cortile con tante porte. Origliò a tutte, e finalmente udì un gorgheggìo, un coro di mille voci canore…

Si sentì il cuore in gola; toccò col fiore anche quella porta, essa si aperse e Doro entrò nella sala delle settemila gabbie.

La vecchia strega che stava dando il becchime ai suoi uccelli, non appena scorse il giovane, fece per gettarsi su di lui; ma una magia più forte della sua la inchiodò al suolo.

Doro allora si mise a girare per la sala in cerca della sua cara Dora. Ma come avrebbe potuto riconoscerla, quando la bruna vecchiaccia annaspando con le mani adunche nell’aria, fece per agguantare una gabbietta poco distante da lei. Lesto come un razzo Doro la prevenne; toccandola ancora col fiore la fece rimanere lì stecchita, poi prese l’uccello che era dentro la gabbia, e quello al contatto dei petali purpurei, si trasformò subito nella bella Dora.

I due fidanzati si abbracciarono, pazzi per la gioia… ma la fanciulla non volle partire da quel luogo maledetto se prima non vedeva liberi dall’incantesimo tutti i suoi compagni di sventura. E Doro, si capisce, la accontentò.

Prese poi la sua sposina e con lei tornò al villaggio. Là celebrarono le loro nozze fra canti, allegrie, fanfare, e vissero poi felici per mill’anni.

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