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Fiabe di Gian Dàuli Fiabe per bambini

I sei giovani e la reginotta

Fiaba di Gian Dàuli

C’era una volta un giovane che aveva servito da prode nell’esercito del suo Re. Egli si aspettava perciò una ricompensa, almeno quel tanto che gli fosse bastato per passare la vecchiaia senza stenti. Invece fu licenziato con una somma di denaro tanto irrisoria che avrebbero, potuto darla in elemosina a un mendicante.

Disgustato di tanta ingratitudine egli se ne andò, non senza aver detto al Re: – non sarei un soldato se dimenticassi questo affronto. Mi rivedrai!…

E prese la via del bosco.

Non aveva fatto molto cammino che incontrò un giovane di statura gigantesca. Costui sradicava come se nulla fosse dei tronchi d’albero e li metteva da una parte, uno sull’altro.

— Che fai costi? – gli domandò l’ex soldato.

— Prendo un po’ di fuscelli per portarli a mia madre che deve accendere il fuoco.

Detto ciò si caricò sulle spalle il mucchio di tronchi quasi fossero altrettante piume.

Stupito di tanta forza, l’altro gli disse:

— Non vorresti seguirmi? Mi saresti di grande utilità.

— Ma sì, vado a portare a casa il fustello, poi sono da te.

Così fece, e di lì a poco i due compagni proseguirono insieme la strada.

Cammina e cammina trovarono un cacciatore in atto di puntare il fucile.

— A chi vuoi tirare? – domandò il soldato.

— Vedo, a due miglia di qui, una mosca sopra una foglia di quercia. Voglio accecarla dell’occhio sinistro.

Pum! Il colpo partì.

— Ecco, la mosca ha perduto l’occhio.

— Anche tu mi faresti molto comodo; vieni con me, vuoi?

— Ma sì, posso benissimo venire.

E i tre si misero in cammino. Arrivati a un certo punto videro sette mulini che giravano senza che alitasse un soffio di vento. Si fermarono stupiti, poi proseguirono la strada discutendo sul fenomeno.

Ma di lì a non molto scorsero un omaccione che si tappava col pollice una narice e con l’altra narice soffiava a più non posso.

— Che fai? – gli domandarono.

— Faccio girare i due mulini che dovete aver incontrato sulla vostra strada.

— Davvero? – esclamò il soldato. – Allora dovresti venire con noi. A mettere insieme le nostre forze, conquisteremo il mondo.

L’omaccione acconsentì subito, e i quattro si misero in cammino chiacchierando allegramente.

Va e va, incontrarono un giovane che stava in piedi sopra una sola gamba, e vi teneva l’altra legata alla coscia.

Gli domandarono il perchè di quella stranezza, ed egli rispose:

— Io sono un corridore, e se slegassi la gamba, correrei più di tutti gli esseri viventi, vincerei in velocità perfino gli uccelli.

— Tu fai per noi, caro mio seguici e faremo fortuna.

Detto fatto i cinque giovanotti si misero in cammino più contenti che mai.

Ma le meraviglie non erano ancora finite.

Fatta che ebbero un po’ di strada, i cinque compagni scorsero un uomo, grosso che aveva in testa un cappello piccino piccino messo alla sghimbescia.

— Ah, ah, ah! – risero in coro i viaggiatori. – Quanto sei buffo! Drizzalo almeno il cappellino!

— Siete matti – rispose quello, – se lo mettessi per il suo verso, tu sentiresti un tal freddo da restar lì come un pezzo di ghiaccio. Le piante inaridirebbero, gli uccelli cadrebbero morti a terra, il mare gelerebbe.

— Ci mancavi proprio soltanto tu! Vieni con noi, e non avremo più a temere nulla.

Il giovane dal cappellino storto si unì subito agli altri, e di lì a non molto i sei giovanotti infilarono baldanzosi la porta di una grande città. Giunti che furono in piazza, notarono un gran movimento, un’insolita animazione.

— Che cosa accade? – domandarono.

— Il nostro Re ha avuto un’idea bizzarra. Siccome ha una figliola che corre come il vento, gli è venuto il ticchio di indire una gara, ed egli darà la figliola in isposa a chi saprà vincerla nella corsa.

— È quello che ci voleva per noi – disse l’ex soldato, e subito andò dal Re.

— Maestà io conosco uno che fa al caso vostro. È un mio servitore e correrà per me. Acconsentite?

— Faccia pure, ma tu mi resterai garante in caso di sconfitta.

— Senz’altro, Sire.

E il patto fu stabilito.

Il soldato chiamò il giovanotto dalla gamba affibbiata e gli ordinò di scioglierla.

— Vai – gli disse – e vinci.

Le condizioni della sfida erano queste: bisognava portare dal luogo di partenza una secchia riempita a una fontana lontanissima. Il corridore ebbe dunque una secchia, e così pure la Reginotta.

Uno – due – tre… l’uno e l’altra presero insieme la rincorsa.

Ma la Reginotta aveva fatto appena pochi metri che l’altro non si vedeva più. Giunse in men che non si dica alla fontana, riempì la secchia, e tornò indietro correndo come il vento.

Ma cammino facendo fu preso da una grande stanchezza, si sdraiò in terra, e appoggiatosi sul teschio di un cavallo si addormentò profondamente.

La Reginotta intanto giunse alla fontana, riempì la secchia anche lei, e tornando indietro scorse il suo competitore addormentato sul ciglio della strada. Chi può immaginare la sua gioia.

— Che fortuna! – disse fra sè; prese la secchia, la vuotò e gambe in spalla, via come un lampo.

Ma il cacciatore che col suo occhio di lince aveva veduto ogni cosa, puntò il fucile e … pum! andò a colpire il teschio di cavallo senza nemmeno bruciare un capello alla testa che vi posava sopra.

Il rumore della detonazione fece svegliare il dormiente. Questi si guardò intorno sbalordito, ma vista la secchia vuota capì ogni cosa.

Non si perdette però d’animo, e presa la secchia corse alla fonte, la riempì e in un batter d’occhio fu alla presenza del Re.

Poco dopo vi giunse anche la Reginotta, ma vi potete immaginare la sua delusione, quando si vide preceduta contro ogni sua aspettativa!

Allora esclamò tutta in lacrime: – Vorrei morire piuttosto che sposare un uomo così rozzo e volgare.

Il Re, indignato anche lui, la rassicurò dicendole:

— Vedrai che troveremo il modo di liberarci da lui.

Pensò un momento e una trovata geniale lo fece sorridere di gioia.

— Sta tranquilla, figlia mia, vedrai che tutto si accomoderà per il meglio.

Andò dai sei giovanotti e disse loro: – La vittoria del corridore è così grande che voglio la ricordiate tutti per un pezzo. Vi offro, per festeggiarla, un lauto pranzo.

Ordinò ai suoi cuochi i piatti più squisiti, e fece entrare i sei giovani in una stanza tutta di ferro.

Quand’essi furono riuniti colà, il Re chiuse porte e finestre a chiave e se ne andò, lasciandoli soli a tavola e augurando loro buon appetito.

Quelli non se lo fecero ripetere due volte e si gettarono sulle pietanze con una fame da lupo.

Ma ben presto sentirono un certo calduccio. Poi il calduccio aumentò fino a diventare insopportabile. Pareva di essere in una fornace. Che cos’era successo?

Il Re aveva fatto accendere sotto la stanza di ferro un gran fuoco ordinando che fosse continuamente alimentato. Intendeva così di far morire arrostiti i sei giovanotti.

Questi, sentendosi abbrustolire corsero alle finestre per aprirle ma le trovarono sbarrate, come pure la porta.

— Ah, Re traditore! Ce l’ha fatta!…

Ma allora si fece avanti quello dal cappelluccio alla sghimbescia, e disse:

— Niente paura, amici, sono qua io! – E si drizzò il copricapo. Cari miei! Cominciò a fare un tal freddo, che l’acqua gelò nelle bottiglie, e le pietanze diventarono sorbetti.

Dopo qualche ora, il Re che credeva già morti i suoi invitati, volle andare lui stesso a godersi lo spettacolo.

Entrò nella stanza, ma se non faceva presto a scappare, gelava anche lui!

— Acc. Costoro hanno fatto un patto col diavolo. Oh, ma troverò modo di liberarmene ugualmente.

Chiamò l’ex soldato e gli disse:

— Senti, rinuncia alla mia figliola e ti darò una somma tale che sarai contento.

— Sta bene, accetto ma a un patto: che le monete d’oro siano tante quante può portarne uno dei miei servi. Verrò a prenderle tra qualche giorno.

E se ne andò. Messosi poi d’accordo coi compagni fece preparare un sacco tanto grande che per farlo ci vollero tutti i sarti del regno e dieci giorni di lavoro. Quando fu finito, l’ex soldato mise il sacco arrotolato sulle spalle dell’uomo che sradicava gi alberi come fossero fuscelli, e si presentò al re.

Questi quando vide il sacco spiegato, prese tanta paura che gli venne la tremarella.

— Per riempirlo non basterà tutto l’oro dei miei Stati! – disse costernato, e fece portare una botte piena di monete uscite allora allora dalla zecca. Poverino! La botte dentro al sacco pareva un granello di sabbia in una piazza.

— Avanti, avanti! – diceva intanto l’uomo nerboruto, – qui non vogliamo essere canzonati… oro… ancora dell’altro!

E i servi a portarne, e il sacco a inghiottirne senza essere mai pieno.

Bisognò girare tutti i paesi del regno e raccogliere tutto l’oro che si trovava. Esso fu caricato sopra seicento carri tirati da diecimila buoi, e l’uomo forte cacciò oro carri e buoi dentro il sacco. Poi, per far volume domandò mobili, suppellettili… c’era tanto posto ancora!

Tanto che per riempirlo si sarebbe dovuto cacciar dentro il regno con tutti i sudditi.

— Bè – disse il gigante con un sorriso di rassegnazione, – ci accontenteremo così – e caricato il sacco sulle spalle con un lievissimo sforzo, se ne andò con i suoi compagni.

A veder andar via tutta quella grazia di Dio il Re si sentiva male. Chiamò allora il capo del suo esercito e ordinò che, con tutta la cavalleria, inseguisse l’uomo che portava sulle sue spalle quanto v’era di buono e di bello nel regno.

L’ordine del Re fu eseguito: la cavalleria con generali e ufficiali raggiunse i sei giovanotti e intimò loro di fermarsi dichiarandoli in arresto.

— Ah sì, volete arrestarmi – rispose l’uomo che soffiava come il vento, – ora ve la farò vedere io!

E tappatasi la narice destra, diede una soffiatina… Bastò, perchè cavalli e cavalieri volassero via come piume.

Il generale allora, che era vecchio e pieno di medaglie, si gettò ai piedi del giovane e disse:

— Ti scongiuro, non soffiare più, risparmiami l’umiliazione di una simile disfatta!

L’altro, che non era di cuor cattivo, acconsentì, ma disse:

— Io ti lascio libero a patto che tu corra dal Re a dirgli che mandi qui la sua artiglieria, la fanteria, la flotta, tutto quello che vuole. Gli prometto di far volar via ogni cosa in un battibaleno!

Il generale se ne andò a testa bassa e riferì l’ambasciata al Re.

Questi capì che coi sei demoni era impossibile spuntarla e si rassegnò alla cattiva sorte, maledicendo però in cuor suo l’idea che gli era venuta di indire quella malaugurata gara di corsa.

Le sue ricchezze, suddivise in parti uguali fra i giovanotti, fecero la loro fortuna.

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