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Fiabe di Gian Dàuli Fiabe per bambini

La gattina bianca

Fiaba di Gian Dàuli

C’era una volta un mugnaio il quale aveva tre garzoni che lo servivano da parecchi anni. Ora, un giorno, il mugnaio stanco di lavorare, tanto più che di quattrini in serbo ne aveva messi parecchi, disse ai tre ragazzi.

— Io sono vecchio e voglio riposarmi: pertanto, a quello di voi che mi porta il più bel cavallo che io abbia mai visto, regalo il mulino e tutto quanto.

A questo punto bisogna pure sapere che dei tre garzoni il più giovane era dagli altri due tenuto in conto di vero scemo, sicchè quando furono lontani, gli dissero:

— Senti, Gianni, tu stesso sai bene che sei un buono a nulla; dunque, resta qui e rispàrmiati un inutile cammino, tanto il cavallo non sarai certo tu, quello che lo troverà.

Ma Gianni, invece, volle andare con loro. Cammina, cammina, cammina, la notte giunsero in una caverna e vi si sdraiarono per dormire, ma appena gli altri due si accorsero che Gianni dormiva della grossa, se la svignarono lasciandolo solo.

Figurarsi il domani quando Gianni svegliandosi si trovò solo e abbandonato. Dalla disperazione si mise a piangere, poi uscì fuori e cominciò ad arrampicarsi su per un sentierino, tra alti alberi.

Andava così triste e ramingo, quando si vide venire incontro una gattina tutta bianca che con una vocetta armoniosa gli domandò:

— Gianni, dove vai?

— Dove vuoi che vada? Alla ventura: e tu non puoi certo aiutarmi.

— Chi lo dice? Io so che tu vai in cerca di un cavallo bello, per portarlo al tuo padrone, e che i tuoi compagni ti hanno abbandonato. Ebbene, se mi segui, e resti al mio servizio per sette anni, avrai il cavallo e tante cose ancora.

Gianni, più per curiosità che per convinzione, le rispose:

— Va bene, accetto – e seguì la sua minuscola padrona che lo accompagnò in un castellino incantato dove non c’erano altro che gatti che servivano e sbrigavano ogni faccenda.

Durante il pranzo tre gattini eseguirono della magnifica musica, mentre altri servivano in tavola. A notte Gianni venne accompagnato a letto, spogliato e messo tra le coperte: al mattino, svegliato, ripulito e rivestito. Al giovane sembrava proprio di essere un signore, chè tutte quelle comodità non aveva mai saputo che cosa fossero.

Una mattina la gattina bianca gli disse:

— Eccoti Gianni questa scure, questa sega e questo martello d’argento: va’ al bosco a fare della legna e ritorna poi qui.

E Gianni senza farselo dire due volte, andò al bosco e fece tanta legna da bastare per vent’anni.

Un altro giorno la gattina, invece, consegnandogli una falce d’argento gli disse:

— Va’ al mio prato, Gianni, e falciami tutta l’erba e falla seccare.

E Gianni andò al prato, falciò l’erba, la fece seccare, poi ne fece dei mucchi ben legati, e li portò alla sua gattina bianca che lo lodò molto.

Un altro giorno ancora, la gattina disse a Gianni:

— Eccoti tutti gli arnesi necessari per fabbricarmi una casetta: ma dev’essere fatta proprio bene, Gianni.

E il garzone, cantando, si mise subito al lavoro e la casetta venne fatta proprio ch’era un amore a guardarla.

Fu allora che Gianni si azzardò a domandarle:

— Padroncina, sono passati sette anni ed ho fatto tutto quello che tu mi hai detto: mi dai ora il cavallo promessomi?

La gattina lo guardò negli occhi e gli domandò:

— Vuoi vedere i miei cavalli?

— Sì – rispose Gianni, e la gattina lo accompagnò nella scuderia dove a bellissime greppie erano legati dei superbi cavalli della migliore razza e veri puri sangue.

— Ora tu te ne ritorni al mulino e fra tre giorni io verrò a portarti il cavallo, – e dopo averlo fatto mangiare gli insegnò la via per giungere difilato al suo vecchio padrone.

Gianni prese la via indicatagli, ma più che un garzone sembrava un mendicante con quella giacca tutta sbrindellata e quei calzoni rattoppati, che la gattina non gli aveva neppur regalato un vestito nuovo. Quando poi giunse al mulino, dovette subirsi i motteggi dei compagni i quali erano ritornati, sebbene uno avesse portato un cavallo zoppo e l’altro uno guercio.

— Gianni il tuo cavallo?

— Gianni, il tuo destriero?

Ma Gianni non se la prese a male per questo, e rispose:

— Fra tre giorni vi presenterò il mio cavallo.

— E te lo portano le fate?

— E arriva dall’aria?

E questo non sarebbe stato nulla se anche il padrone, vedendolo in quello stato, non si fosse vergognato di tenerlo in casa e non gli avesse proibito di varcarne la soglia tanto che il poveretto finì per andare a dormire nel pollaio tra le galline e le oche.

Così passarono due giorni, ma all’alba del terzo giorno ecco un tintinnìo di sonagliere e fermarsi davanti al mulino una fastosa berlina trainata da sei superbi cavalli mentre un settimo era portato a briglia da uno scudiero.

Inchinata dai palafrenieri, dalla berlina scese una magnifica Reginotta che al mugnaio allocchito domandò dove si trovasse il garzone Gianni.

— Era talmente stracciato che non ho potuto riceverlo – rispose il vecchio – ed è andato a dormire nel pollaio.

Ad un cenno della Reginotta i palafrenieri andarono al pollaio dove Gianni stava abbottonandosi la misera giacchetta; in un batter d’occhio gli cavarono di dosso quegli stracci, lo pulirono, lo profumarono, lo rivestirono, sicchè quando lo accompagnarono dalla Reginotta era davver un Reuccio dalla testa ai piedi.

— Dove sono i cavalli che hanno portati quei due malvagi? – domandò la Reginotta dopo che ebbe risposto al saluto di Gianni che già aveva riconosciuto in lei la bella gattina bianca.

— Eccoli – rispose il mugnaio.

— E questo – disse la Reginotta indicando il settimo cavallo, – è quello di Gianni.

Il mugnaio rimase senza parola; un cavallo più bello non l’aveva mai visto! Poi, quando potè, balbettò, timoroso:

— Allora il mulino è suo.

— No – fece di rimando la Reginotta. – Gianni non vuole nulla; tenetevi mulino e cavallo – e così dicendo risalì in carrozza facendosi sedere accanto il suo fedele garzone di una volta.

Cammina cammina, la carrozza giunse al luogo dove prima sorgeva la casina costruita da Gianni, che invece era diventata un grande castello rilucente di ori e gemme: e lì i due giovani si fermarono e si sposarono e rimasero, come tutti i personaggi delle fiabe, felici e contenti per tutta la vita.

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