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La cagnetta zoppa

Fiaba di Luigi Capuana

C’era una volta un Re che aveva paura di morire prima di aver trovato pel suo Reuccio la più bella, la più ricca, la più buona Reginotta del mondo. La Regina gli diceva:

– La più buona, sì; è l’importante. Ma…

– Ma che cosa?

– Non vorrebbe dir niente se non fosse la più bella; la bellezza dura poco. E poi…

– E poi che cosa?

– Non occorre che sia ricca. Sarà sposa di Re.

– …Parlate come una donnaccola!

– …E voi come un contadino!

Re e Regina, a proposito del futuro matrimonio del Reuccio, finivano sempre con scambiarsi insolenze.

Un giorno il Re disse:

– Vado a consultare il Gran Mago.

– Perché? Quel che deve accadere accadrà. È meglio ignorar l’avvenire.

– Almeno mi metterò il cuore in pace!

– Io non voglio sapere. Tenete le risposte per voi solo.

– Non dubitate: non vi dirò niente.

Infatti, quando tornò dalla grotta del Gran Mago, il re stette zitto. Non sembrava però molto contento di quel che gli era stato rivelato. Quantunque la Regina avesse detto: – Non voglio saper niente! – nel suo interno si struggeva di conoscere la risposta del Mago. Il Re, dall’altro canto, era smanioso di parteciparle la triste notizia, per avere almeno una persona con cui sfogarsi a lamentare la cattiva sorte del Reuccio. Ma nessuno dei due voleva essere il primo a disdirsi. La Regina, a un gesto equivoco del Re, si affrettava a protestare:

– Non voglio saper niente!

– E chi vuol dirvi qualcosa? – rispondeva il Re impermalito.

Un giorno, la Regina disse al Re:

– Maestà, voi avete una gran voglia di farmi conoscere la risposta del Mago.

– Io? – rispose il Re. – Maestà, voi scherzate. Siete voi che vi struggete di apprendere il destino del Reuccio!

– E parlate! Dovete ammalarvi per colpa mia?

– E state a sentire! Dovete ammalarvi per colpa mia?

Si guardarono in viso, si misero a ridere, e il Re fece:

– Che disgrazia! Dice il Gran Mago… – Non aveva coraggio di andare avanti.

– Che chi cuce adopra l’ago!

– Osate di farmi il verso? Siete una madre senza cuore!

– E chi non campa, certamente muore!

– Dice il Gran Mago – replicò il Re alzando la voce – che il Reuccio sposerà una cagnetta zoppa!

Zoppa, zoppetta,

Cagna, cagnetta!

– Vergognatevi di ridere sulla sciagura del Reuccio!

– Io non rido né mi affanno:

Lo vedremo tra qualche anno!

– Pur troppo! Pur troppo! Intanto non bisogna far sapere niente al Reuccio della disgrazia che lo minaccia.

– E voi, Maestà, date retta alle sciocchezze del Gran Mago? Io invece ho fatto un bel sogno: il Reuccio sposerà una Reginotta coi capelli d’oro.

– Sogno! Sogno, Maestà!

– Ma non è peggio il creder possibile che il Reuccio dovrà sposare una cagnetta zoppa? Scommetto che se vado io a consultarlo, il Gran Mago mi risponderà diversamente.

– Andate pure, Maestà! Siete testardaccia!

– E voi scioccone, Maestà!

Avevan finito, come sempre, con scambiarsi insolenze.

La Regina, piccosa, andò a trovare il Gran Mago, e per ingraziarselo, gli portò tanti bei doni, uno più ricco dell’altro.

– Mago, Gran Mago, chi sposerà il Reuccio mio figlio?

Il Gran Mago rispose con una specie di grugnito:

– Con le foglie e senza foglie,

Sposerà… chi prende in moglie.

C’è chi ha occhi e non ci vede,

C’è chi vede e non ci crede.

– Parlate chiaro: non capisco.

– Non è colpa mia, se non capite!

La Regina tornò, mortificatissima, al palazzo reale. Il Re andò subito a interrogarla.

– Quel Gran Mago è un burlone. Dice:

Con le foglie e senza foglie,

Sposerà… chi prende in moglie.

– Significa che ne sa meno di noi.

Il Re radunò il Consiglio della Corona.

– Maestà, mandiamo a chiedere la Reginotta di Spagna?

Fu interrogato il Reuccio:

– Reuccio, sposereste la Reginotta di Spagna?

– È nera come il pepe e gobbina per giunta!

– Come lo sapete?

– Lo so, Maestà! E poi… non ho fretta.

– Dovrò morire prima di sapervi sposato?

– Maestà, non vi fate il malaugurio! Aspettiamo.

Una mattina il Reuccio era andato a caccia, e in una strada solitaria trovò una cagnetta che guaiva e non si poteva muovere. Si accostò, e dai solchi delle ruote sul terreno, capì che la povera cagnetta era stata travolta sotto le ruote di un carro e ne aveva avuto stritolata una zampa.

Perciò la poverina guaiva, guaiva!

Pareva che chiedesse aiuto. Impietosito il Reuccio la raccolse, l’affidò a uno del suo seguito, e tornò indietro per medicarla. La cagnetta guardava con certi occhi pieni di gratitudine, mentre il Reuccio le avvolgeva con empiastri e bambagia la zampa e gliela fasciava strettamente. Poi, accarezzandola, lisciandole la testina, egli la coricava colle sue mani in un morbido giaciglio e le rivolgeva la parola, quasi la cagnetta fosse capace d’intenderlo:

– Sta tranquilla, non ti muovere. Ne avrai per due, tre settimane…

Il Re impallidì quando seppe che il Reuccio aveva in camera una cagnetta con una zampa stritolata. E corse dalla Regina:

– Avete visto, Maestà? Già abbiamo in casa la cagnetta zoppa! Il Reuccio le sta attorno per curarla; non esce più dal palazzo reale. Il Gran Mago non si è ingannato!

– Ma credete davvero che il Reuccio vorrà sposare quella cagnetta zoppa?

– Tutto è possibile, Maestà. La follia umana non ha confini!

– Ci vuol poco a sbarazzarsi della cagnetta. Facciamola buttare nella vasca del giardino. Al Reuccio daremo a credere che vi si è annegata per caso.

Dalla finestra che dava sul giardino, vicino alla vasca, lo stesso Re prese pel collo la cagnetta, la buttò nell’acqua. In quel momento, nei viali non c’era nessuno. La cagnetta si dibatteva per nuotare, non ostante la zampa ancora fasciata; abbaiava, guaiva, ma le ondate la ributtavano indietro dalla sponda. I suoi guaiti divenivano più flebili, i suoi movimenti diminuivano di sforzo quand’ecco, da un viale, spunta il Reuccio. Dare un gran grido e buttarsi vestito, nella vasca, fu tutt’uno. Sollevò in alto la cagnetta estenuata, e la posò su l’erba, in pieno sole. Tre quarti d’ora dopo, essa era tornata vispa come prima.

Il Re diventò giallo dal dispetto apprendendo che il Reuccio aveva salvato la cagnetta; e corse dalla Regina:

– Maestà! Abbiamo nuovamente la zoppetta in casa! Il Gran Mago non si è ingannato!

– Ma dunque credete davvero che il Reuccio vorrà sposarla?

– Tutto è possibile, Maestà! La follia umana non ha confini!

– E allora io farei… così e così!

Il consiglio parve eccellente, e il Re, chiamata una delle guardie del palazzo reale, le ordinò:

– Pena la testa, porterai con te, in fondo al bosco, questa cagnetta, l’ammazzerai e la seppellirai sotto un albero. Nessuno dovrà saperne mai niente.

– L’ammazzerò e la seppellirò sotto un albero. Nessuno ne saprà mai niente!

Il Reuccio era andato a fare una passeggiata pei campi, quando sentì una voce fievole, lamentosa che chiamava insistentemente:

– Reuccio! Reucciol

Si era fermato per capire da qual punto provenisse quella desolata invocazione di soccorso, che, ora, soggiungeva:

– Reuccio, mi ammazzano! Reuccio, mi ammazzano!

Egli si affrettò verso quel punto: ed entrato nel bosco già sentiva più vicino il grido:

– Reuccio, mi ammazzano!…

Stroncava rami, saltava siepi, atterrito dall’idea di non giungere in tempo a salvare la persona in pericolo. Tutto ad un tratto, nel centro di una piccola radura, si trovò davanti alla guardia reale che teneva afferrata pel collo la cagnetta e impugnava con l’altra mano la spada sguainata. La faccia della guardia era sconvolta. Il braccio che impugnava la spada le si era irrigidito in alto: non poteva colpire.

– Ferma! – gridò il Reuccio.

Non occorreva. Gli tolse di mano la cagnetta che cominciò ad abbaiare, a saltare dalla contentezza, a dimenare allegramente la coda; mentre la guardia balbettava:

– Ordine di Sua Maestà! Dovevo obbedire!

– Direte a Sua Maestà che avete eseguito il suo comando. E, per conferma, le porterete un fazzoletto intriso di sangue: «Maestà, è sangue della cagnetta».

– Sarà fatto, Reuccio!

E, appena pronunciate queste parole, la rigidezza del braccio sparì.

Il Reuccio andò a trovare un vecchio contadino.

– Mi conoscete?

– Siete il nostro Reuccio; che Dio vi faccia felice!

– Vi affido in custodia questa cagnetta. Tra un mese verrò a riprenderla. Pel vostro incomodo, ecco qua.

E gli mise in mano un gruzzolo di monete di oro.

Tornando al palazzo reale, il Reuccio pensava:

– Quella cagnetta è vittima di qualche maleficio. Bisogna salvarla. Questo che è accaduto non è naturale.

Davanti al portone trovò una bambina scalza, cenciosa, con un mazzolino di violette in mano. Piangeva perché il portinaio non aveva voluto farla entrare. Voleva presentare quel mazzolino alla Reginotta.

– Ma qui non c’è la Reginotta!

– C’è! C’è!

– Qui c’è il Reuccio: eccolo.

– Grazie  disse il Reuccio, prendendo il mazzolino delle violette. – Lo darò io alla Reginotta. – E le regalò una moneta d’oro.

– Voglio due soldi, non questa qui.

E il Reuccio, per contentarla, dovette darle due soldi.

Portò in camera sua le violette e le mise in un vasetto di argento coi gambi a bagno nell’acqua.

Ogni mattina alla stessa ora, il Reuccio trovava al portone la bambina scalza e cenciosa, con un mazzolino di violette in mano.

– Sono per la Reginotta.

– Grazie! – e le regalava due soldi.

Quei mazzolini profumavano straordinariamente le stanze del Reuccio, e si mantenevano freschi, come colti allora allora. Egli domandò alla bambina:

– Chi ti ha detto di portare questi fiori alla Reginotta? Non lo sai che qui non c’è Reginotta?

– C’è! C’è! – rispondeva la bambina.

Neppure questo era naturale. Si decise anche lui di andare a consultare il Gran Mago. Aveva dimenticato di portargli dei regali. Il Gran Mago pareva addormentato. Il Reuccio espose il motivo del suo viaggio.

– Da quest’orecchio non ci sento. – E si voltò dall’altra parte.

Il Reuccio tornò ad esporre il motivo per cui era venuto.

– Da quest’orecchio non ci sento. – E si voltò dall’altra parte.

Il Reuccio capì. Si tolse dal dito un grosso diamante e lo infilò nel mignolo della mano destra del Gran Mago.

– Scusate, Reuccio! Ero mezzo addormentato.

Il Reuccio, tornando al palazzo reale, non poteva stare nei panni. Dunque non si era ingannato! Quella cagnetta zoppa era la sua Reginetta! Per togliere il maleficio buttatole addosso dalla moglie di re Corvo, occorrevano dieci stille del sangue di lui. La moglie di re Corvo voleva far sposare la Reginotta con suo figlio, il reuccio Corvino, nero come il carbone e che si nutriva di carogne. Per vendicarsi del rifiuto, la moglie di re Corvo, una potentissima Strega, aveva trasformato in cagnetta la bella figliola del Re di Portogallo, e più non se n’era saputo nova da parecchi anni.

– È bella? – aveva domandato al Gran Mago il Reuccio.

– Quanto il sole e la luna.

– È buona?

– Più del pane. Non domandate se è ricca, Reuccio?

– Di questo non m’importa.

Il Reuccio doveva sfidare re Corvo e tentare, almeno, di ferirlo per avere le dieci gocce di sangue occorrenti a disfare il maleficio. La sfida era pericolosa; ma il Reuccio l’affrontava con gran risolutezza.

Da una settimana egli si esercitava al bersaglio con l’arco.

Il Re e la Regina erano contenti di non sentirgli neppur nominare la cagnetta zoppa e di vederlo distratto in quel modo. Ma la mattina che il Reuccio, armato di tutto punto, con arco e frecce, si presentò ad annunziare che andava a combattere contro re Corvo, il Re e la Regina allibirono.

– Non andate, Reuccio! re Corvo è potente!

– Se non ritorno, vuol dire che son morto!

Non gli poterono cavar altro di bocca.

Quel giorno re Corvo aleggiava, quasi per minaccia, sopra la casa rustica del contadino che aveva in consegna la cagnetta. Crà! Crà! Crà! – La cagnetta, impaurita, si era rincantucciata vicino al focolare e abbaiava sommessamente.

– Crà! Crà! Crà! – Re Corvo si librava su le ali e pareva inchiodato nell’aria, tanto stava fermo, molto in alto, sopra la casetta del vecchio contadino. Arriva il Reuccio, incocca l’arco e lascia scappare la prima freccia.

– Crà! Crà! Crà! – Re Corvo non si mosse. La freccia era passata, senza ferirlo, tra le penne di un’ala.

Il Reuccio tornò ad incoccare l’arco e, presa la mira, lasciò scappare il secondo colpo!

Re Corvo non si mosse. – Crà! Crà! Crà! – Quasi dicesse: – Sei giovane! Mi fai compassione! – La freccia era passata, senza ferirlo, tra le penne della coda.

Il Reuccio incoccò per la terza volta l’arco. E anche questa volta la freccia passò, inoffensiva, tra le penne dell’altra ala di re Corvo. Allora questi cominciò a gracchiare rabbiosamente e fare dei giri vorticosi; poi si slanciò contro il Reuccio, battendo il becco: – Crà! Crà! Crà! – aprendo e chiudendo gli artigli.

Il Reuccio, imperterrito, fu più lesto di lui. Prese la mira, e la freccia andò a piantarsi, diritta, nel centro del cuore del re Corvo che cadde pesantemente a terra: – Crà! Crà! Crà! – Il sangue colava a stille dalla ferita da cui il Reuccio aveva strappato la freccia. Egli lo raccolse in una boccettina di oro. Senza pensare di finire re Corvo, che agitava convulsamente le ali e le zampe, corse a prendere in braccio la cagnetta, e baciandola e accarezzandola la portò dal Gran Mago.

Il Re e la Regina, intanto, erano in angoscia per la sorte toccata al Reuccio; non sapevano spiegarsi come mai egli fosse andato a combattere contro re Corvo: e non c’era stato verso di stornarnelo! In questo frattempo, chi arriva a palazzo reale? Il Re e la Regina del Portogallo! Con gran seguito di carrozze, di carri, di cavalieri.

– Dov’è la Reginotta mia figlia?

– Dov’è la Reginotta?

Piangevano e sembravano ammattiti, perché nessuno sapeva niente della Reginotta loro figlia.

– Dov’è la Reginotta mia figlia?

– Dov’è la Reginotta?

Chi può dire quel che accadde al presentarsi del Reuccio che conduceva per mano una giovane con capelli sciolti su le spalle, più biondi dell’oro, bella quanto il sole e la luna, e che sorrideva, commovente di bontà?

Il maleficio della cagnetta zoppa era stato disfatto con dieci stille di sangue di re Corvo.

E tutti furono lieti e contenti.

E si fecero nozze con suoni e con canti.

C’è chi arriva e chi va via…

Dite la vostra che ho detto la mia.

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